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  • Un Nuovo Caso...(capitolo I)
    • (no login)
      Posted Aug 22, 2004 5:38 PM

      Riassunto: siamo all'inizio della settima serie. I protagonisti sn Buffy e Spike, con l'aggiunta d un'altra coppia: Lincoln Rhyme e Amelia Sachs, protagonisti d innumerevoli romanzi thriller d Jeffrey Deaver. Cosa viene fuori se la polizia vuole indagare sugli strani omicidi di Sunnydale?

      _________________________________________________________

      Due buchi…sul collo. Piccoli piccoli. Troppo piccoli per un coltello, troppo grandi per uno spillo. Il detective della polizia di New York, Lon Sellitto, uomo corpulento in divisa ormai da una vita, osservava corrugando la fonte spaziosa il cadavere di un giovane ragazzo di Sunnydale. Si era trovato per caso in quella piccola cittadina tetra, a causa del divorzio con la moglie troppo stanca per le sue continue e ripetute assenze, e si era visto attratto dagli strani omicidi che infestavano la citta’…beh, che l’avevano sempre infestata. Almeno a voler dar retta alla incompetente polizia locale. Eccoli la’ i suoi piccoli misteri. Due buchi. Sul collo. E un ragazzo completamente dissanguato. In quel corpo morto, bianco e freddo, non c’era piu’ nemmeno una goccia di sangue. Eppure, nel luogo dove il cadavere era stato rinvenuto, non c’era traccia del sangue del ragazzo. Un vicolo buio, dietro ad un locale molto frequentato. Il “Bronze”, gli sembrava si chiamasse. Ragazzo dissanguato, vicolo immacolato. Niente sangue, ne’ li’, ne’ nelle vicinanze. Dove era finito? Come aveva fatto a defluire da quei minuscoli buchi slabbrati e sanguinolenti che il ragazzo aveva sul collo? Non poteva essere sparito! Eppure non c’era!
      Ecco un caso che stuzzicherebbe la curiosita’ di Rhyme…
      Il detective penso’ al suo illustre collega. E decise che questo era un caso per lui. C’era troppo lavoro di mente. Lui preferiva il lavoro pratico. Inseguire, sparare, catturare, mandare i residui della societa’ in gattabuia. Questo era il lavoro per lui. Catalogare, studiare, giocare agli indovinelli con assassini e criminali, cercare di entrare nelle loro menti contorte, no. Questo lo lasciava fare a Lincoln Rhyme. Parlo’ con il capo della polizia locale, un armadio che ne sapeva di criminologia quanto di botanica (cioe’ proprio niente!), e lo persuase ad affidare il caso alla pluripremiata polizia di new York. Gongolante per le sue ormai note doti di persuasore, torno’ alla grande mela. Diretto fino a Central Park ovest, fino alla comoda, lussuosa abitazione del criminologo Lincoln Rhyme. Busso’ alla porta con la solita foga, contando i secondi che Tom impiegava per aprirgli. Dopo pochi istanti, un ragazzetto dai capelli scuri e impomatati e un simpatico sorriso sulle labbra accorse ad aprire. Ecco Tom Green. Tutore, aiutante, badante o come diavolo lo si volesse chiamare, di mister Rhyme. Un breve saluto informale e poi di corsa su per le scale, mentre la solita, potente voce da tenore di Rhyme li accoglieva, cordiale come sempre.
      “Tom! Tom!”
      Il ragazzo entro’ per primo nella grande sala. Il criminologo se ne stava disteso sul suo letto a comandi a fiato da piu’ di mille dollari, osservando Tom circospetto. Lincoln Rhyme, quadriplegico da cinque lunghi anni, con uniche eccezioni per l’anulare della mano sinistra, due spalle e il collo. E il suo decantato cervello. Era stato capo detective per anni, poi l’incidente: una trave di quercia caduta mentre esaminava la scena di un delitto. Caduta proprio sulla sua spina dorsale. Che aveva smesso di sorreggerlo. Non poteva piu’ camminare sulle scene dei delitti, ma solo in teoria. Lui continuava a lavorare. Con l’unica cosa che la trave aveva risparmiato: il suo cervello. E, ora che non poteva impegnare il corpo in nessuna attivita’, aveva imparato a sfruttare al massimo la sua intelligenza. Quadriplegico, si’, ma ugualmente criminologo di successo. Con lo stesso carattere. Lo stesso brutto carattere.
      “E’ Lon, Rhyme…”
      “Oh, non ora! Sto esaminando queste maledette foto!”
      L’aiutante sospiro’. Ormai erano anni che lavorava da Rhyme. Era abituato al suo caratteraccio. Era stato licenziato piu’ volte, si era licenziato tante volte da averne perso il conto. Pero’ era sempre tornato. Dopotutto Lincoln era un buon capo.
      “Sta salendo, che dovrei dirgli??”
      “Digli che sono andato a correre!”
      Il pesante detective Lon Sellitto fece il suo ingresso nella stanza, sorridendo.
      “Anche oggi di buon umore, giusto Linc?”
      “Ciao Lon. Sono di ottimo umore! O meglio, lo sarei se ci fosse un po’ di lavoro! Sono stufo di stare qui senza far niente! Sembra che tutti i pazzi maniaci di New York siano andati in pensione!”
      Tom fece un sorriso ironico, bisbigliando al corpulento poliziotto: “Tutti tranne lui…!”
      Lon sorrise, poi torno’ a rivolgersi al criminologo, che aveva spento vocalmente il computer di fronte a lui.
      “Allora, Lon, a cosa devo la tua visita? Se e’ solo per chiedere come sto, allora ti consiglio di prendere il tuo rispettabile posteriore e portarlo immediatamente fuori da casa mia!”
      Il detective non bado’ alle parole di Rhyme. Poso’ sul proiettore una cartellina contenente documenti e foto. Gli occhi di Rhyme si illuminarono solo nel vedere l’ocra spento della certellina.
      “Omicidio”
      “Lavoro! Tom! Dove sei, maledizione?”
      Il ragazzo sbuco’ dalla cucina, ancora la mano infilata nel guantone di stoffa.
      “Cosa comanda, Buana?”
      Gli occhi dei due poliziotti si posarono incuriositi su Tom. Nessuno dei due aveva capito l’ultima parola. Tom arrossi’.
      “Significa ‘Capo’…che devo fare?”
      Sellitto indico’ il proiettore e Tom accorse. Sfilo’ le foto e i documenti. Poso’ la prima diapositiva sulla macchinetta che proietto’ l’immagine sul computer davanti a Rhyme. Il criminologo la osservo’ attentamente. Immortalava con grossolana precisione il collo bianco di un ragazzo. Molto giovane, penso’ Rhyme. All’incirca vent’anni. Sul collo, due buchi. Piccoli, regolari, da cui colava un rivolo di sangue ormai nero. Subito la sua mente prese a congetturare sulla natura di quei due segni. Si rivolse a Sellitto.
      “Simboli rituali di una qualche religione spiritista del sud africa?”
      “Non saprei…”
      Rhyme non capiva. Sembravano buchi di spillo. Li documentava un imponente servizio di macabre fotografie, di pessima qualita’, oltretutto. Perche’ cosi’ tante foto? Dov’erano le foto della ferita che l’aveva ucciso?
      “Lon, perdonami…dove sono le altre foto?”
      Il detective sembro’ sorpreso.
      “Quali foto?”
      “Quelli della ferita. Gli hanno sparato? L’hanno accoltellato? Quelli sul collo non sono fori di un proiettile. Allora, qual’e’ la causa del decesso?”
      “Dissanguamento. E questa che vedi e’ l’unica ferita che il cadavere riportava. E sono state fatte minuziose ricerche…”
      Lincoln fece una smorfia disgustata.
      “Per favore, Lon, risparmiami i particolari! Dissanguamento? Quindi l’avrete trovato in un lago di sangue. L’assassino deve avergli bucato la giugulare…”
      Ancora l’imponente poliziotto scosse la testa.
      “Niente sangue…”
      Rhyme sembrava sbalordito.
      “Niente sangue??”
      “Ne’ attorno al cadavere, ne’ nei luoghi circostanti la morte, che, sicuramente, e’ avvenuta in quel vicolo.”
      “E’ assurdo, Lon! Se una persona muore dissanguata, si presume che attorno a questa persona ci siano minimo venti litri di sangue! Una persona dissanguata come quella attorno a se’ ha il lago di lockness!! Hai controllato personalmente?”
      L’uomo annui’, angosciato. Davvero un mistero…
      “Ho controllato personalmente. Niente ferite, nessun trauma cranico, nessun colpo. Niente proiettili o ferite da arma di altro tipo. Sono quei punti sul collo. Sono…no, Lincoln, so che stai per dire. Hanno fatto anche quei test. Niente droghe ne’ veleno. Tasso alcolico nella media. Anche se non so nemmeno io come ho fatto a prendergli un campione di sangue. Le vene di quel ragazzo erano a secco come il rubinetto di casa mia!”
      Rhyme rise, una risata amara.
      “Stai dicendo che quel ragazzo sarebbe morto dissanguato, praticamente senza nemmeno piu’ una goccia di dannatissimo sangue…per due buchi infinitesimali sul collo?? E’ assurdo!”
      “Appunto, Linc…io pensavo che magari, anche se si tratta di Sunnydale…”
      Lincoln Rhyme era gia’ a meta’ strada per quella cittadina. Gli occhi neri quanto la sua pelle gli si infuocarono.
      “Voglio questo caso! Partiremo adesso!”
      Tom lo guardo’, preoccupato. Se si eccitava troppo rischiava un attacco di disreflessia, il che non era una bella cosa…
      “Lincoln…e Amelia? E’ al poligono, ricordi?”
      Rhyme alzo’ gli occhi al cielo. Gia’, Amelia…quando ne aveva bisogno, quella ragazza non c’era mai!
      “Chiamala! Subito! Telefono, cellulare, cercapersone, satelliti! Qualunque cosa! La voglio subito qui! Entro cinque fottuti minuti!”

      quando ti muovi non possono prenderti…
      Si sposta piano, Amelia. Non resta mai ferma. Avanti, indietro. Destra, sinistra. La pistola, una piccola glock calibro 9 stretta nella mano destra. Il bersaglio li’ a cento metri da lei. Niente esitazioni. Un colpo solo. Al centro.
      Una ragazza dai lunghi capelli rossi, alta e slanciata, dai grandi occhi blu, camminava carponi, cercando di ignorare le dolorose fitte alle ginocchia dovute all’artrite. Una grande distesa di erba sintetica. Cespugli di plastica, sassi di polistirolo. E bersagli di cartone. Alti, dipinti di bianco, cosparsi di cerchietti neri e concentrici. Il piccolo punto nero al centro dei cerchi. Il sogno di ogni tiratrice professionista. E Amelia Sachs era una grande professionista. Poliziotta da due generazioni, detective di primo grado insieme a Lincoln Rhyme, suo amico e amante e fidanziato. Tutta la sua vita. Era stato lui a convincerla a continuare sulla strada dei grandi poliziotti, mentre lei chiedeva il trasferimento per lavorare al settore minorile, piazzata dietro una scrivania. Ma lui non aveva mollato. L’aveva rincorsa, trovata, provocata. L’aveva convinta. E ormai lei lavorava a tempo pieno. Con lui. Per lui. A volte era cosi’ seccante. A volte era stupendo. Pericoloso, adrenalinico. Come piace a lei. A volte e’ “il momento dell’azione”, come amava definirlo suo padre. Quando ogni secondo fa la differenza. Quando puoi trovarti morta da un momento all’altro. Quando un’esitazione puo’ esserti fatale. Quelli erano i momenti migliori. Ma non l’avrebbe mai detto a Rhyme…anche se forse lo sapeva gia’…dopotutto c’era qualcosa che Rhyme non riuscisse a scoprire?
      Penso proprio di no…
      E poi libero’ la mente da ogni pensiero. Dimentico’ il mondo attorno a lei, persino l’artrite che le lacerava le ginocchia. Un respiro. Due. Tre. Via! Amelia sbuco’ fuori da un cespuglio dall’odore pungente della plastica quasi sciolta. Una frazione di secondo. Punto’ la glock e sparo’. Un secondo, forse meno. Poi la pallottola si conficco’ ad un centimetro dal pallino nero del centro. Altre due fermarono la loro corsa nelle vicinanze. Un applauso parti’ dietro di lei. Colleghi. Sorrise, Amelia, riponendo la pistola nella fondina. E allora senti’ lo squillo deciso del cellulare. Apri’ il marsupio, tiro’ fuori il vecchio siemens e rispose.
      “Pronto?”
      La voce tonante di Lincoln Rhyme le rimbombo’ nelle orecchie.
      “Sachs! Dove diavolo sei?”
      “Ciao Rhyme…sono al poligono, tutto bene?”
      “Quando sarai qui andra’ meglio…partiamo per Sunnydale tra venti minuti. Pare che abbiano bisogno di noi laggiu’. Ti voglio qui tra un quarto d’ora.”
      Non riusci’ nemmeno a rispondere. La comunicazione si interruppe. Amelia sospiro’, posando il piccolo cellulare nel marsupio. Saluto’ i ragazzi del poligono e corse a casa di Rhyme a bordo della sua scattante chevrolet gialla. Un po’ eccentrica, forse, ma veloce e affidabile. Aveva inseguito chissa’ quanti criminali con quell’auto. La fiancata riportava ancora l’ammaccatura frutto dell’ultimo inseguimento. Era andata a sbattere contro un cassonetto della spazzatura a duecento chilometri orari. E per poco non ci aveva lasciato le penne. Ma poi aveva arrestato il suo uomo e si era sentita meglio. Anche con tre costole incrinate e una spalla lussata. Era successo piu’ o meno tre mesi prima. Dopo di che, solo piccole rapine e furtarelli vari. Niente piu’ azione. E Lincoln era diventato intrattabile. Anche lui aveva bisogno dell’azione. E, a quanto pareva, ora gli si offriva un ottimo enigma da sciogliere. E a lei un assassino da incastrare. Anche se a Sunnydale, dove il caldo della California le avrebbe peggiorato parecchio l’artrite. Arrivo’ sotto casa di Rhyme esattamente quindici minuti dopo la sua telefonata. Un camioncino grigio era parcheggiato sul marciapiede, caricato fino a scoppiare di attrezzature scientifiche, provette, computer e tutto cio’ che la tecnologia piu’ avanzata aveva concesso a Rhyme. Un altro piccolo furgoncino, poco piu’ grande di una jip, era parcheggiato di fianco all’altro, col motore acceso. Una pedana per handicappati pendeva dal retro. Aspetto’ appoggiata a quest’ultimo veicolo. Non dovette aspettare molto. Lon sellitto usci’ canticchiando dall’imponente condominio gotico, seguito da un uomo alto e calvo, magro fino all’inverosimile, che saluto’ Amelia con un caloroso abbraccio.
      “Ciao Mel!”
      Mel Cooper, capo della polizia scientifica di New York, un vero asso con provette e microscopi. Lavorava con Rhyme da molto prima che Amelia piombasse nella vita del suo capo. L’uomo entro’ con disinvoltura nel furgone piu’ grande, al posto del guidatore. Accanto a lui prese posto il corpulento poliziotto di New York, dopo aver salutato Amelia con un educato cenno del capo. La donna torno’ a guardare verso il portone del condominio. E poi lo vide. Seduto sulla immancabile sedia “Storm Arrow” rossa fiammante che comandava alla perfezione grazie a semplici comandi a fiato. Tom gli stava dietro, aiutandolo di tanto in tanto e ricevendo come ringraziamento occhiate che avrebbero incenerito un iceberg. Amelia corse incontro a Lincoln. Lui la saluto’ con un sorriso meno ostile del solito e la invito’ a prendere posto nel furgoncino perche’ voleva partire e voleva partire subito. La poliziotta lo aiuto’ a salire la pedana e poi prese posto di fianco a Tom. I due furgoni partirono verso Sunnydale, mentre Amelia sfogliava le foto e i documenti sul caso e pensava: “Questo e’ un vero mistero…”.

      Sunnydale
      “Maledizione, come fa a sfuggirmi ogni volta?!”
      Una piccola ragazza bionda camminava su e giu’ per il vicolo buio dietro il Bronze, delimitato dal nastro giallo della polizia. Inquieta, guardava la sagoma del ragazzo trovato morto tracciata con del gesso bianco. Un altro. Un altro suo amico ucciso da un vampiro. Un vampiro che ogni notte intravedeva e ogni notte fuggiva via prima che lei potesse affrontarlo. Accanto al cartello luminescente del Bonze, Xander e Spike osservavano l’andirivieni irrequieto di Buffy. Sapevano cosa stava pensando. La polizia avrebbe solo peggiorato le cose. Questi non sono omicidi da poliziotti. In generale, non sono omicidi per comuni mortali. Non avrebbero scoperto niente e in piu’ avrebbero ostacolato il lavoro della cacciatrice. E stavolta Buffy era piu’ che intenzionata a trovare il colpevole. Questo era il secondo ragazzo. Uno l’aveva trovato nello stesso punto due notti prima. Aveva visto la sagoma alta e scura del vampiro, accucciato accanto al ragazzo. Ma poi lui se n’era andato di corsa. Dopo averle sorriso. Si’, ne era sicura. Le aveva sorriso. Un sorriso scintillante e cattivo. Un sorriso soddisfatto. E poi era sparito nel vicolo buio dietro il “Bronze”. Allora la polizia aveva fatto quello che normalmente faceva. Aveva raccolto il cadavere del giovane e l’aveva restituito alla famiglia. Questa volta no. Buffy aveva visto un detective. Basso, pesante, imponente. Con un pesante accento di New York. E aveva capito che il guaio peggiore stava per arrivare. Poliziotti che non avevano idea di quello con cui avevano a che fare. Sarebbero arrivati, avrebbero messo a soqquadro la citta’, avrebbero cercato inutili prove e poi se ne sarebbero andati, insoddisfatti. E lei avrebbe perso giorni, nel peggiore dei casi settimane.
      Spike fumava, teso almeno quando Buffy. Xander girava gli occhi in tutte le direzioni per cercare qualcosa che li portasse al covo del vampiro misterioso. Lui e Spike avevano cercato in tutti i cimiteri di Sunnydale, avevano scandagliato tutte le cripte esistenti. Non avevano trovato altro che vampiri ubriachi e facilmente eliminabili. Ma Buffy era convinta che stavolta avevano a che fare con qualcosa di grosso. Nessun vampiro sarebbe scappato davanti a lei se non un vampiro con piani ben stabiliti. Un vampiro intelligente. E lei ne aveva conosciuti solo due, ed entrambi erano arrivati molto vicini ad ucciderla: Angelus e Spike. Ora innocui e tormentati dai sensi di colpa. Entrambi con un anima che abitava quel corpo morto. Ma non poteva dimenticare tutte le volte in cui aveva pensato che era davvero finita. Tutte le volte che si era salvata per miracolo. Non voleva che si ripetesse. Doveva trovarlo, e doveva ucciderlo. Da sola. O con Spike, come faceva spesso ultimamente. Gia’, Spike. Lo guardo’ di traverso, appoggiato contro un lampione spento, all’ombra del sole che batteva sulle loro teste. La guardava, come sempre. Con quello sguardo che a Buffy piaceva da morire. Ma non lo avrebbe mai ammesso. Quello sguardo un po’ triste. Un po’ teso. Sognante. Quello sguardo che riservava solo a lei. Con quella punta di timidezza e paura. Paura di lei. Della sua reazione a quegli occhi che la fissavano come se fosse l’unica donna sulla terra. L’unica, per lui. E perche’ lei non riusciva a reggerlo? Aveva forse paura che i suoi occhi potessero dirgli qualcosa che non avrebbe voluto ammettere nemmeno a se stessa? Aveva paura che i suoi occhi verdi potessero rivelargli piu’ di quanto pensava? E che cosa pensava lei, di Spike? Maledizione, quante domande!
      Ah, mi sto concentrando sul vampiro sbagliato!
      Scaccio’ quei pensieri scuotendo forte la testa. E torno’ a concentrarsi sulla sagoma bianca sull’asfalto. Almeno, ci provo’…

      Sunnydale, al tramonto.
      Lincoln Rhyme fissava stoicamente i tecnici che collegavano disordinatamente i vari macchinari trasportati da New York. Nella stanza d’albergo che aveva scelto come campobase, grovigli infiniti di fili elettrici si inseguivano per tutta la superficie del pavimento piastrellato. C’era a malapena spazio per camminare. Ma questo non era un problema che lo toccava particolarmente. Toccava invece Mel Cooper, che passava distrattamente tra i macchinari urlando ordini a destra e a manca. Erano tutti grondanti di sudore. Perfino Rhyme sentiva le piccole goccioline che gli imperlavano la fronte. Scendevano giu’, le sentiva. Dietro al collo, sulle spalle e poi…non le sentiva piu’, entravano nel territorio del suo corpo ormai insensibile. Tom gli si avvicino’ con un fazzoletto immacolato e gli deterse delicatamente la fronte.
      “Dovresti riposare Lincoln. Il caldo non ti fa bene alla pressione…”
      “Riposero’ quando avro’ tra le mani quel figlio di puttana, Tom. Ma grazie per l’interessamento. Ah, e immagino che Mel abbia piu’ bisogno di te di quanto ne ho io…”
      Il ragazzo annui’ scocciato e corse ad aiutare un tecnico che portava faticosamente un gascromatografo/spettrometro di massa. Nonostante il nome astruso, era un macchinario molto semplice. Divideva i diversi componenti di un campione, di terra, di liquidi, di sangue, e il riportava separati su un grosso tabellone.
      Amelia Sachs beveva un caffe’ forte, seduta su una sedia accanto a Lincoln Rhyme. Guardava interessata le foto della vittima. Strinse gli occhi, osservando attentamente i piccoli fori sul collo del ragazzo.
      “Rhyme, cosa puo’ averli procurati? Non un proiettile, questo e’ sicuro. Magari un coltellino. Uno stretto e lungo. Gli ha bucato la giugulare…”
      “Non so…dovrebbe essere un coltello circolare, Sachs…hai mai visto un coltello dalla punta rotonda?”
      “Magari un…maledizione, per quanto ne so potrebbe anche averlo bucato con un cacciavite!”
      Rhyme fece una risatina sarcastica.
      “Oh, quello lo escluderei…niente tracce che riportino a qualcosa del genere. Insomma, stando a quel rapporto non e’ un foro di pallottola, non e’ una ferita da arma da taglio, il ragazzo non e’ stato avvelenato, ne’ tantomeno drogato…niente sangue sul corpo o sull’asfalto…tra poco mi diranno anche che il sangue l’hanno bevuto! E poi le avro’ sentite davvero tutte!”
      Amelia gli poso’ una mano sulla spalla, in un punto dove lui poteva avvertire il suo tocco, sebbene debolmente.
      “Calmati, Rhyme. Riusciremo a sgrovigliare anche questo groviglio. Come sempre. Io e te.”
      Il criminologo annui’, gettando un’occhiata alle foto nella cartellina.
      “Avanti, cosa abbiamo?”
      “Un servizio fotografico del tutto scadente su due buchi dalla natura sconosciuta. Sul collo. Diametro…piu’ o meno…”
      “Non voglio un ‘piu’ o meno’, Sachs. Cifre! Cifre esatte!”
      La donna alzo’ gli occhi al cielo, meldicendosi per quest’errore.
      “Scusa, Rhyme…allora, diametro quattro millimetri. Contorni slabbrati. Attualmente ritenuti causa della morte di Timothy Backett, vent’anni, avvenuta per dissanguamento attorno alle ventiquattro e quindici minuti del quattro aprile. I fori non sono stati provocati da armi convenzionali, almeno secondo i test effettuati. E sono tanti. Praticamente tutti i test esistenti. Nessun risultato. Diamine, Rhyme, e’ piu’ difficile di quanto pensassi…”
      “Gia’…un vero mistero…”, il suo sguardo si poso’ su una foto che sporgeva dalla catellina, “…cos’e’ quella, Sachs?”
      La donna tiro’ fuori la foto. Non l’aveva notata prima. Rappresentava una ragazza molto giovane, sui venti, ventidue anni, bionda, bassina. Molto carina. Lesse il rapporto accanto alla foto.
      “La polizia l’ha rinvenuta sotto il cappotto della vittima. E’ una semplice polaroid, un’istantanea. E’ decisamente pessima. Sicuramente non e’ opera di un professionista. Sul retro c’e’ scritto ‘RICORDI?’ con il sangue della vittima. Dobbiamo dedurre che il morto sia una specie di regalino per questa ragazza? Non so, una vendetta?”
      Gli occhi di Rhyme luccicarono.
      “E’ probabile. Si e’ scoperto chi e’ la ragazza della foto?”
      Amelia scorse con lo sguardo tutto il rapporto. Ah, eccolo li’.
      “Si’…tu guarda…e’ la stessa che ha trovato il corpo. Che macabra coincidenza…”
      Rhyme sembrava impaziente.
      “Il nome, Sachs, il nome!”
      “Summers. Buffy Anne Summers. Ventidue anni, ex studentessa alla Sunnydale University, nubile, attualmente consulente scolastica alla Hight School di Sunnydale. Nessun precedente. E’ stata indiziata per omicidio nel ’98, ma e’ stata riconosciuta innocente. Oh, particolare interessante…la gente di qui afferma di venire spesso salvata da malintenzionati proprio da lei. Sembra che sia piu’ efficiente della polizia.”
      Ma Rhyme non l’ascoltava piu’…gia’ stava pensando alla ragazza della foto. Buffy.
      “Falla chiamare”
      “Cosa? Lincoln, non possiamo coinvolgere civili, ricordi?”
      “Io sono un civile, eppure lavoro con la polizia. E poi magari questa ragazzina potrebbe rivelarsi non essere una civile…magari lavora in incognito. Comunque falla chiamare subito, voglio farmici una chiacchierata…”
      Amelia Sachs non obietto’ piu’ di tanto. Quando Rhyme si mette in testa qualcosa nessuno puo’ dissuaderlo. E poi anche lei era curiosa di conoscere questa “Eroina” del paese. Prese il cellulare e compose il numero scritto sul documento.

      Era nella cripta di Spike, discutendo della incombente minaccia. Discutendo di tutto, pur di non parlare di loro. E il suo telefonino aveva squillato. La polizia di New York. La volevano urgentemente alla loro base. Base. Un termine militare. Gli riporto’ alla mente Riley. Lui, felicemente sposato. Chissa’, magari ora e’ dall’altra parte del mondo. Con la sua mogliettina. Felice, sereno.
      Non…non come me…
      Per un momento rimpianse i bei momenti passati con lui. Gli aveva voluto bene. Non lo aveva amato, nemmeno per un istante. Ma gli aveva voluto bene. E avevano finito cosi’, per deludersi a vicenda. Lui, con il suo vizietto. Farsi mordere da quelle vampire…meglio farsi esplodere i polmoni a forza di inghiottire fumo, come fa Spike…ma lei non era stata da meglio. Lo aveva trattato come un estraneo. Come un ripiego. E poi l’aveva fatto di nuovo. Lo stesso errore. Con Spike. Usarlo, come se non fosse niente. Senza ritegno, senza vergogna, senza rispetto. Riley si era ribellato. Non poteva accettare di essere un ripiego, di non essere amato. Ma Spike no. Aveva sopportato i suoi malumori, i suoi insulti. L’aveva cercata sempre, si era sempre fatto trovare. Sempre pronto a perdonare. Sempre pronto a sperare. Magari e’ la volta buona. Si era lasciato usare. Gli bastava averla con se’, anche solo per ascoltare i suoi assurdi discorsi su cio’ che e’ giusto e cio’ che non lo e’. anche quando avrebbe potuto ucciderla. Quando avrebbe potuto dire ‘basta, ti sei divertita abbastanza’ e colpirla. Per non soffrire piu’. Buffy se ne rendeva conto a poco a poco. E si sentiva stupida. E cattiva. E allora non riusciva nemmeno a guardarlo negli occhi. E cercava il modo per farsi perdonare. Ma non lo trovava. Perche’ c’era una cosa, una cosa chiamata ‘orgoglio’ che le impediva di parlare. Di farle ammettere i suoi errori. Le sue colpe. Che le impediva di chiedere perdono. Anche perche’ non era sicura di meritarlo. Al posto di Spike, lei non l’avrebbe perdonata. Quindi perche’ lui avrebbe dovuto farlo? Una voce dietro di lei interruppe quei pensieri. Per fortuna.
      “E’ qui, cacciatrice?”
      Si giro’ verso Spike, che si era offerto di accompagnarla. Che male c’e’?, aveva pensato. Guardo’ l’enorme albergo che indicava. L’unico a Sunnydale, per la verita’.
      “Si’, e’ questo. Decimo piano.”
      L’ascensore sembrava cosi’ lento. Passarono orribili secondi in un imbarazzato silenzio. Finalmente arrivo’ al decimo piano. Con gli occhi cercarono nell’immenso corridoio l’interno quattrocentoventi. Lo trovo’ Spike. Buffy lo raggiunse e busso’. Un ragazzo dall’aria simpatica venne ad aprire. Rivolse un saluto educato ai due che entrarono in silenzio nella stanza. Un piccolo corridoio. Una porta chiusa. Un enorme soggiorno illuminato. Apparecchiature scientifiche disseminate ovunque. Diversi tecnici cercavano di far partire tutti quei computer. Un uomo sulla quarantina, calvo e terribilmente magro, venne loro incontro, sorridendo.
      “Lei e’ la signorina Summers, suppongo.”
      “Si’, sono io. Spero non vi dispiaccia, mi ha accompagnata un amico.”
      “No, certo che no. Sono Mel Cooper, capo tecnico della scientifica. Venite, vi accompagno dal grande capo!”
      Buffy sorrise, mentre Spike osservava impressionato tutta la tecnologia racchiusa in quella stanza. Gli sembro’ di essere tornato all’organizzazione. Rabbrividi’, poi segui’ Buffy nella piccola stanza adiacente.

      Lincoln Rhyme se ne stava placidamente disteso sul letto. Davanti a lui, un computer e un tavolino con una bottiglia di ottimo whisky. Amelia era seduta vicino a lui. Continuava imperterrita a leggere il rapporto, commentando con Rhyme alcune parti. L’uomo immobilizzato senti’ dei passi nuovi in corridoio. Quelli leggeri di Cooper. E poi altri. Scattanti. I passi di qualcuno che sa il fatto suo. Decise che erano tre persone. La porta si apri’. Mel lascio’ entrare due ragazzi. Una fragile biondina dall’aria spaesata e un ragazzo alto e muscoloso. Biondo. Rhyme noto’ che aveva una piccola cicatrice sul sopracciglio sinistro. La ragazza si guardo’ intorno, impaurita. Poi il suo sguardo si poso’ sul criminologo. Di solito chi lo vedeva per la prima volta ne restava impressionato. Impaurito. A disagio. Molte persone lo trattavano come uno stupido solo perche’ non poteva muoversi. Pensavano che anche il suo cervello avesse smesso di funzionare. Rhyme odiava queste persone. E noto’ compiaciuto che Buffy Summers non era una di queste persone. Lo guardo’. Con curiosita’, si’, ma non con orrore. O con paura. Lo guardo’ esattamente come guardo’ Amelia. Come un essere umano. Anzi, Rhyme sembrava metterla a proprio agio. Lo smarrimento iniziale era scomparso dai grandi occhi verdi della ragazza. Amelia se ne accorse e si fece avanti porgendole una mano.
      “Benvenuta, signorina Summers, io sono l’agente Sachs. Ma la prego, mi chiami Amelia.”
      “Piacere. Buffy Summers. E, per favore, diamoci del tu, perche’ detesto le cose formali!”
      La bella donna annui’, poi porse la mano a Spike. Lui la strinse, senza staccare gli occhi dalla donna che gliela porgeva. Buffy provo’ una irrazionale fitta di gelosia nel notare il suo sguardo interessato. Si rivolse ad Amelia, cercando di spezzare quell’atmosfera.
      “Lui e’ Spike. Spike…Williams! Mi ha accompagnata.”
      Spike la fisso’. Un sorrisetto compiaciuto gli increspo’ le labbra. Amelia distolse lo sguardo da Spike quel tanto che bastava per presentare ai due l’uomo disteso sul letto.
      “Buffy, Spike…questo e’ Lincoln Rhyme, detective in pensione della omicidi. E’ un civile come voi, quindi niente formalita’!”
      Buffy lo guardo’ un istante, rivolgendogli un cenno. Per fortuna non aveva cercato di stringergli la mano. Succedeva, qualche volta. Ed era imbarazzante. Per gli altri. Rhyme non ci faceva nemmeno caso. Non piu’. Come spinto dai suoi pensieri, Spike tese involontariamente la mano verso l’infermo. Rhyme lo fisso’ divertito. Buffy gli sposto’ la mano, incenerendolo con lo sguardo. Spike sembro’ arrossire.
      “S…scusi…”
      Rhyme accenno’ un lieve sorriso.
      “Non importa. Succede. Bene, signorina Summers. Veniamo a noi. Siamo a conoscenza del fatto che e’ stata lei a rinvenire il corpo di quel giovane, la notte scorsa. Conferma?”
      Indico’ con la testa un tabellone con affisse le foto della vittima. Erano macabre. Spaventose. Si aspettava che la ragazza le guardasse con paura. Nel peggiore dei casi si era aspettato un conato di vomito. Almeno una smorfia. Ma Buffy guardo’ con attenzione le foto senza battere ciglio. Rhyme nei suoi occhi verdi vedeva solo rabbia. Anche il ragazzo accanto a lei fissava interessato le foto. Salvo poi staccare gli occhi dalle polaroid per fissarli sul bel corpo di Buffy. La ragazza annui’, tornando a rivolgere la propria attenzione al criminologo.
      “Si’, l’ho trovato io.”
      Quella risposta incuriosi’ ancor di piu’ Rhyme. Non era bravo ad indovinare la psicologia delle persone, ma quella non era una risposta da civile. Non era una risposta da persona qualunque. Aveva parlato come un poliziotto. Come qualcuno che vedeva quegli orrori ogni giorno. La voce fredda, distaccata, decisa. Quello sguardo indagatore di chi vuole anticipare le tue mosse. Un comportamento prettamente da detective. E nessuna giustificazione. Rhyme aveva presieduto molti interrogatori, prima e dopo l’incidente. Quando veniva posta questa domanda l’interrogato puntava i piedi sulla difensiva. Diceva qualunque cosa pur di far capire che non c’entrava niente. Domandava se sospettavano di lui. Buffy no. Diretta, schietta, sicura. Come se gli parlasse da pari. Detective a detective. Rhyme era semrpe piu’ incuriosito.
      “Conosceva la vittima?”
      Buffy lancio’ uno sguardo malinconico alla foto. Torno’ a guardare Rhyme. Spike spostava nervosamente lo sguardo da Rhyme a Buffy. E qualche volta fissava Amelia.
      “Si’, era un mio compagno del liceo. Sono uscita con lui un paio di volte, quattro o cinque anni fa. Non lo vedevo da mesi.”
      Ancora una risposta secca, senza divagazioni. Aveva addirittura anticipato la domanda successiva di Rhyme: ‘che rapporti avevi con la vittima?’…il detective fece un cenno ad Amelia, che tiro’ fuori una polaroid dalla catellina. La porse a Buffy. Lei la prese con la solita freddezza. La guardo’, senza stupirsi piu’ di tanto nel vedere che rappresentava lei. Sembro’ vacillare leggermente solo nel notare la macabra scritta sul retro. Ma riacquisto’ subito un’espressione di ghiaccio. Chi invece ne rimase turbato fu Spike. I suoi occhi si erano rabbuiati non appena aveva scorto la foto nelle mani di Buffy. E si erano spalancati nel leggere la scritta sul retro. Rhyme non ebbe piu’ dubbi sulla natura dei suoi sentimenti per Buffy. A Lon sarebbe bastato molto meno per capire che il ragazzo era completamente andato per l’amica. Ma Lincoln Rhyme non era un osservatore. L’unica cosa che gli piaceva osservare erano le prove. Le capiva molto meglio della psiche umana. Amelia riprese la foto dalle mani ferme di Buffy.
      “Pensiamo che il killer ce l’abbia con te. Magari una vendetta. Non hai idea di chi possa essere?”
      La ragazza scosse la testa, ma Lincoln ebbe l’impressione che lo sapesse bene.
      “Mi dispiace. Non posso esservi d’aiuto.”
      Rhyme cominciava ad essere impaziente. Era convinto che la signorina Buffy Summers non fosse una civile. Era una convinzione che cresceva sempre piu’ dentro di lui. Provo’ il tutto e per tutto.
      “Signorina Summers. Scusi la schiettezza, ma io sono uno che va subito al punto…lei lavora per il governo?”
      La ragazza alzo’ gli occhi di botto. Spalancati. Li fisso’ in quelli neri di Rhyme. Cerco’ di sorridere.
      “No, signore.”
      Rhyme non mollava. A dispetto dello sguardo di rimprovero di Amelia.
      “Perche’ se c’e’ qualcosa che ho capito da questo nostro incontro e’ che lei non e’ una civile! Inoltre la gente del posto afferma di venir spesso salvata da lei. Come lo spiega, signorina Summers?”
      Il tono di Rhyme e il fatto che la chiamasse ostinatamente “signorina Summers”, le riportarono alla mente il preside Snyder. Ed era antipatico come lui.
      “Non lo spiego, detective. Ho una forza discreta e se vedo gente in pericolo, la uso.”
      Dannatamente calma. Troppo calma. Rhyme cominciava a perdere colpi.
      “Dannazione Buffy! Io so che lei sa qualcosa! Perche’ non vuole aiutarci? Qualunque cosa potrebbe essere determinante per inchiodare l’assassino!”
      “Mi ascolti, Rhyme. Voi non potete fare niente. Sunnydale e’ molto diversa da New York. Questi omicidi non possono essere risolti da voi. Non sono di vostra competenza. Quindi segua il mio consiglio, prenda i suoi uomini, raccolga tutti quei computer e torni alla sua citta’.”
      “E immagino che invece lei saprebbe risolvere brillantemente questo caso, giusto?”
      Buffy lo fisso’ con astio. A Rhyme non dispiaceva. Odiava i guanti di velluto. Preferiva che la gente gli dicesse le cose con schiettezza. Ma non sopportava di essere tenuto all’oscuro di qualcosa di importante.
      “Esattamente, Rhyme. Vedo che cominciamo a capirci. Mi dia retta, lasci la citta’.”
      Rhyme sorrise freddamente.
      “Quindi avevo ragione a non considerarla una civile. Cos’e’, un agente segreto? FBi, CIA? Esercito? Per chi lavora, Summers?”
      La ragazza esito’ per un istante. Lancio’ un occhiata a Spike, che se ne stava in un angolo a guardarla preoccupato.
      “Per il consiglio. Signor Rhyme, non cerchi di piu’. La polizia di New York non puo’ fare niente. Non qui. Puo’ andare avanti pre giorni, settimane, mesi. Ma non trovera’ il colpevole. Puo’ sembrarle assurdo, ma e’ piu’ complicato di quanto immagina…”
      “Allora ci spieghi com’e’, signorina, se lei ne sa tanto piu’ di noi!”
      “Non posso. E comunque non ci credereste. Mi creda, qui non c’e’ niente per lei. Torni a casa, Lincoln.”
      Buffy si giro’, avviandosi verso la porta chiusa. Spike rivolse un breve cenno ad Amelia e un occhitaccia a Rhyme. Aveva deciso che il criminologo gli stava antipatico. Stavano per uscire dalla stanza, seguiti dallo sguardo irato di Rhyme, quando la porta si spalanco’, prendendo in pieno Spike, che indietreggio’, una mano a massaggiarsi il naso dolorante. Buffy salto’ indietro, non poi cosi’ tanto sorpresa. Certo, non sorpresa come Lincoln e Amelia. Sulla soglia stava immobile un essere ripugnante, con il viso contratto in un orribile smorfia. Un viso trapassato da piaghe e cicatrici, penso’ Rhyme. La bocca era piegata in un ringhio animalesco, e il criminologo vide chiaramente che i canini sporgevano dalle labbra, bianchi e terribilmente lunghi. Si chiese se non fosse impazzito. Ma l’espressione choccata di Amelia gli disse che no, non stava sognando e non era pazzo. Si chiese se questo fosse un bene. Il mostruoso essere entro’ ghignando, con le mani alzate in segno di resa. Buffy lo osservava senza la minima traccia di terrore. Solo rabbia e disgusto. L’uomo (se cosi’ poteva definirlo Rhyme), porse una busta a Buffy, che gliela strappo’ di mano.
      “Un regalino dal mio capo…per la cacciatrice.”
      Lo stupore di Rhyme divenne choc allo stato puro nel vedere la ragazza, quella biondina all’apparenza cosi’ fragile e delicata, balzare addosso al mostro con un’agilita’ e una destrezza al di sopra dell’umana possibilita’. Anche Spike si butto’ nella mischia. E Rhyme noto’ con orrore crescente che anche lui aveva assunto le fattezze del mostro. un attimo prima era un normale ragazzo, un attimo dopo eccolo tramutarsi in un mostro. che, chissa’ per quale assurda ragione, combatteva non dalla parte del suo simile, ma contro. Segui’ una breve lotta, alla fine della quale Spike immobilizzo’ l’essere. Buffy infilo’ una mano nella cintura. Rhyme si immagino’ delle manette che uscivano tintinnando e finivano per richiudersi attorno ai polsi deformi dell’uomo. Ma la cosa ando’ diversamente. Al posto delle manette, dalla cintura Buffy tiro’ fuori un paletto di legno, piccolo, leggero e appuntito. Fu un attimo. La sua mano volo’, colpendo al petto il mostro che si contorceva inutilmente nella stretta di Spike. Ancora una volta Rhyme immagino’ l’urlo d’agonia dell’essere, il suo accasciarsi a terra, senza vita. Ancora una volta le sue aspettative furono deluse. L’urlo ci fu, ma era piu’ che altro un gemito soffocato. E l’essere cadde a terra, si’, ma sottoforma di cenere fumante. Buffy guardo’ soddisfatta il mucchietto grigio sulla moquette della stanza, mentre Spike tornava ad essere un normale ragazzo e si spolverava la giacca nera sporca di cenere. Tutto come se fosse perfettamente normale. E Rhyme temette che fosse davvero cosi’. Normale. Almeno per loro. Lui e Amelia rimasero pietrificati per qualcosa che sembro’ un’eternita’, mentre Buffy osservava incuriosita la busta portatagli da quell’inusuale messaggero e Spike fissava i due poliziotti con quello che sembrava un sorrisetto compiaciuto. Finalmente Rhyme sembro’ ritrovare l’uso della parola.
      “Quel…quel…’coso’, li’…che diamine era?”
      Buffy alzo’ lo sguardo su di lui. Sulle labbra aveva un sorriso che sembrava cantare ‘io te l’avevo detto’ sulle note di una polka.
      “Vampiri…”
      Lo disse gelidamente. Come se niente fosse. Amelia continuava a fissare il mucchietto di polvere sul pavimento. Rhyme fissava Buffy a bocca aperta. E Buffy fissava loro due, mentre Spike cercava un tagliacarte per aprire la busta. Il sorriso scomparve dalla bocca di Buffy.
      “Benvenuti sulla bocca dell’Inferno…”





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