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La seconda fase dell’intifada

February 17 2002 at 10:57 PM
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La crisi aumenta nei territori occupati, pochi gli spiragli di pace. Ormai si pensa solo ad una cosa da entrambi gli schieramenti: GUERRA. E sarà comunque una sconfitta, per tutti.

Israele picchia duro. Sharon mostra i muscoli sperando di rassicurare la società civile israeliana. Raccoglie solo orrore e paura.
Arafat non aspettava altro, lui che allo stato di guerra è abituato e dell’emergenza é l’artista. Chiuso tra l’incudine degli estremisti di Hamas ed il martello degli attacchi israeliani, il leader palestinese ha scelto la terza via: quella della liberazione nazionale, del vecchio e caro patriottismo intramontabile, che lo porterà, nella migliore delle ipotesi, al martirio.
Il suo popolo è pronto. Lacerato da anni di ingiustizie, miseria ed umiliazioni rivedica il momento di gloria. Da troppo tempo le risoluzioni dell’ONU restano lettera morta. La dignità per i palestinesi é venduta ad prezzo troppo alto ed è ora di conquistarsela sul campo, quello di battaglia. Hanno deciso, non si torna indietro.
Per un po’ aveva anche retto quella figura del mezzo presidente di uno stato che ancora non esiteva. D’accordo gli israeliani orfani di Rabin, che avevano trovato un valido solstituto ai loro gendarmi per controllare le masse arabe. Stava al gioco anche una ristretta e molto privilegiata classe dirigente palestinese. Del resto avevano ottenuto interessanti vantaggi: faraonici palazzi, lussuose macchine, viaggi studio per i figli in Europa, ma sopratutto l’opportunita di eliminare una scomoda e pensante opposizione interna.
Pero’ Arafat non era tagliato per tutto questo, sotto la pellaccia dura e rugosa, ha un cuore guerriero ed irrequieto. Sharon, la volpe, coglie la palla al balzo, é convinto di poter regolare una volta per tutte i conti con il nemico di sempre. Testardo come un caprone, anche lui, andrà fino in fondo.
La seconda INTIFADA é entrata nella sua seconda fase, la più acuta. Si combatte a viso scoperto. Da quando una bomba-mina ha fatto saltare un carro Merkava a Gaza, uccidendo tre soldati israeliani, siamo in piena guerra. Non si puo’ più parlare di qualche sporadica azione di estremisti dinamitardi, ne’ più con l’eufemismo di “attentati terroristici” le battaglie in corso. Implacabile la risposta israeliana, con vittime tra i civili. Morto anche il capo delle squadre speciali israeliane, Eyal Weiss, ma in circostanze poco chiare, nel corso di un’operazione della “Guerra sporca” in Cisgiordania. Le notizie di attacchi, bombardamenti, razzi artigianali sui soldati e stragi tra i civili si susseguono. Siamo in guerra e ci siamo dentro fino al collo. Una guerra senza quartiere...
La Terra Santa tra le fiamme dell’odio.
Non si vedono vie d’uscita, la diplomazia mondiale resta impotente, e sul piano internazionale la situazione si fa ancor più calda, visto la possibilità sempre più concreta di un’azione militare degli USA contro l’Irak. Laga araba alle corde.
Unico dato positivo: la manifestazione dei dissidenti della riserva israeliana a Tel Aviv. Rivendicano la fine delle ostilità e la dichiarazione di riconoscimento dello Stato palestinese. Pochi saggi e coraggiosi pacifisti in un mondo in delirio. Eppure li accusano di essere dei pazzi. Se ci riescono salveranno il mondo. Altrimenti la fine. Del mondo.
Un vecchio detto ebraico (ma vale anche per musulmani e cristiani) dice: “Per ogni uomo che viene ucciso é l’umanità intera che muore”. Si verseranno lacrime.
Una profezia? Nella storia lo stato d’Israele é esistito solo un’altra volta, per settant’anni, fin quando l’imperatore Tito non l’ha distrutto. A settant’anni questa volta non ci arriverà. Di questo passo.

Riferimenti:
“Palestina, una strage dopo l’altra”, Il Manifesto, 17 febbraio 2002, pp.1 e 11
“Israele, muore il capo delle teste di cuoio”, Il Corriere delle Sera, 16 febbraio 2002, pag. 12
Arafat: “Noi volgiamo trattare. Europa e USA convincano Sharon”, La Repubblica, 13 febbraio 2002, pag.18

Maurizio DE ARCANGELIS

 

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