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II

December 29 2001 at 10:09 AM
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Response to Amnesia

 
Si stava guardando allo specchio, sorridendo e vicina alle lacrime, quando Camille le arrivò alle spalle.
“Tesoro, che c’è?”
la ragazza indicò lo specchio, ancora sorridendo.
“C’è che ora la ragazza qui riflessa ha finalmente un nome. Elizabeth. Anne. Summers.”
Camille non volle neanche sapere com’era successo. Era più felice di lei.
“Oh mio Dio…o mio Dio…e così ti chiami Elizabeth. Hai qualche diminutivo, te lo ricordi?”
“Mi pare mi chiamassero Buffy. Se vogliamo dirla tutta in molti dovevano essere convinti che doveva essere il mio nome.”
“E ora?”
“Ora voglio essere chiamata con il mio nome.”
“D’accordo, Elizabeth. Ti potrò chiamare almeno Liz?”
“Vedremo. Ora andiamo a dare la bella notizia a Daniel.”
Daniel dal canto suo fece una cosa che a Elizabeth risultò molto più gradita. Con una telefonata, era riuscito dio solo sa come ad ottenere di entrare all’ufficio anagrafe, a cinque giorni da Natale.
“Come hai fatto?” domandò Elizabeth.
“Ho curato il figlio e il marito della responsabile di questo ufficio.”
“E quanti favori devi ancora riscuotere in giro?”
“Credo di aver perso il conto. Guarda, lì c’è il terminale. Adesso mettiamo dentro il tuo nome e vediamo che succede.
Elizabeth chiuse gli occhi e incrociò le dita. Ti prego, Signore, ti prego…
Quando li riaprì, sul computer era comparsa la sua scheda.
“Elizabeth Anne Summers, 1981 – 2001. COME?!”
“Buon Dio, Liz. Credo ti abbiano dato per morta.”
“E come diavolo hanno fatto? Sono qui. Ti sembro uno zombie?”
“Risolveremo tutti i problemi. Vuoi leggere il resto?”
“Ovvio. Vediamo un po’…uhm, ero anche bionda. Che mi girava in testa, sto tanto bene con i capelli castani…guarda qui. Cacciata da Hemery per comportamento delinquenziale. Palestra bruciata. Trasferita a Sunnydale, iscritta alla Sunnydale high school. Espulsa nel 1998, riammessa nel 1999…interessante carriera scolastica. Lagerback mi ammazza se lo viene a sapere. Vediamo che c’è qui…ah, diplomata nel ’99, ammessa all’Università di Sunnydale, studi interrotti a metà del primo anno accademico…”
“Leggi qui sotto. Tua madre è morta in quel periodo.”
“Tumore al cervello. Dio santo, chissà che inferno che è stato per Dawn e me. Sono morti tutti, vero? Non ho nessuno della mia famiglia ancora vivo.”
“Mi dispiace.”
“Che altro dicono di me?”
“La tua fedina penale è immacolata, salvo alcuni problemi a scuola. Nessuna malattia grave.”
“Non è molto.”
“Scopriremo dell’altro.”
“Ti ringrazio. Ma prima voglio dare la notizia al mio professore. Ne sarà felice…più felice di lui sarà la signora dell’ufficio immatricolazione. Finalmente può riempire la mia scheda!”

******************

Era corsa da lui a casa. In qualità di sua assistente sapeva il suo indirizzo, e sapeva sempre dove rintracciarlo, e aveva colto l’occasione per portagli il suo regalo di Natale e un paio di pratiche che aveva dimenticato di consegnargli.
Bussò, ma nessuno venne ad aprire. Forse era uscito, ma Elizabeth invece si chinò verso la pianta vicino alla soglia, e alzò il vaso per prendere la chiave. Mentre entrava si ripromise di dire al professore di cambiare nascondiglio alla chiave. A lei non c’era voluto neanche un secondo per scoprirlo.
“Professor Lagerback? È in casa?”
Si guardò intorno, ma non lo vedeva. Poi, proseguendo verso le scale, si accorse che era a terra, e si stringeva il petto.
“Mio Dio, professore!”
Era subito corsa accanto a lui, cercando di aiutarlo, con un panico addosso che pensava sarebbe morta. E una strana sensazione di déjà vu.
“Anne…le pillole…” e le indicò un armadietto della cucina aperto. Elizabeth corse a prendergliele, e gliene fece prendere un paio con un bicchier d’acqua. Poi chiamò subito un’ambulanza, e ritornò da lui.
Rimase accanto all’uomo per tutto il tragitto fino all’ospedale, e fuori dalla stanza dove il medico lo stava visitando. In quel momento potevano piombare da lei e dirle che tutto quello che aveva passato era uno scherzo, ma non le sarebbe importato. L’unica cosa che voleva era che l’uomo in quella stanza si riprendesse.
“Signorina?”
Elizabeth si voltò di scatto, verso il medico che aveva parlato. Doveva avere un’aria spaventata a morte, perché l’uomo sorrise e le chiese come stava.
“I-Io? Io sto bene. Perché?”
“Perché il signor Lagerback mi ha chiesto di assicurarmi che stesse bene.”
“E lui sta bene?”
“Può chiederglielo di persona, se lo desidera.”
Elizabeth allora si era alzata, ed era entrata subito nella stanza d’ospedale. Guardando l’uomo a letto, quasi non riusciva a credere fosse la stessa persona che in classe faceva tremare tutti.
“Lo sa professore? Sembra quasi un comune mortale ora.”
Lagerback la squadrò con una delle sue solite occhiate, e le fece un mezzo sorriso.
“Dovrò lavorare sodo per ritornare al mio stato superiore, allora. Ti ringrazio, Anne.”
“Lei potendo avrebbe fatto lo stesso per me.”
“Perché eri passata a casa mia?”
“Dovevo portarle una cosa…le avevo preso un regalo di Natale. E…”
“Non avresti dovuto.”
“Professore, c’è anche un’altra cosa.”
“Dimmi, Anne.”
“Non mi chiami più Anne. Il mio nome è Elizabeth Summers.”
Il mezzo sorriso dell’uomo divenne un sorriso a tutti gli effetti.
“Sono felice per te…Elizabeth.”
Elizabeth si sedette accanto a lui “Pensavo di morire di paura quanto l’ho vista lì sul pavimento…avevo come l’impressione di aver già vissuto la scena. Poi mentre ero fuori mi sono ricordata di mia madre.”
“Hai trovato lei come avevi trovato me?”
“Lei era già morta. Dio, mi sembra ieri…e invece stando ai dati sono già quasi due anni.”
“Dev’essere terribile per te.”
“Ho tanti ricordi frammentati, e metterli in ordine temporale è difficile.”
“Qualche nome?”
“Uno solo, a parte il mio. Angel. Potrei anche descriverlo fisicamente, ma per il resto buio a mezzogiorno. E ora me ne vado, lei deve riposare. Ha rischiato grosso, lo sa? Poteva finire male.”
“Ma non è successo. Ho una valida assistente.”

Elizabeth era tornata a trovarlo tutti i giorni, e aveva insistito perché passasse il giorno di Natale insieme a lei. Daniel e Camille si erano dimostrati d’accordo, e così aggiunsero un posto a tavola. Elizabeth osservò Daniel e Camille a tavola. Sembravano nervosi, e non ne capiva la ragione. Le avevano detto che non c’era problema, allora perché c’era tensione sotto quella patina di cortesia?
Alla fine liquidò la faccenda come nervosismo dovuto al fatto che non si conoscevano bene, e proseguì il pranzo.
Le feste passarono anche troppo in fretta, e arrivò anche il compleanno di Elizabeth. Daniel aveva il turno di notte e Camille molto lavoro con le cartelle mediche, e alla ragazza era dispiaciuto non averli intorno alla sue festa di compleanno che i suoi amici di corso le avevano organizzato. Comunque loro avrebbero voluto che si divertisse, giusto? E lei ubbidì, divertendosi come una pazza, ballando e alzando un po’ il gomito. Aveva come il sospetto di non aver mai fatto una cosa del genere in passato. Ora voleva recuperare.
Ringraziando il cielo il giorno dopo non aveva lezione. Si era alzata con fatica verso le undici, con un gran mal di testa e un’aria tanto sconvolta che Camille e Daniel a stento trattennero una risata.
“Notte brava, Lizzie?”
“Si fanno ventidue anni una volta sola. Sono a pezzi, ma mi sono divertita tantissimo…”
Solo un’altra volta mi sono divertita così, una sera, in compagnia di una ragazza dai capelli castani di cui non mi ricordo il nome, voleva aggiungere Elizabeth, ma poi decise di non dire niente.
“Bene, ora torna con i piedi per terra, miss Summers. E parliamo di te.”
“Cosa c’è Daniel?”
“Tu hai vissuto a Sunnydale cinque anni. Non credi dovresti tornare là? Magari trovi degli amici, vedi luoghi familiari, e…”
Daniel si fermò. L’espressione terrorizzata degli occhi di Elizabeth lo aveva lasciato a bocca aperta.
“Elizabeth?”
“No. Non ci voglio tornare.”
“Perché?”
Perchè? Elizabeth a parole non avrebbe saputo spiegarlo. Non appena Daniel aveva menzionato quella città, le erano venuti i brividi, e una gran paura si era impadronita di lei. Qualsiasi cosa ci fosse a Sunnydale, non voleva sapere di che si trattasse. E non ci fu niente che Daniel poté fare per convincerla del contrario.

 
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