Gennaio arrivò senza che nessuno se ne accorgesse, e con lui anche il 26esimo compleanno di Elizabeth. Il giorno della festa coincise con una vittoria di Elizabeth contro Julian, quindi tutti si sentirono euforici il doppio. Avevano deciso di festeggiare allo studio insieme ai due avvocati e a Steven lo spettro, ed era venuta anche Shameen con Drusilla. Era raro che dopo la maledizione uscisse, passava sempre il suo tempo da sola nella sua stanza. Ma c’era una persona che Buffy attendeva con molta impazienza, e quella persona era Andrew.
Era felice della sua vittoria, e moriva dalla voglia di condividerla con l’uomo che reputava un secondo padre, ma era in ritardo e Buffy non riusciva a fare a meno di avere un brutto presentimento.
Sean, quando le portò un bicchiere di vino accanto alla porta finestra, la sorprese a controllare la segreteria del cellulare per la ventesima volta da quando era arrivata.
“Qualcosa non va?”
“No…è solo che…”
“Cosa?”
“Hai presente quando sai che c’è qualcosa che deve succedere ma non sai quando?”
“Fin troppo bene.”
“Allora sai come mi sento.”
“Due volte su tre si tratta di un falso allarme, lo sai?”
“Sì, lo so.”
“E allora butta giù un altro po’ di questo vinello bianco e piantala di deprimerti. Stai illanguidendo le piante verdi che stanno accanto a te.”
Elizabeth aveva fatto un sorriso alla battuta di Sean e aveva accettato il bicchiere che le porgeva.
“E io che pensavo fosse il riscaldamento.”
“Anche, ma tu stavi dando il colpo di grazia.”
“Ti odio.”
“Io di più.”
“La finite di comportarvi come due ragazzini all’asilo?” s’intromise Shameen avvicinandosi.
“Siamo due ragazzini all’asilo, non te n’eri mai accorta?”
“Qualche dubbio me l’avevate fatto venire…beh, fate riemergere gli avvocati, sono loro che hanno da festeggiare stasera. E a proposito, che fine ha fatto il tuo professore? Volevo conoscerlo.”
Elizabeth riguardò il cellulare “Speravo mi chiamasse. Sono preoccupata…”
“È lui il tuo brutto presentimento?”
“Esattamente. Guardate, non ce la faccio proprio a stare qui, sono troppo nervosa. Vado da lui, e poi faccio un salto a casa.”
“D’accordo. Salutalo anche da parte nostra.”
“Lo farò. Ciao ragazzi, ci vediamo domani.”
Detto questo s’infilò il cappotto e uscì dallo studio. Appena scesa in strada, aveva attraversato per raggiungere la stazione della metropolitana, e per poco non era stata investita da un’ambulanza.
Aveva guardato nella direzione in cui era diretta, e non sapeva perché ma si era messa a correre. Corse fino a quando non la vide fermarsi accanto a due atre persone accanto ad un uomo a terra privo di conoscenza. Andrew Lagerback.
Sconvolta, corse accanto a lui e chiese cos’era successo.
“I passanti dicono che ha avuto un infarto. Lei chi è?”
“Sono sua figlia” disse prontamente. Se avesse detto di essere la sua assistente non le avrebbero mai permesso di salire in ambulanza con lui, o di rimanere tutta la notte accanto al suo letto.
Erano anni che non piangeva. Le ultime volte erano state quando aveva ricordato la morte di sua sorella minore, e quando aveva scoperto la verità su Faith. Da allora era sempre riuscita a controllarle, ingoiandole a forza se necessario, ma vedere così l’uomo a cui in pratica doveva la sua vita dopo il coma era straziante. Ringraziando il cielo la mattina dopo si svegliò, ma era chiaro a tutti e due che il tempo a disposizione era veramente arrivato alla fine.
“Lizzie, voglio che tu faccia una cosa.”
“Qualunque cosa, Andrew.”
“Vai a casa mia, e portami due cose che stanno nella mia scrivania. Il mio portatile e una scatola nera del primo cassetto.”
“Non se ne parla. Non devi pensare al lavoro in questo momento!”
“Elizabeth, fa come ti ho detto. Devo sistemare delle cose…cose importanti, prima che sia troppo tardi. Ti prego, portami quello che ti ho chiesto.”
Ed Elizabeth non riuscì a dirgli di no, anche se continuava a disapprovare che volesse terminare un lavoro a tutti i costi. Sarebbe potuto costargli caro, ma sembrava non importargli minimamente.
Non gli aveva mai chiesto cosa riguardasse…ignorava che ben presto la cosa l’avrebbe riguardata, e più da vicino di quanto non pensasse.
Quando aveva capito che era arrivato veramente il suo momento, Lagerback mandò di corsa a chiamare Elizabeth, e le consegnò tutta la documentazione che aveva sistemato durante il ricovero.
“Voglio che tu la legga attentamente, Lizzie, dalla prima all’ultima parola.”
“Cos’è?”
“Leggi e lo saprai, piccola. Ti aspetto.”
E Elizabeth non le so fece ripetere. Corse a casa e quasi travolgendo Faith si precipitò al computer per vedere i CD – ROM che Lagerback aveva preparato. Erano informazioni. Una marea di informazioni sugli Stati Uniti, Messico, stati dell’america Centrale, e dell’america Meridionale, che comprendevano elenchi di persone divise per stato, con elencati i loro incarichi, e i demoni della zona. Relazioni precise e concise su tutti gli avvenimenti paranormali e su scontri di demoni da prima che lei avesse l’incidente. Faith, che le si era avvicinata, aveva la sua stessa espressione stupita.
“Osservatore.”
“Cosa?”
“Solo un membro del consiglio degli Osservatori possono avere scritto questa roba. Non ci credo che Lagerback è uno di loro.”
“Guarda, non è finita. Ci sono dei file…file su di noi, e su due che si chiamano Kendra M’Balagi e Adela Castillo” disse indicando quattro cartelle di file.
Aprì quella che portava il suo nome, e rimase un’altra volta a bocca aperta. Lì dentro c’era lei, ma non lei come persona. Lei come Cacciatrice. E la stessa cosa valeva per Faith. Insieme poi guardarono la cartella di Kendra, la Cacciatrice che era venuta prima di Faith, ma quando fecero per aprire quella di Adela, la trovarono vuota.
“Forse Adela è la probabile candidata a sostituirci” disse Faith.
“Forse…ma credo che Lagerback me lo dovrà dire.”
Correndo come delle pazze e sfidando il traffico riuscirono ad arrivare in ospedale in un tempo relativamente breve. Mentre Faith cercava un parcheggio, Elizabeth corse su fino al reparto di cardiologia con un tremendo presentimento nel cuore. E quando arrivò nella stanza di Andrew, la trovò affollata da medici e infermieri. Uno sguardo all’elettrocardiogramma, e vide che era piatto. Il medico stringeva ancora le piastre in mano, e guardava sconsolato la linea piatta.
“Ora del decesso…dieci e ventitré.”
Elizabeth rimase sulla soglia fino a quando la stanza non si svuotò. E poi iniziò a tremare.
Qualche minuto dopo, un’infermiera le si accostò dicendole che il medico di suo “padre” voleva darle qualcosa per farla calmare, e una lettera che Andrew le aveva scritto appena prima della crisi.
Appena uscita dallo studio del dottore, Elizabeth cercò la porta delle scale di emergenza e si sedette sui primi scalini, con in mano la lettera che voleva leggere.
Mia carissima Lizzie,
te ne sei appena andata e ho paura che non farai in tempo a parlarmi un’altra volta. Ho avuto già un paio di infarti e so riconoscerne l’inizio…ma veniamo alle cose importanti. Spero tu abbia già visto il materiale che ti ho detto di portare a casa, e che tu abbia capito di che si tratta. Forse Faith ti avrà detto che sono un Osservatore. Sì, lo ero, ma molte cose sono cambiate e vorrei tanto che tu facessi parte di quest’ondata di cambiamenti. Il lavoro non ti ha mai spaventato, l’ho visto in tutti questi anni, e hai una grande intelligenza e forza d’animo, oltre che un notevole coraggio. Pochi si sarebbero rialzati dopo quello scherzo che ti hanno fatto, ma tu ci sei riuscita egregiamente, piccola. Mi auguro che tu ora sia pronta a riprenderti il posto che ti spetta di diritto, perché molte persone sono ansiose di conoscere la famosa Buffy Summers e di vedere di cosa sia capace. Se accetterai, in fondo a questa lettera troverai un numero da chiamare e le due persone che dovrai contattare.
Grazie per aver ricordato ad un vecchio burbero cosa vuol dire avere una famiglia.
Andrew
Erano passate due settimane, ma Elizabeth continuava ad affondare nella sua depressione. Sembrava che niente la interessasse più. Al lavoro non si faceva più vedere, e a casa la sua presenza era sempre più simile a quella di un fantasma. Faith aveva cercato di parlarci, ma era un po’ difficile aiutare una persona che non voleva essere aiutata. Va bene, si disse dopo l’ultimo tentativo, a mali estremi, estremi rimedi.
E le sventolò sotto il naso un biglietto aereo.
“Sai cos’è questo, Buffy?”
“Un biglietto aereo.”
“Esatto. E con questo io ho intenzione di salire sul volo delle tredici e trenta della TWA per Miami, dove terranno un seminario di psicologia criminale che durerà quattro giorni e a cui io sono stata invitata, il che è già un miracolo di suo. Questo sottintende che ti mollo qui, dolcezza.”
“Ti prego, Faith non andare.”
“E invece andrò! Dannazione, Buffy, il mondo non si è fermato con la morte di Andrew. Dispiace anche a me che lui non ci sia più, ma non per questo ho intenzione di lasciarmi morire! E lasciatelo dire, non è quello che lui voleva per te, e lo sai.”
Sapeva di essere crudele, ma quelle lacrime negli occhi di Buffy non facevano altro che farla infuriare di più. Aveva preso la sua borsa da viaggio, e se n’era andata lasciandola in piedi in mezzo al soggiorno, pentendosi di averlo fatto dopo circa due passi fuori dal loro appartamento. Ma era certa di una cosa: che quel seminario fosse una benedizione per lei, perché le permetteva di migliorare e di essere più utile nel lavoro alle sue amiche, e per Buffy perché bene o male, al suo ritorno la situazione si sarebbe sbloccata. Buffy avrebbe dovuto reagire in un modo o nell’altro, e Faith sperava con tutto il cuore che tutto andasse per il meglio.
Elizabeth passò in stato vegetativo l’intera serata, e poi la mattina e buona parte del pomeriggio successivo. Quando finalmente si alzò dal letto perché aveva i crampi allo stomaco dalla fame, erano circa le quattro del pomeriggio. Aveva aperto il frigo e meccanicamente si era ingoiata la prima cosa che aveva trovato, un avanzo di pollo praticamente gelato. Poi era tornata nella sua stanza, si era messa tuta e scarpe da ginnastica ed era uscita correndo. Non aveva una meta, sapeva solo che voleva correre, sempre più veloce, fino a quando non avrebbe sentito il cuore esplodere e i suoi polmoni farle male. Non si accorse neanche che la giornata nuvolosa aveva lasciato il posto ad una pioggia fitta, che le aveva inzuppato vestiti e capelli…continuò a correre fino a quando non le si piegarono le ginocchia e crollò con le mani avanti per evitare di sbattere il viso a terra, ferendosi ad un palmo. E finalmente si lasciò andare alle lacrime che si teneva dentro da quando Andrew era morto.
Stava ancora piangendo inginocchiata a terra, quando si accorse di un paio di piedi fermi accanto a lei. Alzando lo sguardo, riconobbe Drusilla, che aveva messo l’ombrello in modo che riparasse anche lei.
“Che cosa stai facendo, Buffy?”
Non aveva risposto, ma aveva accettato la mano che Drusilla le porgeva per rialzarsi, e non aveva detto niente quando, ancora tenendole la mano, la riportò a casa per evitarle di prendere una polmonite.
Mentre Buffy si cambiava mettendosi abiti asciutti, Dru in cucina preparava una tazza di tè, e appena arrivò in salotto gliela porse.
“Va meglio?”
“Ti ringrazio di avermi riportato a casa.”
“Non ringraziarmi, avresti fatto la stessa cosa.”
“Il mio mondo è andato in frantumi.”
“So piuttosto bene cosa vuoi dire. Ma ce l’hai fatta a sollevarti, e ce l’ho fatta anch’io che se permetti è tutto dire.”
“Sono stanca, Dru.”
“Anch’io sono stanca di lottare, ma se ben mi ricordo sei tu che mi hai tirato fuori dal mio mondo e mi hai detto che la vita non era quella che credevo, e che non era facile. Quindi stanca o non stanca, sono ancora qui.”
“Se non mi azzardo a riprendermi, credo che tu, Sean, Faith e Shameen mi ammazzereste.”
“E faremmo bene. Non sopportiamo di vedere questa tua pallida imitazione, rivogliamo l’originale rompiballe e pignola a cui vogliamo bene.”
Elizabeth guardò di sottecchi Drusilla “Rompiballe e pignola?”
“E egocentrica, insopportabile, stacanovista, e potrei andare avanti fino a domani.”
Drusilla l’aveva fissata con un espressione…ed Elizabeth si era trovata a ridere insieme a lei.
“Drusilla, ora dove vivi?”
“Al convento di St. Agnes.”
“O Signore. Vivi in un convento? Non avrai intenzione di riprendere i voti!”
“La vita mondana mi piace troppo, anche se per riparare a tutto il male che ho fatto farmi suora sarebbe la soluzione migliore per salvarmi l’anima…No, ci abito perché ho bisogno di ritrovare un po’ quella che ero prima che tutto iniziasse.”
“Eri tutta casa e chiesa a sentire Sean.”
“A differenza del mio fratellino.”
“Fratello?”
“Sono sua sorella minore. In famiglia Sean era il maggiore, poi venivo io, e Annie. Non immaginavo che Darla, sai, il sire di Angel, avesse vampirizzato anche lui.”
E che mi dici di tuo fratello?”
“Che non so chi tra lui e il mio ex sia stato il più scapestrato da vivo.”
“Non parli molto di questo tuo ex. Sentiamo.”
“Beh, è stata, diciamo, anche la mia prima storia. William mi voleva molto bene, ma poi sono stata io ad andarmene.”
“Perché?”
“Ero pazza. Ho bisogno di altre giustificazioni? Quello che facevo di solito aveva logica, ma solo per me. E ora comincia ad essere tardi, devo tornare in convento.”
“Dru, sono appena…cavolo, le sei e un quarto!”
“O sto fuori tutta la notte o rispetto gli orari. C’è il vespro, non posso mancare.”
“D’accordo.”
“Perché non vieni anche tu? Male non ti farebbe.”
“Non credo di essere mai stata un tipo molto credente, comunque…va bene, vengo!”
Rimase accanto alla porta della chiesa tutto il tempo, osservando Drusilla inginocchiata vicino all’altare insieme alle altre sorelle, con in mano un rosario, recitare le preghiere.
“Recitane un paio anche per me, Dru. Ne avrò bisogno” disse uscendo silenziosamente dalla chiesa, prima della fine del rito. Era andata sulla tomba di Andrew, per riflettere su quello che doveva fare, e alla fine si diresse verso casa con un’espressione determinata in volto.
Era entrata in casa, buttando all’aria tutto nella sua ricerca di quella lettera e di quel numero di telefono, e alla fine, una volta in mano sua, afferrò il telefono e compose quel numero.
“Pronto?”
“Mi chiamo Elizabeth Summers.”
“Lieta di sentirla, miss Summers.”
L’uomo che rispose al telefono non si curò di presentarsi, ma le disse che stava disperando di non ricevere mai quella telefonata.
“Vorrei parlare con Lirem.”
“Mi dispiace, miss Summers, ma sua eccellenza non è qui al momento.”
“Allora…Daniel?”
“Comunicherò la sua richiesta. Si aspetti una telefonata entro le prossime ventiquattr’ore da parte mia. Le comunicherò luogo e data dell’incontro.”
“Bene. La ringrazio.”
“Sono io che ringrazio lei, miss Summers. A presto.”
Strana telefonata, pensò mentre metteva giù la cornetta.
Buffy si sorprese a fissare il telefono per più di una volta, aspettando quella fatidica telefonata. Avrebbe tanto voluto che Faith fosse lì con lei…quando finalmente il telefono si decise a suonare, Buffy era sotto la doccia. Appena sentito lo squillo, afferrò un asciugamano e ancora tutta piena di sapone dalla testa ai piedi si diresse verso il telefono, minacciando di scivolare ad ogni passo e di rompersi l’osso del collo.
“Sono qui!”
“La disturbo, Miss Summers?”
“Cosa? No, assolutamente…mi ero…mi ero assopita un momento.”
“Le comunico che il suo contatto verrà a New York domani, alla Statua della Libertà. Si presenti qualche minuto prima dell’orario di chiusura all’ultimo piano del monumento.”
“La ringrazio.”
“Le auguro molta fortuna, miss Summers.”
L’uomo misterioso riattaccò prima che Buffy potesse chiedere il nome di questo suo contatto. Sapeva solo che si chiamava Daniel…ad un tratto pensò al medico che l’aveva curata, e si mise a ridere al pensiero assurdo che potesse essere lui.
Dopo aver realizzato in parte quanto la sua vita potesse cambiare da quel momento in poi, fu presa dal panico. Non aveva la minima idea di cosa fare…beh, a parte tornare sotto la doccia perché stava gelando. Dopo essersi rivestita, fece un respiro profondo e cercò di fare le cose con ordine. Prenotò un posto sul primo volo del pomeriggio per New York (poteva essere anche l’occasione di svolta per la sua vita, ma tre orette di shopping da ‘Henry Bendel’ le voleva passare), poi passò in camera e passato in rassegna il guardaroba scelse cosa mettersi il giorno dopo per questo fatidico incontro. Poi fece per chiamare lo studio per comunicare loro la notizia, ma appena composto il numero mise giù il telefono. Al diavolo, se proprio doveva riemergere lo voleva fare da sola.
Arrivò alla statua della Libertà con almeno tre borse per braccio, e ogni volta che le riguardava si sentiva rimordere la coscienza. Aveva speso senza alcun ritegno, ma si era divertita un sacco! Ora che con lo studio andava bene, e aveva anche altri clienti che gli onorari li pagavano eccome, finalmente il suo conto in banca si era risollevato e lei non sentiva più la colonna sonora di “Profondo rosso” ogni volta che guardava l’estratto conto.
Aveva preso una stanza per una notte in un albergo del centro, e lì dopo la scarpinata per negozi era andata a cambiarsi d’abito, e a prepararsi spiritualmente per l’incontro con quel tale chiamato Daniel.
Fece come le era stato detto, e circa venti minuti prima dell’orario di chiusura salì sull’ascensore che l’avrebbe portata in cima al monumento. Era già praticamente deserto, e sentiva riecheggiare il leggero rumore dei suoi tacchi sul pavimento. Aveva il cuore che batteva a mille, mentre sentiva le ultime tre persone scendere a terra. Il prossimo rumore che avrebbe sentito provenire dall’ascensore, sarebbe stato il suo contatto. La sua mano tremava quando frugò nella borsetta alla ricerca di una compressa di valeriana, per calmarsi un po’. Stava per ingoiarla, quando sentì i fatidici rumori dietro di lei. Una porta che si apriva. Dei passi dietro di lei. Una mano sulla sua spalla.
“Ciao, Annie.”
Elizabeth si sentì come se fosse stata colpita da un fulmine, e si voltò a fissare il volto familiare di Daniel Hawthorne.
“Non è possibile…”
“A questo mondo non c’è niente di impossibile, e conoscendo Camille dovresti sapere che è la sua filosofia di vita.”
“Camille…come sta?”
“Ci siamo trasferiti a Londra dopo che te ne sei andata a Boston. Le manchi tanto.”
“Anche lei mi manca…dimmi una cosa. Tu l’hai sempre saputo chi ero, vero?”
“Mi dispiace averti mentito, Lizzie, ma non volevo sconvolgerti. Preferivamo che ricordassi da sola, e l’hai fatto.”
“Chi era Lagerback?”
“Era un ex Osservatore, che sovrintendeva alla zona degli Stati Uniti, america Centrale, e america del Sud. Faceva parte di una élite del vecchio Consiglio, che ora è diventata il nuovo Consiglio.”
“Anche tu ne fai parte?”
“Sì.”
“E volete che vi entri anch’io.”
“Esatto.”
“Forse non ti sei letto il mio fascicolo. Io e il Consiglio, da quanto ho letto io, non ci sopportiamo.”
“Le cose sono cambiate, credimi. Il Consiglio che hai conosciuto tu è morto, Lirem ha fatto in modo che morisse.”
“Inizia a spiegarmi chi è questo Lirem.”
“Lo vedrai da te. Ti vuole conoscere. E se sei d’accordo, ti voglio portare da lui subito.”
“Dove?”
“Scozia.”
“Domani.”
“Benissimo.”
“Ci troviamo all’aeroporto?”
“D’accordo, Daniel. Ma ti avviso che non ho deciso niente.”
“Lirem ti vuole solo conoscere, fidati. Se poi riuscirà a farti imbarcare in questa pazza vita…beh, staremo a vedere.”
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