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Amnesia

December 15 2001 at 1:55 PM
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Parte prima: Anne
NB: le parti tra asterischi sono ricordi.

Quando aprì gli occhi in una stanza d’ospedale, la sua prima reazione fu quella di alzare una mano per toccarsi la faccia.
Si rese però subito conto che le faceva male anche solo muovere un muscolo, come se avesse migliaia di spilli su tutto il corpo che la trafiggevano. Anche gli occhi le facevano male…c’era troppa luce in quella stanza, le dava fastidio.
All’improvviso entrò un’infermiera, che senza prestarle attenzione, meccanicamente cambiò la flebo. Fu il movimento improvviso della sua mano a farle fare un salto, e a farla correre fuori chiamando il nome di un medico e dicendo che era avvenuto un miracolo.
Subito arrivò un giovane medico, che le controllò le pupille e il polso, e le sorrise.
“Bentornata.”
Subito la paziente indicò al dottore la sua gola, e l’infermiera, preso il dottore in disparte, le chiese se non fosse il caso di vedere un altro medico.
“Il respiratore. L’ha aiutata a lungo, e comunque è da molto che non parla. Aspetterei prima di preoccuparmi.”
E aveva ragione. Era solo debole, e i capelli scuri che le incorniciavano il viso la facevano sembrare ancora più minuta e pallida. Tutte le infermiere avevano cominciato a coccolare la bella sconosciuta, e il dottore che si occupava di lei le osservava mentre facevano recuperare alla ragazza il sorriso e un po’ di coraggio.
Circa cinque giorni dopo, il dottore, Daniel Hawthorne, andò da lei per farle alcune domande, e per darle delle spiegazioni. Doveva stare attento a come parlava però, avrebbe potuto rompere il suo fragile equilibrio, e Dio solo sapeva quanto era stato difficile per lei crearselo. Risvegliarsi da un coma è un evento traumatico.
“Buon giorno.”
“Buongiorno dottor Hawthorne” lo salutò lei sorridendo.
“Vedo che stai meglio. Hai ancora dolori?”
“Sì, ma non vedo l’ora di iniziare la riabilitazione. Da quanto hai detto, sono stata fortunata.”
“Dimmi, ti ricordi qualcosa di quanto ti è successo?”
Aggrottò la fronte. L’unica cosa che ricordava era una parola, ‘Perdonami’, ma non ricordava se l’aveva detta lei o qualcun altro, e chi fosse questo qualcun altro. Poi c’era stato il terremoto, il crollo del palazzo, le macerie che l’avevano seppellita viva rompendole qualche osso, e provocandole una commozione cerebrale.
“Sì, c’è stato un terremoto qui a Los Angeles nove mesi fa. Ti abbiamo tirato fuori dalle macerie di un palazzo che è crollato.”
“Oh mio Dio…nove mesi fa?”
“Sì. Era novembre, e ora siamo ad agosto.”
“Dimmi com’è successo.”
“Improvvisamente. I pompieri non sono riusciti a fare molto per gli altri rimasti imprigionati.”
“Ero da sola?”
“Non lo sappiamo. Devi dirmi come ti chiami, prima.”
“Gliel’ho già detto, dottore. Io non mi ricordo niente.”
“Forse ti posso aiutare” e le diede una busta di plastica. All’interno c’erano una croce d’argento, un anello, e un cristallo.
“Li avevi quando ti abbiamo trovata. Ti dicono qualcosa?”
Prese in mano il cristallo di rocca, stranamente di un color nero profondo, che era legato semplicemente con un sottile laccio di cuoio. Quello, oltre anche a quello strano anello con le due mani, la corona e il cuore, le erano più familiari.
“Questo anello e il cristallo…non ricordo chi me li ha dati, ricordo solo che mi volevano molto bene.”
“Che altro?”
La ragazza guardò l’anello.

* “Questo è il mio regalo per te. La mia gente, se ancora posso chiamarla così, se lo scambiava come segno di devozione…È un anello Claddagh. Le mani significano amicizia, la corona indica la lealtà, e il cuore…lo sai. Metti la punta del cuore verso di te. Significa che appartieni a qualcuno…*

“Questo…questo deve avermelo donato il mio ragazzo. Mi sembra di ricordare che si chiami Claddagh.”
“È un anello Claddagh, infatti. Viene dall’Irlanda. Del cristallo che mi dici?”
Buffy lo guardò attentamente, ricordava che qualcuno gliel’aveva messo al collo, ma come prima non riusciva a mettere a fuoco il suo viso.
Aveva abbassato lo sguardo, e Daniel le aveva messo un dito sotto il mento perché lo guardasse negli occhi.
“Non te la prendere. La memoria è una cosa misteriosa, e può tornare in qualsiasi momento.”
“O mai. Potrei morire senza mai sapere chi sono.”
“Non essere pessimista. Vedrai, andrà tutto bene. Al momento però ti serve un nome…che ne dici di Jane?”
“No. Non mi sento una Jane.”
“Mary? Claire? Andie?”
“Anne.”
“Anne?”
“Se proprio devo scegliere un altro nome, voglio che sia Anne.”
“Benissimo, Anne. Tra non molto sarai in grado di uscire dall’ospedale, se continui così.”
“Ma dove posso andare?”
“Ho discusso con mia moglie, Camille. Se tu sei d’accordo, potremmo ospitarti quando esci da qui per tutto il tempo che vorrai.”
“Non voglio essere di peso.”
“Io sono il tuo medico, e mia moglie è psicologa. Non aver paura, ti vogliamo aiutare.”
“Lo so. Grazie.”
Qualche giorno dopo, Camille venne a farle visita e a portarle qualche vestito. Era affettuosa e comunicativa, ed Anne cominciò ad immaginare come doveva essere vivere con loro, con il serio Daniel e l’estrosa Camille. Conclusione: non ne vedeva l’ora.

****************

Aveva protestato, ma Daniel non aveva voluto sentire ragioni.
“Ogni paziente viene dimesso su una sedia a rotelle. È la procedura.”
“Non se ne parla. Sono andata troppo vicina a doverci passare tutta la vita, e la mia risposta è no.”
“Anne, siediti e falla finita. Ti prometto che farò in fretta. Camille ci sta aspettando, e se continui si farà tardi e non potrai fare neanche un giro della città, prima di domani.”
Appena finito di pronunciare la frase si rese conto di aver detto le parole magiche. Anne sospirò, e si sedette sulla sedia a rotelle con il borsone sulle ginocchia.
“Facciamo in fretta.”
“Grazie.”
Appena gli infermieri videro aprirsi la porta della sua stanza, si guardarono l’un l’altro contenti, e lo dimostrarono anche alla ragazza, salutandola e augurandole di non vederla più in quel reparto tranne che per salutare.
Anne era felice di andarsene, anche se aveva un po’ di paura. Non aveva la minima idea di quello che l’aspettava là fuori, e affrontare il mondo senza un passato sarebbe potuto essere molto difficile. Meno male che aveva Daniel e Camille.
“Ciao, Annie. Allora, come va?”
“Bene. Sono curiosa di vedere com’è il mondo qua fuori. Mi hanno detto che non è male…” disse alzandosi dalla sedia a rotelle per andare ad abbracciare la donna.
“Uhm, una battuta ironica. Buon segno, piccola. Allora, ti piacciono i vestiti?”
Anne si diede un’occhiata. Aveva una gonna lunga grigia, e un maglione azzurro polvere scollato a V, e con le trecce che si era fatta sembrava proprio una bambina.
“Sì. Grazie mille.”
“Ricordami di trascinarti per negozi, un giorno di questi.”
Daniel aveva già messo in auto la valigia, e aveva salutato la moglie dicendole che sarebbe arrivato a casa alla fine del turno, forse un po’ più tardi a causa di un’operazione.
Camille lo salutò, e una volta salita in macchina con Anne le chiese se le andava di fare un giro della città, prima di andare nella sua nuova casa.
La ragazza non aveva niente in contrario, anzi, ora che finalmente era fuori dall’ospedale voleva vedere la città il più possibile.
Fu assolutamente per caso che Camille, facendo una curva, si trovò vicino alle macerie del palazzo che era crollato durante il terremoto, e da cui avevano tirato fuori Anne. Sperò che lei non se ne accorgesse, ma si rese conto che non solo le aveva notate, ma che non riusciva a staccare gli occhi da là.
“È lì che è successo, vero?”
“Mi dispiace, non volevo. Sbagliato strada.”
“Andiamo lì.”
“Anne, non so se è una buona idea. Non puoi sapere che cosa potrebbe succedere.”
“Ti prego.”
“D’accordo.”
Camille fermò la macchina in un parcheggio a pagamento, e mettendo un braccio intorno alle spalle della ragazza l’accompagnò fino a quanto rimaneva del centro congressi.
Anne camminò tra le fotografie, i fiori, e i lumini accesi per i defunti.

* “Dawn, andiamo. Siamo in ritardo.”
“Dobbiamo proprio conoscerla?”
Buffy sorride alla sorella, e le mette una mano sulla spalla.
“È la nuova moglie di papà, dobbiamo perlomeno mostrarci gentili.”
“Sì, ma che ci stiamo a fare in un centro congressi?”
“Lei sta terminando un meeting, poi andremo tutti a cena insieme…Dawnie, ma mi stai ascoltando? Sembra tu stia cercando qualcuno…”
Dawn getta un’altra occhiata al di fuori del palazzo, poi sorride, ha visto chi voleva, e raggiunge la sorella all’ascensore.

Il palazzo ora è crollato, Buffy ha le gambe imprigionate sotto una colonna crollata e non riesce a muoversi. Urla il nome di Dawn, si guarda intorno, e vede testa della sorella minore spuntare da sotto un blocco del piano che è loro crollato addosso.*

Camille corse da lei, ed Anne nascose il viso contro la donna.
“Mia sorella…mia sorella era là dentro con me!”
“Anne, calmati. Può essersi salvata.”
La ragazza però sollevò gli occhi verdi pieni di lacrime, e fece segno di no con la testa.
“Dawn…Dawn è rimasta schiacciata sotto le macerie…e io non ho potuto far altro che guardarla morire…”
Camille strinse a sé la ragazza, portandola via. Era stata una stupida a portarla lì, a farsi convincere. E sì che era un medico. Doveva saperlo, e fu quello che le disse anche Daniel quando ritornò a casa e venne messo al corrente. Voleva correre da lei per vedere come stava, ma Camille lo fermò prima.
“È sconvolta, ha appena rivissuto la morte di sua sorella. Si deve prendere il suo periodo di cordoglio, urlare, piangere…qualsiasi cosa. Ma se noi ci intromettiamo, non ne uscirà.”
Le parole di Camille erano dure, ma erano la pura verità. Anne non uscì dalla sua stanza per due giorni, troppo turbata anche solo per riuscire a mettere qualcosa dentro lo stomaco. Poi, la mattina del terzo giorno fece la sua comparsa. Era molto calma, e questo sorprese la coppia di medici. Sembrava che stesse progettando di fare qualcosa, e circa due settimane dopo decisero di chiederle che avesse in mente.
“Annie, come stai?”
“Meglio. Meglio, davvero.”
“Ti vediamo pensierosa. Che c’è? Problemi?”
“No. Voglio che voi due mi aiutiate.”
“A far cosa?”
“A trovare qualcosa da fare. Ammetto che non mi dispiacerebbe tornare a studiare.”
Camille e Daniel si erano lanciati un’occhiata interrogativa, e poi avevano cercato di spiegare ad Anne che forse non sarebbe neanche stato possibile, senza documenti o titoli di studio.
“E poi per quanto ne sappiamo del tuo passato potresti anche essere già laureata in fisica quantistica.”
“Uhm, no. Non credo di essere stata una secchiona nell’altra vita.”
“Nell’altra vita? Anne, guarda che non è per niente un capitolo chiuso. Dà tempo al tempo.”
“Il tempo non mi sta ad aspettare, Daniel, sono io a doverlo rincorrere e sono indietro di almeno tre lunghezze. Non voglio dipendere tutta la vita da ricordi che non ho.”
E così, insieme a Camille, Anne aveva fatto la sua comparsa al Community college. C’era un mucchio di gente, una confusione che le aveva messo allegria e che le era un po’ nota.
“Sai, credo di essere stata studentessa al college. Questa confusione mi è familiare.”
“Sono felice di sentirlo. Chi lo sa, magari girando un po’ per questi corridoi ti torna in mente qualcos’altro.”
“Non essere troppo ottimista…”
Camille stava per ribattere, quando il suo cercapersone iniziò a suonare.
“E ti pareva. Sanchez.”
“Caso importante?”
“Sì, se ritieni la paura di essere rapito dagli alieni molto grave. E ora? Non ti volevo lasciare da sola, insomma, non ti sai ancora orientare in città…”
“Tranquilla, l’ospedale so dov’è. Torno a casa con Daniel.”
“Benissimo. Ciao, tesoro, ci vediamo a casa.”
Anne salutò la donna, e la guardò allontanarsi.
“Bene, e ora dove andiamo?”
Decise di lasciar fare al caso, e percorso il corridoio si trovò fuori, nel giardino del campus. Prese un sentiero a caso, e poi un altro, e alla fine si trovò al dipartimento di Giurisprudenza.
Seguendo la massa di studenti, si ritrovò in un’aula dove una lezione stava cominciando. Diritto Penale, a quanto sembrava. Anne prese posto in un angolo, facendo attenzione a non farsi notare, e aspettò con gli altri il professore.
“Bene bene, vedo nuove facce qui” disse il professor Andrew Lagerback, entrando. “Vediamo quanto durate nel mio corso. Nel caso i vostri colleghi non vi abbiano avvistato sono il più bastardo e fetente dei professori di questo dipartimento, e con me potete anche dare il massimo, ma vi avviso che non sarà mai abbastanza. La Legge che andate a servire non ammette scansafatiche, e non li ammetto neanche io in questo corso. Vi ho avvisati. E ora cominciamo.”
Buffy guardò l’uomo, e deglutì forte. Le faceva paura, ma come succede in certi casi ci si trova a adorare quello che più si teme. Non era mancata neanche ad una sua lezione, si consumava gli occhi sui libri del corso e su quelli che consigliava, e non mancava di prendere appunti. Era diligente, forse anche troppo per una che voleva passare inosservata.
Alla fine di una lezione infatti, Lagerback tuonò “Ehi tu!”
Anne s’irrigidì, ma continuò a camminare, cercando di uscire alla svelta. C’era sempre la possibilità che non si stesse rivolgendo a lei.
“Dico a te, con la gonna nera e la maglia rossa!”
Anne si fermò. Maglia rossa e gonna nera? Sì, era lei. Si voltò verso il professore, cercando di capire in che modo lo avesse contrariato.
“Sì, professore?”
“Vieni qua subito.”
La stava fulminando con lo sguardo, e Anne aveva iniziato a tremare.
“Da quanto tempo è che sei nella mia classe, un mese? Due?”
“Tre, professor Lagerback.”
“E mi vuoi spiegare che diavolo continui a fare qui considerato che non sei iscritta e che questo corso è a numero chiuso e già al completo?”
“I-Io…”
“Come ti chiami, ragazzina?”
“Anne...”
“Anne come?”
“La ragazza abbassò gli occhi “Non lo so.”
“Non mi prendere in giro!”
Lo stava facendo arrabbiare, doveva essere convinto che gli stesse mentendo per cercare di non avere guai.
“Non la sto prendendo in giro, professore!”
“Per l’ultima volta. Come ti chiami?”
“Non lo ricordo. Anne è il nome che mi sono data dopo che mi sono risvegliata dal coma. Ho passato nove mesi in ospedale, e mi sono svegliata senza sapere niente di me, pertanto mi scusi se non so rispondere a questa domanda!”
Solo alla fine del discorso si accorse di aver urlato, e di stare piangendo. Guardò un’altra volta il professore, e poi scappò via correndo.
Corse fino all’ospedale, allo studio di Daniel. Fortunatamente non c’era nessuno dentro, visto il modo poco ortodosso in cui entrò. Daniel si era alzato dalla scrivania, per venirle incontro e chiederle che le era successo, e lei si era aggrappata a lui, ancora in lacrime.
A casa poi si era calmata, e aveva spiegato ai due cos’era successo.
“Non so che mi ha preso.”
“Ti sei sentita aggredita e ti sei difesa.”
“Non avrò più il fegato di farmi vedere là.”
Il campanello suonò in quell’istante.
“Per quanto mi riguarda” disse Camille alzandosi “dovrebbe essere questo Lagerback a venire a chiederti scusa per come ti ha trattato.”
Camille aprì la porta. Rimase a bocca aperta.
“Anne è in casa?”
“Non credo la voglia vedere dopo quanto è successo stamattina, professore.”
“Anne sa difendersi da sola. Voglio parlare con lei, Camille.”
Camille sospirò, e andò in soggiorno da Anne lasciando Lagerback sulla porta.
“Parli del diavolo e spuntano le corna, Annie. Ti vuole parlare. Tu vuoi parlare con lui?”
Anne si alzò dal divano, e si diresse verso la porta. Non aveva lo stesso sguardo che aveva a lezione. Sembrava quasi amichevole.
“Salve, professore.”
“Ciao, Anne.”
“Come mi ha trovato?”
“Uno dei ragazzi del corso fa il volontario in ospedale, e mi ha detto che vivi qui con il medico che ti ha avuto in cura. Possiamo parlare?”
Anne aveva fatto per togliersi dalla porta, ma Lagerback le aveva fatto un cenno con la mano.
“No, meglio fuori di qui. Temo per la mia incolumità se decido di entrare.”
La ragazza aveva accennato un sorriso, e presa la giacca era uscita con lui per una passeggiata.
“Mi dispiace veramente di averti aggredita a quel modo. Non immaginavo.”
“Non è colpa sua quanto è successo.”
“Hai perso qualcuno?”
“Ho visto mia sorella morire, quindi posso dire di aver perso lei, ma non so se eravamo da sole, o se c’erano anche i miei, o se…se si sono salvati.”
“Mia figlia Connie doveva presentare una sfilata, nei piani alti. Era il suo sogno. Il suo corpo è uno di quelli che sono stati identificati con certezza.”
“Mi dispiace.”
“Preferisco non pensarci.”
“So cosa vuol dire. È anche per questo che venivo a sentire le sue lezioni. Mi aiutavano.”
“Se lo vuoi, puoi ritornare.”
“Non ho niente in mano.”
“Ho bisogno di un’assistente.”
“Rimane il fatto che non ho un nome, una carriera scolastica, niente.”
“Sono uno degli anziani, e sono sicuro che posso permettermi di rischiare su di te. Basta che tu lo voglia.”
“Mi piacerebbe tantissimo. Cos’è che intende con assistente?”
“Qualcuno che mi aiuti nel mio lavoro, litighi con la segreteria al posto mio, raccolga gli appuntamenti degli studenti che vogliono saperne di più.”
“Mi lascerebbe abbastanza tempo per seguire gli studi e finirli nel corso legale?”
“Assolutamente.”
“Allora ci sto.”
Una stretta di mano, e l’accordo fu suggellato. Un po’ più difficile fu farla digerire all’impiegata dell’ufficio immatricolazione.
“Con un nome non posso…”
“Le ho spiegato il caso, signorina. La persona in questione si chiama Anne Hawthorne, e se non le può fornire altri dati è perché non li ricorda. Uno psichiatra ha certificato la sua amnesia.”
“Rimane il fatto che non sappiamo se è in grado di essere ammessa, o di sostenere la retta, o il peso degli studi e degli esami…”
“Lavora come mia assistente, segue il corso già da mesi e le ho già fatto sostenere la prova d’ammissione, che tra l’altro ha superato con ottimi risultati. Ha altre obiezioni?”
La donna non osò proferir verbo, dato che Lagerback godeva dell’appoggio incondizionato di molti sostenitori dell’università, e contrariarlo avrebbe voluto passare dei guai.
E così da ottobre si arrivò a novembre, e da novembre a dicembre. Una volta a casa per le vacanze, subissò Camille di domande su questa festa. Camille sorrideva e rispondeva a tutte le domande più strane, con una punta di dispiacere. Per lei quello sarebbe stato l’ultimo Natale di una lunga serie, ma per Anne era il primo, e se non cambiavano le cose l’unico che avrebbe ricordato dall’incidente, con una voragine spaventosa per tutti quelli che l’avevano preceduto. Ormai cominciava a dubitare che avrebbe mai ricordato la sua identità. Stava passando troppo tempo, non era un buon segno.
Anne tornò giù dalla soffitta con uno scatolone più grande di lei, dove aveva trovato le decorazioni per l’albero di Natale e per la casa, e gridò a Camille se voleva degnarsi di darle una mano.
“Anne, se mi avessi aspettato ti avrei dato una mano!”
“D’accordo, mea culpa. Dov’è l’albero?”
Camille indicò l’abete, in un angolo del soggiorno vicino alla finestra.
“Che ne pensi?”
“Stupendo.”
“Annie, hai tanto da fare in questi giorni?”
“Devo studiare, quando ritorno a scuola dovrò dare un esame di Diritto, ma niente che non posso terminare anche dopodomani. Perché?”
“Ti avevo promesso di trascinarti per negozi ancora mesi fa, o sbaglio?”
“Così prendiamo anche i regali. Ottimo!”
“Regali? E per chi?”
“Beh, per i miei amici di corso, Andrew, voi due…me…”
“Ah, allora guadagni bene.”
“Lavoro in quel negozio in centro, poi sono assistente di Andrew…sì, posso dire che me la cavo.”
“Sono felice per te. Stai iniziando a reagire.”
“Andrebbe meglio se mi ricordassi qualcos’altro.”
“Vedrai che ci riuscirai. Preparo una tazza di tè?”
“Andata. Camille, sarai anche in America da anni, ma certe abitudini inglesi non le perdi proprio, eh?”
Poi aggrottò la fronte. Questa faccenda le sembrava familiare. Che avesse qualche amico inglese?
Si alzò per prendere dallo scatolone alcune decorazioni, poi si ricordò di averne viste altre di sopra. Stava per ritornare in soffitta, quando distrattamente si guardò allo specchio, e si aggiustò la croce d’argento che portava sempre al collo. Un raggio di luce la colpì facendola risplendere, e Anne improvvisamente iniziò a fissarla.

* “Signorina, qualche problema?”
“Perché mi stai seguendo?”
“So cosa stai pensando, ma non preoccuparti. Io non mordo.”

“Se devi continuare a saltar fuori per fare lo sputasentenze, potresti almeno dirmi come ti chiami.”
“Angel.”
“Angel. È un bel nome.”

“…viveva sull’isola di Angelus un essere dalle fattezze angeliche…”
“Se è così, è lui.”
“Questo Angel ha forse un tatuaggio sulla spalla destra?”
“Ora ho qualcosa da dire. Buffy, lo hai visto nudo?”

“Buongiorno, sono nuova, e…”
“Signorina Elizabeth Summers?”
“Sì. Sono l’unica nuova a quanto pare…” *

“Buffy Summers…Elizabeth Summers. Elizabeth Anne Summers…”
Non avrebbe mai smesso di ripetere il suo nome. Suonava come musica alle sue orecchie.
Non si sarebbe mai aspettata un simile regalo di Natale.


    
This message has been edited by _Jade_ on Dec 15, 2001 1:57 PM


 
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Responses

  • II - Jade on Dec 29, 2001, 10:09 AM
  •  
  • III - Jade on Feb 23, 2002, 5:57 PM
    • III - Jade on Mar 14, 2002, 3:10 PM
      • III - Jade on Mar 30, 2002, 10:54 AM
        • III - Jade on Apr 21, 2002, 4:26 PM
          • III - Jade on Apr 28, 2002, 2:07 PM
            • III - Jade on May 3, 2002, 3:34 PM
     
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