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Legge sull'editoria ovvero Totò, Peppino e le informazioni D.O.C.

April 6 2001 at 9:05 PM
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Manuel  (no login)

 
Da ieri anche le informazioni che appaiono sui siti internet devono essere D.O.C. A dirlo è la riforma della legge sull'editoria approvata dal Senato il 21 febbraio scorso e che introduce tra le altre novità del provvedimento una definizione nuova di zecca di "prodotto editoriale". Dall'articolo 1 comma 1 si legge che per prodotto editoriale si intende ora "il prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico". In pratica tutte quelle norme che regolano il mondo dell'editoria distribuita "ufficialmente" per mezzo cartaceo da questo momento valgono anche per tutti quei siti che fanno informazione. A detta del sottosegretario alla presidenza del Consiglio per l'editoria Vannino Chiti, questo serve a garantire sia al giornalista, sia al cittadino che entrerà in contatto con queste informazioni che ci sia "una garanzia di serietà e di qualità anche per il giornale online". Ora le prime domande che migliaia di gestori di siti più o meno amatoriali si sono posti, sono state sul destino che le loro "pubblicazioni online" avranno. Dovranno iscriversi all'albo dei giornalisti professionisti, al registro dei pubblicisti o a quello degli operatori di comunicazione per continuare a nutrire il loro hobby? Allora, sempre secondo Chiti, i gestori di siti amatoriali possono fare sonni tranquilli in quanto questa normativa si applica a quei siti che fanno "informazione" e che hanno la periodicità, intesa come "continuità nel tempo della diffusione di notizie". In un "mondo" come quello di internet, sempre in continuo movimento, con i suoi aggiornamenti "in tempo reale", con la sua mole impressionante di notizie che circolano, come si può definire ciò che è informazione da ciò che non la è? Soprattutto in un paese che non sa distinguere tra satira e diffamazione. Ma lasciamo perdere e approfondiamo il discorso. Diciamo che siamo i gestori di un sito che per la qualità e l'affidabilità delle informazioni che trasmette ha il diritto/obbligo di avere un riconoscimento ufficiale. Bene secondo la legge n.47 dell'8 del febbraio 1948 un "prodotto editoriale" deve indicare l'indirizzo dello stampatore e dell'editore, di nominare un direttore responsabile iscritto alla corporazione dei giornalisti, di spedire copia di ogni numero alla prefettura di competenza. Innanzitutto chi è lo stampatore e l'editore di un sito internet per la legge? Se per editore (cioè per colui che distribuisce con mezzi propri il nostro lavoro) la legge intenderà (come è successo in passato) il provider, ovvero colui che fornisce lo spazio su internet per il sito, questo si ritroverebbe gravato della responsabilità di centinaia di migliaia di pagine che dovrebbe prendere, leggere, esaminare di continuo, rischiando non solo alla rinuncia di fornire spazio, ma in casi peggiori, di autocensura preventiva per eventuali contenuti. Così un azienda di destra potrebbe mettere veto su ciò che nel suo "spazio web gratuito e illimitato" appaia come propaganda di sinistra (e naturalmente viceversa), venendo così di nuovo a limitare quel diritto universale di libera espressione che su internet sembrava almeno in parte raggiunto. La necessità invece di mandare una copia di ogni informazione messa online, aspettando permessi è a dir poco anacronistica, in quanto la pratiche burocratiche non permetteranno mai di stare al passo con il circolo vorticoso delle informazioni che circolano in rete, oltre al fatto che si intaserebbe ancora di più la già precaria banda dati della rete informatica italiana. Alla fine di questo discorso c'è da dire due parole invece al resto della riforma sull'editoria. Io la trovo una riforma dopo tutto giusta, in quanto promuove tutta l'editoria tradizionale, promettendo fondi ed aiuti economici per aiutare tutto quel ramo dell'informazione che oggi come non mai in Italia è così in crisi, visto che tra i paese più industrializzati siamo tra quelli che leggiamo di meno i giornali e che hanno una opinione pubblica così più debole rispetto agli altri . Il problema di questa riforma è da centrare soprattutto nel fatto che punta ad uno sviluppo di quelle attività editoriali che già esistevano su supporto tradizionale per portarle al passo con i tempi e favorirne la trasmissione online, mentre d'altra parte penalizza tutti quelle persone che per prime hanno trovato nella rete un modo di comunicare le proprie idee in modo più vasto ed economico. Ai tempi delle fanzine, che venivano stampate su carta fotocopiata, con tiratura bassissima e distribuite quasi esclusivamente per posta, nessuno si sarebbe mai messo in testa di obbligarle alla registrazione ufficiale di testata editoriale. Oggi invece si rischia di penalizzare tutte quelle correnti "sotterranee" che utilizzano la gratuità e la distribuzione della rete per poter emergere anche senza scopi di lucro. La legge per fortuna ancora non è completa , manca ancora il regolamento definitivo che dovrà varare l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni che, sempre a detta di Vannino Chiti, dovrebbe essere varato a giorni. L'unica cosa da fare è aspettare e, nel peggiore dei casi, mettere come introduzione al nostro sito la dicitura in cui, ai sensi della legge n.47 dell'8/2/48 ("Legge sulla stampa") dichiariamo che il nostro sito non ha "garanzia di serietà e di qualità".

(Manuel Moavero)

 
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Riccardo Stagliano'
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Bravo

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April 7 2001, 2:22 PM 

Bravo Moavero, ha scritto un bell'articolo equilibrato su un tema delicato e importante. Sono di principio contrario all'irregimentazione dell'editoria online, ma il discorso e' - come lei ha capito - complicato. Per sentire l'interpretazione autentica del sottosegretario Vannino Chiti si legga l'intervista di Dario Olivero (http://www.repubblica.it/online/politica/leggeditoria/leggeditoria/leggeditoria.html), al quale ho chiesto di intervenire anche nel nostro forum.
Divida pero' i suoi interventi in capoversi distinti, si leggono meglio cosi'.
RS


    
This message has been edited by rixta on Apr 7, 2001 5:25 PM


 
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Dario Olivero
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Editoria e garanzie

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April 7 2001, 5:44 PM 

Caro Manuel
innanzitutto complimenti per le sue doti di semplificazione ed esposizione. Lei ha centrato perfettamente il cuore del problema. Il sottosegretario Chiti tranquilizza i cosiddetti siti amatoriali. Questi stanno, dice, in rapporto ai siti che fanno informazione, come i volantini (o le fanzine come giustamente dice lei) stanno ai giornali. Quindi, secondo il sottosegretario - e quindi secondo il governo italiano - operare una distinzione tra i siti che devono registrarsi e quelli che possono continuare a esistere senza questo obbligo è semplice, intuitivo.

Ma, come dimostra la preoccupazione generalizzata di questi giorni, è chiaro che il problema c'è. Ed è un problema di interpretazione. E non riguarda tanto il concetto di nuovo prodotto editoriale che ora comprende anche il multimediale, quanto - a mio avviso - il concetto stesso di diffusione delle informazioni.

Che cosa è un'informazione? Quando una serie di informazioni può essere ritenuta informazione in senso forte? Quando è periodica, dice la legge. Basta questo?

Probabilmente no. Credo che sia possibile individuare una moltitudine di casi in cui il nucleo forte dell'informazione non consiste nella periodicità ma, per esempio, nella sua unicità (uno scoop, un'inchiesta, una fuga di notizie che avvengono una sola volta non sono forse informazioni in senso forte?)

C'è dunque un margine di ambiguità che nasce da un problema di ordine semantico, più che di ordine giuridico.

A questo punto, non resta che attendere il regolamento che dovrebbe stilare il garante per le comunicazioni e che stabiliraà i criteri di applicazione concreta della nuova legge. Riuscirà questa autorità a stabilire un confine chiaro? E può, un'authority definire un concetto prezioso e democratico come quello di informazione? E con quali conseguenze?

Vedremo.

 
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andrea
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un argomento interessante

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April 8 2001, 3:52 PM 

Caro Manuel come dico già nel titolo, l'argomento da te sollevato è di indubbio interesse, se non altro per la sua estrema attualità. Regolamentare la situazione dei siti informativi è secondo me un modo per omologarli, almeno nella loro attendibilità, ai giornali cartacei. Al di là del discorso sull'Ordine dei giornalisti, argomento che seppur attinente ci porterebbe lontano dal tema in discussione, secondo me può essere utile creare una regolamentazione più o meno rigida del giornalismo on line. Perchè è di questo che si tratta, del giornalismo e del suo futuro attraverso le nuove tecnologie, delle sue nuove dimensioni e dei suoi nuovi confini.

Tempo fa leggevo un articolo del Prof. Staglianò sulle pagine di Repubblica (versione cartacea)in cui si invitava a fidarsi ancora di chi ha per mestiere il compito di gestire l'informazione, a discapito di chi vi si cimenta senza cognizioni e mezzi. Anche e soprattutto oggi che il web potrebbe far credere a qualcuno che non sia più necessaria la figura del giornalista e la sua mediazione. Questo era il messaggio se non ricordo male, che mi ha trovato in perfetta sintonia, forse anche perchè vorrei diventare un giornalista professionista, e cosa farei se di questa figura professionale non ci fosse più bisogno? "A me di andare a lavorare non va proprio!"

Al di là degli scherzi, credo che l'aggiornamento in tempo reale offerto da Internet in teoria, debba ancora essere utilizzato in pieno dai giornalisti di testate on-line; è comunque "solo" una miglioria per l'informazione stessa, la sua completezza, la sua rapidità, nonchè un vantaggio per il lettore-navigatore. Non credo che questo aspetto possa eliminare il valore e la necessità del cronista nel suo lavoro di vaglio, messa in relazione e quant'altro.

Da qui infine arriverei a parlare brevemente della nuova legge sull'editoria: credo sia ormai chiaro come per me questa si renda sempre più necessaria. Il punto semmai è stabilire quali debbano essere i parametri che ne regolino l'applicazione. In maniera intuitiva si potrebbe procedere solo inizialmente, dal momento che è abbastanza chiara la differenza tra siti che fanno esclusivamente informazione, ed altri che invece lavorano nella comunicazione nelle sue più varie accezioni. Ma ripeto, solo inizialmente, perchè l'intuito non potrebbe mai essere una fonte di garanzie e si lascerebbe alla discrezione del singolo la scelta di chi debba registrarsi e chi invece potrebbe continuare ad operare "liberamente". Nemmeno la periodicità, come unico parametro, mi sembra sufficiente per le stesse obiezioni che ha mosso nel suo intervento il sig. Dario Olivero. Non sono un tecnico e quindi al di là della distinzione tra giornali on-line (quotidiano o periodici)da un lato e siti di intrattenimento, promozione etc. dall'altro, non ho grosse soluzioni, per le quali ci saranno pure persone abilitate e competenti. Credo però che una regolamentazione come quella che si sta profilando sia necessaria, soprattutto come garanzia per il lettore (anche se gli escamotages potrebbero comunque essere tanti) e di coseguenza per una maggiore legittimazione dell'informazione su Internet. Al fine inoltre di evitare che questa venga fagocitata da quella splendida e puntuale definizione di Internet che Furio Colombo diede in un suo libro: "un muro bianco su cui ognuno può apporre il suo graffito". Segno di massima libertà per il singolo individuo forse, ma non certo una garanzia di correttezza informativa.

Andrea Di Gennaro

 
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Riccardo Stagliano'
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a scanso di equivoci: i giornalisti NON sono i monopolisti dell'informazione

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April 8 2001, 4:24 PM 

dal momento che un mio articolo e' stato chiamato in causa da di gennaro chiarisco la mia posizione: sono per la minor regolamentazione possibile dell'informazione in rete. la possibilita' che il web da' a chiunque di esprimere in maniera pubblica le proprie opinioni costituisce la sua forza principale, che non va conculcata. stara' ai lettori giudicarne l'attendibilita'. se poi si metteranno in circolo, colposamente o dolosamente, informazioni false, interverra' la magistratura.

qui sotto, comunque, allego l'articolo sul futuro del giornalismo online - uscito sulle pagine culturali di repubblica alle fine di febbraio - cui si e' fatto riferimento. i giornalisti fanno informazione di mestiere ed e' ragionevole assumere che, grazie al loro allenamento, sappiano farla meglio di altri. ma cio' non significa affatto che siano gli unici a poterla fornire.
r

DALLAS (Texas) - Come succede con certi ragazzotti nell'età dello sviluppo che si rivedono increduli dopo un po' di tempo, i giornali on line dei prossimi anni potrebbero risultare pressoché irriconoscibili a chi si fosse troppo affezionato alla loro fisionomia attuale. Cambierà tutto: chi li farà (sempre più i lettori), chi li leggerà (un pubblico di giovanissimi poco affezionati ai format tradizionali) e i mezzi della loro distribuzione (con spedizioni via e-mail della maggior parte dei contenuti). Sono alcune delle indicazioni che vengono da Dallas, dove si è appena chiusa la dodicesima edizione dell'Interactive Newspapers Conference, il più importante appuntamento del mondo sulle sorti dell'informazione nell'era di Internet.
A parte qualche battuta nervosa nel tentativo di esorcizzare i licenziamenti che hanno vulnerato negli ultimi mesi molti siti di news, l'umore è buono. Arthur Sulzberger Jr., editore del New York Times, ha festeggiato il quinto compleanno della versione elettronica del suo quotidiano con 16 milioni di candeline, pari ai lettori registrati che l'hanno visitato sino a oggi. Ma nessuno qui si nasconde che, per sopravvivere e prosperare, bisogna essere pronti a trasformarsi in continuazione. La provocazione più forte arriva quindi da Ellen Kampinsky, caporedattrice del mensile Talk con una lunga esperienza di pubblicazioni on line alle spalle: "Per raccontare le storie in maniera adeguata per il web - dice serissima - i giornalisti devono andare a lezione da Amazon". E intende proprio il negozio più famoso della Rete che ha saputo mettere il cliente al centro dell'attenzione, chiedendogli in continuazione di interagire con il sito. Come lì lo si incoraggia a scrivere recensioni dei libri letti, nei giornali che ne seguiranno l'esempio gli si domanderà di partecipare a forum e sondaggi, di dare voti agli articoli e di segnalarne di pertinenti al tema (come già succede nell'esperimento di Plastic.com), magari presi da testate diverse. Questo coinvolgimento poi sarà reso trasparente all'esterno e si renderà nota la classifica degli articoli più letti (uno studio recentissimo dell'università della Pennsylvania dimostra che in questo modo si sviluppa un forte effetto emulativo e una valanga di clic sui pezzi nelle prime posizioni).
Una democratizzazione che dovrebbe risultare attraente per il nuovo pubblico, quello dei ventenni, scarsissimi lettori ma navigatori provetti. Il loro atteggiamento nei confronti delle fonti dell'informazione non potrebbe essere più laico: "Le notizie? Leggo quelle che scorrono sul programma che uso per mandare i messaggini in rete" ammette, disarmante, una matricola della facoltà di comunicazione della Boston University. E si tratta, come più di un'indagine conferma, di un campione rappresentativo della sua generazione.
C'è da convincerli che è meglio fidarsi di chi fa il giornalista di mestiere, magari vincendo la loro prigrizia con accortezze tecnologiche. L'e-mail è un sistema di recapito assai promettente. "Abbiamo ormai più persone che ricevono il nostro giornale nella casella elettronica - constata Stephen Newman, ancora del Times, parlando di quasi 1 milione e mezzo di abbonati - che davanti alla porta di casa". Il Financial Times, dal canto suo, spedisce digitalmente oltre 100 mila newsletter specializzate al giorno. E la lista di chi fa cose simili potrebbe proseguire a lungo. C'è da scandalizzarsi? No. Di carta, sul Web o dentro Outlook o Eudora, è la qualità del giornalismo che conta. Tutto il resto è vanità.

 
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andrea
(no login)

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April 8 2001, 11:33 PM 

Gentile prof. Staglianò,
le chiedo, se possibile, di spiegare un pò più nel dettaglio perchè è favorevole alla minor regolamentazione possibile dell'informazione on-line.
Una regolamentazione delle testate giornalistiche, a mio modo di vedere, non intaccherebbe quei siti che invece danno ampio spazio alle opinioni dei navigatori. Questi rimarrebbero infatti liberi di operare al di fuori delle regole del giornalismo (e non la reputo una cosa meno nobile, ma semplicemente diversa). Lasciare solo al lettore un giudizio sull'attendibilità del servizio mi sembra un onere ed allo stesso tempo un onore che, seppur fortemente venato di democrazia, è altresì un tantino eccessivo. Soprattuto in virtù del fatto che, come riportato nel suo articolo, molti dei giovani fruitori di news on-line si limitano a leggere quei flash che scorrono sul programma usato per le chat. Un'esperienza piuttosto limitata, perhè un simile utente possa avere gli strumenti adatti ad una valutazione effettivamente appropriata. E poi perchè dover affidare alla magistratura il compito di pronunciarsi in merito alla eventuale tendenziosità di alcune notizie? Non sarebbe preferibile prevenire (o tentare) una tale eventualità? In conclusione; mi preme precisare come la mia opinione valga solo per quei siti che lavorano professionalmente ed esclusivamente nel delicato settore dell'informazione (ad es. "La Repubblica.it" o "Il Nuovo.it"), Tutto il resto del web è bene che mantenga la massima apertura all'intervento di chiunque (sempre nel limite imposto dall'educazione). Caratteristica che, come lei ha giustamente sottolineato, ha un rilievo fondante per il web stesso.
Andrea Di Gennaro

 
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Marco
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Legge sull'editoria nel mondo

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April 8 2001, 5:54 PM 

Vorrei portare il problema su una dimensione non solamente italiana. Tutti sappiamo che una delle caratteristiche fondamentali di internet è la sua capacità di andare oltre i confini fisici o giuridici di una qualsiasi nazione. Mi chiedo come si possa applicare la nuova legge sull'editoria ad un media universale come internet. Riguarderà solo i siti d'informazione italiani?(e che cosa vuol dire "sito italiano"?, un sito scritto in italiano? un sito redatto in Italia?) e come ci si comporterà con i siti stranieri? Chi spiegherà ad un thailandese la nostra anomala legge? E come verranno trattati i nostri siti d'informazione all'estero?
Ritengo un grossolano errore questa equiparazione che cerca di mettere sullo stesso piano due mondi troppo differenti fra loro come la carta stampata e internet (o se vogliamo atomi e bit). Dunque se propio vogliamo regolamentare l'editoria on-line, dovremo studiare delle leggi apposite, adatte all' infrastruttura di internet, e non ereditate dal mondo off-line.
Altrimenti molto meglio l'anarchia che ha caratterizzato il nostro mezzo fino ad ora.
Marco Termine.

 
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Manuel Moavero
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Aprofondimenti

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April 9 2001, 2:16 AM 

Visto che a quanto pare l'interesse per la questione sta crescendo volevo segnalare a tutti dei siti interessanti con cui approfondire alcuni aspetti che non subito si riescono ad afferrare.

I due link che vi propongo sono http://www.interlex.it/
Che è un sito che si occupa di diritto, tecnologia, informazione.
E l'altro è
http://www.punto-informatico.it/petizione.asp
Punto informatico che è una delle più "anziani" quotidiani di informatica e telecomunicazioni.

Questo ultimo sito in più offre la possibilità di "firmare" la petizione per abolire i comma 1 e 3 dell'articolo 1 della suddetta legge(i comma incriminati, quelli che allargano il concetto di "prodotto editoriale")

Buona lettura

(Manuel Moavero)

 
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