«Devono finire le discriminazioninei confronti degli arabi israeliani»September 12 2001 at 8:34 PM No score for this post | il messaggero, Martedì 11 Settembre 2001 (no login) |
| GERUSALEMME - «La radicalizzazione della popolazione araba d’Israele è cominciata molti anni fa». «Quello che sta accadendo era prevedibile e previsto e la tendenza sarà al peggioramento». Sammy Smooha, professore di sociologia dell’University di Haifa è uno dei più qualificati studiosi delle condizioni della minoranza araba e delle sue complesse relazioni con la maggioranza ebraica. E’ pessimista, oggi. Tutti conoscono quale sia la soluzione al problema ma, dice, il governo d’Israele non è pronto a metterla in pratica.
Professore, i cittadini arabi d’Israele sono il diciotto per cento della popolazione. Ieri il kamikaze, l’altro giorno l’arresto di alcuni giovani arabi che collaboravano con i militanti palestinesi e forse si preparavano a seminare bombe in Israele. Cosa sta accadendo?
«Non è una storia nuova. La comunità araba non si è mai identificata con lo Stato ebraico. Si identifica con la popolazione della Cisgiordania e di Gaza e considera lo Stato ebraico il repressore. Dallo scorso ottobre quando è cominciata la nuova intifada, gli arabi israeliani hanno alzato la loro voce. Accusano Israele. Hanno mandato una delegazione a Durban. Parlano di repressione dei loro fratelli palestinesi e della discriminazione in atto da sempre contro la loro comunità in Israele. Sono, però, cauti. Nell’insieme non commettono azioni illegali, ma non tutti si comportano allo stesso modo».
Serve a qualcosa migliorare le condizioni di vita degli arabi israeliani?
«Certamente, ma non risolverà il problema. Gli arabi israeliani sono contro questo Stato ebraico da sempre e vorrebbero cambiare la sua natura».
La convivenza è impossibile?
«Non dico questo. Tutto dipende dalla natura stessa dello Stato ebraico. Prendiamo a esempio il governo Rabin, tra il 1992 e il 1995. Quasi tutti gli arabi israeliani si trovarono bene con quel governo. Il sionismo di Rabin era diverso, riconobbe la leadership dell’Olp e i diritti del loro popolo, parlò con i leader arabi, e gettò le basi per la fine della discriminazione contro gli arabi israeliani. Quando fu assassinato, gli arabi piansero. I successivi governi hanno fatto poco o nulla per migliorare le loro condizioni di vita e in più bloccarono il processo di pace».
Ma se non si identificano con lo Stato ebraico potranno mai accettarlo?
«Sì. Non significa piena identità, non si può pretendere che un arabo si identifichi totalmente con uno Stato ebraico ma si può arrivare alla tolleranza e anche a qualcosa di più. Non sarà facile. Un giorno solleveranno il problema del diritto a tornare alle case che furono abbandonate nel 1948, alle terre espropriate dai nostri militari e civili, chiederanno il riconoscimento di quei villaggi considerati ancora insediamenti abusivi, vorranno essere risarciti per quelli distrutti. E c’è la questione dell’autonomia culturale come il diritto a dirigere le loro scuole e a scegliere il programma di studi».
Come fermare il lento scivolamento verso una guerra civile, un conflitto all’interno d’Israele?
«La tendenza alla radicalizzazione risale a prima dell’uccisione di Rabin. La soluzione del problema è chiara a tutti. Bisogna mettere fine all’occupazione e consentire la creazione di uno Stato palestinese a fianco di Israele. Parallelamente ci dobbiamo impegnare a migliorare la condizione di vita degli arabi israeliani, a porre fine a ogni forma di discriminazione nei loro confronti. Il loro futuro è con Israele e lo sanno. Purtroppo questo governo non farà nulla per gli arabi».
E.S.
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