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Un Nuovo Caso...(capitolo I)

August 22 2004 at 5:38 PM
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Riassunto: siamo all'inizio della settima serie. I protagonisti sn Buffy e Spike, con l'aggiunta d un'altra coppia: Lincoln Rhyme e Amelia Sachs, protagonisti d innumerevoli romanzi thriller d Jeffrey Deaver. Cosa viene fuori se la polizia vuole indagare sugli strani omicidi di Sunnydale?

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Due buchi…sul collo. Piccoli piccoli. Troppo piccoli per un coltello, troppo grandi per uno spillo. Il detective della polizia di New York, Lon Sellitto, uomo corpulento in divisa ormai da una vita, osservava corrugando la fonte spaziosa il cadavere di un giovane ragazzo di Sunnydale. Si era trovato per caso in quella piccola cittadina tetra, a causa del divorzio con la moglie troppo stanca per le sue continue e ripetute assenze, e si era visto attratto dagli strani omicidi che infestavano la citta’…beh, che l’avevano sempre infestata. Almeno a voler dar retta alla incompetente polizia locale. Eccoli la’ i suoi piccoli misteri. Due buchi. Sul collo. E un ragazzo completamente dissanguato. In quel corpo morto, bianco e freddo, non c’era piu’ nemmeno una goccia di sangue. Eppure, nel luogo dove il cadavere era stato rinvenuto, non c’era traccia del sangue del ragazzo. Un vicolo buio, dietro ad un locale molto frequentato. Il “Bronze”, gli sembrava si chiamasse. Ragazzo dissanguato, vicolo immacolato. Niente sangue, ne’ li’, ne’ nelle vicinanze. Dove era finito? Come aveva fatto a defluire da quei minuscoli buchi slabbrati e sanguinolenti che il ragazzo aveva sul collo? Non poteva essere sparito! Eppure non c’era!
Ecco un caso che stuzzicherebbe la curiosita’ di Rhyme…
Il detective penso’ al suo illustre collega. E decise che questo era un caso per lui. C’era troppo lavoro di mente. Lui preferiva il lavoro pratico. Inseguire, sparare, catturare, mandare i residui della societa’ in gattabuia. Questo era il lavoro per lui. Catalogare, studiare, giocare agli indovinelli con assassini e criminali, cercare di entrare nelle loro menti contorte, no. Questo lo lasciava fare a Lincoln Rhyme. Parlo’ con il capo della polizia locale, un armadio che ne sapeva di criminologia quanto di botanica (cioe’ proprio niente!), e lo persuase ad affidare il caso alla pluripremiata polizia di new York. Gongolante per le sue ormai note doti di persuasore, torno’ alla grande mela. Diretto fino a Central Park ovest, fino alla comoda, lussuosa abitazione del criminologo Lincoln Rhyme. Busso’ alla porta con la solita foga, contando i secondi che Tom impiegava per aprirgli. Dopo pochi istanti, un ragazzetto dai capelli scuri e impomatati e un simpatico sorriso sulle labbra accorse ad aprire. Ecco Tom Green. Tutore, aiutante, badante o come diavolo lo si volesse chiamare, di mister Rhyme. Un breve saluto informale e poi di corsa su per le scale, mentre la solita, potente voce da tenore di Rhyme li accoglieva, cordiale come sempre.
“Tom! Tom!”
Il ragazzo entro’ per primo nella grande sala. Il criminologo se ne stava disteso sul suo letto a comandi a fiato da piu’ di mille dollari, osservando Tom circospetto. Lincoln Rhyme, quadriplegico da cinque lunghi anni, con uniche eccezioni per l’anulare della mano sinistra, due spalle e il collo. E il suo decantato cervello. Era stato capo detective per anni, poi l’incidente: una trave di quercia caduta mentre esaminava la scena di un delitto. Caduta proprio sulla sua spina dorsale. Che aveva smesso di sorreggerlo. Non poteva piu’ camminare sulle scene dei delitti, ma solo in teoria. Lui continuava a lavorare. Con l’unica cosa che la trave aveva risparmiato: il suo cervello. E, ora che non poteva impegnare il corpo in nessuna attivita’, aveva imparato a sfruttare al massimo la sua intelligenza. Quadriplegico, si’, ma ugualmente criminologo di successo. Con lo stesso carattere. Lo stesso brutto carattere.
“E’ Lon, Rhyme…”
“Oh, non ora! Sto esaminando queste maledette foto!”
L’aiutante sospiro’. Ormai erano anni che lavorava da Rhyme. Era abituato al suo caratteraccio. Era stato licenziato piu’ volte, si era licenziato tante volte da averne perso il conto. Pero’ era sempre tornato. Dopotutto Lincoln era un buon capo.
“Sta salendo, che dovrei dirgli??”
“Digli che sono andato a correre!”
Il pesante detective Lon Sellitto fece il suo ingresso nella stanza, sorridendo.
“Anche oggi di buon umore, giusto Linc?”
“Ciao Lon. Sono di ottimo umore! O meglio, lo sarei se ci fosse un po’ di lavoro! Sono stufo di stare qui senza far niente! Sembra che tutti i pazzi maniaci di New York siano andati in pensione!”
Tom fece un sorriso ironico, bisbigliando al corpulento poliziotto: “Tutti tranne lui…!”
Lon sorrise, poi torno’ a rivolgersi al criminologo, che aveva spento vocalmente il computer di fronte a lui.
“Allora, Lon, a cosa devo la tua visita? Se e’ solo per chiedere come sto, allora ti consiglio di prendere il tuo rispettabile posteriore e portarlo immediatamente fuori da casa mia!”
Il detective non bado’ alle parole di Rhyme. Poso’ sul proiettore una cartellina contenente documenti e foto. Gli occhi di Rhyme si illuminarono solo nel vedere l’ocra spento della certellina.
“Omicidio”
“Lavoro! Tom! Dove sei, maledizione?”
Il ragazzo sbuco’ dalla cucina, ancora la mano infilata nel guantone di stoffa.
“Cosa comanda, Buana?”
Gli occhi dei due poliziotti si posarono incuriositi su Tom. Nessuno dei due aveva capito l’ultima parola. Tom arrossi’.
“Significa ‘Capo’…che devo fare?”
Sellitto indico’ il proiettore e Tom accorse. Sfilo’ le foto e i documenti. Poso’ la prima diapositiva sulla macchinetta che proietto’ l’immagine sul computer davanti a Rhyme. Il criminologo la osservo’ attentamente. Immortalava con grossolana precisione il collo bianco di un ragazzo. Molto giovane, penso’ Rhyme. All’incirca vent’anni. Sul collo, due buchi. Piccoli, regolari, da cui colava un rivolo di sangue ormai nero. Subito la sua mente prese a congetturare sulla natura di quei due segni. Si rivolse a Sellitto.
“Simboli rituali di una qualche religione spiritista del sud africa?”
“Non saprei…”
Rhyme non capiva. Sembravano buchi di spillo. Li documentava un imponente servizio di macabre fotografie, di pessima qualita’, oltretutto. Perche’ cosi’ tante foto? Dov’erano le foto della ferita che l’aveva ucciso?
“Lon, perdonami…dove sono le altre foto?”
Il detective sembro’ sorpreso.
“Quali foto?”
“Quelli della ferita. Gli hanno sparato? L’hanno accoltellato? Quelli sul collo non sono fori di un proiettile. Allora, qual’e’ la causa del decesso?”
“Dissanguamento. E questa che vedi e’ l’unica ferita che il cadavere riportava. E sono state fatte minuziose ricerche…”
Lincoln fece una smorfia disgustata.
“Per favore, Lon, risparmiami i particolari! Dissanguamento? Quindi l’avrete trovato in un lago di sangue. L’assassino deve avergli bucato la giugulare…”
Ancora l’imponente poliziotto scosse la testa.
“Niente sangue…”
Rhyme sembrava sbalordito.
“Niente sangue??”
“Ne’ attorno al cadavere, ne’ nei luoghi circostanti la morte, che, sicuramente, e’ avvenuta in quel vicolo.”
“E’ assurdo, Lon! Se una persona muore dissanguata, si presume che attorno a questa persona ci siano minimo venti litri di sangue! Una persona dissanguata come quella attorno a se’ ha il lago di lockness!! Hai controllato personalmente?”
L’uomo annui’, angosciato. Davvero un mistero…
“Ho controllato personalmente. Niente ferite, nessun trauma cranico, nessun colpo. Niente proiettili o ferite da arma di altro tipo. Sono quei punti sul collo. Sono…no, Lincoln, so che stai per dire. Hanno fatto anche quei test. Niente droghe ne’ veleno. Tasso alcolico nella media. Anche se non so nemmeno io come ho fatto a prendergli un campione di sangue. Le vene di quel ragazzo erano a secco come il rubinetto di casa mia!”
Rhyme rise, una risata amara.
“Stai dicendo che quel ragazzo sarebbe morto dissanguato, praticamente senza nemmeno piu’ una goccia di dannatissimo sangue…per due buchi infinitesimali sul collo?? E’ assurdo!”
“Appunto, Linc…io pensavo che magari, anche se si tratta di Sunnydale…”
Lincoln Rhyme era gia’ a meta’ strada per quella cittadina. Gli occhi neri quanto la sua pelle gli si infuocarono.
“Voglio questo caso! Partiremo adesso!”
Tom lo guardo’, preoccupato. Se si eccitava troppo rischiava un attacco di disreflessia, il che non era una bella cosa…
“Lincoln…e Amelia? E’ al poligono, ricordi?”
Rhyme alzo’ gli occhi al cielo. Gia’, Amelia…quando ne aveva bisogno, quella ragazza non c’era mai!
“Chiamala! Subito! Telefono, cellulare, cercapersone, satelliti! Qualunque cosa! La voglio subito qui! Entro cinque fottuti minuti!”

quando ti muovi non possono prenderti…
Si sposta piano, Amelia. Non resta mai ferma. Avanti, indietro. Destra, sinistra. La pistola, una piccola glock calibro 9 stretta nella mano destra. Il bersaglio li’ a cento metri da lei. Niente esitazioni. Un colpo solo. Al centro.
Una ragazza dai lunghi capelli rossi, alta e slanciata, dai grandi occhi blu, camminava carponi, cercando di ignorare le dolorose fitte alle ginocchia dovute all’artrite. Una grande distesa di erba sintetica. Cespugli di plastica, sassi di polistirolo. E bersagli di cartone. Alti, dipinti di bianco, cosparsi di cerchietti neri e concentrici. Il piccolo punto nero al centro dei cerchi. Il sogno di ogni tiratrice professionista. E Amelia Sachs era una grande professionista. Poliziotta da due generazioni, detective di primo grado insieme a Lincoln Rhyme, suo amico e amante e fidanziato. Tutta la sua vita. Era stato lui a convincerla a continuare sulla strada dei grandi poliziotti, mentre lei chiedeva il trasferimento per lavorare al settore minorile, piazzata dietro una scrivania. Ma lui non aveva mollato. L’aveva rincorsa, trovata, provocata. L’aveva convinta. E ormai lei lavorava a tempo pieno. Con lui. Per lui. A volte era cosi’ seccante. A volte era stupendo. Pericoloso, adrenalinico. Come piace a lei. A volte e’ “il momento dell’azione”, come amava definirlo suo padre. Quando ogni secondo fa la differenza. Quando puoi trovarti morta da un momento all’altro. Quando un’esitazione puo’ esserti fatale. Quelli erano i momenti migliori. Ma non l’avrebbe mai detto a Rhyme…anche se forse lo sapeva gia’…dopotutto c’era qualcosa che Rhyme non riuscisse a scoprire?
Penso proprio di no…
E poi libero’ la mente da ogni pensiero. Dimentico’ il mondo attorno a lei, persino l’artrite che le lacerava le ginocchia. Un respiro. Due. Tre. Via! Amelia sbuco’ fuori da un cespuglio dall’odore pungente della plastica quasi sciolta. Una frazione di secondo. Punto’ la glock e sparo’. Un secondo, forse meno. Poi la pallottola si conficco’ ad un centimetro dal pallino nero del centro. Altre due fermarono la loro corsa nelle vicinanze. Un applauso parti’ dietro di lei. Colleghi. Sorrise, Amelia, riponendo la pistola nella fondina. E allora senti’ lo squillo deciso del cellulare. Apri’ il marsupio, tiro’ fuori il vecchio siemens e rispose.
“Pronto?”
La voce tonante di Lincoln Rhyme le rimbombo’ nelle orecchie.
“Sachs! Dove diavolo sei?”
“Ciao Rhyme…sono al poligono, tutto bene?”
“Quando sarai qui andra’ meglio…partiamo per Sunnydale tra venti minuti. Pare che abbiano bisogno di noi laggiu’. Ti voglio qui tra un quarto d’ora.”
Non riusci’ nemmeno a rispondere. La comunicazione si interruppe. Amelia sospiro’, posando il piccolo cellulare nel marsupio. Saluto’ i ragazzi del poligono e corse a casa di Rhyme a bordo della sua scattante chevrolet gialla. Un po’ eccentrica, forse, ma veloce e affidabile. Aveva inseguito chissa’ quanti criminali con quell’auto. La fiancata riportava ancora l’ammaccatura frutto dell’ultimo inseguimento. Era andata a sbattere contro un cassonetto della spazzatura a duecento chilometri orari. E per poco non ci aveva lasciato le penne. Ma poi aveva arrestato il suo uomo e si era sentita meglio. Anche con tre costole incrinate e una spalla lussata. Era successo piu’ o meno tre mesi prima. Dopo di che, solo piccole rapine e furtarelli vari. Niente piu’ azione. E Lincoln era diventato intrattabile. Anche lui aveva bisogno dell’azione. E, a quanto pareva, ora gli si offriva un ottimo enigma da sciogliere. E a lei un assassino da incastrare. Anche se a Sunnydale, dove il caldo della California le avrebbe peggiorato parecchio l’artrite. Arrivo’ sotto casa di Rhyme esattamente quindici minuti dopo la sua telefonata. Un camioncino grigio era parcheggiato sul marciapiede, caricato fino a scoppiare di attrezzature scientifiche, provette, computer e tutto cio’ che la tecnologia piu’ avanzata aveva concesso a Rhyme. Un altro piccolo furgoncino, poco piu’ grande di una jip, era parcheggiato di fianco all’altro, col motore acceso. Una pedana per handicappati pendeva dal retro. Aspetto’ appoggiata a quest’ultimo veicolo. Non dovette aspettare molto. Lon sellitto usci’ canticchiando dall’imponente condominio gotico, seguito da un uomo alto e calvo, magro fino all’inverosimile, che saluto’ Amelia con un caloroso abbraccio.
“Ciao Mel!”
Mel Cooper, capo della polizia scientifica di New York, un vero asso con provette e microscopi. Lavorava con Rhyme da molto prima che Amelia piombasse nella vita del suo capo. L’uomo entro’ con disinvoltura nel furgone piu’ grande, al posto del guidatore. Accanto a lui prese posto il corpulento poliziotto di New York, dopo aver salutato Amelia con un educato cenno del capo. La donna torno’ a guardare verso il portone del condominio. E poi lo vide. Seduto sulla immancabile sedia “Storm Arrow” rossa fiammante che comandava alla perfezione grazie a semplici comandi a fiato. Tom gli stava dietro, aiutandolo di tanto in tanto e ricevendo come ringraziamento occhiate che avrebbero incenerito un iceberg. Amelia corse incontro a Lincoln. Lui la saluto’ con un sorriso meno ostile del solito e la invito’ a prendere posto nel furgoncino perche’ voleva partire e voleva partire subito. La poliziotta lo aiuto’ a salire la pedana e poi prese posto di fianco a Tom. I due furgoni partirono verso Sunnydale, mentre Amelia sfogliava le foto e i documenti sul caso e pensava: “Questo e’ un vero mistero…”.

Sunnydale
“Maledizione, come fa a sfuggirmi ogni volta?!”
Una piccola ragazza bionda camminava su e giu’ per il vicolo buio dietro il Bronze, delimitato dal nastro giallo della polizia. Inquieta, guardava la sagoma del ragazzo trovato morto tracciata con del gesso bianco. Un altro. Un altro suo amico ucciso da un vampiro. Un vampiro che ogni notte intravedeva e ogni notte fuggiva via prima che lei potesse affrontarlo. Accanto al cartello luminescente del Bonze, Xander e Spike osservavano l’andirivieni irrequieto di Buffy. Sapevano cosa stava pensando. La polizia avrebbe solo peggiorato le cose. Questi non sono omicidi da poliziotti. In generale, non sono omicidi per comuni mortali. Non avrebbero scoperto niente e in piu’ avrebbero ostacolato il lavoro della cacciatrice. E stavolta Buffy era piu’ che intenzionata a trovare il colpevole. Questo era il secondo ragazzo. Uno l’aveva trovato nello stesso punto due notti prima. Aveva visto la sagoma alta e scura del vampiro, accucciato accanto al ragazzo. Ma poi lui se n’era andato di corsa. Dopo averle sorriso. Si’, ne era sicura. Le aveva sorriso. Un sorriso scintillante e cattivo. Un sorriso soddisfatto. E poi era sparito nel vicolo buio dietro il “Bronze”. Allora la polizia aveva fatto quello che normalmente faceva. Aveva raccolto il cadavere del giovane e l’aveva restituito alla famiglia. Questa volta no. Buffy aveva visto un detective. Basso, pesante, imponente. Con un pesante accento di New York. E aveva capito che il guaio peggiore stava per arrivare. Poliziotti che non avevano idea di quello con cui avevano a che fare. Sarebbero arrivati, avrebbero messo a soqquadro la citta’, avrebbero cercato inutili prove e poi se ne sarebbero andati, insoddisfatti. E lei avrebbe perso giorni, nel peggiore dei casi settimane.
Spike fumava, teso almeno quando Buffy. Xander girava gli occhi in tutte le direzioni per cercare qualcosa che li portasse al covo del vampiro misterioso. Lui e Spike avevano cercato in tutti i cimiteri di Sunnydale, avevano scandagliato tutte le cripte esistenti. Non avevano trovato altro che vampiri ubriachi e facilmente eliminabili. Ma Buffy era convinta che stavolta avevano a che fare con qualcosa di grosso. Nessun vampiro sarebbe scappato davanti a lei se non un vampiro con piani ben stabiliti. Un vampiro intelligente. E lei ne aveva conosciuti solo due, ed entrambi erano arrivati molto vicini ad ucciderla: Angelus e Spike. Ora innocui e tormentati dai sensi di colpa. Entrambi con un anima che abitava quel corpo morto. Ma non poteva dimenticare tutte le volte in cui aveva pensato che era davvero finita. Tutte le volte che si era salvata per miracolo. Non voleva che si ripetesse. Doveva trovarlo, e doveva ucciderlo. Da sola. O con Spike, come faceva spesso ultimamente. Gia’, Spike. Lo guardo’ di traverso, appoggiato contro un lampione spento, all’ombra del sole che batteva sulle loro teste. La guardava, come sempre. Con quello sguardo che a Buffy piaceva da morire. Ma non lo avrebbe mai ammesso. Quello sguardo un po’ triste. Un po’ teso. Sognante. Quello sguardo che riservava solo a lei. Con quella punta di timidezza e paura. Paura di lei. Della sua reazione a quegli occhi che la fissavano come se fosse l’unica donna sulla terra. L’unica, per lui. E perche’ lei non riusciva a reggerlo? Aveva forse paura che i suoi occhi potessero dirgli qualcosa che non avrebbe voluto ammettere nemmeno a se stessa? Aveva paura che i suoi occhi verdi potessero rivelargli piu’ di quanto pensava? E che cosa pensava lei, di Spike? Maledizione, quante domande!
Ah, mi sto concentrando sul vampiro sbagliato!
Scaccio’ quei pensieri scuotendo forte la testa. E torno’ a concentrarsi sulla sagoma bianca sull’asfalto. Almeno, ci provo’…

Sunnydale, al tramonto.
Lincoln Rhyme fissava stoicamente i tecnici che collegavano disordinatamente i vari macchinari trasportati da New York. Nella stanza d’albergo che aveva scelto come campobase, grovigli infiniti di fili elettrici si inseguivano per tutta la superficie del pavimento piastrellato. C’era a malapena spazio per camminare. Ma questo non era un problema che lo toccava particolarmente. Toccava invece Mel Cooper, che passava distrattamente tra i macchinari urlando ordini a destra e a manca. Erano tutti grondanti di sudore. Perfino Rhyme sentiva le piccole goccioline che gli imperlavano la fronte. Scendevano giu’, le sentiva. Dietro al collo, sulle spalle e poi…non le sentiva piu’, entravano nel territorio del suo corpo ormai insensibile. Tom gli si avvicino’ con un fazzoletto immacolato e gli deterse delicatamente la fronte.
“Dovresti riposare Lincoln. Il caldo non ti fa bene alla pressione…”
“Riposero’ quando avro’ tra le mani quel figlio di puttana, Tom. Ma grazie per l’interessamento. Ah, e immagino che Mel abbia piu’ bisogno di te di quanto ne ho io…”
Il ragazzo annui’ scocciato e corse ad aiutare un tecnico che portava faticosamente un gascromatografo/spettrometro di massa. Nonostante il nome astruso, era un macchinario molto semplice. Divideva i diversi componenti di un campione, di terra, di liquidi, di sangue, e il riportava separati su un grosso tabellone.
Amelia Sachs beveva un caffe’ forte, seduta su una sedia accanto a Lincoln Rhyme. Guardava interessata le foto della vittima. Strinse gli occhi, osservando attentamente i piccoli fori sul collo del ragazzo.
“Rhyme, cosa puo’ averli procurati? Non un proiettile, questo e’ sicuro. Magari un coltellino. Uno stretto e lungo. Gli ha bucato la giugulare…”
“Non so…dovrebbe essere un coltello circolare, Sachs…hai mai visto un coltello dalla punta rotonda?”
“Magari un…maledizione, per quanto ne so potrebbe anche averlo bucato con un cacciavite!”
Rhyme fece una risatina sarcastica.
“Oh, quello lo escluderei…niente tracce che riportino a qualcosa del genere. Insomma, stando a quel rapporto non e’ un foro di pallottola, non e’ una ferita da arma da taglio, il ragazzo non e’ stato avvelenato, ne’ tantomeno drogato…niente sangue sul corpo o sull’asfalto…tra poco mi diranno anche che il sangue l’hanno bevuto! E poi le avro’ sentite davvero tutte!”
Amelia gli poso’ una mano sulla spalla, in un punto dove lui poteva avvertire il suo tocco, sebbene debolmente.
“Calmati, Rhyme. Riusciremo a sgrovigliare anche questo groviglio. Come sempre. Io e te.”
Il criminologo annui’, gettando un’occhiata alle foto nella cartellina.
“Avanti, cosa abbiamo?”
“Un servizio fotografico del tutto scadente su due buchi dalla natura sconosciuta. Sul collo. Diametro…piu’ o meno…”
“Non voglio un ‘piu’ o meno’, Sachs. Cifre! Cifre esatte!”
La donna alzo’ gli occhi al cielo, meldicendosi per quest’errore.
“Scusa, Rhyme…allora, diametro quattro millimetri. Contorni slabbrati. Attualmente ritenuti causa della morte di Timothy Backett, vent’anni, avvenuta per dissanguamento attorno alle ventiquattro e quindici minuti del quattro aprile. I fori non sono stati provocati da armi convenzionali, almeno secondo i test effettuati. E sono tanti. Praticamente tutti i test esistenti. Nessun risultato. Diamine, Rhyme, e’ piu’ difficile di quanto pensassi…”
“Gia’…un vero mistero…”, il suo sguardo si poso’ su una foto che sporgeva dalla catellina, “…cos’e’ quella, Sachs?”
La donna tiro’ fuori la foto. Non l’aveva notata prima. Rappresentava una ragazza molto giovane, sui venti, ventidue anni, bionda, bassina. Molto carina. Lesse il rapporto accanto alla foto.
“La polizia l’ha rinvenuta sotto il cappotto della vittima. E’ una semplice polaroid, un’istantanea. E’ decisamente pessima. Sicuramente non e’ opera di un professionista. Sul retro c’e’ scritto ‘RICORDI?’ con il sangue della vittima. Dobbiamo dedurre che il morto sia una specie di regalino per questa ragazza? Non so, una vendetta?”
Gli occhi di Rhyme luccicarono.
“E’ probabile. Si e’ scoperto chi e’ la ragazza della foto?”
Amelia scorse con lo sguardo tutto il rapporto. Ah, eccolo li’.
“Si’…tu guarda…e’ la stessa che ha trovato il corpo. Che macabra coincidenza…”
Rhyme sembrava impaziente.
“Il nome, Sachs, il nome!”
“Summers. Buffy Anne Summers. Ventidue anni, ex studentessa alla Sunnydale University, nubile, attualmente consulente scolastica alla Hight School di Sunnydale. Nessun precedente. E’ stata indiziata per omicidio nel ’98, ma e’ stata riconosciuta innocente. Oh, particolare interessante…la gente di qui afferma di venire spesso salvata da malintenzionati proprio da lei. Sembra che sia piu’ efficiente della polizia.”
Ma Rhyme non l’ascoltava piu’…gia’ stava pensando alla ragazza della foto. Buffy.
“Falla chiamare”
“Cosa? Lincoln, non possiamo coinvolgere civili, ricordi?”
“Io sono un civile, eppure lavoro con la polizia. E poi magari questa ragazzina potrebbe rivelarsi non essere una civile…magari lavora in incognito. Comunque falla chiamare subito, voglio farmici una chiacchierata…”
Amelia Sachs non obietto’ piu’ di tanto. Quando Rhyme si mette in testa qualcosa nessuno puo’ dissuaderlo. E poi anche lei era curiosa di conoscere questa “Eroina” del paese. Prese il cellulare e compose il numero scritto sul documento.

Era nella cripta di Spike, discutendo della incombente minaccia. Discutendo di tutto, pur di non parlare di loro. E il suo telefonino aveva squillato. La polizia di New York. La volevano urgentemente alla loro base. Base. Un termine militare. Gli riporto’ alla mente Riley. Lui, felicemente sposato. Chissa’, magari ora e’ dall’altra parte del mondo. Con la sua mogliettina. Felice, sereno.
Non…non come me…
Per un momento rimpianse i bei momenti passati con lui. Gli aveva voluto bene. Non lo aveva amato, nemmeno per un istante. Ma gli aveva voluto bene. E avevano finito cosi’, per deludersi a vicenda. Lui, con il suo vizietto. Farsi mordere da quelle vampire…meglio farsi esplodere i polmoni a forza di inghiottire fumo, come fa Spike…ma lei non era stata da meglio. Lo aveva trattato come un estraneo. Come un ripiego. E poi l’aveva fatto di nuovo. Lo stesso errore. Con Spike. Usarlo, come se non fosse niente. Senza ritegno, senza vergogna, senza rispetto. Riley si era ribellato. Non poteva accettare di essere un ripiego, di non essere amato. Ma Spike no. Aveva sopportato i suoi malumori, i suoi insulti. L’aveva cercata sempre, si era sempre fatto trovare. Sempre pronto a perdonare. Sempre pronto a sperare. Magari e’ la volta buona. Si era lasciato usare. Gli bastava averla con se’, anche solo per ascoltare i suoi assurdi discorsi su cio’ che e’ giusto e cio’ che non lo e’. anche quando avrebbe potuto ucciderla. Quando avrebbe potuto dire ‘basta, ti sei divertita abbastanza’ e colpirla. Per non soffrire piu’. Buffy se ne rendeva conto a poco a poco. E si sentiva stupida. E cattiva. E allora non riusciva nemmeno a guardarlo negli occhi. E cercava il modo per farsi perdonare. Ma non lo trovava. Perche’ c’era una cosa, una cosa chiamata ‘orgoglio’ che le impediva di parlare. Di farle ammettere i suoi errori. Le sue colpe. Che le impediva di chiedere perdono. Anche perche’ non era sicura di meritarlo. Al posto di Spike, lei non l’avrebbe perdonata. Quindi perche’ lui avrebbe dovuto farlo? Una voce dietro di lei interruppe quei pensieri. Per fortuna.
“E’ qui, cacciatrice?”
Si giro’ verso Spike, che si era offerto di accompagnarla. Che male c’e’?, aveva pensato. Guardo’ l’enorme albergo che indicava. L’unico a Sunnydale, per la verita’.
“Si’, e’ questo. Decimo piano.”
L’ascensore sembrava cosi’ lento. Passarono orribili secondi in un imbarazzato silenzio. Finalmente arrivo’ al decimo piano. Con gli occhi cercarono nell’immenso corridoio l’interno quattrocentoventi. Lo trovo’ Spike. Buffy lo raggiunse e busso’. Un ragazzo dall’aria simpatica venne ad aprire. Rivolse un saluto educato ai due che entrarono in silenzio nella stanza. Un piccolo corridoio. Una porta chiusa. Un enorme soggiorno illuminato. Apparecchiature scientifiche disseminate ovunque. Diversi tecnici cercavano di far partire tutti quei computer. Un uomo sulla quarantina, calvo e terribilmente magro, venne loro incontro, sorridendo.
“Lei e’ la signorina Summers, suppongo.”
“Si’, sono io. Spero non vi dispiaccia, mi ha accompagnata un amico.”
“No, certo che no. Sono Mel Cooper, capo tecnico della scientifica. Venite, vi accompagno dal grande capo!”
Buffy sorrise, mentre Spike osservava impressionato tutta la tecnologia racchiusa in quella stanza. Gli sembro’ di essere tornato all’organizzazione. Rabbrividi’, poi segui’ Buffy nella piccola stanza adiacente.

Lincoln Rhyme se ne stava placidamente disteso sul letto. Davanti a lui, un computer e un tavolino con una bottiglia di ottimo whisky. Amelia era seduta vicino a lui. Continuava imperterrita a leggere il rapporto, commentando con Rhyme alcune parti. L’uomo immobilizzato senti’ dei passi nuovi in corridoio. Quelli leggeri di Cooper. E poi altri. Scattanti. I passi di qualcuno che sa il fatto suo. Decise che erano tre persone. La porta si apri’. Mel lascio’ entrare due ragazzi. Una fragile biondina dall’aria spaesata e un ragazzo alto e muscoloso. Biondo. Rhyme noto’ che aveva una piccola cicatrice sul sopracciglio sinistro. La ragazza si guardo’ intorno, impaurita. Poi il suo sguardo si poso’ sul criminologo. Di solito chi lo vedeva per la prima volta ne restava impressionato. Impaurito. A disagio. Molte persone lo trattavano come uno stupido solo perche’ non poteva muoversi. Pensavano che anche il suo cervello avesse smesso di funzionare. Rhyme odiava queste persone. E noto’ compiaciuto che Buffy Summers non era una di queste persone. Lo guardo’. Con curiosita’, si’, ma non con orrore. O con paura. Lo guardo’ esattamente come guardo’ Amelia. Come un essere umano. Anzi, Rhyme sembrava metterla a proprio agio. Lo smarrimento iniziale era scomparso dai grandi occhi verdi della ragazza. Amelia se ne accorse e si fece avanti porgendole una mano.
“Benvenuta, signorina Summers, io sono l’agente Sachs. Ma la prego, mi chiami Amelia.”
“Piacere. Buffy Summers. E, per favore, diamoci del tu, perche’ detesto le cose formali!”
La bella donna annui’, poi porse la mano a Spike. Lui la strinse, senza staccare gli occhi dalla donna che gliela porgeva. Buffy provo’ una irrazionale fitta di gelosia nel notare il suo sguardo interessato. Si rivolse ad Amelia, cercando di spezzare quell’atmosfera.
“Lui e’ Spike. Spike…Williams! Mi ha accompagnata.”
Spike la fisso’. Un sorrisetto compiaciuto gli increspo’ le labbra. Amelia distolse lo sguardo da Spike quel tanto che bastava per presentare ai due l’uomo disteso sul letto.
“Buffy, Spike…questo e’ Lincoln Rhyme, detective in pensione della omicidi. E’ un civile come voi, quindi niente formalita’!”
Buffy lo guardo’ un istante, rivolgendogli un cenno. Per fortuna non aveva cercato di stringergli la mano. Succedeva, qualche volta. Ed era imbarazzante. Per gli altri. Rhyme non ci faceva nemmeno caso. Non piu’. Come spinto dai suoi pensieri, Spike tese involontariamente la mano verso l’infermo. Rhyme lo fisso’ divertito. Buffy gli sposto’ la mano, incenerendolo con lo sguardo. Spike sembro’ arrossire.
“S…scusi…”
Rhyme accenno’ un lieve sorriso.
“Non importa. Succede. Bene, signorina Summers. Veniamo a noi. Siamo a conoscenza del fatto che e’ stata lei a rinvenire il corpo di quel giovane, la notte scorsa. Conferma?”
Indico’ con la testa un tabellone con affisse le foto della vittima. Erano macabre. Spaventose. Si aspettava che la ragazza le guardasse con paura. Nel peggiore dei casi si era aspettato un conato di vomito. Almeno una smorfia. Ma Buffy guardo’ con attenzione le foto senza battere ciglio. Rhyme nei suoi occhi verdi vedeva solo rabbia. Anche il ragazzo accanto a lei fissava interessato le foto. Salvo poi staccare gli occhi dalle polaroid per fissarli sul bel corpo di Buffy. La ragazza annui’, tornando a rivolgere la propria attenzione al criminologo.
“Si’, l’ho trovato io.”
Quella risposta incuriosi’ ancor di piu’ Rhyme. Non era bravo ad indovinare la psicologia delle persone, ma quella non era una risposta da civile. Non era una risposta da persona qualunque. Aveva parlato come un poliziotto. Come qualcuno che vedeva quegli orrori ogni giorno. La voce fredda, distaccata, decisa. Quello sguardo indagatore di chi vuole anticipare le tue mosse. Un comportamento prettamente da detective. E nessuna giustificazione. Rhyme aveva presieduto molti interrogatori, prima e dopo l’incidente. Quando veniva posta questa domanda l’interrogato puntava i piedi sulla difensiva. Diceva qualunque cosa pur di far capire che non c’entrava niente. Domandava se sospettavano di lui. Buffy no. Diretta, schietta, sicura. Come se gli parlasse da pari. Detective a detective. Rhyme era semrpe piu’ incuriosito.
“Conosceva la vittima?”
Buffy lancio’ uno sguardo malinconico alla foto. Torno’ a guardare Rhyme. Spike spostava nervosamente lo sguardo da Rhyme a Buffy. E qualche volta fissava Amelia.
“Si’, era un mio compagno del liceo. Sono uscita con lui un paio di volte, quattro o cinque anni fa. Non lo vedevo da mesi.”
Ancora una risposta secca, senza divagazioni. Aveva addirittura anticipato la domanda successiva di Rhyme: ‘che rapporti avevi con la vittima?’…il detective fece un cenno ad Amelia, che tiro’ fuori una polaroid dalla catellina. La porse a Buffy. Lei la prese con la solita freddezza. La guardo’, senza stupirsi piu’ di tanto nel vedere che rappresentava lei. Sembro’ vacillare leggermente solo nel notare la macabra scritta sul retro. Ma riacquisto’ subito un’espressione di ghiaccio. Chi invece ne rimase turbato fu Spike. I suoi occhi si erano rabbuiati non appena aveva scorto la foto nelle mani di Buffy. E si erano spalancati nel leggere la scritta sul retro. Rhyme non ebbe piu’ dubbi sulla natura dei suoi sentimenti per Buffy. A Lon sarebbe bastato molto meno per capire che il ragazzo era completamente andato per l’amica. Ma Lincoln Rhyme non era un osservatore. L’unica cosa che gli piaceva osservare erano le prove. Le capiva molto meglio della psiche umana. Amelia riprese la foto dalle mani ferme di Buffy.
“Pensiamo che il killer ce l’abbia con te. Magari una vendetta. Non hai idea di chi possa essere?”
La ragazza scosse la testa, ma Lincoln ebbe l’impressione che lo sapesse bene.
“Mi dispiace. Non posso esservi d’aiuto.”
Rhyme cominciava ad essere impaziente. Era convinto che la signorina Buffy Summers non fosse una civile. Era una convinzione che cresceva sempre piu’ dentro di lui. Provo’ il tutto e per tutto.
“Signorina Summers. Scusi la schiettezza, ma io sono uno che va subito al punto…lei lavora per il governo?”
La ragazza alzo’ gli occhi di botto. Spalancati. Li fisso’ in quelli neri di Rhyme. Cerco’ di sorridere.
“No, signore.”
Rhyme non mollava. A dispetto dello sguardo di rimprovero di Amelia.
“Perche’ se c’e’ qualcosa che ho capito da questo nostro incontro e’ che lei non e’ una civile! Inoltre la gente del posto afferma di venir spesso salvata da lei. Come lo spiega, signorina Summers?”
Il tono di Rhyme e il fatto che la chiamasse ostinatamente “signorina Summers”, le riportarono alla mente il preside Snyder. Ed era antipatico come lui.
“Non lo spiego, detective. Ho una forza discreta e se vedo gente in pericolo, la uso.”
Dannatamente calma. Troppo calma. Rhyme cominciava a perdere colpi.
“Dannazione Buffy! Io so che lei sa qualcosa! Perche’ non vuole aiutarci? Qualunque cosa potrebbe essere determinante per inchiodare l’assassino!”
“Mi ascolti, Rhyme. Voi non potete fare niente. Sunnydale e’ molto diversa da New York. Questi omicidi non possono essere risolti da voi. Non sono di vostra competenza. Quindi segua il mio consiglio, prenda i suoi uomini, raccolga tutti quei computer e torni alla sua citta’.”
“E immagino che invece lei saprebbe risolvere brillantemente questo caso, giusto?”
Buffy lo fisso’ con astio. A Rhyme non dispiaceva. Odiava i guanti di velluto. Preferiva che la gente gli dicesse le cose con schiettezza. Ma non sopportava di essere tenuto all’oscuro di qualcosa di importante.
“Esattamente, Rhyme. Vedo che cominciamo a capirci. Mi dia retta, lasci la citta’.”
Rhyme sorrise freddamente.
“Quindi avevo ragione a non considerarla una civile. Cos’e’, un agente segreto? FBi, CIA? Esercito? Per chi lavora, Summers?”
La ragazza esito’ per un istante. Lancio’ un occhiata a Spike, che se ne stava in un angolo a guardarla preoccupato.
“Per il consiglio. Signor Rhyme, non cerchi di piu’. La polizia di New York non puo’ fare niente. Non qui. Puo’ andare avanti pre giorni, settimane, mesi. Ma non trovera’ il colpevole. Puo’ sembrarle assurdo, ma e’ piu’ complicato di quanto immagina…”
“Allora ci spieghi com’e’, signorina, se lei ne sa tanto piu’ di noi!”
“Non posso. E comunque non ci credereste. Mi creda, qui non c’e’ niente per lei. Torni a casa, Lincoln.”
Buffy si giro’, avviandosi verso la porta chiusa. Spike rivolse un breve cenno ad Amelia e un occhitaccia a Rhyme. Aveva deciso che il criminologo gli stava antipatico. Stavano per uscire dalla stanza, seguiti dallo sguardo irato di Rhyme, quando la porta si spalanco’, prendendo in pieno Spike, che indietreggio’, una mano a massaggiarsi il naso dolorante. Buffy salto’ indietro, non poi cosi’ tanto sorpresa. Certo, non sorpresa come Lincoln e Amelia. Sulla soglia stava immobile un essere ripugnante, con il viso contratto in un orribile smorfia. Un viso trapassato da piaghe e cicatrici, penso’ Rhyme. La bocca era piegata in un ringhio animalesco, e il criminologo vide chiaramente che i canini sporgevano dalle labbra, bianchi e terribilmente lunghi. Si chiese se non fosse impazzito. Ma l’espressione choccata di Amelia gli disse che no, non stava sognando e non era pazzo. Si chiese se questo fosse un bene. Il mostruoso essere entro’ ghignando, con le mani alzate in segno di resa. Buffy lo osservava senza la minima traccia di terrore. Solo rabbia e disgusto. L’uomo (se cosi’ poteva definirlo Rhyme), porse una busta a Buffy, che gliela strappo’ di mano.
“Un regalino dal mio capo…per la cacciatrice.”
Lo stupore di Rhyme divenne choc allo stato puro nel vedere la ragazza, quella biondina all’apparenza cosi’ fragile e delicata, balzare addosso al mostro con un’agilita’ e una destrezza al di sopra dell’umana possibilita’. Anche Spike si butto’ nella mischia. E Rhyme noto’ con orrore crescente che anche lui aveva assunto le fattezze del mostro. un attimo prima era un normale ragazzo, un attimo dopo eccolo tramutarsi in un mostro. che, chissa’ per quale assurda ragione, combatteva non dalla parte del suo simile, ma contro. Segui’ una breve lotta, alla fine della quale Spike immobilizzo’ l’essere. Buffy infilo’ una mano nella cintura. Rhyme si immagino’ delle manette che uscivano tintinnando e finivano per richiudersi attorno ai polsi deformi dell’uomo. Ma la cosa ando’ diversamente. Al posto delle manette, dalla cintura Buffy tiro’ fuori un paletto di legno, piccolo, leggero e appuntito. Fu un attimo. La sua mano volo’, colpendo al petto il mostro che si contorceva inutilmente nella stretta di Spike. Ancora una volta Rhyme immagino’ l’urlo d’agonia dell’essere, il suo accasciarsi a terra, senza vita. Ancora una volta le sue aspettative furono deluse. L’urlo ci fu, ma era piu’ che altro un gemito soffocato. E l’essere cadde a terra, si’, ma sottoforma di cenere fumante. Buffy guardo’ soddisfatta il mucchietto grigio sulla moquette della stanza, mentre Spike tornava ad essere un normale ragazzo e si spolverava la giacca nera sporca di cenere. Tutto come se fosse perfettamente normale. E Rhyme temette che fosse davvero cosi’. Normale. Almeno per loro. Lui e Amelia rimasero pietrificati per qualcosa che sembro’ un’eternita’, mentre Buffy osservava incuriosita la busta portatagli da quell’inusuale messaggero e Spike fissava i due poliziotti con quello che sembrava un sorrisetto compiaciuto. Finalmente Rhyme sembro’ ritrovare l’uso della parola.
“Quel…quel…’coso’, li’…che diamine era?”
Buffy alzo’ lo sguardo su di lui. Sulle labbra aveva un sorriso che sembrava cantare ‘io te l’avevo detto’ sulle note di una polka.
“Vampiri…”
Lo disse gelidamente. Come se niente fosse. Amelia continuava a fissare il mucchietto di polvere sul pavimento. Rhyme fissava Buffy a bocca aperta. E Buffy fissava loro due, mentre Spike cercava un tagliacarte per aprire la busta. Il sorriso scomparve dalla bocca di Buffy.
“Benvenuti sulla bocca dell’Inferno…”






 
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Un Nuovo Caso...(capitolo II)

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August 26 2004, 12:18 PM 

Buffy lascio’ i due poliziotti alle loro congetture e al loro giustificato stupore e corse in corridoio per occuparsi degli altri. Mel cooper, Lon Sellitto e Tom erano legati e imbavagliati accanto ai computer che stavano accendendo. Due tecnici visibilmente sotto choc erano sotto un tavolino da lavoro, legati anch’essi. Buffy ripete’ le poche parole di spiegazioni anche a loro. Entrarono tutti nella stanza di Rhyme. Tom corse a prendergli la pressione con mani tremanti. Amelia era rimasta nella stessa posizione in cui l’aveva lasciata Buffy. Spike era riuscito ad aprire la busta. La porse a Buffy. In un religioso silenzio lei estresse un’altra istantanea. Ancora una sua foto. Vecchia. Almeno due anni prima. La giro’. Sul retro niente sangue. TRE parole scritte con una penna nera: ‘MI FERMERAI, CACCIATRICE?’. Le lesse a voce abbastanza alta da essere sentita nel silenzio di piombo della stanza. Amelia alzo’ la testa verso di lei. Rhyme fece altrettanto. Un sorriso sarcastico gli increspo’ le labbra.
“Cacciatrice? Cos’e’, un nickname da chat?”
Buffy alzo’ gli occhi verso di lui. Ardevano.
“Vuole proprio saperlo, Rhyme?”
Tono di sfida. Ma a Rhyme le sfide piacevano.
“Si’”
“Sono la prescelta. Combatto i vampiri. I demoni. E, quando serve, i ficcanaso come voi!”
Lincoln ci mise un attimo per riprendersi. Quanto gli era stato appena detto aveva sconvolto tutto quello in cui aveva sempre creduto. Era uno scienziato. Non poteva credere a demoni, vampiri…e cacciatrici. Eppure cio’ che aveva visto pochi minuti prima era reale. Terribilmente reale.
“E’ assurdo.”
“Come spiega quello che e’ successo pochi istanti fa, detective? Ci illumini, la prego. Perche’ io ho visto solo un dannato vampiro. Se lei ha visto qualcos’altro la prego di metterci al corrente…”
L’uomo rimase senza parole. Aveva visto. Aveva visto un vampiro. Nulla di piu’. E una ragazza con una forza sovraumana abbattere quell’essere. E un altro mostro aiutare la ragazza. E tutto questo, insieme, l’aveva sconvolto. Eppure Buffy non ne sembrava per niente turbata. Senti’ un balbettio accanto a lui. Era Amelia.
“Quindi e’ stato quel…’coso’ ad uccidere il ragazzo?”
“Uno come lui. Ma non lui. Il suo…capo…”
La donna strinse forte il braccio di Rhyme. Lui non poteva avvertire il suo tocco, ma poteva vedere la sua piccola mano stringersi con forza.
“Quindi…ce ne sono altri…”
“Piu’ di quanti immagini, Amelia…”
“E…ti stanno cercando…ma tu non sembri spaventata...”
Buffy si strinse nelle spalle con noncuranza.
“Sono quasi dieci anni che mi cercano. Mi hanno anche uccisa due volte. Per me e’ la routine. Apocalissi, catastrofi naturali, piani diabolici per distruggere il mondo…per voi arrestare criminali e’ cosa di tutti i giorni. Per me e lo stesso...solo che io li ammazzo, non li catturo…”
Amelia accenno’ un lieve sorriso.
“Beh…e’ un pochino diverso…”
“Un pochino.”
La cacciatrice avanzo’ veloce verso il letto di Rhyme. Mise una mano sulla spalliera del letto. Fisso’ i suoi occhi in quelli di Rhyme.
“Ora capisce perche’ le ho detto di andarsene, detective? Questo non e’ un caso per la polizia. Ne’ per quella di Sunnydale, ne’ per quella di New York. Il governo ha gia’ provato ad immischiarsi in affari che non lo riguardavano. E mi creda, e’ successo di tutto. Quindi raccolga i suoi giocattoli e torni a New York. E’ il mio lavoro, e non puo’ farlo nessun altro.”
Il criminologo avrebbe voluto ribattere, ma non gli riusci’. Forse perche’ non aveva niente da obiettare. Quella ragazza aveva ragione. Non erano affari suoi. Anche se gli enigmi del caso continuavano a ronzargli nella testa. Aveva capito come il ragazzo era stato ucciso. Ma non aveva capito ne’ il perche’, ne’ chi lo aveva ucciso. Vampiri, licantropi, demoni…non gli interessava la razza. Voleva solo un colpevole. Ma forse da questa strana caccia ai mostri non sarebbe venuto fuori niente. No, proprio niente. Annui’ controvoglia. Buffy Summers sorrise soddisfatta. Raccolse la foto e la busta. Rimise il paletto nella cintura. Saluto’ con un freddo cenno i presenti, poi, insieme al vampiro biondo, varco’ la soglia della stanza di Rhyme. E qualcosa, dentro di lei, una vocina dispettosa, le diceva che quella non sarebbe stata l’ultima volta che usciva da quella stanza.

Tutta la scooby gang al completo…come ai vecchi tempi. Eppure non era una cosa che rallegrava completamente. Riunirsi tutti insieme era sinonimo di ‘catastrofe incombente’. Ma stavolta tutti erano convinti che Buffy stesse esagerando. Era solo un vampiro. Che tentava di ucciderla, ma ormai era come una specie di rituale giornaliero. Ogni vampiro della terra che passava per Sunnydale tentava di uccidere la cacciatrice. E lei non si era mai minimamente preoccupata. Perche’ ora tutta questa agitazione? Che c’era di diverso? Se lo chiedevano tutti, da Willow a Giles, da xander ad Anya. Perfino Down, in un angolino, si chiedeva il perche’ di quella riunione fuoriprogramma. Xander sembrava il piu’ calmo.
“Buffy perche’ ti preoccupi tanto? E’ solo un vampiro!”
“Un vampiro che lascia mie foto in giro e me le fa recapitare tramite un postino un po’ morto? No, c’e’ qualcosa di diverso. Mi sento sempre osservata, dovunque vado. E queste foto…mi lasciano un tantino perplessa…”
“Andiamo, e’ solo un vampiro…con l’hobby della fotografia. Quando si ha tanta rabbia repressa la si deve pur sfogare in qualche modo…prendete Spike. Lui fuma dalla mattina alla sera…”
Il vampiro biondo lancio’ un’occhiataccia a Xander.
“Ehy, io non ho rabbia repressa!”
Willow si intromise per evitare la solita rissa.
“Ok, ok…stiamo calmi. Buffy io penso che abbia ragione Xander. E’ solo un vampiro. Un vampiro che vuole ucciderti. E ormai non c’e’ niente di strano in questo!”
“La cosa strana e’ che dissemina cadaveri di ragazzi con cui uscivo! Ai tempi del liceo, all’universita’…sai, sono contenta a volte che Riley non sia qui…”
Anya, tornata umana e ancora provata dalla morte della sua amica Halfreck, osservava stranamente in silenzio. Ma non era una situazione che poteva durare.
“Magari, che ne sai?, sta prendendo ragazzi a caso…i primi che escono dal ‘Bronze’. Forse dovresti appostarti li’ fuori…”
Buffy sospiro’. A quanto pare si tornava al Bronze anche quella sera…forse avrebbe dovuto cambiare abitudini…quel locale cominciava a stancarla…troppi omicidi…
“Si’, hai ragione. Stasera andro’ al Bronze. Ma da sola. Non voglio mettervi in pericolo. Sul serio, stavolta ho paura che sia qualcosa di grosso…”
I ragazzi annuirono. Non erano minimamente preoccupati, penso’ Buffy. Forse sto diventando paranoica. Scruto’ i volti dei suoi amici. Anya, Willow, Xander, Down…Spike. Non la stava fissando. Buffy ebbe la sensazione che stesse pensando alla avvenente poliziotta di New York. La rossa. Amelia Sachs. E questo pensiero le fece male. Senza un perche’, si ritrovo’ a desiderare di incrociare il suo sguardo.
Perche’ diavolo non mi guardi?
Ma lui restava fermo, fissando ostinatamente il tavolo. Sembrava si fosse dimenticato di lei. Un'altra fitta. Allo stomaco. Ma perche’? dovrei essere felice, ora finalmente spostera’ la sua attenzione su qualcun'altra! Si’, sono felice! Davvero…magari avrebbe dovuto farli incontrare di nuovo. Si sarebbe scrollata di dosso la sua ossessione. Gia’. Pero’, dannazione, perche’ non la guardava piu’?! e perche’ a lei dispiaceva tanto? Desidero’ di non essere mai andata dalla polizia. Cosi’, semplicemente, senza un perche’…avrebbe voluto non esserci mai andata…o esserci andata da sola. Ma ormai era fatta. E lei avrebbe dovuto esserne contenta. E dirgli che quella sera non avrebbe avuto bisogno di lui. Rispedirlo a casa. Voleva dirlo. Era semplice. Senti’ la sua voce pronunciare parole totalmente diverse. E non fece nulla per fermarsi.
“Spike, stasera vieni con me al Bronze…in compagnia daro’ meno nell’occhio…anzi, penso che ormai sia ora, andiamo.”
Lo aveva detto? Maledizione lo aveva detto! E perche’ non se ne pentiva? Perche’ voleva, desiderava che lui venisse con lei, che la guardasse come prima? Perche’ voleva che dimenticasse la poliziotta dai capelli rossi? E perche’ diavolo stava arrossendo sentendo su di se il suo sguardo? Perche’ quegli occhi sorpresi (piacevolmente sorpresi), la facevano arrossire? Maledizione, smettila! Smetti di arrossire! Guardalo come sempre! Lo guardo’. Negli occhi. Fredda, glaciale come sempre. Perfetto, continua cosi’! lui si alzo’ senza dire una parola e le apri’ la porta imitando un perfetto gentiluomo. Lei gli rivolse un breve sorriso (freddo e distaccato, freddo e distaccato!), poi usci’.

Il ‘Bronze’. Sempre affollato, non cambiera’ mai. Il banco del bar, pieno di ragazze e ragazzi uno vicino all’altro. I divanetti di pelle. I tavolini. La pista da ballo. E il palco. Con una band sopra. Suonavano. Cantavano. Buffy e Spike entrarono insieme, guardinghi. Non s’erano scambiati nemmeno una parola. La ragazza poso’ la giacca e prese un succo di frutta. Spike ordino’ il solito boccale di birra. Buffy gli rivolse un occhiata di rimprovero.
“Spike, siamo qui per evitare un omicidio…non per sbronzarci. Non mi servirai a niente se sarai ubriaco…non ho nessuna voglia di proteggere anche te.”
“Ahi, ahi…come sei acida stasera. Voglio solo bere un sorso, non mi sbronzero’, tranquilla, biscottino…”
Scosse la testa sconsolata, Buffy. Poggio’ una mano sul tavolino. Con l’altra reggeva un bicchiere colmo di succo d’ananas. Leggero. Buono. Cosi’ dolce. Volse la testa verso l’uscita. Nessun ragazzo che conosceva. Nessun vampiro. Torno’ per un attimo a guardare Spike. Era tutto preso dal gruppo che suonava quella sera. Aveva anche lui una mano sul tavolino. Con l’altra stringeva una sigaretta mezzo consumata. Ma sembrava essersene dimenticato. Il tizio al microfono sussurro’ lievemente il titolo della prossima canzone: Behind Blu Eyes. Buffy non amava particolarmente quel genere di musica. Torno’ a prestare attenzione all’uscita. La musica correva lenta nelle sue orecchie.
<Nessuno sa come ci si sente
ad essere l’uomo cattivo
ad essere l’uomo triste
dietro gli occhi azzurri…>
Per un istante penso’ che Spike le stesse parlando…un'altra assurda cantilena sull’ingiustizia del mondo. Poi si rese conto che erano le parole della canzone. La voce era dolce, la musica lenta. Guardo’ Spike e si accorse che anche lui la stava fissando. Le sorrise, un sorriso bellissimo. Peccato che lei non voglia apprezzarlo. Il sorriso di un mostro…
<E nessuno sa come ci si sente
Ad essere odiato…
Ad essere accusato di dire solo bugie…
Ma i miei sogni non sono cosi’ vuoti
Come sembra essere la mia coscienza…>
Perche’ deve avere un sorriso cosi’ bello? Cosi’ caldo, vivo, umano? E perche’ ho cosi’ tanta voglia di sorridergli? Buffy pensava cosi’, velocemente. Mentre la musica scioglieva il ghiaccio dentro di lei. Decise di sorridergli. Solo un pochino…non era poi cosi’ difficile…
<Nessuno sa come ci si sente
a provare questi sentimenti
come faccio io
e me la prendo con voi…>
No, nessuno lo sa…nemmeno lei. Lei che mi guarda con quegli occhi. E mi fa sentire cosi’ vivo. Lei che un attimo prima sembra capire tutto, ma poi…ma non e’ colpa sua. Come potrei chiederle di amarmi? Un’anima dannata…lei, un fiore, viva, autentica. E io cosa sono? Il niente assoluto. Non sono vivo. ma ho un’anima. Non sono morto. Eppure mi hanno ucciso. Due volte. Prima Dru…ma la tortura peggiore me la infligge lei. Che mi guarda e non mi uccide…
<Nessuno sa cosa si prova
ad essere maltrattato
Ad essere sconfitto
Dietro gli occhi azzurri…>
Gli occhi azzurri…i suoi occhi azzurri. Sembrano senza fine. Mi ci perdo dentro. Affogo…Dio mio, tirami fuori! Sto annegando. Ancora. Ma non mi dispiace. Dovrebbe? Dovrei dire che sono gli occhi di un mostro, ma mi ritrovo a pensare che sono quelli di un angelo. Che si nasconde li’ dietro. Dietro gli occhi azzurri. I suoi…
<Nessuno sa come dire
che e’ dispiaciuto
e non ti preoccupare
non dico bugie…>
Non le ho mai dette…ma lei come potrebbe saperlo? Non ho fatto abbastanza per dimostrarglielo. Ma ogni parola, ogni sguardo, ogni pensiero che le rivolgevo era cosi’ vero da spaventarmi. Perche’ in teoria non dovrei provare nulla di vero. E certe volte vorrei che fosse cosi’…solo una grande, enorme bolla di sapone. E mi convinco che e’ cosi’…ma la bugia piu’ grande la racconto a me stesso…
<Nessuno sa come ci si sente
Ad essere l’uomo cattivo
Ad essere l’uomo triste
Dietro gli occhi azzurri…>
E la musica smette. scuotono la testa, scacciano cio’ che hanno pensato. Che assurdita’…la musica fa uno strano effetto. Soprattutto quando e’ cosi’ vera…ma e’ meglio non pensarci. La vita non e’ una canzone. L’ha detto anche lui…uno sguardo sul tavolino. E scoprono pieni di un piacevole imbarazzo che le loro mani si sono intrecciate. Cosi’ senza volerlo. E quello sguardo di lui che scopre tutto…ma allora abbiamo pensato la stessa cosa…
Poi un altro sguardo. Lei a lui. Che uccide ogni sua speranza. Glielo legge negli occhi. Un attimo prima cosi’ dolci, ora sembravano gridare <si’, abbiamo pensato la stessa, stupida, cosa, e allora? Non cambia niente!>. La ragazza ritiro’ la mano di botto, arrossendo. Ma lui non vide quelle guancie macchiarsi di cremisi. Aveva gia’ voltato la testa, per nascondere una lacrima capricciosa, forse. Buffy guardo’ l’orologio. Le tre e mezza di notte. E niente di strano intorno a lei. Tranne il fatto che si era trovata a stringere la mano di Spike. Ma non aveva potuto evitarlo. E ora stavano di nuovo male tutti e due. Eppure sarebbe stato cosi’ semplice. Bastava avvicinarsi un po’ di piu’. Chiudere gli occhi e ladciarsi andare. Perche’ le sembrava cosi’ dannatamente difficile? Lo aveva fatto tante volte prima. Erano andati decisamente oltre i baci. Prima. Ma ora era un’altra cosa. Non aveva nulla da cui fuggire. Non aveva nulla con cui giustificarsi. Con gli altri, con se stessa. Baciare un mostro. lo era sempre? Era sempre un assassino sanguinario? Quello con cui aveva appena condiviso un istante di tenerezza era davvero lo stesso che aveva tentato di ucciderla? Lo stesso che l’aveva incatenata per un’assurda prova d’amore era lo Spike tranquillo e innamorato che le stava davanti? Decisamente no…e allora perche’ si vergognava lo stesso? Perche’ aveva bisogno di giustificarsi? Possibile che avesse semplicemente paura?
L’amore attira i corpi…la forza di gravita’ pure....in entrambi i casi si rischia di cadere…
Gia’…ma faceva molto piu’ male cadere in amore. Soprattutto quando sai che la caduta e’ inevitabile. Stupida Buffy! Ci hai gia’ provato, te ne sei dimenticata? Con Angel e’ andato tutto male, con Spike perche’ dovrebbe andare meglio? Angel se n’era andato. Poteva capirlo, era un vampiro. Avevano capito entrambi che era una storia impossibile. Riley se n’era andato. Lui non aveva giustificazioni. La loro storia andava cosi’ bene. Finita per qualche morso. Vampiri!
Maledizione, c’entrano sempre! Qualunque cosa faccio, con chiunque cerco di stare, eccoli che spuntano e rovinano tutto! Oh, Spike, ne ho di motivi per odiare la tua specie.
La tua specie. Non ne era cosi’ sicura mentre lo pensava. Anche lui era un vampiro. Ma non lo era mai stato del tutto. Troppo vicino ai vizi umani per essere una fredda creatura notturna. E c’erano sempre stati troppi sentimenti in quel cuore. Anche se morto. Lui aveva sempre odiato, era stato pieno di rabbia. Aveva adorato Drusilla come avrebbe fatto un uomo. Si era sentito tradito, frustrato, abbandonato. Aveva amato lei come e molto piu’ di Angel o Riley. Un amore del tutto diverso. Come se avesse dovuto riversare su di lei una vita e una non vita d’amore. Aveva avuto il suo corpo. Il corpo della cacciatrice. Il corpo della donna che desiderava. Non gli era bastato. Ad un vampiro qualsiasi sarebbe bastato. A Spike no. Certo, aveva sopportato. Gli era piaciuto. Ma non ne era stato soddisfatto. Non gli bastava. Se non poteva avere l’anima, il corpo non gli interessava piu’ di tanto. Aveva cercato in tutti i modi di assecondarla. Aveva fatto tutto quello che poteva per convincerla a fidarsi di lui. Non ci era riuscito. Eppure non si era arreso. E aveva fatto l’unica cosa che pensava potesse finalmente bastarle. Era andato fino alla fine del mondo per riprendersi cio’ che era stato tanto felice di lasciare, tempo prima: la sua anima. Atroci sofferenze, per poi tornare indietro, da lei, sperando che avrebbe capito. Ancora una volta le sue aspettative erano state calpestate. Per la sua sciocca paura di soffrire. Di nuovo. Ma si puo’ realmente sfuggire all’amore? Lui non ci sarebbe stato per sempre. Prima o poi si sarebbe detto che meritava di meglio. Magari era realmente cosi’…provava una stretta allo stomaco quando ci pensava. Il miglior modo per amare una persona e’ pensare che potremmo perderla. Cosi’, da un momento all’altro. E allora sarebbe stato troppo tardi. Troppo tardi per cercare di rimediare.
Basta, basta, basta! Esci dalla mia testa, maledizione!
Era tardi. Troppo tradi. Forse quella sera non ci sarebbero stati altri omicidi. Fini’ il suo secondo succo d’ananas e fece cenno a Spike di uscire. Uscita principale, dove di solito il misterioso vampiro lasciava i suoi regalini sull’asfalto. Un’occhiata veloce. Il vicolo era deserto. Il cartello del “Bronze” lampeggiava a scatti, facendo un po’ di luce in quel tetro vicolo buio. Spike guardo’ meglio, abituato al buio. Quel pensiero rattristo’ Buffy. Si chiese cosa provasse a non poter vivere di giorno. A non poter lasciarsi inondare dalla luce del sole. Non glielo aveva mai chiesto. Doveva essere una cosa triste. Appartenere alle tenebre…alzare gli occhi al cielo e non vedere altro che buio. La luna fredda. Le stelle indifferenti. Il vento saturo dell’odore di chi ha gia’ vissuto la sua fetta di giornata. E provare invidia, un invidia bruciante, per gli uomini comuni. Falliti, morti dentro, sofferenti. Ma legati alla luce del sole. Calda, viva, vera. Gia’, davvero molto triste. Ma qualunque cosa provasse per la sua condizione, Spike non lo dava a vedere. Ne sembrava del tutto indifferente. Ma non poteva essere cosi’. Buffy lo sapeva perche’ provava le stesse cose. Anche lei apparteneva alle tenebre. Alla notte. Era bastata una sua frase per farglielo capire. E nessuno avrebbe potuto mai provare il contrario. Lei viveva solo la notte. Di giorno non faceva altro che vegetare. Aspettare che il buio tornasse. Per poter vivere di nuovo.
Spike la chiamo’, ansioso. Buffy penso’ subito ad un altro cadavere. Ma nel punto in cui si trovava il vampiro non c’era niente. No, non proprio niente. Il ragazzo le indico’ una scritta sull’asfalto. Rossa. Sembrava scritta con il sangue. Ma Spike la rassicuro’ dicendole che doveva essere vernice rossa. Ancora una volta Buffy ebbe l’impressione di essere spiata. Giro’ gli occhi angosciata, ma non vide altro che la propria ombra. Guardo’ la scritta. ‘NON MI HAI FERMATO…’.
Buffy si guardo’ nuovamente intorno, aspettandosi di vedere un altro cadavere, magari nascosto. Un sibilo fendette l’aria attorno a lei. Buffy indietreggio’ prontamente, mentre una freccia fermava la sua corsa sull’asfalto a pochi centimetri da lei. Spike si guardo’ intorno, preoccupato. Buffy fece altrettanto, ma non videro niente. La freccia sembrava piovuta dal cielo sopra di loro. Buffy la raccolse. Sulla punta c’era una piccola pergamena. L’apri’. Poche parole a penna, come sempre.
‘HO SEMPRE SAPUTO CHE ERI UN’EGOISTA, UN’EGOCENTRICA. STAVOLTA TI COSTERA’ CARO…TI AVEVO DATO UNA CHANCE, L’HAI BRUCIATA. GUARDA BENE LA FOTO CHE HAI CON TE…FORSE HAI ANCORA UN PO’ DI TEMPO…’
Un brivido gelido le corse su per la schiena. Prese tremando la foto dalla tasca del cappotto e la guardo’ attentamente. C’era lei. Bionda, occhi verdi. Era lei, ne era sicura…alzo’ la testa verso il cielo scuro, riflettendo…
Egoismo ed egocentrismo…
Improvvisamente i suoi occhi verdi si spalancarono. Prese a tremare vistosamente, tanto che Spike temette che fosse stata colpita da una freccia. La ragazza sposto’ lentamente gli occhi sulla foto. Le manco’ per un attimo il respiro. Il battito del suo cuore accellero’ fino all’inverosimile, mentre la pergamena e la foto le cadevano di mano e lei correva via, senza fornire ad uno Spike teso come non mai, una spiegazione. Sconcertato, il ragazzo raccolse la piccola pergamena. La lesse velocemente. Prese la foto. L’aveva vista solo una volta, di sfuggita, nell’albergo di quello strano poliziotto di New York. Eccola li’, Buffy. Piccola, minuta, semplicemente bellissima. Almeno per lui. Cosi’ terribile e cosi’ indifesa…perche’ era corsa via cosi’? in quel momento vide anche lui. E capi’ tutto, subito. Mise frettolosamente in tasca la foto e la pergamena e corse dietro a Buffy. Sapeva dove stava andando.

Il cuore le batteva forte. Le rimbombava nelle tempie. La stordiva. Le gambe le facevano male per quanto aveva corso. Le mancava il respiro. Ormai era quasi arrivata. E penso’ che non ce l’avrebbe fatta. Corri! Ignoro’ le dolorose fitte che le trapassavano il corpo e corse a perdifiato, cosi’ forte come lei non pensava di poter andare. Eccola li’. La vedo! Solo pochi metri. Rallento’ quel tanto che le permise di non andare a sbattere contro il portone del condominio dove abitava Xander. Dove aveva lasciato il ragazzo con Dawn. Fece le scale a quattro alla volta, fino al quarto piano. In due secondi era davanti alla porta. Chiusa. Non ebbe il tempo di pensare. Con un calcio, il piu’ forte e il piu’ sofferto che avesse mai dato, spalanco’ la porta. Ma aveva visto male. Era aperta. Si ritrovo’ lungo distesa nell’ingresso di casa di Xander. Si rialzo’. Non sentiva niente, tranne un leggero sfrigolare. Fuoco, forse. Nessuno corse a vedere cos’era successo. La paura di Buffy divenne terrore. Non riusciva piu’ a muoversi. Doveva andare avanti, ma era come bloccata. Tremava convulsamente. D’improvviso senti’ una mano fredda che le afferrava il braccio. Giro’ di scatto la testa. Spike era li’, vicino a lei. Aveva lo sguardo preoccupato. Ma sembrava piu’ lucido di lei. Quel tocco sul suo braccio, freddo eppure bollente, la calmo’ per un istante. Ma dall’interno della casa ancora nessun rumore se non quello sfrigolare monotono. E…Buffy tese l’orecchio. Si’, c’era davvero. Un gemito. Leggero, impaurito. Soffocato. Con uno strattone si libero’ dalla presa di Spike e corse verso il rumore. Il ragazzo la seguiva, circospetto. Buffy guardo’ la porta chiusa della stanza da letto. Si’, il rumore veniva da li’. Un altro calcio. Stavolta la porta era stata saldamente chiusa. Si spalanco’ con un sinistro rumore cigolante. Permettendo ad una Buffy sconvolta di vedere sua sorella ai piedi del letto, legata ed imbavagliata. Un brutto livido sullo zigomo destro. Il vampiro l’aveva stordita e poi aveva preso Xander. Buffy getto’ un’occhiata nella stanza, terrorizzata dalla possibilita’ di trovare il suo amico morto dissanguato in qualche angolo. Ma a quanto pare l’aveva solo portato via. Era stato di parola.
Forse hai ancora un po’ di tempo…
Stava giocando con lei. La stava sfidando a trovarla. E, per movimentare la cosa, aveva deciso di farsi uno spuntino di nome Xander.
Maledizione, ma cosa ti ho fatto per meritarmi questo? E perche’ te la prendi con loro?!
Tiro’ un calcio alla gamba del letto, poi cadde a terra, singhiozzando. Spike stava slegando Dawn, sconvolta quanto Buffy. La piccola corse ad abbracciare la sorella, che la strinse forte, senza parlare. Spike rimase fermo, i pugni stretti, in un angolo. Furente. Xander gli era sempre stato antipatico, con il suo assurdo protezionismo nei confronti della sua preziosa Buffy. Ma lei gli voleva bene. E soffriva. Terribilmente.
Se al posto di Xander ci fossi stato io avrebbe pianto cosi’?
Non poteva eviatare di chiederselo, guardandola singhiozzare aggrappata alla maglietta di Dawn. Era come se lui non esistesse, in quel momento.
No, certo che no…io non sono cosi’ importante. Magari sta pensando che sarebbe stato meglio se avesse preso me…
Dawn si sposto’ delicatamente dalla sorella maggiore. Aveva le guance rigate di lacrime rese scure del trucco. Ando’ verso Spike. Lui le tocco’ delicatamente lo zigomo, l’alone violaceo della brutta botta. L’aveva colpita con la lampada che ora se ne stava riversa a terra vicina alle corde che avevano stretto la ragazzina. Dawn gli butto’ le braccia al collo.
“Spike! E se prendesse anche te?!”
Piccola. La sua briciola. L’unica che cercava di capirlo. L’unica a volergli davvero bene.
Si’, lei avrebbe pianto allo stesso modo…
La strinse forte, immaginando che al suo posto ci fosse la sorella. Avrebbe dato qualunque cosa pur di sentire quelle poche parole da Buffy. Poche, ma gli avrebbero fatto esplodere il cuore di gioia. Stava per rassicurare Dawn, quando una voce tremante ma ferma riempi’ il silenzio della stanza.
“Non succedera’…non prendera’ piu’ nessuno. E Xander tornera’ qui. Molto presto. Vuole me? Vuole che lo trovi? Bene.”
Non piangeva piu’. C’era solo furia nei suoi occhi. Una furia che l’avrebbe uccisa. Spike lascio’ Dawn. Si avvicino’ a Buffy. Non la tocco’. In momenti come quelli era meglio tenersi alla larga. Non voleva altri insulti.
“Buffy…non puoi farcela da sola. Non sai dove puo’ averlo portato…forse dovremmo tornare da quei poliziotti…”
La ragazza lo guardo’. Spike resse il suo sguardo.
“Perche’? loro non possono fare niente! Non sanno niente di demoni e vampiri! Loro combattono gli esseri umani!”
“Loro trovano le persone…le persone rapite. E spesso le trovano vive. Hanno tecnologie, microspie, telecamere. Potrebbero individuarlo molto piu’ velocemente. Dammi retta, per una volta, Buffy!”
Ci penso’ su. Un paio di secondi. Poi annui’ controvoglia. Qualche piccola lacrima scendeva dai suoi occhi. Dawn ando’ in cucina a prendere del ghiaccio da mettere sulla contusione. E Buffy, forse per il dolore, forse perche’ ne aveva voglia e basta, abbraccio’ forte Spike. Lui ricambio’ l’abbraccio dopo un secondo di confusione. Chiuse gli occhi, assaporando fino in fondo quella sensazione. E le sorprese non sembravano voler finire quel giorno. Alcune belle, altre molto meno.
“Cosa farei senza di te?”
Un bella sorpresa. Non l’aveva mai detto. Non a lui. Si senti’ importante, accettato, come raramente gli succedeva. La strinse piu’ forte. E Buffy si senti’ cattiva perche’ usava il rapimento di Xander come giustificazione…

Lincoln Rhyme era alla finestra dell’albergo e guardava con una punta di amarezza la citta’ che stava abbandonando. Con tutti i suoi piccoli misteri. Mel Cooper stava finendo di scollegare tutte le apparecchiature, Sellitto se ne stava placidamente seduto a gustarsi un panino, rimuginando sugli avvenimenti di quella notte. Ormai era l’alba e dovevano partire. Amelia risistemava in silenzio i documenti nella cartellina ocra, rabbrividendo di tanto in tanto quando una foto del collo della vittima finiva nelle sue mani. La sua vita stravolta in un giorno. La vita di Rhyme, di Sellitto, di Cooper, di Tom. Credenze di una vita mandate a farsi benedire. Per colpa della irrefrenabile curiosita’ di Rhyme. E della causa di divorzio di Sellitto. Spero’ che l’aria di New York le avrebbe fatto dimenticare tutto questo. Lo sperava pur sapendo che nemmeno mille anni avrebbero potuto farle dimenticare quella interminabile notte. E quando a New York le si sarebbe presentato un caso strano? Cosa avrebbe fatto? Il tarlo del soprannaturale si sarebbe insinuato dentro di lei. Forse non sarebbe piu’ stata capace di indagare come prima. Avrebbe sempre avuto il timore di stare mettendo il naso in affari che non la riguardavano. C’erano cosi’ tanti casi strani nella sua citta’. tanti casi irrisolti. Chissa’ se c’era una cacciatrice anche alla grande mela. Probabilmente no. E perche’ proprio a Sunnydale? Ah, gia’…
Benvenuti sulla bocca dell’inferno…
La bocca…dell’inferno…allora esisteva davvero. Inferno, paradiso. E, cosa aveva detto quella ragazza?
Mi hanno ucciso due volte…
Impossibile per una come Amelia crederci. Ma quella ragazza non mentiva. Era davvero morta. Non una, due volte! Ed era tornata? Certo, quello con cui aveva parlato non era affatto un fantasma. E i fantasmi esistevano? Beh, se esistevano demoni e vampiri perche’ non dovrebbero esistere i fantasmi? In fondo ci aveva sempre creduto. Ne aveva bisogno. Per pensare che suo padre non l’aveva completamente abbandonata. Era un pensiero confortante. Sorrise. Era tutte cosi’ irreale…
Rhyme aveva sempre evitato le domande di natura teologica. Era uno scienziato. Credeva nella materia, lo spirito per lui era frutto dell’invezione umana. Per far sentire i deboli meno soli, i tristi meno affranti. Eppure ora tutte le sue teorie erano state stravolte. In un attimo aveva perso tutto quello in cui aveva creduto. Era venuto a conoscenza di vampiri, demoni, licantropi, fantasmi…cacciatrici. Che nome banale. Penso’ che probabilmente si sarebbe ritirato. Basta cosi’. Non voleva ritrovarsi ancora un caso come quello. Anche se a New York di solito succedeva che un uomo uccideva un altro uomo, senza vampiri di mezzo. Ma poi avrebbe cominciato a congetturare, a domandarsi se per caso un vampiro avesse avuto voglia di uno spuntino alla grande mela o cose del genere. E non sarebbe piu’ stato capace di andare avanti. Forse avrebbe potuto restare a Sunnydale. Studiare la bocca dell’inferno. Magari cercare un modo per chiuderla…
Oh, no, Rhyme…non ricominciare con queste assurde teorie…
Non erano affari suoi. Ma lui era sempre stato un gran ficcanaso. Ma stavolta no. Avrebbe fatto dietrofront e sarebbe tornato a New York. Avrebbe dato le dimissioni una volta per tutte. Avrebbe continuato la sua vita da civile. Con Amelia. Forse. Niente piu’ gli sembrava sicuro. Niente certezze. Faceva troppo male vederle portate via. Come da una folata di vento. In un secondo. E ti ritrovi a chiederti cosa ci sia di certo, di scontato nella vita. La morte? No, quella ragazza l’aveva vinta due volte. Nemmeno quell’ultima certezza gli era rimasta. Per un attimo odio’ Buffy. Con tutte le sue forze. Ma poi penso’ che in fondo non era nemmeno colpa sua. Era sicuro che non l’avesse chiesto lei l’oneroso compito di proteggere i comuni mortali dalla bocca dell’inferno. Forse anche lei si era sentita come loro. Anzi, sicuramente. Chissa’ cosa stara’ facendo. L’avra’ trovato quel vampiro? O sara’ morta di nuovo?
Come evocata dai suoi pensieri, la porta della stanza si spalanco’. Sulla soglia stava Buffy, tremante ma risoluta. Accanto a lei, ancora quel ragazzo, il vampiro innamorato. Li fissava diffidente. Buffy giro’ lo sguardo su tutti i presenti. Era uno sguardo sofferente, implorante. I suoi occhi si fermarono in quelli di Rhyme. Lui ebbe l’impressione di leggervi una supplica. La voce della cacciatrice suono’ chiara e forte alle sue orecchie.
“Ho bisogno del suo aiuto…”


 
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Un Nuovo Caso...(III capitolo)

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August 29 2004, 11:46 AM 

“Ho bisogno del suo aiuto…”
Quelle parole arrivarono lente alle orecchie di Rhyme. Non fu nemmeno certo di averle sentite. Il suo smarrimento duro’ un solo attimo. Poi, una risata piena di un amaro sdegno riempi’ il silenzio della sala.
“Cosa?”
Buffy strinse i pugni. Gli occhi verdi divennero due piccole fessure, mentre rivolgeva uno sguardo carico di odio al criminologo.
“Le sto chiedendo di aiutarmi…mi ha sentito, Rhyme. Ho bisogno del suo aiuto, e ne ho bisogno adesso!”
Rhyme prese quelle parole come una vittoria personale. La cacciatrice che chiede aiuto al comune mortale…
“Oh oh, ma cosa sentono le mie orecchie…la grande, potente sharlock Olmes che chiede aiuto al povero sciocco Watson…ah, non va proprio…mi dispiace ma come vede ho raccolto i miei giocattoli e sto per tornare a New York. Sono sicuro che la cacciatrice sapra’ cavarsela anche senza il mio banale aiuto…”
Uno sguardo ardente parti’ dagli occhi di Rhyme. E rimbalzo’ in quelli di Buffy. Si senti’ travolgere da un’ondata di odio. E disperazione. Ma la sua espressione divertita e soddisfatta non abbandono’ nemmeno per un istante il suo viso. Buffy tremava di piu’, ora. Per la rabbia. Stringeva i pugni con foga, rischiando di farsi male. Spike le si avvicino’. Provo’ a prenderle una mano, ma lei si ritrasse bruscamente. A quanto pareva l’orgogliosa Buffy Summers era tornata. Niente piu’ momenti di debolezza.
“Rhyme, glielo sto chiedendo per favore…”
“Mi dispiace, non sono affari miei…la cacciatrice e’ qualificata per questi delitti…”
“non le sto parlando da cacciatrice!”
“Allora cominci a farlo, perche’ questi, glielo ripeto, non sono affari miei. E le ricordo che e’ stata lei a volermi fuori!”
Buffy si imponeva di restare calma, anche se una parte piuttosto ampia di lei avrebbe voluto prendere a calci quel paralitico cosi’ pieno di se’ da scoppiare.
“Questo e’ stato prima che un vampiro rapisse il mio migliore amico…”
“Ah, e’ tutto qui…la potente cacciatrice Buffy Summers chiede aiuto quando si tratta dei suoi amici. Se avesse rapito qualcun altro mi avrebbe chiamato?”
“Io…”
“No, certo che no! Vuole sapere cos’e’ lei? E’ un’egoista. Se un caso la tocca da vicino allora, certo, mobilitiamo anche l’esercito…altrimenti si puo’ fare con calma. Si puo’ estromettere la polizia e pensare di poter risolvere sempre tutto da sola. E se scappa un cadavere, fa niente! Non sara’ certo lei a piangerlo!”
Per Buffy era troppo. Essere chiamata egoista due volte in un giorno, proprio lei che rischiava la sua vita ogni maledetto giorno per salvare il culo di quelli come Lincoln Rhyme. Chi era lui per giudicarla? Fece qualche passo avanti. Afferro’ Rhyme per le spalle. Amelia si mosse per aiutarlo, ma la mano fredda di Spike la trattenne. Gli altri capirono che era meglio restare al proprio posto. Nessuno, in quella stanza, sarebbe stato in grado di capire quali occhi ardevano di piu’. Quelli neri di Rhyme, o quelli verdi di Buffy?
“Mi ascolti bene, Rhyme. Io lavoro giorno e notte, rischio la vita, combatto, vinco, muoio per salvare paralitici narcisisti come lei, e cosa ho in cambio? Vengo chiamata egoista, egocentrica, assente, fredda! Nessuno sa quello che faccio. La gente non va a letto la sera pensando ‘possiamo dormire tranquilli, c’e’ la cacciatrice in giro’. Non sanno nemmeno della mia esistenza. E io combatto per loro. E nessuno mi ringrazia mai. Ho le mani sporche di sangue. A volte non riesco a comprendere la differenza tra bene e male e non c’e’ nessuno che mi consigli. Essere cacciatrici significa essere soli. Significa rinunciare a se’ stessi. Maledizione, non ho chiesto io di diventare quella che sono, sa? Non ci sono concorsi per aspiranti cacciatrici! Lo vieni a sapere da un momento all’altro e non puoi fare niente per evitarlo. In quel momento perdi tutto. Non hai piu’ diritto ad una vita normale. Io la mia piccola fetta di normalita’ l’ho costruita sudandomela giorno dopo giorno. I miei amici, la mia famiglia. Per voi avere amici e’ normale. Per me e’ una lotta continua. E a volte penso che, si’, sono egoista, perche’ li lascio camminare al mio fianco pur sapendo che corrono pericoli. Ma senza di loro impazzirei. Io non sono forte, ho bisogno di qualcuno che mi sostenga. Io…non posso perderli, capisce?”
Piangeva, Buffy. Senza accorgersene. Sentiva solo qualcosa di caldo scivolarle sulle guance. Lascio’ andare Rhyme. Si guardo’ intorno. Amelia la fissava commossa. Spike la guardava con orgoglio. Sembrava gridare ‘questa e’ la mia Buffy’. Lei si asciugo’ gli occhi. Torno’ a guardare Rhyme. C’era una quieta disperazione nei suoi occhi verdi, che lui riusciva a vedere benissimo. E che lo lasciava stranamente senza parole.
“Io…io non sono un’egoista Rhyme. Possono accusarmi di essere tutto, tranne che egoista. Non so nemmeno cosa significhi potersi dedicare esclusivamente a se stessi. E’ un concetto che non puo’ nemmeno sfiorarmi. L’unica cosa che mi preoccupa in questo momento e’ che questo vampiro ha con se’ Xander. E io lo trovero’ e lo uccidero’, con o senza di lei. Solo che senza ci mettero’ molto di piu’. Allora, detective, mi aiuta?”
Rhyme si guardo’ intorno per un attimo. I suoi occhi si posarono su Cooper.
“Mel, di’ agli operai di riportare tutto dentro. A quanto pare ritarderemo la partenza di qualche giorno…”
Un sorriso di trionfo illumino’ il volto di Buffy. Rhyme ricambio’ il sorriso. Stavolta sembrava molto meno forzato. La ragazza giro’ gli occhi, certa di incrociare lo sguardo sognante di Spike. Ma lui non la guardava. E Buffy noto’ tristemente che sorrideva malizioso ad Amelia Sachs. Anche Rhyme volse gli occhi verso la sua donna. Una terribile fitta sembro’ trapassarlo, anche se nom avrebbe potuto sentirla. La poliziotta dai capelli rossi fissava interessata gli occhi blu di quel vampiro. Timidamente. Il criminologo torno’ tristemente con gli occhi verso Buffy. E si accorse che lei faceva la stessa cosa. Lentamente, spostava gli occhi su di lui. Senza terrore. I loro sguardi si incrociarono. La stessa triste rassegnazione. In quel momento, senza parole, capirono di essere uguali. Uno sguardo di alleanza. Quasi amichevole. Lo sguardo di due persone che, per quanto fossero diverse, recavano dolori profondi. Di cui nessuno era a conoscenza. Due persone diverse…

Circa tre ore dopo tutti i macchinari erano stati collegati alle prese elettriche. Un ronzio monotono riempiva l’aira della stanza. Un aria terribilmente calda e opprimente, penso’ Rhyme. Buffy sembrava non far nemmeno caso al caldo. Stava seduta sul cornicione della finestra del soggiorno, contemplando le stradine sottostanti l’albergo. I suoi capelli biondi ondeggiavano lentamente nel vento. In una sorta di maliziosa danza senza fine. Salivano, scendevano, le carezzavano le guance. Ricadevano morbidi sulle sue spalle. I suoi occhi non osservavano nulla in particolare. Si spostavano nervosamente. Si richiudevano per istanti lunghissimi. Con la mano destra si tormentava le pellicine attorno alle unghie. Conficcava le unghie nella pelle fino a farla sanguinare. Rhyme penso’ che in questo era simile ad Amelia. Un vizio autodistruttivo. Eppure quanto la invidiava. Prima dell’incidente lui era solito camminare avanti e indietro, ininterrottamente, congetturando. Ora non poteva fare niente. E sfogava il suo nervosismo sugli altri. Era un buon antistress. Lo calmava per un po’. Ora pero’ avrebbe voluto poter conficcarsi le unghie nei palmi delle mani per la frustrazione. Non solo non aveva la minima idea di come risolvere questo caso, ma sembrava non poter contare nemmeno sull’aiuto psicologico e fisico di Amelia, troppo presa a chiacchierare con quel vampiro. Spike.
“E cosi’…tu hai un’anima?”
Il vampiro biondo annui’, rivolgendosi all’attraente donna che gli stava davanti.
“Gia’…beh, non e’ sempre una bella cosa…ma l’ho voluta io, e non me ne pento.”
“Deve fare molto male…insomma, tutti quei sensi di colpa…”
“Quello che me l’ha ridata l’ha paragonata ad una scintilla…una scintilla di vita. Ma i primi tempi era un fuoco incontrollabile. E mi sembrava che mi stesse uccidendo. C’erano tutte quelle voci. E tanti volti. Ma poi Buffy mi ha aiutato ad uscirne…”
Un sorriso triste si affaccio’ sulle labbra di Spike. Amelia noto’ che succedeva solo quando parlava di Buffy.
“Sei in pena per la tua amica?”
“Non voglio che soffra. E’ stata male abbastanza. Meriterebbe un po’ di felicita’…ma quando sembra che cominci a filare tutto liscio, ecco che compare il solito vampiro con le manie di grandezza e rovina tutto…”
“E’ per lei che hai voluto indietro la scintilla?”
Spike alzo’ gli occhi sulla donna. Somigliava un po’ a Buffy. Era piu’ alta, sembrava piu’ dolce, ma le somigliava. Avevano gli stessi occhi. Tremendi e impauriti. Spike ne rimase per un attimo stordito.
“Cosa te lo fa pensare?”
Amelia sorrise. Dio, sorridono allo stesso modo!
“Non per smontarti, ma si vede lontano un miglio che sei cotto di lei...te lo si legge negli occhi…e poi non vedo altra ragione. Solo un uomo pazzo o uno innamorato rischierebbe tanto…”
Spike abbasso’ timidamente lo sguardo.
“Dovro’ imparare a nasconderlo meglio…a lei non piacerebbe leggermelo negli occhi…forse dovrei comprarmi un paio di occhiali scuri…”
Risero lievemente a quella battuta.
“E cosi’ non ne vuole saperne di te?”
“Io sono solo un mostro…con o senz’anima…e una cacciatrice non puo’ amare un mostro…nessuno puo’ farlo…”
Lo disse con una quieta disperazione che tocco’ profondamente Amelia. Gli mise una mano sul braccio. A quel tocco, Spike alzo’ gli occhi su di lei.
“Hey…io non penso che tu sia un mostro…e sai perche’?”
Sembrava una buona mamma che cerca di consolare un bambino. E Spike aveva terribilmente bisogno di essere consolato. Le rivolse un sorriso.
“Perche’?”
La donna gli asciugo’ con una mano una piccola lacrima. Lui non s’era nemmeno accorto di piangere. Doveva aspettarselo. Quando pensava a Buffy gli succedeva sempre.
“Perche’ i mostri non piangono per amore…”
Buffy aveva osservato i due parlare dalla finestra dov’era seduta. Non aveva sentito cosa si dicevano. Ma le erano bastate le immagini. Lo sguardo di Spike. Come quando guardava lei. Anzi, piu’ interessato. E Amelia…era cosi’ bella…quale uomo (o vampiro) non avrebbe perso la testa per lei? Gli occhi verdi, i capelli rossi…alta, slanciata. Con un bel sorriso. Un bel sorriso che stava rivolgendo a lui…si fissavano negli occhi. Sorridevano, parlavano. Buffy giuro’ di aver visto la mano di Amelia sulla guancia di Spike. E si era sentita tradita nel profondo. Ma perche’? era Spike! Aveva tutto il diritto di amare qualcun’altra. Perche’ lei non poteva averla. Lei non avrebbe mai potuto essere sua. Ma, chissa’?, magari Amelia si’. Ma le dava cosi’ fastidio. Avrebbe voluto rimandare quella dannata poliziotta a New York. Con tutto il corredo di attrezzi elettronici e perfettamente inutili. Ma aveva bisogno di loro per trovare Xander. Distolse lo sguardo dai due seduti placidamente su un divanetto. Parlavano. Sempre piu’ vicini. E Spike aveva occhi solo per lei. Era come se Buffy non esistesse piu’. Guardami, guardami, guardami! E lui la guardo’. Si giro’ per un istante verso di lei. E tutto quello che Buffy seppe fare fu abbassare gli occhi, dopo avergli rivolto il solito sguardo di ghiaccio.
Stupida idiota, alza questi maledetti occhi!
Li rialzo’. Ma lui non la stava guardando piu’. Era tornato a fissare Amelia. Gli occhi verdi di Buffy si riempirono di lacrime. Di rabbia. Non avrebbe saputo dire perche’.
In quel momento, fortunatamente, Tom irruppe nella sala chiedendo a tutti di andare da Rhyme. Spike e Amelia si alzarono. Lui non guardo’ nemmeno di sfuggita la ragazza bionda che lo seguiva con gli occhi. Poi, anche Buffy scese dalla finestra ed entro’ titubante nella camera da letto.

Rhyme stava disteso sul letto. Un bicchiere colmo di succo di frutta (“troppo presto per il liquore”, aveva detto Tom rifilandogli un bicchiere di succo d’arancia), dava bella mostra di se’ su di un sottobicchiere posto poco distante dal viso di Rhyme. Una cannuccia gli arrivava a pochi centimetri dalle labbra. Delle belle labbra, penso’ Buffy. Era la cosa che l’aveva colpita di piu’ in Rhyme, subito dopo gli occhi. Quegli occhi cosi’ duri e freddi non sembravano nemmeno appartenere ad un essere umano. Si prendevano gioco della gente. Ridevano di lei. E, insiegabilmente, sembravano chiederle aiuto. Solo a lei. Perche’ loro erano uguali…ugualmente diversi. Le labbra di Rhyme si mossero.
“Allora, Sachs, cosa abbiamo?”
La poliziotta avanzo’ verso Rhyme. Aveva un documento in una mano. Ma i suoi occhi fissavano Rhyme. Sembravano stupirsi del suo sguardo, stranamente gelido. Buffy penso’ che anche lui avesse visto la chiacchierata amichevole (terribilmente amichevole) tra lei e Spike. E si rodeva di gelosia quasi piu’ di lei.
“Stando a quanto raccolto fin’ora abbiamo due ragazzi morti assassinati. Del primo non si sa niente, il caso era ancora nelle mani della polizia locale. Del secondo sappiamo a tutt’oggi che e’ stato…morso da un vampiro. Sul collo. Causa del decesso: dissanguamento. Ora abbiamo aggiunto alla lista anche un caso di rapimento. Xander Harris, ventidue anni, attualmente caposquadra in un cantiere edile. Si presume che il rapimento sia opera di un…vampiro non meglio identificato. Non sono ancora stati effettuati rilevamenti sulla scena del crimine, ovvero l’appartamente numero nove-zero-uno di Mereduth street, a Sunnydale. Non c’e’ nient’altro. Qualcuno dovrebbe andare ad esaminare la scena. Magari potrebbe anche fare altri rilevamenti nella scena numero uno, il vicolo dietro il locale. Potrei…”
Rhyme la interruppe bruscamente. Fisso’ Buffy negli occhi.
“Certamente, Amelia. Summers, vorrei che sia lei ad esaminare la scena.”
Amelia rimase interdetta per un istante. L’aveva chiamata per nome…non lo faceva mai. E aveva intenzione di mandare una civile inesperta ad esaminare una scena al posto suo. Si senti’ bruciare di rabbia.
“Ma…Lincoln! Non puoi mandare una civile ad esaminare la scena di un crimine! E’ un lavoro delicato, non puo’ farlo chiunque! Manda me, come sempre!”
Rispose pacatamente, Rhyme. Come se tentasse di spiegare una lezione semplicissima ad un alunna un po’ tarda.
“Sachs, tu non conosci questa citta’. e non conosci i vampiri e tutto quello che li riguarda. Ti lasceresti sfuggire particolari importanti che una cacciatrice come lei noterebbe subito. E poi voglio proprio vedere come se la cava come poliziotta. Secondo me ha la stoffa della detective…”
Buffy senti’ le guance andare in fiamme. Tom, dall’altra parte della stanza rise scherzosamente.
“Ah, signorina! Si ritenga una delle persone piu’ fortunate al mondo! Lincoln le ha appena fatto un complimento…e le assicuro che non succede tutti i giorni!”
Lei sorrise lievemente. Si senti’ orgogliosa. Di se stessa. E incuriosita. Non aveva mai esaminato una “scena del crimine” come una vera detective. Era una cosa nuova. E la intrigava. Annui’. Rhyme le rivolse un cenno. Guardo’ Mel Cooper. L’uomo si avvicino’ a Buffy, porgendole faticosamente una ventiquattr’ore. Sembrava terribilmente pesante, e Rhyme si aspetto’ che la ragazza la lasciasse cadere, vinta dal peso eccessivo. Invece Buffy prese la valigetta dalle mani sudate di Cooper e la soppeso’ con interesse. La taneva stretta tra le mani come se fosse stata fatta di gommapiuma. Dopo un attimo di smarrimento e stupore, Rhyme chiamo’ il corpulento detective Sellitto, che se ne stava sprofondato su una poltrona.
“Lon, ti dispiacerebbe accompagnare la signorina sulla scena? Hai le chiavi del furgone?”
L’uomo annui’ e si avvio’ verso l’uscita. Rhyme torno’ a rivolgersi a Buffy.
“Non ti dispiace se ti do’ del tu, Summers?”
“No, va bene…Lincol…”
“Mai i nomi di battesimo…portano sfortuna…”
“Ah…”
L’uomo sul letto indico’ con cenno la valigetta che Buffy continuava a stringere con noncuranza.
“Li’ c’e’ un kit completo per analizzare le scene dei crimini. Pinze, buste di plastica, guanti di lattice, torce elettriche eccetera. Dovrebbero esserci anche un paio di cuffie. Indossale prima di cominciare e io ti guidero’ passo passo. La frequenze e’ 7.00. Non sara’ difficile.”
“Bene”
Si avvio’ verso l’uscita per andare a raggiungere Sellitto. Spike fece per seguirla, ma la voce tonante di Rhyme lo trattenne.
“Andra’ da sola. Non avra’ bisogno di te, Spike, fidati. L’aspetteremo qui. Magari bevendo un sorso di scotch.”
Tom sospiro’ esasperato e prese la bottiglia di liquore chiaro. Ne verso’ un po’ nel bicchiere di Rhyme. Ne offri’ a Spike, che bevve due lunghe sorsate. Amelia stava offesa in un angolo, torturandosi le unghie con le unghie. Semplicemente non le andava giu’ di essere stata rimpiazzata. Una fitta di gelosia attanaglio’ anche lei. E nello stesso momento, anche Spike guardava il criminologo pensando allo sguardo che aveva rivolto a Buffy. E la malattia che quel giorno dilagava sembro’ accorgersi anche di lui. E lo invase. Gelosia.

“E’ sempre stato cosi’?”
Sellitto si volto’ verso la ragazza bionda accanto a lui. Un vero bocconcino.
“Oh, a Rhyme e’ sempre piaciuto far saltare i nervi alle persone. E’ il suo secondo lavoro. E’ sempre stato un gran figlio di puttana!”
“Intendevo la parte fisica…”
“Ah, quella…un incidente. Qualche anno fa. Stava esaminando una scena. Avevano trovato un poliziotto morto in una vecchia galleria della metropolitana. Lui aveva insistito per controllare di persona. Nessuno gli aveva detto che la struttura era pericolante. Si e’ chinato sul cadavere. E una trave di quercia gli e’ caduta addosso e l’ha quasi tranciato in due…”
“Mio Dio…”
“Gia’…e’ un miracolo che sia vivo. beh, all’inizio lui non ne era cosi’ contento. Di essere vivo, intendo. Voleva farla finita. Aveva paura che un attacco di disreflessia potesse portarlo ad uno stato vegetativo. Aveva addirittura assunto un tizio per il suicidio assistito. Ma poi e’ arrivata Amelia. E ha saputo tenergli testa. L’ha aiutato. Ora si dedica al suo lavoro giorno e notte. Sempre con lei…”
Buffy torno’ a guardare la strada di fronte a loro. Sellitto guidava piano. Terribilmente piano. Si stava annoiando.
“Tra Rhyme e Amelia c’e’ qualcosa di piu’ che un semplice rapporto di lavoro, vero?”
Il detective si strinse nelle spalle, senza staccare gli occhi dalla strada.
“Rhyme e’ sempre stato molto criptico riguardo la sua vita privata. Non ne so molto. Ma penso che si’, ci sia qualcosa tra loro.”
Non le chiese nemmeno il motivo di quelle domanda. E per lei fu meglio cosi’. Perche’ in fondo non lo sapeva nemmeno lei perche’ glielo aveva chiesto. Semplice curiosita’, forse. Forse. Finalmente il furgone accosto’ al marciapiede. Il condominio di Xander. Buffy Sali’ le scale lentamente. Quarto piano. Il corridoio. Eccolo, interno nove-zero-uno. Sulla porta aperta il nastro giallo della polizia. E una ragazza. Tremante. Piangeva in silenzio. Buffy le si avvicino’. La abbraccio’ forte, cercando di reprimere le lacrime. Anya si stacco’ lentamente da lei. Cerco’ di asciugarsi le lacrime.
“Da quanto sei qui, Anya?”
“Poco…un paio d’ore, forse. Non lo so. E’ venuta anche Willow. E il signor Giles. Buffy, devi trovarlo!”
Era a pezzi, povera Anya. Fino a due giorni prima avrebbe affermato di odiarlo, Xander. E ora piangeva per lui. L’amore non si cancella facilmente. Proprio no. Buffy le prese una mano. Come tremava!
“Lo trovero’, te lo prometto! Lo riportero’ qui!”
Anya annui’, assente.
“Non ero con lui…”
“Non sarebbe cambiato niente, lo sai.”
Anya si strinse forte alla ragazza. Piangeva di piu’, ora.
“Non gli ho nemmeno detto che l’amavo…nonostante tutto…”
“Glielo dirai…quando tornera’, glielo dirai…ora va’ a riposare, piccola.”
La ringrazio’, poi se ne ando’ tristemente. Buffy si inginocchio’ nell’atrio. Apri’ la valigetta e ne estrasse le cuffie. Regolo’ la frequenza.
“Rhyme, ci sei?”
La voce di Rhyme le rimbombo’ nelle orecchie. Il cuore prese a batterle piu’ forte, senza motivo.
“Sono qui, Summers. Dove sei?”
“Nell’atrio del condominio. Davanti alla sua porta.”
“Bene. Entra.”
La ragazza entro’ cautamente nell’ingresso dell’appartamento. Era tutto come l’aveva lasciato lui. Provo’ una voglia irresistibile di piangere, ma si trattenne. Rinforzo’ la presa sulla valigetta nera che stringeva nella mano destra, conscia dello sguardo di Sellitto, che la controllava dalla porta.
“Summers, sei gia’ dentro?”
“Si’.”
“Fermati subito!”
“Che c’e’?”
Si arresto’ impaurita.
“Guarda nella valigetta. Ci dovrebbero essere dei guanti di lattice. Mettili. Accanto ci sono tre elastici per i capelli. Non voglio che la tua bella chioma contamini la scena. Legati i capelli. Gli altri due mettili intono alle scarpe. Cosi’ distingueremo le tue impronte da quelle del vampiro…i vampiri indossano scarpe, non e’ vero?”
La ragazza rise debolmente.
“Si’, la maggior parte. Almeno quelli che ci tengono all’immagine…”
Sistemo’ gli elastici attorno alle scarpe. Si sentiva un po’ ridicola. Ma era un’idea ingegnosa. Aspetto’ altri comandi. Ma dalle cuffie non si sentiva niente.
“Rhyme?”
“Si’?”
“Cosa devo fare ora?”
“Sellitto e’ con te?”
“Alla porta. Mi sorveglia come un mastino affamato…”
Senti’ la risatina di Rhyme.
“Mandalo al furgone. Lavorerai meglio se non ti senti osservata.”
Buffy riferi’ al detective gli ordini di Rhyme. Sellitto annui’ e si avvio’ verso l’uscita.
“Fatto”
“Prendi la torcia nera dalla valigetta. Puntala sul pavimento. Mettera’ in evidenza tutte le impronte presenti. Ricordi il numero di scarpe del tuo amico e di tua sorella?”
Lei ci penso’ su per un istante.
“Si’, quaranta e trent’otto.”
“Bene. Il numero di scarpe puo’ essere importante. Forse. Beh, nei casi normali lo e’. quindi fotografa tutte le impronte che non riconosci. Ci aiuteranno anche a capire la dinamica del rapimento. Se magari il vampiro ha toccato qualcosa. I vampiri hanno impronte digitali, DNA, eccetera, vero?”
“C-credo di si’…cioe’, io non ho mai avuto la necessita’ di prendergli le impronte o campioni di DNA, ma penso che ci siano. Dopotutto sono sempre persone. Morte, ma persone. C’e’ un database delle persone morte?”
“Posso cercare. Qualcosa ci sara’…”
Buffy si muoveva lentamente, puntando la torcia sul pavimento. Rhyme la interruppe.
“Sai come si percorre la griglia, Summers?”
“Percorrere…cosa?”
“E’ un metodo di ricerca degli indizi. L’ho inventato io. Consiste nel camminare per un tratto dell’area in linea verticale, muovendosi con passi di dieci, venti centimetri l’uno, poi ripercorrere il tratto al contrario. Si perde parecchio tempo, ma i risultati sono spesso soddisfacenti.”
Buffy torno’ sui suoi passi. Percorse un breve tratto. Torno’ nuovamente indietro. Solo impronte di Xander e di Dawn. Poi, il raggio della torcia si poso’ su un’impronta nuova, leggermente piu’ grande delle due precedenti. Un quarantadue, quarantatre al massimo. Segui’ le impronte. Ce n’erano tantissime.
“Ci sono, Rhyme!”
“Cos’hai trovato, Summers?”
“Impronte! Diamine, sono tantissime…si sovrappongono a volte.”
“Riesci a leggerle?”
Ancora una volta la cacciatrice non capi’.
“Cosa?”
“Riesci a capire cosa stava facendo guardando le sue impronte? I suoi movimenti?”
“Si’, si’, e’ semplice. E’ entrato correndo. Xander era in cucina. Dawn era vicino a lui. Il vampiro e’ arrivato davanti a Xander. Lui ha fatto un passo indietro. E dawn…”
Segui’ le piccole impronte sinistramente illuminate. Avanzavano. E poi, improvvisamente, retrocedevano, spostando tutto il peso sui talloni. Stava cadendo! L’aveva colpita li’. Ma con cosa?
“Dawn si e’ avventata contro il vampiro. Stupida ragazzina! Lui l’ha colpita. Lei ha barcollato all’indietro. E’ caduta…”
Segui’ le piccole impronte che indietreggiavano. La tenda era stata strappata. Si era appoggiata li’ per non cadere. Ma era caduta. Dietro la piccola poltrona. Buffy scosto’ la tenda. E lo vide. Il volto le si illumino’.
“L’ho trovato!”
“Cosa, Summers? Parla con me…”
“Il vampiro l’ha colpita, ma non con un pugno. E’ una brocca di metallo. Di quelle economiche. Piccola…”
“Summers, non voglio mai sentirti dire che una cosa e’ piccola o grande. Sono dati approssimativi. Una brocca puo’ essere piccola rispetto una casa e grande rispetto una penna. Come vedi sono dati non affidabili. Voglio sentire parlare di centimetri, diametro, materiali!”
Maledizione, Rhyme, ma io che ne posso sapere! Non sono la tua preziosa Amelia!
“Beh, e’ alta dieci centimetri e ha un diametro di cinque. Ma non ne sono sicura.”
“Non importa, niente e’ sicuro…”
“Sicuramente e’ d’acciaio. Abbastanza pesante.”
“Ottimo lavoro, Summers. Apri la valigetta. C’e’ una polilight. E’ una piccola torcia. Puntala sulla brocca. Se ci sono impronte, le vedrai.”
“Non c’e’ bisogno, Rhyme.”
Il criminologo rimase un secondo in silenzio.
“Che vuoi dire?”
“la brocca e’ sporca. Solo in alcuni punti. C’e’ molta polvere, ma il resto e’ pulito. Deve averla lasciata il vampiro. E, tracce di vernice. Rossa. Dev’essersi sporcato quando ha scritto il messaggio nel vicolo.”
Rhyme rimuginava ad alta voce.
“Polvere e vernice. Mani sporche di polvere…in che luogo uno puo’ sporcarsi di polvere tanto da sporcare la superficie di un oggetto?”
Buffy ci penso’ su per un istente.
“Beh, le cripte non sono molto pulite. Spesso sono piene di polvere. Ma non puo’ essere una cripta perche’ Xander prima di essere rapito le ha controllate tutte. In tutta la citta’. e non penso che il nostro amico abbia una tana fuori Sunnydale. Sarebbe troppo complicato…”
“Devi cercare qualcos’altro”
Buffy prese un sacchetto di plastica trasparente dalla valigetta. Mise delicatamente la brocca dentro la busta e la richiuse. La mise a posto e torno’ a muoversi lentamente per la casa. In soggiorno non c’era niente. Impronte di Xander, di Dawn. Ma Rhyme non le permise di passare alla camera da letto. Per arrivarci, il vampiro avrebbe dovuto per forza passare per il soggiorno. Buffy alzo’ gli occhi al cielo. Riprese rabbiosamente a camminare, cercando di restare concentrata. E le trovo’. Altre impronte. Di un uomo che cammina lentamente, portandosi dietro qualcosa. Trovo’ l’impronta delle corde che stringevano Dawn sul pavimento, dove avevano strusciato.
“L’ha trasportata lui…”
“Che hai detto, Summers?”
“Il vampiro! Il vampiro non ha lasciato che Dawn camminasse da sola fino alla stanza da letto e non l’ha fatta trasportare da Xander, perche’ le impronte non coincidono. Quindi l’ha trascinata lui. E per trascinare una persona…”
“…la si deve toccare per forza! Summers sei un genio!”
Un sorriso compiaciuto spunto’ sulle labbra di Buffy. Sulle corde avrebbero trovato delle impronte! Avrebbero individuato l’assassino e scoperto dove era stato seppellito. Poi avrebbero solo dovuto chiedere in giro. Erano vicini alla soluzione!
“Summers, dimmi se le impronte sulla brocca sono buone.”
“Che importa? Abbiamo la corda, no?”
“Voglio anche quelle impronte. Prendi la polilight e dimmi se sono impronte buone. Sai cosa significa?”
“Si’, credo di si’…”
Buffy torno’ in cucina. Apri’ la valigetta e tiro’ fuori il sacchetto di plastica con la brocca all’interno. Poi prese la polilight. Piccola. Mandava una fioca luce violacea. La punto’ sulla superficie polverosa della brocca. E, inspiegabilmente, non vide niente.
“Rhyme…non c’e’ niente!”
“come? Hai detto che l’ha toccata!”
“Si’, l’ha toccata, te l’ho detto, ma c’e’ solo polvere. Niente impronte…”
“Summers, tocca la brocca con il guanto di lattice, poi passaci sopra la polilight…”
La ragazza non capi’, ma fece tutto quello che le era stato chiesto. E rimase di stucco quando noto’ il risultato.
“Oh mio Dio…aveva i guanti! Figlio di puttana!”
“Esattamente. Si tratta di qualcuno che sa fare il suo mestiere. Non e’ uno qualsiasi, giusto, Summers?”
“No…decisamente no…”
“Ok. Vai nel vicolo. Quello dietro al Bronze.”
“Bene. Ti richiamo quando sono li’.”
Poso’ le cuffie nella valigetta. Usci’ dall’appartamento, dopo avergli dato un’ultima, malinconica occhiata. Chiuse la porta. Perche’ diavolo sentiva che quella sarebbe stata l’ultima volta che lo faceva?

Mezz’ora dopo era nel vicolo. Quello dietro al Bronze. Il vicolo degli omicidi. Per terra c’era ancora la scritta in rosso, quella che Spike aveva detto essere scritta con la vernice.
Non pensare a Spike!
Lascio’ Sellitto nel furgoncino. Rimise la cuffie sulle orecchie. L’accese. La voce di Rhyme l’accolse.
“Quanto tempo ci hai messo, Summers!”
“Anch’io sono felice di risentirti, Rhyme!”
“Ok, ok…cosa abbiamo?”
Si guardo’ intorno.
“Un vicolo. Sporco. Lungo una decina di metri. Termina con un muro alto quattro metri. A circa tre dal muro c’e’ una scritta. In rosso. Vernice. Di pessima qualita’, anche. Il testo lo sai gia’. Non penso ci sia molto, qui.”
“Controlla lo stesso”
Il vicolo era misericordiosamente ombreggiato, penso’ Buffy. Tirava una piacevole brezza. Tiro’ indietro i capelli con l’elastico. Prese la torcia per le impronte. Ce n’erano a milioni, tutte diverse. Impossibile stabilire quale fosse il piede dell’assassino. Lo disse a Rhyme. Lui le rispose di non preoccuparsi. Comincio’ a percorrere la griglia. Era a meta’ strada quando senti’ dei passi leggeri dietro di lei.
“Summers, cosa hai trovato?”
Nessuna risposta.
“Summers?”
Ancora niente. Rhyme cominciava a spaventarsi. Un urlo strozzato risuono’ nelle cuffie del criminologo.
“Summers! Tutto bene? Rispondimi!”
Finalmente la voce della cacciatrice suono’ forte e chiara alle sue orecchie. Un po’ ansimante.
“Si’, Rhyme?”
“Che diavolo e’ successo?”
“Solo un vampiro…”
Buffy si aspettava che le chiedesse se stava bene. Ma la voce del criminologo era seccata. La stava rimproverando.
“Hai ucciso un vampiro sulla scena??”
“Gia’, ma e’ stato facile, sto bene.”
“Ma e’ pieno giorno!”
“Il vicolo e’ ombreggiato…”
“complimenti, Summers, hai appena contaminato irrimediabilmente la scena! Tutta quella polvere!”
Buffy si arrabbio’. Premette il microfono contro le labbra.
“Preferivi contaminare la scena con il mio sangue, Lincoln?”
“Non i nomi, Summers!”
“Nomi, cognomi, chi se ne frega! Senti, qui la legge e’ ammazzare o essere ammazzati!”
“Ma non potevi eviatare di combattere sulla scena?”
“Oh, certo, potevo dirgli ‘scusami, tesoro, e’ la scena di un crimine e la sto analizzando, potresti gentilmente uscire e farti uccidere un po’ piu’ in la’?’…dico, ma sei stupido, Rhyme?”
Il detective non sembro’ raccogliere. Parlo’ con la solita freddezza.
“D’accordo, hai ragione, non importa. Hai detto che ti e’ piovuta addosso una freccia. Da dove?”
“Non lo so…”
“Non pretendo che tu lo sappia. Ma l’assassino lo sapeva. Entra nella sua mente, Summers…”
La voce di Rhyme si era fatta piu’ bassa. Sensuale. Buffy se ne senti’ come ipnotizzata.
“Che…vuoi dire, Rhyme?”
“Pensa come lui. Guarda come lui…diventa lui. C’e’ un confine sottile nella testa di un poliziotto, che divide il cacciatore dalla preda. Alcune persone, alcune persone molto dotate, riescono a passare da un ruolo all’altro. Tu hai questa potenzialita’. Varca quel confine.”
Buffy sapeva di volerlo fare. L’aveva fatto diverse volte. E ne era rimasta sconvolta. A volte, durante la caccia, cominciava a pensare non come la cacciatrice, ma come il vampiro. E rimaneva profondamente scossa nello scoprire quegli istinti che credeva che in lei fossero sopiti. Voleva farlo, aveva una strana attrazione per quello che c’era oltre quel confine, una macabra, crudele attrazione. Ma sapeva che era terribilmente pericoloso. A volte i due mondi si fondevano.
“Non posso Rhyme. Non sono sicura di poterlo controllare…”
“Ti riportaro’ indietro, Summers. Ci pensero’ io. Pensa come lui…”
E Buffy si lascio’ sedurre da quella voce. Chiuse gli occhi, permettendo ai suoi istnti piu’ nascosti di venire fuori. Senti’ un’ondata d’odio profondo scuoterla. Avverti’ il bisogno di fare del male.
Sono un vampiro…un vampiro orribilmente intelligente…
Apri’ gli occhi, sconvolta eppure attratta da cio’ che provava. La voce di Rhyme le permise di lasciarsi andare del tutto. Non era piu’ Buffy Summers. Ora era un vampiro spietato. Sadico. E, una piccola parte di lei ancora ancorata a Buffy, le gridava che conosceva questo vampiro! Che avrebbe dovuto saperlo!
“Sei in lui, Summers…cosa stai pensando?”
“Devo uccidere…devo uccidere gli uomini della cacciatrice…”
“Perche’?”
Lei ci penso’ su un attimo, il quesito le rimbombava nelle orecchie…perche’?...perche’?...
“Devo vendicarmi…”
L’aveva detto senza pensarci. Non era stata lei a dirlo, ma il vampiro che aveva liberato da quell’angolo nascosto dentro di lei. Il vampiro che Rhyme aveva liberato.
“di che cosa? Per quale motivo vuoi vendicarti?”
Buffy penso’ a tutti i possibili moventi. Per cosa avrebbe voluto vendicarsi, lei?
“Mi ha fatto del male…la cacciatrice mi ha fatto del male…quando ero vivo…”
Si accorse di stare dicendo una cosa senza senso. Lei non faceva del male agli uomini. Non ai vivi. Ma sapeva, era certa di essere sulla strada giusta.
“Bravissima, Summers! Ora tu sei un vampiro…devi lanciare una freccia alla cacciatrice, senza colpirla. Come fai?”
“Io…non voglio solo lanciarle la freccia…voglio guardarla…voglio vederla capire…soffrire. Voglio fare in modo di vederla senza essere visto…”
Buffy si guardo’ intorno, spaesata. Il suo sguardo si poso’ sulla terrazza di un palazzo dietro il Bronze. Da li’, chiunque avrebbe potuto lanciare frecce senza essere visto. Che strano, non ci aveva nemmeno fatto caso, prima…
“Ok, Summers, torna fra noi. Torna ad essere Buffy.”
La ragazza scosse la testa, forte, finche’ quei terribili pensieri non cessarono. Era stato terribile. Si sentiva sporca. Decise che non l’avrebbe fatto mai, mai piu’. Era troppo imprevedibile.
“Rhyme. Sono qui. Sono io.”
“Sei stata magnifica! Non ho mai visto nessuno varcare quel confine come te! Perfetta!”
Buffy sorrise pensando allo choc che Amelia stava provando sentendo queste parole. Non doveva essere abituata a sentirsi superata.
“Hai capito da dove ha lanciato la freccia?”
“Si’…io…penso di si’. Una terrazza, un palazzo appena dietro al Bronze. Non c’avevo fatto caso. E’ nascosto da alcuni alberi, dietro il muro. Ma e’ un posto perfetto. Ci vado subito.”
Non chiamo’ nemmeno Sellitto. Corse verso il condominio, lo apri’ con un calcio e sali’ le scale piu’ in fretta possibile. La terrazza era chiusa da una pesante porta di vetro e ferro arrugginito. Un calcio potente la sradico’ dai cardini. La porta cadde sbattendo contro il pavimento piastrellato della terrazza. Fece qualche passo. Evidentemente l’assassino non si aspettava un suo arrivo li’, perche’ non aveva tolto niente. C’erano i guanti di pelle (non di lattice, sembravano quelli militari), un fucile di precisione, una balestra di legno e una faretra di frecce. Diversi fogli erano ammassati sul pavimento, in un angolo. Due barattoli di vernice rossa erano nell’angolo opposto. Uno era vuoto, l’altro era pieno per meta’. Un pennello dalle setole grosse sporgeva da quest’ultimo barattolo. E poi, come a formare un percorso, delle pietre. Grosse, squadrate, scure. Le aveva gia’ viste, solo non ricordava dove…accanto alle pietre c’era uno spiedo insanguinato. Buffy spero’ fosse solo vernice. In effetti, dopo aver annusato il liquido denso e rosso, si accorse che era solo vernice. Ce n’erano dieverse gocce. Avevano tutte una forma strana. Sembravano preparate. In un primo momento non capi’ la strana forma. Non diede importanza alla cosa. Giro’ attorno alle pietre. Rabbrividi’. C’era un’altra foto. Era stata strappata. La parte restante raffigurava lei. Era stata scattata anni prima. Forse al primo anno di universita’. Di notte. O forse di giorno in un posto buio. Magari al Bronze. Lei non stava guardando l’obiettivo. Una foto rubata. Doveva esserci qualcuno vicino a lei. Si vedeva uno scorcio di maglione verde. Niente di piu’. La raccolse, le mani avvolte nei guanti di lattice. La giro’. Inchiostro nero.
“3 A 0 PER ME, A QUANTO PARE…TI RIMANE UN ULTIMO TIRO…CHI FARA’ CANESTRO, MICETTO?”
Buffy leggeva, e ad ogni lettera il suo stomaco si stringeva sempre di piu’…il vampiro sapeva che lei avrebbe trovato quel posto? Sapeva che sarebbe riuscita ad indovinare il luogo da cui era stata sparata la freccia? E tutte quelle armi? Perche’ erano li’? erano indizi? La foto…chi rappresentava? E poi…Dio mio, perche’ tre a zero? Non aveva ancora acceso le cuffie. Ma non le importava. Poi senti’ quel rumore…un leggero, quasi impercettibile cigolio di cardini. Ma non proveniva dall’entrata. C’era uno stipetto, li’ davanti a lei. Per le scope. Decise di dare un’occhiata. Si avvicino’ piano, mentre il cuore le rimbalzava fino in gola.

Lincoln Rhyme aspettava preoccupato notizie di Buffy. Girava ansioso gli occhi verso il computer. Sperava di sentire da un momento all’altro il leggero ‘clic’ delle cuffie. Ma il suono non arrivava. Buffy sembrava essersi eclissata. Un quarto d’ora…quindici dannati minuti! Cominciava a preoccuparsi. Non era normale. No, per niente. Nessuna notizia nemmeno da Lon. Guardo’ Spike. Guardava a disagio fuori dalla finestra. Amelia continuava a lacerarsi la pelle con le unghie. Ogni tanto rivolgeva a Rhyme uno sguardo offeso. Rhyme sapeva come si sentiva. Messa da parte. Forse aveva ragione. Ma non si era sentito tranquillo a mandare la sua donna incontro a mostri e vampiri. Buffy li affrontava ogni giorno, ma lei…

Buffy era davanti lo stipetto. Afferro’ con forza la maniglia. Esito’ per un istante. La mano era scivolosa e sudata. Tremava tutta. Aveva paura di cosa avrebbe potuto trovare li’. Una balestra con una freccia pronta a conficcarsi nel suo stomaco? Una pistola? Un barattolo di vernice rossa? Un’altra maledetta foto? Si fermo’ un momento. Lascio’ la presa dalla maniglia.

Spike se ne stava alla finestra, apparentemente tranquillo. Apparentemente. Ogni minimo rumore gli faceva girare di scatto la testa. Si aspettava da un momento all’altro di vedere il furgoncino di Sellitto. E i minuti passavano. Lentamente, gocciolanti. Come se andasse tutto al rallentatore. E Spike odiava il rallentatore, perche’ nei film preannunciava sempre catastrofi. Morte. Le pugnalate venivano sempre date al rallentatore. La morte del buono era sempre rallentata. Non aveva nessuna intenzione di perdere Buffy…non di nuovo. Sarebbe stato troppo…

Buffy aveva smesso di congetturare. Se non apriva quella dannata porta non avrebbe mai saputo cosa c’era al suo interno. Il cigolio continuava. Monotono. Insistente. Curioso. Afferro’ saldamente la maniglia e la giro’. Un respiro. Il tempo di prendere fiato. Controllare il suo cuore che andava capricciosamente a mille. Poi spalanco’ la porta. Qualcosa di pesante le piombo’ addosso, togliendole il respiro.

Venti minuti. Rhyme chiamava e non rispondeva altro che silenzio. Deprimente, pericoloso silenzio. Rotto solo dal ronzare dei macchinari. Rhyme convinse Tom a versargli un altro po’ di scotch. Spike se ne verso’ mezzo bicchiere. Se non beveva sarebbe impazzito. Improvvisamente, un sonoro e agitato ‘clic’ fece balzare il cuore in gola ai due uomini presenti. Tesero l’orecchio. Rhyme stava per parlare, ma Spike lo precedette.
“Buffy! Dio mio, tutto bene?”
Rispose, con sorpresa generale, un Sellitto ansimante.
“Rhyme, maledizione sono io…”
Rhyme urlo’ nel microfono, troppo distante da lui.
“Lon! Che significa? Dov’e’ Buffy?”
L’uomo rimase per un secondo in silenzio.
“Lon!”
“Rhyme...io…ha gridato…”
Spike strappo’ il microfono e le cuffie dalla testa di Rhyme.
“Cosa? Do-dov’e’? dove diavolo e’?”
“E’ salita su quel terrazzo. Mi ha detto di restare al furgone. Non ho sentito niente per un po’. Poi…ha gridato, Rhyme. Forte. Un grido lacerante. Non sembrava nemmeno umano. Io non posso salire. Se fosse uno di quei cosi…”
Spike aveva lanciato il microfono ad Amelia. Aveva preso lo spolverino dall’attaccapanni e si era fiondato fuori dalla camera. Se avesse avuto un cuore, in quel momento gli sarebbe di certo scoppiato. Correva a piu’ non posso. Piu’ forte di quanto avesse mai corso. Non pensava a niente. Se avesse pensato sarebbe crollato li’, sull’asfalto. Piccola…si chiese se fosse troppo tardi. In meno di cinque minuti arrivo’ al furgoncino di Sellitto. L’uomo armeggiava con un cellulare. Forse stava cercando di chiamare Rhyme. Quando vide il vampiro si fece avanti per salutarlo, ma Spike, troppo impaurito per preoccuparsi di essere gentile, lo sposto’ senza mezze misure. Sali’ i gradini a quattro alla volta, rischiando piu’ volte di inciampare. Eccola li’, la porta. Buttata giu’. Da Buffy, spero’ con tutto il cuore. Fuori c’era il sole, ma lui fece come aveva fatto prima. si mise il suo bel cappotto sulla testa e corse fuori. Nessun rumore. Non c’era nessuno, tranne…oh, no!
C’era un corpo, riverso sulle piastrelle del pavimento. Spike cerco’ di guardare attraverso il velo spesso di lacrime che gli appannava la vista. Guardo’ meglio il corpo. No, non era quello di Buffy. Ma allora lei dov’era? Usci’ ancora un po’, incurante del sole che ustionava le sue mani. E allora la vide. Stava tremante, bianca come un lenzuolo, accasciata accanto a quel corpo morto. Non piangeva. Stringeva i pugni, cosi’ tanto che le unghie le erano penetrate nei palmi, facendoli sanguinare. Non sapeva se tirare un sospiro di sollievo perche’ Buffy era viva o scoppiare a piangere per lo stato in cui si trovava.
“Buffy…”
Lei alzo’ lo sguardo su di lui. Non l’aveva mai vista cosi’ piena di odio e rabbia e frustrazione. E disperazione. Cosi’ tanta da essere quasi palpabile. A Spike sembrava di poterla toccare.
“Spike…e’…e’…”
Spike si inginocchio accanto a lei. Li’ c’era un po’ d’ombra. Si tolse lo spolverino dalla testa. Lei tremava cosi’ tanto da convincere Spike che aveva freddo. Avvolse la giacca attorno alle sue spalle. Continuava a stringere i pugni. Un rivolo scarlatto le colava sul pantalone. Spike le prese delicatamente le mani. Le apri’. Brutte ferite. Si era fatta cosi’ male quasi senza accorgersene. Lei lo guardo’ con una tristezza infinita, che commosse anche lui.
“Spike…e’…”
Lui le mise un dito sulle labbra. Non doveva sforzarsi a parlare in quelle condizioni. La strinse forte, cercando di darle un po’ di conforto. Lei si lascio’ stringere. Finalmente scoppio’ a piangere. Fu come se una diga si fosse rotta. Bagno’ la maglietta di Spike. Ma a lui non importava. La tenne cosi’, stretta a se’ per un tempo che parve infinito. La lascio’ sfogare. E lei pianse, grido’, giuro’ vendetta, mentre Spike tentava invano di consolarla, la asciugava le lacrime, le carezzava i capelli. Sempre stretto a lei, le prese le cuffie dalla testa. Regolo’ la frequenza.
“Rhyme…”
“Spike! Che succede, tutto bene?”
“Buffy e’ qui.”
Il criminologo tiro’ un sospiro di sollievo.
“Meno male…”
“Ma…”
Non riusci’ a finire la frase. Rhyme strillo’ nelle cuffie. Sembrava sinceramente preoccupato.
“Ma…?”
“E’ morto, Rhyme…”
Spike guardo’ il corpo riverso accanto a loro. Due occhi morti fissavano il cielo infinito, senza espressione. Sul collo due buchi. Piccoli piccoli.

 
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MorganaLaFata
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Un Nuovo Caso...(IV capitolo)

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August 31 2004, 11:36 AM 

Un bel funerale. Era da tempo che non assisteva ad una funzione. Ma quello era un funerale speciale. Il funerale del migliore amico di lei. E Spike non pote’ restare a casa senza far niente. C’erano anche Amelia. E Lincoln Rhyme. Insieme a Tom. Erano tutti vestiti di nero. Buffy stava ferma insieme a lui e Dawn, poco distante dalla piccola buca scavata nella terra. Anya piangeva sommessamente tra le braccia del signor Giles, che tentava senza successo di nascondere le lacrime. Willow era vestita di viola. Si reggeva a stento in piedi. I genitori di Xander non c’erano. Spike si chiese se sapessero che il figlio era morto. E se lo sapessero, come potessero starsene a casa sapendo che la loro creatura stava per essere seppellita sotto due metri di arida terra. Per sempre. Aveva sempre odiato profondamente quel ragazzo, ma il dolore sordo che provava Buffy sembrava averlo contagiato. Sentiva la perdita della ragazza come se fosse sua. La sera era limpida, il cielo senza nuvole. Buffy aveva insistito perche’ la funzione si svolgesse di sera, forse pre permettere a Spike di essere presente. O forse perche’ nel buio non doveva preoccuparsi di essere forte. Poteva piangere senza che nessuno scorgesse le sue lacrime. Dawn singhiozzava piano, accoccolata tra le braccia tremanti della sorella. Qualche volta Buffy cercava gli occhi di Spike. Se ne sentiva in qualche modo rassicurata. Gli aveva leggermente sfiorato la mano un paio di volte, ma appena lui tentava di stringerla, lei la ritirava. Aveva pianto poco, Buffy. Molto meno di quanto aveva pianto su quella terrazza, tre giorni prima. cercando conforto nel freddo abbraccio del vampiro. Ma a lei era sembrato cosi’ caldo. Rassicurante. Come se quelle forti braccia avessero pian piano assorbito tutto il suo dolore. Non tutto. Ma una buona parte. La piu’ insopportabile. Si sentiva cosi’ colpevole. Se solo fosse arrivata poche ore prima…forse non avrebbe dovuto dare quella straziante notizia ad Anya. Lo ricordava cosi’ nitidamente. La speranza della ragazza svanire piano da quegli occhi ancora segretamente innamorati. La presenza di Spike. Senza di lui non avrebbe mai avuto la forza di affrontarla. Non Anya. E poi le lacrime, il dolore. Tanto. Tanto da rimanere soffocati. E pensare che e’ solo un incubo. Rendersi conto in un attimo che non lo avrebbe visto mai piu’…che non ci avrebbe piu’ litigato. Non avrebbero piu’ fatto pace. E non poteva fare niente. E poi altre torture. Telefonare a Giles. A Willow. Lei era stata la telefonata piu’ straziante. Si conoscevano da tanto. Dirlo a Dawn. Preparare il funerale da sola…perche’ lei e’ forte. Puo’ sopportare tutto questo dolore. Ma non e’ vero…solo che non riesce a dirlo. Nemmeno a Spike. Ma lui gia’ lo sapeva.
“Torno subito…”
Buffy si gira, Spike e’ gia’ andato via. Da Amelia. Si salutano. Si abbracciano. E Buffy si sente definitivamente sola. Stavolta veramente. E allora calca gli occhiali sugli occhi e piange. E si sente ancora una volta cattiva. Vuole piangere per Xander. Ma di quelle mille lacrime solo poche sono davvero per lui. Le altre sono per Spike. Soprattutto, sono per se’ stessa.

Poche ore dopo. Nell’albergo di Rhyme. Buffy non c’e’. non le si puo’ chiedere tanto. C’e’ solo Spike. Voleva trovare a tutti i costi questo vampiro. Amelia stava sulla poltrona, gli occhi ancora leggermente arrossati. Aveva pianto anche lei. Quel funerale era stato uno strazio anche per lei. Troppo dolore. Anche per una poliziotta. Rhyme restava stranamente in silenzio. Nessuno sapeva che dire. Tutte gli indizi raccolti nella terrazza da Spike stavano su un tavolino da lavoro. Mel Cooper li fissava a disagio. Erano molti. Troppi. A Rhyme non faceva piacere quando c’erano molti indizi. Voleva dire che erano stati lasciati di proposito. Era meglio quando ce n’erano pochi ma importanti. Ma su quel tavolino c’era una foto a meta’, pagine di un libro strappate apparentemente a caso, barattoli di vernice rossa, armi di vario genere e una decina di pietre nere e porose. Non portavano da nessuna parte. Spike andava nervosamente su e giu’ per la stanza. Amelia allungo’ una mano, per tentare di fermare il suo andirivieni.
“Spike, siediti…”
Lui scosse la testa.
“No, io…devo andare da Buffy.”
Rhyme lo fisso’, seriamente.
“No. Spike, ha bisogno di stare sola.”
“Ha bisogno di qualcuno che la capisca!”
Il vampiro sembrava deciso ad uscire. Amelia si alzo’.
“No, non ha bisogno di nessuno. Certi dolori sono troppo grandi per poter essere condivisi o anche solo descritti. Lei…ha bisogno solo di razionalizzare l’accaduto. Di capire che non e’ colpa sua…”
“Ma lei e’ convinta che lo sia! Lei e’ convinta che sia per colpa sua che Xander e’ morto!”
“e’ normale…e’ sconvolta. Ha bisogno di trovare qualcuno a cui dare la colpa di tutto. E non trova di meglio che se stessa. Ma se ci pensera’ un po’ su capira’ che la colpa e’ dell’assassino, e comincera’ a stare meglio. Ci vorra’ un po’ di tempo. Ma deve farlo da sola. Devi starle vicino, ma non soffocarla. O cercare di farle capire a forza che non e’ colpa sua. Deve pensare. Sforzarsi di capire. Andare avanti. E per farlo ha bisogno di stare per conto suo per un po’…”
Lui sembro’ sul punto di piangere.
“Ma non posso! Non posso far finta di niente! Lei…non e’ giusto! E’ tutto orrendamente sbagliato! Voi non potete nemmeno immaginare cosa passa quella ragazza, notte dopo notte, mese dopo mese. e’ un continuo trascinarsi stancamente per la vita. Tutto questo…ho paura che sia troppo per lei!”
Rhye intervenne, freddo e distaccato come sempre.
“E’ una donna forte.”
“No, non lo e’! e’ questo il problema! Lei fa di tutto per farlo credere, ma non lo e’! e’ fragile, e spaurita, e…dannatamente orgogliosa! Ed e’…tutto quello che ho! La ragione dei miei respiri…”
Rhyme rise.
“Tu non respiri, Spike!”
Lui rimase ammutolito per un attimo. La freddezza del criminologo lo disgustava. Eppure sapeva che anche una parte di lui era cosi’. Fredda e distaccata. Ma ora quella parte sembrava inesistente.
“Beh…oh, insomma! Avete capito cosa intendo!”
Amelia gli si avvicino’ ancora di piu’.
“Spike, puoi aiutare Buffy anche senza correre da lei. Abbiamo un assassino da inchiodare. Troviamolo e portiamoglielo. Cosi’ sapra’ a chi dare la colpa della morte del suo amico…penso sia l’aiuto che lei vorrebbe…”
Il vampiro biondo annui’ lentamente. Prese una pesante bottiglia di scotch e bevve due lunghe sorsate, lasciando che il liquido chiaro inondasse la sua gola. Una sensazione che stranamente non gli provoco’ il solito piacere.

Sola. Disperatamente, completamente, odiosamente sola. Piano piano se ne vanno tutti. Hanno tutti la loro piccola fetta di dolore incolmabile. E nessuno si preoccupa di spartirla con qualcun altro. Perche’, ovviamente, nessuno puo’ capire quanto si sta male. A nessuno interessa. Stupida convinzione. Che, stranamente, condividevano tutti. Willow e Anya se n’erano andate insieme, tristemente, dopo essere rimaste per un po’ da lei, senza dire niente. Forse non c’e’ niente da dire. O forse c’e’ troppo. Il signor Giles non era rimasto. Dopo il funerale era tornato a casa. Non l’aveva mai visto cosi’ scosso. Beh, tranne quando era morta lei, ma comunque non l’aveva visto…Dawn era in camera sua. Non voleva parlare. Anche lei era convinta che il suo fosse un dolore speciale. E a Buffy non restava che prendersela con se’ stessa. Perche’ era stata colpa sua, no? Non aveva fatto abbastanza per trovarlo. Non abbastanza per trovarlo vivo. perche’ a trovarlo l’aveva trovato. Solo molto piu’ pallido. Se l’era aspettato diverso. Vivo, divertente. La sua battuta pungente. Ferito, si’. Ma non…non…non ci riusciva. Non riusciva ancora a crederci. Con sua madre era successa la stessa cosa. Non ci aveva creduto. Fino all’ultimo aveva pensato fosse tutto un sogno. Ma non era un sogno. Nessuno l’avrebbe svegliata da quell’incubo terribile. No, proprio nessuno. Ok, basta cosi’. Pensa. Non piangere. Pensa. Cerca di essere quella che non sei. Sii razionale. Analizza la cosa. Fredda. Come Rhyme. Siamo uguali. Posso essere come lui. Si’, posso.
Buffy si stese sul divano. Non piangeva. Aveva smesso da un po’. Tanto non cambiava niente. Xander restava in quella tomba. Anche se avesse pianto per altri mille anni non ne sarebbe uscito. Era…morto. Lo penso’ fulmineamente. Come un flash. Poi ci torno’ su. Freddamente. Come un poliziotto. Come avrebbe fatto Rhyme. Cause e conseguenze…riflette’ sulla parola ‘morte’. La rigiro’, la interpreto’, la saggio’. Finche’ pensarci non le fece piu’ male. Le sembrava di poterla toccare, anche li’, stesa su quel divano. Dopotutto la assaggiava ogni notte. La morte. Era…si’, era la sua unica vera amica. Piu’ di Willow, piu’ del signor Giles. Aveva un rapporto ancora piu’ stretto con la morte. L’aveva provata due volte. Quella pace. Una triste quiete. Non sentire nulla all’infuori di te. Il battito che cessa. Il respiro freddo. L’ultimo. Sale piano, sforzato. Come una liberazione. Assaporarlo fino in fondo. Pensare che e’ finita, poi accorgersi che c’e’ ancora un po’ d’aria. Poi scivola via anche quel po’. Ti sforzi di pensare. Ma non ci sono piu’ pensieri. La mente e’ vuota. E, sorprendetemente, ti accorgi di non essere preoccupata. Che va bene cosi’. La morte. Sentirti completa. Unita. Non c’e’ niente che ti tocca. Sai di esserci e insieme ti senti persa. Scivolare via. Come l’acqua. Nessun rumore. Nessuna paura. Spike lo sapeva. La prima volta glielo aveva detto lui…ogni cacciatrice desidera la morte. Si’, l’aveva detto. E, malinconicamente, Buffy penso’ che aveva anche detto che quando lei l’avrebbe desiderato, lui sarebbe stato li’ per lei. Ora sapeva che sarebbe stato pre tirarla fuori.
Ma allora perche’ non ci sei? Ora la morte mi sembra cosi’ confortante…perche’ non corri a tirarmi fuori?
Forse ora voleva tirare fuori Amelia. E lei restava cosi’, a guardarlo scivolarle via. Lo stava perdendo. E, inaspettatamente, stavolta le importava. Non voleva. Aveva gia’ perso abbastanza. Per colpa mia…no…per colpa della vita. Io non c’entro. Mi ha tolto la normalita’. Mi ha tolto la mamma. Mi ha tolto il mio migliore amico…no, questo non era colpa della vita. Era colpa…di un vampiro. Un vampiro che gli stava rovinando quel po’ di vita che le era rimasta. Ma lei non glielo avrebbe piu’ permesso. Ora cominciava a capire. Cominciava a pensare come Rhyme. Distaccata e fredda. E le cose le capiva meglio. Ora aveva compreso. Si alzo’ dal divano. Scrisse un breve biglietto a Dawn. Lo lascio’ sul tavolino del soggiorno. Prese il cappotto e usci’ nella notte fredda di Sunnydale.

“no, non cosi’! maledizione, Mel! Non vedo niente cosi’! tom, metti a fuoco! Ma non vedi che non si vede??”
Rhyme cercava inutilmente di osservare attraverso le lenti di un microscopio. Ma, senza poter alzare le mani per sistemare la messa a fuoco, era un’impresa tutt’altro che facile. Li’, sul vetrino, erano posate due piccole schegge delle pietre nere che avevano trovato sulla terrazza. E Rhyme non riusciva a capire da dove provenissero. Spike stava alla finestra. Guardava le stelle con un cannocchiale. Belle. Avrebbe voluto farle vedere a Buffy. Invece chiamo’ Amelia.
“Amy, vieni qui!”
Amy. L’aveva chiamata Amy…che strano, non era piu’ abituata a sentirsi chiamare cosi’. Lincoln la chiamava solo Sachs…
“Che c’e’?”
“Guarda che belle…non le avevo mai viste cosi’!”
Sembrava un bambino alle prese con un giocattolo nuovo. Era solo per tentare di scacciare la tristezza? Amelia non seppe rispondersi.
“Sono stupende…e stanotte brillano che e’ una meraviglia…forse e’ un tributo per il tuo amico…”
“Non era un mio amico…era un amico di Buffy…non ci siamo mai sopportati. Ma credo che mi manchera’…dopotutto era divertente…”
si strinse nelle spalle, cercando di scrollarsi di dosso la malinconia. Gia’, sapeva che Xander gli sarebbe mancato. Poco. Ma gli sarebbe mancato. E soprattutto sarebbe mancato a Buffy. Era arrivato davvero nel patetico…soffriva perche’ LEI soffriva. Rideva perche’ LEI rideva. Gia’, veramente patetico. Ma non poteva farne a meno. Guardo’ Amelia. Si’, erano davvero simili. Esteticamente. Caratterialmente era tutta un’altra cosa. Era come le altre donne. Tenera, bisognosa d’affetto. Ma Amelia non lo nascondeva. Buffy si’. Sempre. Come se si fosse costruita un fortino intorno. Non lasciava entrare nessuno. Nemmeno lui. Soprattutto lui. Era stato con lei, e gli era sembrato di esserle piu’ distante che mai. Come se fosse irraggiungibile. C’era una dannata strada per il suo cuore? Un qualche sentiero che era tanto cieco da non vedere? No, le aveva provate tutte. Ed era solo stato male. Terribilmente. Perche’ non riusciva a buttarsela alle spalle?
Ma si puo’ dimenticare la ragione della propria esistenza?
Lascio’ il cannocchiale ad Amelia. Ando’ a sedersi sulla poltrona ancora segnata dalla lunga permanenza di Sellitto. Vi si accascio’ sopra, tristemente. Amelia era stata catturata dalla bellezza di quelle piccole, brillanti danzatrici notturne attorno alla luna. Spike l’aveva osservata a lungo, la luna. Pallida, distante, indifferente. Era a lei che rivolgeva ogni sua preghiera. E lei ricambiava solo con quei freddi raggi bianchi, senza conforto, per lui. Quella notte era una falce luminosa. Guardava dall’alto del cielo la sua vita…no, la sua non-vita sgretolarsi. Ma continuava a nascere e morire, notte dopo notte, del tutto indifferente. Spike giro’ gli occhi per la stanza. Il suo sguardo si poso’ su Rhyme. Lui stava placidamente disteso. Il vampiro penso’ agli occhi del criminologo. Quegli occhi cosi’ freddi, cosi’ duri, fissi su Buffy. Penso’ agli occhi di Buffy. Impauriti e risoluti. Che fissavano Rhyme. Non lui. Rhyme. Si accorse di star stringendo forte il bracciolo della poltrona. Le nocche erano sbiancate. I denti gli facevano male per quanto li aveva stretti. Una fitta gli attraverso’ lo stomaco. Non era mai stato geloso in tutta la sua vita…non veramente. E ora si ritrovava ad ardere, bruciare, fumare dalla gelosia. Maledizione!
La porta si apri’ all’improvviso. Lentamente. Tom entro’ sforzandosi di sorridere. Si avvicino’ a Rhyme.
“Lincoln, hai visite…”
Il criminologo si chiese chi mai, alle due e mezza di notte, in una citta’ dove non conosceva nessuno, potesse passare a fargli visita. Guardo’ interrogativo Tom. Lui strizzo’ l’occhio.
“Credimi, questa non te la vorresti perdere…”
Spike osservava incuriosito la scena. Amelia continuava a fissare le stelle dalla lente trasparente del cannocchiale. Rhyme annui’ verso Tom. Il ragazzo sorrise, usci’ dalla stanza, portandosi via la bottiglia mezza vuota di scotch, incurante delle lamentele di Rhyme. Spike, stanco di stare senza far niente, e non avendo capito una sillaba in quello strano scambio di sussurri, si alzo’, andando verso Amelia. Lei lo vide e sorrise. Gli porse il cannocchiale. Spike lo prese. Voleva ancora guardare le stelle. Magari ne avrebbe vista una cadente. Aveva voglia di esprimere un desiderio. Irrealizzabile, forse. Forse. Tom riapparve sulla porta, ma Amelia e Spike non gli fecero caso. Guardavano su, nel cielo. Innocentemente, a dire la verita’, ma la ragazza che stava ferma sulla soglia insieme a Tom si senti’ mancare il respiro per un istante. Voleva andarsene. Subito. Ma ormai era troppo tardi. Rhyme l’aveva vista, e la stava fissando sorpreso.
“Buffy…”
Spike si giro’ di scatto. L’espressione colpevole che aveva sul viso colpi’ Buffy come uno schiaffo. Avrebbe voluto piangere per la rabbia. Ma si trattenne. Ormai era diventata brava a nascondere le lacrime. Sorrise a Rhyme.
“Sono qui…”
Spike le corse incontro. Ma si fermo’ bruscamente a pochi centimetri da lei. L’aveva bloccato il suo sguardo. Gelido. Arrabbiato. E Spike si chiese se avesse frainteso la scena con Amelia. Poi si disse che era un’assurdita’ pensare che Buffy fosse gelosa di lui e interpreto’ i suoi occhi come sempre: <non ti voglio fra i piedi>. Si sposto’ di malavoglia, sforzandosi di sorridere. Dentro di se’, urlava. Amelia la saluto’ sorridendo. Buffy non ricambio’ il sorriso. La poliziotta penso’ lo facesse per la morte del suo amico. Rhyme fu l’unico che ebbe il privilegio di un suo sorriso. Lieve, appena percettibile. Come…segreto. Irrito’ Spike, tanto che ebbe voglia di tirarle uno schiaffo per come lo faceva sentire. Peggio di un uomo immobile. Lui, mister Rhyme, era piu’ meritevole dei suoi sorrisi…
“Non potevo restare a casa. Era troppo deprimente. Voglio trovarlo, Rhyme. Voglio trovarlo e voglio ucciderlo. Ma lentamente…”
“Bene. Lo troveremo. E’ una promessa, Summers…”
Lei annui’. Poi guardo’ gli indizi ammucchiati sul tavolino da lavoro. La sua attenzione venne atratta dalle pietre. Grosse, squadrate. Erano state staccate dalle pareti di un qualche nascondiglio? Buffy senti’ nuovamente che quel vampiro stava giocando con lei. La stava sfidando a trovare il luogo entro il quel si nascondeva. Ma perche’ ce l’aveva tanto con lei? Cosi’ tanto da…da…portarle via Xander? Aspiro’ profondamente. Due respiri lunghi. Si calmo’.
“Allora! Mettiamoci al lavoro. Prima di tutto voglio scoprire chi vorra’ prendere questa volta…”
Afferro’ dalla parete la foto che aveva trovato sulla terrazza. Guardarla le provoco’ una fitta al cuore. Guardo’ quel pezzetto di maglione verde. A chi apparteneva? Rhyme non le permise di pensare.
“Buffy…sei stata con Xander? Insomma, i primi due erano due ragazzi con cui eri uscita, no?”
“Si’…ma con Xander non c’e’ mai stato nient’altro che amicizia. Insomma, al liceo aveva una specie di cotta per me, ma non siamo mai nemmeno usciti. Forse sta cambiando obbiettivo. Ha preso due con cui uscivo…poi un amico…”
Ci penso’ su per qualche secondo. Guardo’ il maglione verde. Penso’ di aver capito. Si giro’ verso Spike.
“Giles!”
Spike annui’. Non aveva sperato nemmeno per un istante che si preoccupasse per lui. Era troppo doloroso sentire le proprie speranze calpestate. Quindi non ci aveva nemmeno pensato.
“Si’, potrebbe essere. Ha qualche maglione verde. Vi conoscete da tanto, e’ una figura chiave nella tua vita. Penso anch’io che potrebbe prendere lui.”
Rhyme annui’ distrattamente.
“Mandero’ una squadra a sorvegliare questo…”
“Giles. Rupert Giles.”
“Rupert Giles…”
Tom usci’ dalla sala. Buffy penso’ fosse andato ad avvisare qualche agente. Non era sicura che qualche poliziotto avrebbe potuto fermare un vampiro inferocito, ma non obietto’. Meglio di niente. Torno’ a guardare le pietre raccolte sulla terrazza. Le aveva gia’ viste…ma dove? No, proprio non se lo ricordava. Ma qualcosa le diceva che era un particolare importante. Tremendamente importante.
“Posso guardare i frammenti al microscopio?”
Mel Cooper le si avvicino’. Le spiego’ come regolare la messa a fuoco, poi infilo’ un vetrino nell’attrezzo. Buffy guardo’ attentamente attraverso le lenti. Erano schegge nere. O forse grigio scuro. Porose. Qualche punto bianco. Non erano pietre che si trovavano nelle cripte. Non in quelle di Sunnydale. Magari qualche anfratto sottostante. O in una cantina. Andiamo, ricorda! Dove le hai gia’ viste? Sono importanti, le ha lasciate apposta. Ma Buffy non ricordo’ niente. Sapeva di averle viste, ma li’ finiva la sua scienza. Si sposto’ malvolentieri. Alle occhiate speranzose di tutti rispose con un sospiro e un cenno negativo. Niente. Maledettamente niente.

Un uomo. Solo. Attorno a lui, il nulla. Buio in ogni direzione. Come unico rumore, un monotono raschiare metallico. Lama contro lama. Come a voler contare lo scorrere del tempo. Un secondo. Due. Tre. Cambia lato, prende ad affilare un altro coltello. Piccoli, lunghi, affilati. Da’ uno sguardo al fucile nascosto in un angolo. E’ di precisione, di quelli che solo i militari hanno. Gia’, i militari. Si alza dall’alngolo dov’e’ seduto. Resta immobile per un attimo. I capelli biondo scuro sono leggermente scarmigliati per la leggera brezza che spira anche li’ dentro, al confine del mondo. I suoi malinconici occhi azzurri (leggermente piu’ scuri di quelli di Spike), guardano senza vederla la parete di roccia davanti a lui. Parte un pugno. Potente, tanto da bucare la roccia nera. Estrae la mano sanguinante dal buco. La guarda, affascinato da quel liquido rosso e denso che cola fra le nocche, gli macchia la camicia immacolata da bravo ragazzo. Sfiora la ferita con un dito della mano indenne. Sorride.
“Non mi fa neanche male…”
E’ tutto quello che desiderava. L’uomo perfetto. Potente e solido. Piu’ potente e piu’ solido della roccia stessa. Si porta la mano sanguinante alla bocca. Ha ancora un rivolo di sangue all’angolo delle labbra. Xander era stato un buon pasto. Glielo aveva detto? Si’, un attimo prima di dargli il morso definitivo. Chissa’ se lui l’aveva sentito. Gli era sembrato cosi’ pallido…un po’ gli era dispiaciuto. Ma il passato e’ passato. C’era solo una cosa che doveva sistemare. Peccato non averlo fatto prima. ma era stato cosi’ piatto e scialbo, prima. ora no. Ora era lui. Lui veramente. E aveva un conto in sospeso con una ragazza. Non vedeva l’ora di mettere in scena il numero finale. Il piano dei piani. Era sempre stato bravo, riguardo ai piani. Aveva talento. Solo, l’aveva sempre utilizzato per la parte sbagliata. Ora aveva capito. Sorrise pensando all’espressione di Buffy quando aveva compreso il senso della sua lettera. Quella della freccia. Aveva pensato fosse piu’ sveglia. A quanto pareva si era sbagliato anche riguardo a questo. Si immagino’ la sua espressione nel vederlo. Come va, tesoro? Era tanto che non ci si vedeva, ho pensato di mandarti qualche regalino…anzi parecchi. Spero ti siano piaciuti…beh, mai quanto e’ piaciuto a me farteli. E guardarti riceverli.
Lo pervase una voglia incontrollabile di affondare i denti nel collo di Buffy. Il volto gli si sfiguro’ paurosamente. Scosse la testa, cercando di calmare i bollori del suo sangue. Non e’ ancora il momento. Il dolore e’ di gran lunga la miglior punizione…la morte e’ troppo sbrigativa. Quando hai visto Xander non hai desiderato morire? Ma si’…pero’ non sei morta…io si’…per colpa tua. E’ ora di ricambiare il favore, no, piccola? Sto progettando la tua morte…in modo negativo…molto negativo…

Aspettavano dei risultati. Un test, qualcosa del genere. Permetteva di stabilire il tipo di pietra che avevano davanti. Magari di individuarne la provenienza. Nel frattempo si stava in silenzio. Qualche chiacchiera. Cercando di non pensare troppo. Perche’ a volte pensare fa male. Riflettere, capire quanto la vita possa essere ingiusta. Pensare che mentre la tua esistenza va lentamente in pezzi il mondo continua a girare. E non puoi gridare “fermati, non vedi che sto morendo?”, perche’ non ti ascolta. Non ti sente. O forse ti sente e non vuole ascoltarti. E gira, gira, gira. Il sole nasce e muore. La luna. Le stelle. E’ tutto uguale al giorno prima. Al sole non interessa il fallimento della mia vita. Magari non mi ha nemmeno vista. Altrimenti si rifiuterebbe di sorgere in un mondo del genere.
Buffy sta ferma sulla finestra. Guarda le stelle. Sembrano malinconiche quanto lei. Spike parla allegramente con Amelia. E Buffy sente di odiarlo. Ma forse non e’ lui che odia…e’ solo se stessa. Ma fa troppo male ammetterlo.
Spike cerca di avviare una conversazione con quella donna che sembra cercare di capirlo. Parlano di Buffy. Chissa’ se lei li sente. Amelia non sembra annoiarsi, ascolta divertenti aneddoti della loro vita, fatta di addii, di ricerche, di ritrovarsi, perdersi di nuovo. Non giudica. Ascolta decisioni terribilmente sbagliate e non giudica. Sorride. Lo rimprovera lievemente con gli occhi. Lui li guarda, quegli occhi. E vede Buffy dentro. Buffy che parla, canta, gli dice di andare al diavolo, poi di tornare da lei. Buffy che non si decide. Che non riesce piu’ a capire cio’ che e’ giusto e cio’ che e’ sbagliato. Ma e’ una divisione stupida. Ogni cosa e’ giusta, ogni cosa e’ sbagliata. Dipende. Buffy dice che l’amore e’ una cosa giusta. Ma l’amore portato agli eccessi uccide e fa uccidere. Diventa una cosa sbagliata. Dare la morte e’ una cosa sbagliata. ma Lincoln Rhyme aveva provato a suicidarsi. A volte la morte e’ l’unica via di fuga da una vita troppo reale.
L’animo umano non puo’ sopportare troppa realta’.
Orribilmente vero. Era un concetto semplice. Ma perche’ lei non lo capiva? Perche’ doveva avere questa stupida, mediocre divisione, lei che di stupido e mediocre non aveva niente? Cosa semplificava questa visione distorta della realta’? la guardo’. I capelli al vento. Gli occhi tristi rivolti al drappo nero del cielo. Cosi’ bella. Eterea. Non perfetta. La perfezione e’ da stupidi. Solo per i mediocri. La vera bellezza, la vera perfezione, sta nell’unione armoniosa di pregi e difetti. Buffy Summers li aveva tutti. Difetti (tanti…tanti bellissimi difetti), e pregi. E per questo era perfetta.
Tu guardi le stelle, stella mia…ed io vorrei essere il cielo per guardare te con mille occhi…
Si giro’, Buffy. Come richiamata da quel filo speciale che li univa. Verso di lui. No. Non verso di lui. Verso Rhyme. Non si era soffermata che un istante sugli occhi blu del vampiro. Poi, aveva guardato Rhyme. I suoi occhi neri. Magnetici. E Spike era tornato a guardare Amelia. Una rabbia bollente gli cresceva nel cuore. Torno’ a parlare alla ragazza dai capelli rossi con un’allegria che nessuno riusci’ a trovare falsa. Solo che lo era.
Buffy scese dal cornicione della finestra. Si stiracchio’, miagolando. Sorrise a Rhyme. Il criminologo le fece cenno di sedersi con lui. Buffy guardo’ Spike. Fissava Amelia e rideva beato. Lei non esisteva piu’. Senti’ ribollire il sangue nelle vene. Con uno scatto nervoso afferro’ una sedia e si sedette vicino a Rhyme. Nonostante tendesse l’orecchio non riusciva a sentire cosa si dicevano i due piccioncini. E questo le fece ancor piu’ rabbia. Essere nella stessa stanza e non poter sentire. Scaccio’ quei pensieri. Ma loro restavano ostinatamente li’. Aveva voglia di schiaffeggiarsi fino a mandarli via, ma un residuo di sanita’ mentale la convinse che era una cosa stupida ed inutile. Non dargli questa soddisfazione. Si accorse che Rhyme le aveva sussurrato qualcosa.
“Cosa?”
“Ho detto: che stai aspettando?”
Buffy lo fisso’ sorpresa.
“Non ti capisco, Rhyme…”
“Devo parlare chiaro? Spike.”
Buffy mise prontamente il broncio.
“Che c’entra Spike?”
“C’entra che sei innamorata…e hai voglia di piangere.”
“Ne’ l’una, ne’ l’altra cosa…”
Rhyme la fisso’ ostinatamente. Buffy resse il suo sguardo. Alla fine il crimonologo sospiro’.
“Parlagli…”
“Mi dici cosi’ solo perche’ lo stai vedendo con Amelia…”
“Puo’ darsi, Summers. Ma ne so abbastanza sulla mia donna da sapere che non stanno flirtando. Stanno parlando di te…”
“non e’ vero…”
Lo sguardo di rimprovero di Rhyme basto’ per sostituire un lungo discorso.
“Dopotutto non sono affari miei…scusa, non avrei dovuto parlare…”
“Non importa. Come se non fosse successo niente.”
Solo che era successo qualcosa. Rhyme chiamo’ Spike. Per un attimo Buffy penso’ che volesse dirgli qualcosa su di lei. Ne resto’ pietrificata.
“Buffy, Spike, forse voi dovreste andare a fare un giro di pattuglia. Magari fino a casa del vostro amico. A controllare. Non si sa mai…”
Buffy annui’, sollevata. Spike la segui’ tristemente fuori dall’edificio. L’aveva vista parlare con Rhyme. Arrossire. E questo non gli aveva certo giovato.

L’aria era piacevolmente fresca. Le vie tetre come sempre, con i cartelloni pubblicitari spenti e il buio profondo che si scorgeva nelle finestre delle case. Un silenzio di piombo regnava sulla citta’. la solita quiete prima della tempesta. I vicoli deserti. Solo due persone camminavano nervosamente per quelle lugubre stradine. Una biondina dall’aspetto fragile e un ragazzo avvolto in uno spolverino nero e bruciacchiato. Il silenzio era fin troppo opprimente. Era come se cercassero le parole giuste per iniziare un discorso tremendamente difficile. Nessuno dei due sembrava intenzionato a cominciare. Spike tento’ di fare una risatina allegra. Riusci’ solo ad emettere un gridolino nervoso.
“Wow…che silenzio…”
Buffy penso’ che fosse il momento buono.
“Gia’…forse avresti preferito continuare a chiacchierare con Amelia…”
“E’ simpatica…”
“Gia’…”
“…E mi ascolta…”
Buffy si senti’ ferita. La sua voce suono’ piu’ stizzita di quanto volesse. Ma non si puo’ sempre controllare tutto…
“Io invece no, vero?”
Lui tento’ di guardarla negli occhi, ma lei li teneva fissi sulla strada.
“Non ho detto questo…”
“L’hai sottinteso!”
Lui sorrise. Un sorriso con una nota di trionfo che irrito’ Buffy ancor di piu’.
“Sei gelosa?”
“Chi, io? No, per niente…”
“Bugiarda…”
Lei gli si paro’ davanti, minacciosa.
“Perche’ dovrei essere gelosa? Perche’ pensi che dovrebbe interessarmi la tua vita privata? Perche’ pensi che debba interessarmi tu??”
Una slavina di domande, tutte addosso a lui. Aveva mancato la piu’ importante: perche’ la guardi come se fosse l’unica donna al mondo?
Spike indietreggio’. C’era una leggera sorpresa nei suoi occhi.
“Calmati. Ho solo frainteso. Come sempre…ora ti interessa Rhyme, giusto?”
Sbatte’ le ciglia un paio di volte, Buffy. Ma che aveva capito? Cerco’ di ridere. Ma era troppo arrabbiata. Come poteva aver frainteso cosi’?
“Cosa??”
“Andiamo, non fare quella faccia…pensi che non vi abbia visti? State sempre a fissarvi e a bisbigliare. Sembra che i vostri occhi li abbiano attaccati con la colla!”
“Ma cosa ne vuoi sapere tu? Con che diritto pretendi di sapere chi mi interessa e chi no?”
Lui la fisso’. Disperazione. Risolutezza. Ghiaccio.
“Hai ragione, Buffy. Non ne posso sapere niente di te. Dopotutto perche’ dovrei? Sono solo quattro anni che cerco di dimostrarti che ti amo! Se non ci sono riuscito allora evidentemente hai ragione. Non ne so niente di te. Proprio niente…forse Rhyme riuscira’ a capirti meglio!”
Buffy avrebbe voluto solo stringerlo forte. Dirgli che aveva sbagliato tutto. Dal primo momento. Dirgli che Rhyme non le interessa perche’ l’unico che le interessa veramente e’ lui. Ma, chissa’ perche’, non ci riusci’. Dalle sue labbra, solo veleno…
“Anche un caprone riuscirebbe a capirmi meglio di te! Sono sicura che non ti dispererai stavolta! Ora c’e’ Amelia, no? E lei e’ simpatica, e ti ascolta! Cosa che io non sono disposta a fare un secondo di piu’!”
Si scambiano un ultimo sguardo. Sembra carico d’odio, ma se guardassero bene, se guardassero oltre, vedrebbero i loro occhi gridare, chiamarsi disperati. Ma in quel momento sono ciechi entrambi, e si lasciano andare cosi’. Buffy va’ verso casa di Rhyme. Spike va’ dalla parte opposta. Ha bisogno di camminare. Di non pensare. Perche’ se pensa esplode.

La porta della stanza che si apre pesantemente. Una ragazza dagli occhi rossi che entra, nervosa. Posa il cappotto sull’attaccapanni e si siede sulla poltrona. Non saluta nessuno, non guarda nessuno. E’ troppo presa a commiserare se’ stessa. Rhyme guarda Amelia. ‘L’ha fatto’, sembra sussurrarle senza parole. Ha fatto quella grandissima sciocchezza che Rhyme sapeva che avrebbe fatto. Ma non aveva fatto nulla per fermarla. Quando ci si trova davanti due come loro, le sciocchezze si devono fare. E’ cosi’ bello litigare. Perche’ poi le cose si mettono a posto da sole. Ed e’ splendido fare pace. Sapeva che quei due non sarebbero stati lontano a lungo. Anche Sellitto l’aveva detto. E se l’aveva detto Sellitto, il poliziotto della gente, colui che vede l’invisibile, allora non poteva che essere vero.
“E’ successo qualcosa al signor Giles?”
Buffy alzo’ gli occhi su Rhyme. Lanciavano saette. Aveva ripreso ad odiarlo. Peccato, era una ragazza simpatica.
“No, e’ successo qualcosa alla signorina Summers, maledizione!”
In un impeto di trasgressione totale, Buffy afferro’ la bottiglia di scotch. Se ne verso’ mezzo bicchiere, tanto per essere sicuri che facesse effetto. La mando’ giu’ in un sorso. Senti’ ardere la gola. Un bruciore dolce. Si senti’ sollevata per un attimo. Poi, una fitta allo stomaco. Era lo scotch, non Spike. Non era abituata all’alcool. Le bruciava le viscere come olio bollente. Eppure se ne verso’ un altro fondo di bicchiere. Di nuovo d’un botto. Stavolta lo trattenne in bocca per qualche secondo. Un gusto forte. Lo mando’ giu’ piano. Una sensazione di calore la investi’. Di nuovo un atroce dolore allo stomaco. Ma non voleva smettere. Stava per afferrare nuovamente la bottiglia di liquore, quando Tom gliela tolse di mano. Aveva il solito sorriso gioviale che irrito’ Buffy. Tuttavia, non protesto’. Ricordava bene l’ultima volta che si era sbronzata. Aveva fatto la fine di Cita. Senza Tartan pero’…Tom porse una busta ad Amelia.
“Penso siano i risultati delle analisi alla roccia…”
“Grazie Tom.”
La donna estrasse i risultati dalla cartellina. Un paio di documenti, qualche foto ingrandita dei campioni. E poi, ecco il responso. Lo proietto’ sul computer di Rhyme. Buffy si alzo’, spostandosi accanto al criminologo. Si sentiva ancora terribilmente avvilita, nonostante i due bicchieri di liquore…nemmeno quella piccola consolazione le era concessa…
“Ecco risolto il mistero. E’ una pietra vecchia, proveniente da altrettanto vecchi cunicoli o gallerie. E’ tipica della zona nord, nord-est di Sunnydale. Dicono che da quelle parti ce n’e’ molta…beh, non restringe molto il campo…”
Buffy ebbe come un’illuminazione…ma certo, che idiota! Non ci aveva pensato prima!
“Restringe eccome! Quelle sono le rocce che si trovano in alcuni cunicoli utilizzati dall’organizzazione, un’ente segreta del governo che si occupava di mostri e vampiri a Sunnydale…ci facevano degli esperimenti. Ma l’organizzazione non c’e’ piu’, e’ stata smantellata anni fa…”
Rhyme tento’ di capire…
“Organizzazione? Una sorta di ghostbusters dei vampiri, giusto?”
“Piu’ o meno…io non li conosco bene. Riley li usava spesso quei cunicoli…”
Rhyme odiava le frasi in cui c’erano nomi che non conosceva…
“Riley? Sarebbe…?”
“Il mio ex. Faceva parte dell’organizzazione…se solo fosse qui…”
“Sai, Summers, anni fa un tizio di nome Bells ha inventato un simpatico attrezzo chiamato telefono…forse il tuo ex ne e’ a conoscenza…”
Buffy sorrise. Un sorriso un po’ forzato.
“Sara’ in missione con la moglie, come sempre…nessun contatto con i civili…e’ perfettamente inutile provare a rintracciarlo. Dovremo fare da soli.”
Amelia la guardo’. Poi distolse lo sguardo.
“Potremmo chiedere a Spike…lui magari li conosce…”
Buffy le lancio’ un’occhiataccia. Amelia resse quegli occhi duri per qualche istante. Poi abbasso’ lo sguardo. Chiedendosi perche’ ce l’avesse tanto con lei…
“No. Immagino che Spike non voglia piu’ partecipare alle ricerche…”
Rhyme annui’ soprappensiero. Beh, non cambiava molto. A parte che il morale di Buffy era sotto le scarpe. Piu’ di prima.

Spike camminava per le fredde stradine della citta’. rassegnato. Triste. Solo. Un po’ arrabbiato. Solo un po’. Teneva le mani nelle tasche dello spolverino nero, che ondeggiava e frusciava nel silenzio fermo della notte. Mancavano poche ore all’alba. Due, non di piu’. Doveva cominciare a tornare. Si chiese dove. A casa? Avrebe dovuto affrontare Buffy. E prima di lei, la solitudine e le riflessioni. A lui non piaceva riflettere. Si limitava a pensare sconnessamente. Poche frasi. Per argomenti diversi. Ma quando restava solo era costretto a portare questi pensieri su una scala piu’ ampia. Ad approfondirli. Una semplice parola poteva portarlo a riflessioni lunghissime, esasperanti. E tristi. Perche’ tutti i suoi pensieri erano tristi. Quelli felici sembravano essere spariti. Quelli felici rincorrevano lei. La trovavano. Ma poi un pensiero realistico interrompeva quella strana magia. Fantasia. Sogni. L’immaginazione di un folle. Che correva, cercando un posto che non c’e’, per riposare in pace. E si accorgeva che l’unico posto che voleva non poteva essere suo. E soffriva. Come un perfetto idiota. Dio, come si era ridotto. Stava tornando ad essere William…perche’ non faceva niente per impedirlo? Possibile che Spike stesse morendo dentro di lui, per un paio di occhi chiari? Si’, ma non due occhi qualsiasi. Due occhi verdi. Buoni, puliti, innocenti. Tristi, malinconici come i suoi. Ghiaccio sciolto. E fuoco. Poco, ma c’era. Nei suoi occhi verdi. Come il mare. Al tramonto. Quando il sole vi affoga dentro. Mandavano la stessa luce. Abbagliante, eppure morente. Sembra sempre sul punto di spegnersi. Ma c’e’ qualcosa che le impedisce di farlo. E lui si ritrova a chiedersi ancora cosa. Perche’ vorrebbe essere lui. Il motivo di quel rinnovarsi infinito, di quel fuoco che le si accende piano negli occhi, poi sembra morire, e poi ancora, splende, piu’ forte, piu’…Spike sorride a quel pensiero…piu’ rifulgente…eh, si’. William stava tornando per davvero. Era cosi’ palese, eppure lei…sembra non farci nemmeno caso. Lei vede solo Spike, quello pericoloso che provo’ ad ucciderla quando si incontrarono la prima volta…e non vede William, che compone stupide, ridicole poesie solo per farsi notare da una donna che lo trova inferiore…e non sta pensando a Cecily…
Cammina cosi’, pensando velocemente, senz guardare la strada. E non si accorge di andare a sbattere contro qualcuno. Alza gli occhi, arrabbiato. Ci mancava solo il deficiente di turno. E rimane cosi’, immobile, guardando la figura che troneggia davanti a lui. E pensa che, no, e’ impossibile. Chiude gli occhi, li riapre. E’ possibile. Il ragazzo davanti a lui sorride, un sorriso scintillante e cattivo.
“Ciao Spike…”
Il vampiro biondo e’ sconvolto. Prova a dire qualcosa. Gli esce dalle labbra strette appena un sussurro.
“Tu?”
Non fa in tempo a sentire la risposta. Qualcosa di pesante gli piomba sulla testa. Ed e’ tutto nero. Fuori e dentro di lui…

Un leggero bussare alla porta principale della camera. L’hanno sentito tutti. Rhyme, Amelia e Buffy nella stanza da letto. Sellitto, Cooper e Tom nella sala principale. Il ragazzo dai capelli impomatati corre ad aprire. Buffy spera sia Spike. Vuole chiedergli scusa. Magari non proprio scusa. Insomma, vuole far pace. Tutto come prima. o magari un po’ meglio. Ma Tom appare sulla soglia della stanza da letto senza nessuno al seguito. Tra le mani stringe un pacchetto regalo. Abbastanza grande.
“Non c’era nessuno. Solo questo…”
Rhyme guarda la scatola rettangolare, impacchettata e infiocchettata con cura. Poi guarda Amelia.
“Sachs, ti dispiace controllare che non faccia ‘tic tac’?”
La donna va verso la scatola. La prende con cautela dalle mani sudate di Tom. La soppesa. E’ terribilmente leggera. Posa l’orecchio sulla scatola. Un paio di secondi in perfetto silenzio. Nessun rumore.
“Non e’ una bomba.”
Stacca il biglietto, attaccato con un gran bel fiocchetto rosa.
“Credo sia per te…”
Lo porge a Buffy. Lei ha paura di leggerlo. Intanto Rhyme fa telefonare a casa del signor Giles, per appurare che li’ vada tutto bene. I poliziotti riferiscono che non c’e’ assolutamente nessun problema. Giles e’ sano e salvo. Buffy apre il biglietto con il cuore piu’ leggero. Lo legge ad alta voce.
“’Ho sempre amato i gran finali…immagino ora tu sappia dove trovarci…’. Che significa trovarci? Ha dei comlici? Giles e’ a casa sano e salvo! Apri il regalo…”
Amelia scarta con la solita calma il pacchetto. La carta da regalo e’ a fiori gialli e rossi. La sua preferita. Che abbia tirato ad indovinare? Sotto lo strato di carta fiorita c’e’ un pacco rettangolare. Il colore e’ un cupo giallo smorto. Le fa paura. Ferma Amelia un attimo prima che apra quell’inatteso regalino. Vuole farlo lei. Le mani sono ferme. Apre piano. Qualcosa di nero all’interno. Qualcosa di familiare. Sembra una coperta. Il cuore di Buffy inizia a pulsare piu’ forte. Tamburi le battono nelle tempie. Prende la ‘cosa’ dal fondo del pacco. Viene fuori ondeggiando e strusciando. E‘ uno spolverino di pelle. Nero. Le cade dalle mani, mentre un’atroce consapevolezza le attanaglia il cuore. Un sussurro che sa di disperazione.
“Spike…”
No, spike no! Non c’e’ bisogno di altre spiegazioni. Indossa il cappotto beige ed esce come una furia dall’albergo. Rhyme e Amelia si fissano preoccupati. Buffy corre veloce, vola, sulle stradine asfaltate di Sunnydale. Sa dove deve andare…e stavolta intende arrivarci in tempo…


 
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