ècate...qst e' il 3° capitolo cm l'ho scritto io, guardatelo bene, fa' tt le modifike ke vuoi e poi magari ripostalo sotto, ok? le frasi in inglese sn da 'fool for love' (pazzi d'amore), prima il dialogo cn cecily e poi quello cn Drusilla...e 'seeing red' (profondo rosso), qnd spike tenta d violentare buffy.
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Decisamente era una bella mattina per passeggiare. A novembre, in Inghilterra e, soprattutto, a Londra, era assai difficile che le giornate potessero essere cosi’ serene, con una piacevole brezza da nord a rinfrescare l’aria appesantita dall’umidita’ post-pioggia. C’era un sole bellissimo, che splendeva alto nel cielo azzurro intenso. Una luce abbacinante, senza nuvole a velarla. Tipidi raggi fendevano l’aria, creando ipnotiche spirali di luce dorata. Accarezzando lievi le case, le piante grondanti di fresca rugiada. Ed i passanti. Ce n’erano davvero tanti, considerato l’orario. Erano appena le sette e venti del mattino, e le stradine serpeggianti di Londra erano gia’ percorse da centinaia di piedi. Vecchi borgesi con l’orologio da tascino che produceva quel fastidioso ticchettio udibile a metri di distanza. Giovani donne con gli ombrellini spiegati anche nel sole, per riparare le loro pelli delicate dall’impietosa luce dorata. E ancora mendichi appostati ai crocicchi, con i loro laceri cappelli posati sui marciapiedi e le mani protese ad accogliere le poche offerte. Bambini che si rincorrevano nei vicoli, cadendo nelle pozzanghere non ancora asciugate dal sole. Massaie che s’avviavano di buon ora dal fornaio, per la prima forma di pane della giornata. Qualche vecchio ubriaco che tornava barcollando al buco dove viveva. E un giovane, un giovane borghese di buona famiglia, che passeggiava a braccetto con una vecchia signora, che doveva essere sua madre, e, accanto al ridente duo, una ragazza riccamente vestita. Anche troppo, per essere solo una passeggiata di piacere. Aveva una lunga veste di broccato rosso, orlata di pizzi bianchi sulle maniche e sul petto. Una collana di perle le brillava in gola e orecchini d’argento alle orecchie. Portava i capelli raccolti in una elegante crocchia, lasciando ricadere sul viso solo poche ciocche ricciute e nere. Non era molto truccata. Gli occhi enormi, azzurri, brillavano orgogliosamente, risaltando col loro colore scuro la bianca purezza del suo incarnato. Aveva labbra rosee, increspate in un sorriso piu’ o meno falso, volto al ragazzo che la guardava incantato. Si chiamava Cecily, la ragazza. Un nome che William Appleton aveva imparato sin dalla prima volta che l’aveva sentito, ripetendoselo mentalmente tutto il giorno, tutti i giorni. Come un mantra sacro, come un’invocazione alla sua musa ispiratrice. Per le sue poesie. Decine, centinaia. Tutte dedicate a lei. Le teneva in un cassetto, chiuse a chiave, perche’ nessuno le leggesse. Aspettava il momento buono per dargliele, tutte quelle poesie. Perche’ gliele avrebbe date, quelle poesie, prima o poi. Per farle capire quanto intensamente la pensasse, quanto disperatamente la volesse. Quella ragazza viziata ed orgogliosa. Che era tutto il suo mondo. Il centro del suo universo. L’universo di quel giovane borghese di venticinque anni, che pareva un putto sfuggito ad un dipinto seicentesco. Capelli biondi, ricci, che gli ricadevano ribelli sul viso. E quegli occhi azzurri. Dell’azzurro piu’ intenso e profondo che ci sia. Intelligenti, vispi, allegri. Romantici, quegli occhi, a modo loro. Gli occhiali da lettura appoggiati elegantemente sul naso, come usavano fare gli intellettuali dell’epoca. Quel modo di fare timido e pacato che contrastava con i tratti marcati del viso, gli zigomi alti, lo sguardo sottilmente affilato. Eppure un carattere terribilmente tranquillo. Terribilmente borghese. Forse perfino noioso. Passeggiavano, dicevamo, per le vie strette della capitale inglese. Lady Appleton e Cecily avanzavano fianco a fianco, scambiandosi succosi pettegolezzi su questo o quel riccone. E William? Lui ascoltava, sognante, registrando ogni parola pronunciata da Cecily, guardandola come se attorno a lui non vi fosse altro, sognandola come solo un venticinquenne potrebbe fare. rischiando piu’ volte di iinciampare, troppo preso da quell’ammirare gentile e pacato, che non pretendeva altro che il poter guardare. Non gli interessava veramente essere guardato da Cecily. Quel che voleva era guardarla. Osservare l’ondeggiare frusciante della sua gonna, mentre camminava. Guardarla coprirsi educatamente la bocca mentre rideva. Ammirare il luccichio dei suoi occhi mentre la lady Appleton menzionava gli ultimi acquisti di un certo conte, o di un certo baronetto. Non apriva quasi mai bocca, per paura che una sua parola potesse suonare volgare o sgarbata alle orecchie di Cecily. Per paura che una sua opinione potesse essere contraria a quella della sua musa. Per paura di contraddirla senza volerlo. Annuiva, questo si’. A volte abbozzava un tenero sorriso. Parlava solo se era Cecily a volerlo esplicitamente. Ed anche in quel caso pesava accuratamente ogni parola.
“Milady, ho sentito dire che la prossima settimana organizzerete un ballo in maschera nella vostra tenuta...”
William camminava come un’automa, mettendo meccanicamente un piede dietro l’altro. I suoi occhi non seguivano i suoi movimenti, ma quelli di Cecily. Anche quando sua madre rispose, il suo sguardo si mantenne fisso sulla maliziosa figura della ragazza, che non incrociava il suo sguardo nemmeno per sbaglio.
“Oh, si’, Cecily...che sbadata, me ne ero quasi dimenticata! Gli anni passano anche per me...ho organizzato un ballo in maschera in onore di un mio lontano parente che viene a farci visita. Un uomo rcco e agiato, che non sarebbe male farsi amico...naturalmente, la vostra presenza sarebbe piu’ che gradita. Non e’ vero, William?”
Il ragazzo sobbalzo’, riportato bruscamente alla realta’ dalle parole della madre.
“Come avete detto, madre?”
“Dicevo che naturalmente la presenza di lady Cecily al ballo del quattordici novembre sarebbe piu’ che gradita, non e’ vero?”
William guardo’ Cecily, accorgendosi che anche lei lo fissava. Divertita. Come se lo trovasse ridicolo. Il che era esattamente cio’ che la ragazza pensava di William. Un ragazzotto carino ma ridicolo. William degludi’, ignorando completamente cio’ che la ragazza pensasse di lui.
“N-Naturalmente...”
Cecily sorrise, un sorriso che fece sciogliere William come neve al sole. Quel sole che in quel momento non c’era, offuscato dagli enormi palazzi che contornavano quella piccola stradina della periferia di Londra. Passarono accanto ad una vecchia bettola, procedendo in direzione nord, diretti a casa di un ricco borghese, nei pressi di Time Square, che li aveva invitati a prendere un te’ e discutere di affari. William odiava il te’, odiava gli affari, e soprattutto odiava ser James Giles. Avrebbe volentieri declinato l’offerta, se sua madre non gli avesse puntualizzato che al te’ era stata invitata anche Lady Cecily, una lontana parante dell’uomo. E William non aveva piu’ potuto, ne’ voluto, declinare l’invito. Ed ora, Cecily gli aveva sorriso. E a lui pareva di camminare un metro sopra la strada...
Buffy spostava sconcertata lo sguardo da un punto fuori la bettola a Spike, in un andirivieni irritante di occhi verdi. Sbatteva freneticamente le ciglia, come colta improvvisamente da una luce abbagliante. Ma non c’era il sole, fuori. Solo le ombre degli enormi palazzi ai lati della strada. E, al centro di questa, tre persone. Buffy riconobbe due componenti di quel ridente terzetto. Dio...era pazzesco. Solo quello. Pazzesco. Sottobraccio della donna piu’ anziana, stava un ragazzo dai folti capelli biondo scuro. Lenti trasparenti coprivano un paio di splendidi, raggianti occhi azzurri. Era abbigliato con un semplice completo grigio, pantalone e una giacca, sotto la quale spuntava il colletto bianco di una camicia immacolata. Le scarpe lucide, nere e scricchiolanti. Procedeva quasi barcollando, preso com’era dal contemplare la seconda donna. Una donna che Buffy riconobbe all’istante. Chiedendosi cosa ci facesse nel milleottocentottanta, vestita come una viziata damina di porcellana. Con i suoi enormi occhi azzurri e il visetto tondeggiante, dall’espressione altera. Che procedeva accanto alla donna piu’ anziana e non degnava di uno sguardo l’uomo che doveva per forza essere William. La versione gentile e pacata di Spike. Erano cosi’ diversi. Eppure la stessa persona. Bastava osservare quel volto. Quello non sarebbe cambiato mai. Nemmeno in mille anni. L’espressione, quella si’, era diversa. Ma quei lineamenti li avrebbe riconosciuti tra mille. Gli zigomi alti, le labbra sottili, quegli occhi. Unici. Azzurri. Ma cosi’ diversi da quelli di quella donna, che pure erano celesti. Trasparenti. Luccicanti. Unici. Tremendamente unici. Anche Spike guardava fuori. Anche Spike osservava il trio che avanzava ridendo per la stradina. Osservava se’ stesso fissare quella donna con devozione assoluta. Buffy riconobbe quello sguardo. Quello sguardo di assoluta tenerezza, quello sguardo timido, intimorito. Quello sguardo traboccante d’amore. Perche’ era lo stesso sguardo che riservava a lei, in certi momenti. Quando lei era troppo stanca per schernirlo. Pensare che aveva riservato quello sguardo per un’altra donna le provoco’ un’acuta fitta di gelosia. Una gelosia quasi rabbiosa. Si ritrovo’ a stringere i pugni. Cosi’, senza un motivo. Solo per quello sguardo di assoluta perdizione di cui credeva di essere l’unica ispiratrice. Stupida egoista, che sono...guardo’ ancora quella ragazza. Si’, era proprio lei. Non si era sbagliata. Continuo’ a girare gli occhi da Spike alla strada, anche quano William e le due donne sparirono dalla sua vista. Il vampiro biondo le sorrise. Un sorriso amaro. Triste e malinconico. Ma forse era solo un impressione, perche’ le sue parole non corrispondevano esattamente a quei sentimenti.
“Smettila. Ti farai venire il torcicollo...”
E lei smise. Accorgendosi che effettivamente il collo cominciava a dolerle. Corse verso Spike, ancora appoggiato al bancone. Apriva e chiudeva la bocca, senza emettere suono. Shoccata.
“Quello...quello eri...?”
Spike sospiro’. Avrebbe voluto evitare un incontro del genere. Ma dopotutto erano a Londra. Era inevitabile. Sperava solo non avvenisse cosi’ presto. Tamburello’ con le dita sul bancone unto.
“Si’...Ser William Appleton in persona...”
Buffy avverti’ un leggero sarcasmo nelle sue parole. Sapeva che odiava William. Ma penso’ che forse, piu’ che odiarlo, gli mancava. Gli mancava la sua vita. Ed ora che aveva l’anima, rivederlo doveva essergli sembrata un’amara coincidenza. Era un pensiero stupido, forse. Ma quell’odio che leggeva nelle parole di Spike le sembrava come intriso di malinconia. Abbandono’ per un attimo quei pensieri.
“E...Halfrek...?”
Spike abbozzo’ un sorriso piu’ amaro degli altri.
“Indovina...sono certo che c’arriverai...”
Buffy non ci mise che un istante, a capire...oddio, oddio, oddio...
“No!”
“Oh, si’...”
“Cecily?? Halfrek?? Halfrek era la tua musa ispiratrice?? Quella altezzosa rana dagli occhi a palla??”
Spike abbasso’ lo sguardo, mentre un lampo di furia gli passava sugli occhi. Buffy si chiese se non avesse esagerato.
“Hey, vacci piano! L’amavo...”
“Beh, si vedeva! Sembravi un’automa!”
Le parole suonarono piu’ stizzite di quanto realmente avesse voluto. Colorite da quella strana gelosia. Gelosa del passato di Spike? No...
“Ero...ero...ero un idiota, va bene? E’ questo che volevi sentir dire? Bene, eccoti accontentata, cacciatrice. Ero. Un. Idiota. Uno stupido, illuso idiota che scriveva stupide, illusionistiche poesia dedicate ad una donna che non le avrebbe mai lette, ne’ mai le avrebbe apprezzate, ecco cos’ero! Ecco cos’era William.”
Buffy fu colpita dal tono amaro con cui Spike aveva pronunciato quelle parole. Con rabbia, e tristezza. E rassegnazione. Aveva detto di essere stato un idiota. Ma lei non la pensava esattamente cosi’.
“Perche’ dici questo? Non e’ una cosa stupida, scrivere poesie ad una donna...e’ una cosa molto...dolce. Molto romantica. E, beh, non saranno capolavori della poesia mondiale, ma e’ pur sempre espressione. Era quello che sentivi...quello che sentivi dentro. Non e’ una cosa stupida...almeno, io la penso cosi’...”
Lo disse tutto d’un fiato, prima che il coraggio o la pazzia del momento scomparissero. Accorgendosi che stava man mano arrossendo. Spike alzo’ lo sguardo su di lei. Un tenerezza infinita, dentro quegli occhi blu. Le sorrise, cercando i suoi occhi.
“Grazie.”
Buffy sorrise. Leggermente. Un leggero, quasi impercettibile incresparsi di labbra. Lo guardo’, solo per un istante. in quel momento, l’uomo grasso usci’ dallo stanzino, reggendo in una mano una grossa chiave d’ottone, cosparsa di macchie di ruggine ed un leggero strato di muffa. Buffy fece una smorfietta di disgusto, mentre Spike allungava una mano e prendeva quella chiave con una noncuranza che la fece rabbrividire.
“Secondo piano. Prima stanza a destra.”
“Grazie. Andiamo?”
Buffy lancio’ un ultimo sguardo alla stanza. Poi, reggendo in una mano una busta di cartone contenente i suoi vecchi abiti, segui’ Spike, salendo due rampe di scale rese scivolose dall’acqua che era entrata dalle finestre aperte.
Una settimana in questo posto, da sola, con Spike...bene, impazziro’...
Eccola, secondo piano, prima stanza a destra. Almeno c’era la porta. Spike l’apri’, lasciando che lei passasse per prima, in un’imitazione perfetta del gentiluomo che era stato. L’interno della stanza era migliore di quanto s’aspettasse. Al centro c’era un letto matrimoniale, ampio e apparentemente comodo. Coperte beige, piu’ alcuni ricambi sistemati in un angolo, in una cesta. Un’ampia finestra chiusa da persiane di legno, che non lasciavano filtrare la luce, lasciando la stanza in una romantica penombra. Addossata ad una parete, una scrivania di legno scuro, leggermente impolverata. Sopra era appoggiato un calamaio e diversi fogli ingialliti. La sedia era sempre di legno, piu’ chiaro di quello della scrivania. Un armadio dello stesso legno della scrivania se ne stava solitario accanto alla porta, con le ante richiuse ed un velo di polvere sopra che sembrava rifulgere nella debolissima luce della stanza. Sarebbe stata perfetta, per una coppia in viaggio. Ma per loro...
“Dovremmo dormire un po’, passerotto...usciremo stasera, magari...”
Buffy annui’ distrattamente, colta all’improvviso da un’acuto sonno. Le sembrava di non dormire da secoli. Aveva le palpebre pesanti e la mente annebbiata.
“Si’...il mio avvertimento di poco fa e’ sempre valido...stammi lontano...”
Spike richiuse la porta dietro di se’. Buffy rabbrividi’, senza curarsi del perche’. Forse aveva solo freddo. L’aria umida di Londra era assai diversa dal clima afoso che era abituata a sopportare in California. Batte’ sul letto, lasciando che la polvere si alzasse attorno a lei. Soddisfatta, sguscio’ sotto la leggera coperta di cotone, poggiando la testa su un morbido guanciale di piume. Aveva la piazza che dava sulla finestra. Spike la osservo’ per qualche minuto. Contemplandola. Ripenso’ per un attimo a Cecily. Poi a Drusilla. Al vero motivo per cui erano li’...non per chiarirsi, certo...era stanco. Troppo stanco per pensare. Scivolo’ sotto le coperte, costringendosi ad ignorare la calda presenza che gli dormiva accanto. Quasi senza accorgersene, si addormento’, cullato dal dolce battito del cuore di Buffy...
“Dovremmo trovargli un compagno...”
“Di chi parli?”
Coperte lacere. Tende lacere. Vestiti laceri lanciati in un angolo della stanza. Letto sfatto. Due corpi nudi che continuano a graffiarsi. Due gole che continuano ad emettere ringhi gutturali. Una donna bionda, dagli occhi come laghi ghiacciati. Ed un uomo bruno, dagli occhi duri e neri come pietre. Ondeggiano leggermente, come canne nel vento, ansimando. Sarebbe una melodia dolce. Forse lo e’ per loro. Ma e’ realmente qualcosa di freddo e meccanico. Uno sfogo di istinti repressi. Aggressivita’ occultata. Li’, tra quei ringhi e quelle unghie. E qualche parola. Dovremmo trovargli un compagno...ma di chi parli?
“Di Drusilla...”
Angelus fisso’ i suoi occhi neri in quelli blu di Darla. Segui’ i suoi movimenti, quel lento ondeggiare. Strusciarsi sensualmente, come solo lei sapeva fare. Gettando la testa all’indietro, in modo da scoprire il collo pallido. E quel morso. Del Maestro. Quel marchio che sfoggiava con altero orgoglio. Gemette, Darla, riportando la testa lentamente in avanti, fino a sfiorarsi il petto col mento. Angelus carezzo’ lievemente una cicatrice rosea che la donna aveva appena sopra il seno. Da li’, aveva bevuto, quella notte, a Gallway. Da li’ era cominciato tutto. A quel taglio doveva cio’ che era. Sorrise, Angelus. Un sorriso furbo e cattivo.
“Ce l’ha gia’, un compagno...”
Darla si chino’, sorridendo. Il suo sorriso aveva un che di indecifrabile, che il vampiro bruno trovava terribilmente eccitante. Con uno scatto, la vampira bionda artiglio’ Angelus, graffiandogli la nuca. Il vampiro gemette. Darla si chiese se fosse per piacere o dolore. Gli mordicchio’ sensualmente un lobo, sussurrando appena. Ringhiando, appena.
“Ed io potrei diventarne gelosa...tu sei solo mio, Angelus...solo mio...”
Sangue caldo macchio’ le coperte sotto il collo di Angelus. Darla lo vide, e si chino’ per assaggiarlo. Aveva un sapore amaro. Sapeva di morte, il sangue del suo childe. Le piaceva. Dio, se le piaceva...senti’ le zanne del vampiro che le sfioravano le guance. Poi il collo. Infine il petto. Risalendo nuovamente, senza mordere, senza graffiare. Solo sfiorandole la pelle con i denti.
“Ci sarebbe il ballo...tra solo una settimana...sarebbe un ottimo scenario...per una strage...qualcosa per Drusilla saltera’ fuori...”
Darla annui’ distrattamente, continuando a leccare il sangue dalle coperte. Fu interrotta dallo scatto di Angelus. La afferro’ per la vita, portandola sotto di se’. Darla sogghigno’. Sapeva quanto gli piacesse dominare. Non quanto piaceva a lei fingere di essere dominata. Gemette, mentre le mani avide di Angelus le percorrevano con maestria il corpo. Gli artiglio’ la schiena, lasciando che le unghie si conficcassero nella pelle del vampiro. Un ringhio basso usci’ frusciando fra i denti di Angelus. Ringhio’ anche Darla, stringendosi di piu’ al suo childe, ondeggiando con la stessa studiata lentezza. Nuovamente, avvicino’ le labbra schiuse all’orecchio di Angelus.
“Mi sembra un ottima idea...Drusilla ne sara’ entusiasta...”
Mai quanto lo saro’ io nel levarmela di torno, penso’ trionfante la vampira bionda, continuando ad ondeggiare contro Angelus. Lui non le negava niente...non le avrebbe mai negato niente...non a lei...non a Darla. Non alla figlia del Maestro. Non alla sua puttana. Non a Darla. Non le avrebbe mai negato niente. Penso’ ancora al ballo. Immagino’ mentalmente la strage che lei e Angelus avrebbero portato a termine senza problemi. Immagino’ l’odore del sangue. E il suo sapore sulle labbra, nella gola, eccitandosi. Smise di pensare, concentrandosi solo sul suo vampiro...solo suo...
<Cecily...>
<Oh. Leave me alone...>
Spike dormiva. Se cosi’ si puo’ dire. Se sonno puo’ essere chiamato quel continuo rigirarsi tra lenzuola beige, voltando la testa da una parte all’altra, violentemente, come a voler scacciare dei brutti pensieri. Voleva farlo, Spike. Scacciare quei sogni che quella notte avevano deciso di venire a fargli visita. Ma come si puo’ scacciare un sogno. Come si puo’ non fissarlo inottizati, quei lunghi e tristi filamenti di sogni, arazzi dipinti, dai fili finemente intrecciati. Ragnatele di ricordi capricciosi nel quale sei incastrato. Peccato che ai ricordi non si possa sfuggire. Sono un mare apparentemente piatto, i ricordi. Lo guardi, e ti sembra che vada tutto bene. Decidi magari di farti un bagno, immergerti nei ricordi, cercando quelli belli. Scansando i brutti ricordi. Ma non si puo’. Siamo come reti da pesca. Ci caliamo in quel mare, e tornando su non sappiamo cosa abbiamo pescato. Spike aveva trovato brutti ricordi, sul fondo della sua rete. Che gli erano balzati addosso come viscide anguille. Gli si torcevano attorno alla gola, soffocandolo. Se solo l’avesse lasciata sola, quella notte.
<Oh, they’re vulgarians...they’re not like you and I...>
<You and I?...I’m going to ask you a very personal question, and I demand an honest answer...do you understand?>
Capiva...anche se la maggior parte delle sue attivita’ celebrali si erano fermate nel momento in cui i suoi occhi, gli occhi di Cecily, avevano incontrato i suoi. Con una freddezza che il suo sguardo tremendamente innamorato non aveva potuto comprendere. Era un idiota...un idiota innamorato...ma non di Cecily...e questo l’aveva capito subito, senza voler credervi. Lui, William Appleton, era innamorato dell’idea di amare. Innamorato dell’amore come l’aveva letto, descritto in centinaia di poesie, in decine di libri...il genere di amore fantastico...ma lui era solo un sognatore...
<Your poetry, it’s...they’re...not written about me, are they?>
<They’re about how I feel...>
Inondazioni di sentimenti, nella sua testa...la stupida speranza che...che lei volesse sentirsi dire che erano versi scritti per lei...la stupida speranza che potesse apprezzarli, quei versi, scritti da lui, da lui che moriva d’amore per lei. Tremando come una foglia al vento, in quel salottino illuminato dalla flebile luce delle lampade. Seduto sul divanetto a parlare con lei. Con Cecily. Che lo guardava con una strana speranza negli occhi. E lui volle illudersi che sperasse che quei versi fossero per lei...
<Yes, but...are they about me?>
<Every syllable...>
Ogni dannata sillaba...neanche s’accorgeva di sussurrare ogni parola nel sonno, Spike. Nemmeno Buffy sembrava farci caso...magari anche lei stava sognando. E non s’accorgeva di Spike, del suo rigirarsi inquieto, mentre fantasmi dal passato l’avvolgevano...
<Oh God!>
<I know...it’s sudden and...please, if they’re no good, they’re only words but...the feeling behind them...I love you, Cecily...>
Se si fosse morso la lingua, in quell’istante, invece di dirlo...invece di ammettere di amarla...invece di confessarla che ogni suo verso era per lei...quante sofferenze si sarebbe risparmiato...se le avesse detto che no, non erano per lei, allora forse si’, avrebbe recuperato qualche punto...e forse lei gli avrebbe sorriso di nuovo come una settimana prima...
<I Know I’m a bad poet, but I’m a good man and all I ask is that...that you try to see me...>
<I do see you...that’s the problem...you’re nothing to me, William...you’re beneth me...>
Se una parola, o una frase, bastassero ad uccidere una persona...beh, William in quel momento sarebbe morto di certo. Folgorato dalle parole lapidarie di Cecily. Sconforto totale, aveva provato. Lacrime amare avevano cominciato a rigargli le guance, senza che lui potesse fare nulla per fermarle...ed era stato allora che era uscito, lasciando il ballo, lasciando sua madre che l’aspettava, lasciando Cecily ed il suo disprezzo. Incurante dei pericoli che una citta’ bella come Londra nasconde, dietro ogni angolo, nascosti nell’ombra. Era arrivato ad una stalla. Aveva pianto strappando rabbioso la sua poesia. E poi un’ombra silenziosa era sbucata fuori dal nulla. Come fosse un tutt’uno con le tenebre che la circondavano.
<I wonder...what possibile catastrophe came crashing down from heaven, and brought this dashing stranger...to tears?>
<Nothing...I wish to be alone...>
L’aveva guardata. Avvolta in un cappotto rosso e oro, con i riccioli neri che le ricadevano eleganti sulle spalle. Quell’espressione di dolce compatimento che l’aveva fatto quasi infuriare, in un primo momento. Non voleva la sua pieta’. L’aveva guardata negli occhi. Quegli occhi...non se li sarebbe mai dimenticati. Non erano occhi umani. Languidi occhi che lanciavano lucenti spirali violette. Gli avevano toccato l’anima...
<Oh, I see you. A man surrounded by fools, who cannot see his strength, his vision, his glory...>
Sembrava gli leggesse dentro, quella strana ombra notturna. Sembrava un angelo piovuto dal cielo per consolarlo. E lui aveva troppo bisogno di essere consolato. E quelle parole. Lo facevano sentire capito. C’era qualcuno che riusciva a capirlo, al mondo. Qualcuno che non fosse sua madre, ad apprezzarlo, pur senza conoscerlo. Si era avvicinata, quella strana donna, e lui aveva pensato per un attimo che volesse derubarlo...
<I don’t need a purse...your wealth lies here...and here...in the spirit, and imagination...you walks in worlds the others can’t begin to imagine...>
Spike si giro’ ancora, nel letto. Senza potersi nemmeno svegliare. C’era qualcosa, che lo teneva ancorato a quei sogni di ombrosi ricordi. Cosi’ nitidi...gli sembrava di star rivivendo tutto. Senti’ di nuovo quella sensazione di complicita’. Avverti’ la sensazione di completezza che gli regalava quella donna che nemmeno conosceva. Senti’ di voler essere con lei...come lei...
<I see what you want...something glowing and glistening...something...effulgent...>
Rifulgente...si’, era cosi’ semplice, cio’ che voleva...qualcosa di rifulgente. Che nessuno poteva dargli...che Cecily si era rifiutata di dargli...che questa ombra irreale, quast’ombra veggente, gli stava offrendo, con quella voce ipnotica, come un canto lontano...e senti’ nuovamente, anche nel sonno, che si’, lo voleva...oh, Dio, si’...
<Do you want it?>
Si sveglio’ di colpo. Gli occhi spalancati. Un grido che premeva per uscire dalla sua gola serrata. Lo soffoco’, facendo appello a tutte le sue forze. Guardando Buffy. Non voleva svegliarla, quell’angelo addormentato accanto a lui. Non voleva. Si prese la testa tra le mani, soffocando a stento i gemiti ed i singhiozzi. Tremava tutto, nonostante non avesse freddo. Scosse la testa, desiderando scacciare quei pensieri che non poteva sopportare. Lo aiuto’, inconsciamente, Buffy. La senti’ gemere. Quasi un singhiozzo. Si volto’ scosso verso di lei. Dormiva. Sognava. E doveva essere un incubo...
<We need to talk...>
<I really don’t.>
Buffy gemette. Sposto’ la testa di lato, mentre un’espressione tristemente contrariata le si disegnava in volto. Dormiva. E non poteva evitare ai sogni di entrare nella sua testa. No. Non quello...ti prego, no...invece era di nuovo li’. Nel buio del sonno vide profilarsi la sua immagine, in accappatoio. Vide Spike, davanti a lei. Un’espressione mortificata in viso. Si vide guardarlo con due occhi infuocati, e dirgli che non avevano nessun bisogno di parlare. No, non ne avevano. Oh, se solo avesse deciso che c’era qualcosa di cui parlare...
<I’m sorry...not that it matters now. But I needed you to know that...>
No, non aveva nessuna importanza. Non le interessavano le sue scuse...e poi, perche’ avrebbe dovuto scusarsi? Non c’era niente tra loro, giusto? Giusto? Pero’ lei c’era stata male lo stesso. Si era sentita ferita. Tradita. Frustrata. E adesso le sue scuse non servivano piu’ a niente.
<Why?>
<Becouse I care about you...>
Glielo aveva chiesto, il perche’. Nonostante le sue scuse non le interessassero. Glielo aveva chiesto. Forse perche’ ne aveva bisogno. Di sapere il perche’. Anche se lo sapeva gia’, maledetta ragazza. Si giro’ di nuovo, inquieta, nel letto che stava dividendo con Spike. Ma in quel momento non le interessava. Non c’era Spike, non c’era Buffy. Non c’era il letto, ne’ la bettola, ne’ Londra...solo quelle immagini cosi’ vere che scorrevano davanti ai suoi occhi. C’era il suo bagno, a Sunnydale. C’era lei, in accappatoio. E Spike. E lei gli stava chiedendo se avesse deciso di cercare di non andare a letto con i suoi amici...
<Thay’s not...I didn’t go to Anya for that...I was looking for a spell...>
Un incantesimo...stava cercando un incantesimo. Per lei. Non poteva essere altrimenti. Era arrivato al punto da accontentarsi di averla grazie ad un incantesimo. E si ritrovo’, Buffy, in quel bagno, a Sunnydale, a pensare che questo avrebbe semplificato tutto. Un incantesimo...e non avrebbe piu’ dovuto vergognarsi di stare con lui. Perche’ in fondo lo voleva. Dio, quanto lo voleva. Era qualcosa di irrazionale, di completamente fuori dagli schemi. E per questo non poteva fare a meno di volerlo. Volere che facesse un incantesimo su di lei.
<You were going to use a spell on me?>
<It wasn’t for you. I wanted something...anything to make this feeling stop. I just wanted it to stop. You should have let him kill me...>
Era rimasta interdetta per un attimo, in quel bagno, con Spike che la fissava quasi rabbioso. Sorpresa dalle sue parole. Non era per lei, l’incantesimo. Era per lui. Perche’ voleva smettere di amarla...o di provare qualunque cosa provasse per lei. Per accontentarla. O per smettere di soffrire. O per entrambe le cose. Non ne poteva piu’. tanto da desiderare di morire. Tanto da dirle che avrebbe dovuto lasciare che Xander lo uccidesse.
<I couldn’t...>
<Why?>
Si volto’ ancora. Voleva svegliarsi. Ma gli occhi non le si aprivano. Non voleva...rivivere tutto quello che era stato...non voleva, ora che le sembrava di aver archiviato la faccenda. Non ora. Per favore...ma le immagini continuavano a scorrerle nella testa. Gli occhi restavano chiusi. E la sua risposta le arrivo’ chiara alle orecchie, e tutte le parole dopo, forti come non avrebbe voluto risentirle...
<You Know Why...>
<Because you love me!>
Come la faceva facile, Spike. No, non l’amava. Cioe’, non completamente. Non nel modo in cui lui amava lei, ‘e’ cosi’ e basta’. Non era pronta a trovare quel ‘basta’. Ma questo non voleva dire che non provasse qualcosa per lui. Qualcosa di diverso dall’amore. Qualcosa di unico, come lui era unico. Qualcosa di unicamente Spike. Ma era cosi’ difficile da spiegare, che non ci aveva nemmeno provato. Gli aveva detto che non l’amava. Che l’amore come lo intendeva lui non poteva mai durare. E lui le si era avvicinato, con quella dondolante camminata che aveva quel non so che di sensuale. Quella volta, le era sembrava minacciosa...
<I know you feel like I do...you don’t have to hide it anymore...>
<Spike...>
Le si era avvicinato. Le si era avvicinato troppo. Non voleva. Non quella sera, non dopo quello che era successo, non cosi’...aveva pensato che non avrebbe potuto farle del male. In effetti era cosi’...ma Spike aveva una visione alquanto distorta di cio’ che e’ bene, e di cio’ che non lo e’...
<I konw you felt it...when I was inside you...>
<Don’t...>
Per favore no...basta...scosse la testa, forte, rigirandosi inquieta in quel letto che le sembrava all’improvviso infinito. Non riusciva a fermarsi. Come non riusciva a fermare quelle lacrime. Sentiva una parte di se’ avvertire quella presenza umida sulle sue guance. Ma restava ancorata a quel mondo fatto di ricordi...ricordi che avrebbe voluto lasciare in un angolino della sua mente...e che invece venivano fuori prepotentemente, ogni notte...no...
<You’re going to let me inside you...>
<Please...>
Per favore...glielo aveva chiesto, quell giorno, e glielo chiedeva tutte le notti, di nuovo e di nuovo, nella speranza di vedere quella fragile preghiera avverarsi...nella speranza di non sentire le sue mani sotto la sua vestaglia, cercando di strappargliela via...ti prego, ti prego ti prego...
“Ti prego...Spike, per favore...”
Non sapeva, non immaginava nemmeno, di averlo sussurrato. La sua mente era ancora persa in quel sogno. Vivido come una terribile realta’...
<I’ll make you felt it...>
<STOP!>
“Fermati!”
Respiro’ affannosamente, sia nel sogno che in quel letto, in inghilterra, nel milleottocentottanta. Sentiva il petto gonfiarsi e svuotarsi al ritmo del suo respiro. Sentiva l’aria scivolarle via attraverso le labbra strette. Sapeva di stare tremando convulsamente. Continuo’ a rigirarsi, scuotendo freneticamente la testa. Ora quelle scene le sbattevano sulla testa come pugni in faccia.
<Ask me again why I could never love you...>
<Oh God...Buffy...I didn’t...>
Non voleva...non voleva...quante cose non avrebbe voluto fare, Spike? Oh...ma perche’? avrebbe voluto credergli. Ma era cosi’ arrabbiata. Cosi’ amareggiata. Cosi’ frustrata, che non ce la fece. Non pote’, semplicemente, credergli. E gli sbatte’ in faccia quelle parole. Gli sembrava di vomitare sangue. E dolore...tanto...
<Because I stopped you! Something I should have done a long time ago...>
Si sveglio’ di soprassalto. Le guance rigate di lacrime. Le mani che le facevano male per quanto aveva stretto le coperte. Il collo che le doleva per quanto lo aveva scosso. Si prese la testa tra le mani, piangendo.
“Basta...ti prego...basta...perche’ non ci riesco?”
D’un tratto, senti’ uno sguardo fisso su di se’. Girandosi, incrocio’ lo sguardo di Spike. Brillavano di lacrime, quegli occhi. Faceva uno sforzo immane per tenerle indietro. Mi ha sentita, fu il primo pensiero di Buffy. Si fissarono per qualche secondo. Poi, Spike si passo’ una mano fra i capelli, senza avere il coraggio di incrociare il suo sguardo.
“Forse abbiamo qualcosa di cui parlare...qualcosa che dobbiamo chiarire...”
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