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The Organization Kid

April 29 2001 at 1:29 PM
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riccardo stagliano'  (no login)

 
Questo e' il pezzo che apparira' sul prossimo numero di Reset e qui sta il link al saggio originario: http://www.theatlantic.com/issues/2001/04/brooks-p1.htm

Riprendiamo il discorso e fatemi capire se e quanto questa tendenza si applica anche ai ventenni italiani.
RS
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Il loro sport preferito è il résumé building. Conoscete la disciplina (perché di disciplina, innanzittuto, si tratta)? Consiste nel far sì che il più alto numero possibile di esperienze quotidiane possa rientrare nel proprio curriculum - il résumé, appunto -, allungandolo, rinvigorendolo, facendogli fare la più bella figura possibile. Mangiare un gelato, ad esempio, non conta. Discutere con gli amici - ancorché intelligenti - neppure. Fare l'amore con la fidanzata meno che meno: si consumano energie e si può addirittura sudare. Il pallottoliere della vita del Ragazzo Organizzato segna solo i punti che potranno impressionare il prossimo cacciatore di teste ed è una contabilità che inizia subito, da appena nati, perché la futura classe dirigente americana non ha tempo da perdere. Più allenamento si è fatto, più crediti si accumulano, meglio si sarà preparati per la gara finale, quella che ha come traguardo l'assunzione nella più sontuosa banca di investimenti o nella più esclusiva società di consulenza oppure nell'accademia, a patto che sia la migliore e sui suoi muri cresca l'edera più antica. L'élite che sta scaldando i muscoli nei campus dei più blasonati college americani sa che "comunque vada, sarà un successo" (il mercato del lavoro, anche al netto dei dissesti della New economy, non è mai stato così accogliente) ma non è affatto tranquillizzata da questa consapevolezza. E prova, riprova, si arrovella su quale possa essere la più efficace strategia per prendere al più presto il posto occupato adesso dai loro padri, per entrare nella cabina di comando della nazione più potente e florida del pianeta che aspetta il loro ricambio generazionale per consentire ai Baby Boomer di godersi una precoce pensione e ai loro figli di misurarsi con un'anticipata età adulta.

Una strana classe quella dei ventenni statunitensi che David Brooks - già inventore della fortunata tipizzazione dei bourgeois bohemians, descritta nel suo "Bobos in paradise" - racconta e battezza in "The Organization Kid", un lungo saggio su "Atlantic Monthly" di aprile. Una generazione sgobbona, ammodo, pragmatica e previdente al punto da risultare spesso inquietante di cui è però utile fare la conoscenza per capire in anticipo che faccia avrà l'America che questi giovani ossimorici (che non hanno quasi nessuna delle caratteristiche che tradizionalmente si associavano al loro status anagrafico) guideranno negli anni a venire e, forse, anche per intuire con qualche anno di vantaggio il prossimo identikit della fetta più ambiziosa dei nostri ventenni.
Certo l'inchiesta di Brooks mira a un segmento particolare: gli allievi dell'Ivy League, il girone d'eccellenza - per merito e per censo - delle università statunitensi, ma l'idea che l'autore sembra essersi fatto al termine di una lunga ricerca sul campo è che i tratti salienti dei simpatici "mostri" con cui ha avuto a che fare si possano ritrovare nella maggior parte dei twenty-something a stelle e strisce. Ma cosa c'è, dunque, di così nuovo e sorprendente nelle truppe di questi giovanotti e signorine che, sino a pochi anni prima, mettevano sul podio delle preoccupazioni esistenziali la persistenza di un'acne apparentemente invincibile?

"Ho chiesto a molti studenti - esordisce Brooks - di descrivere le loro giornate tipo e le risposte suonavano come una sessione del club dei Future Workaholics of America (Futuri Lavoro-dipendenti d'America): esercizi fisici all'alba, corsi al mattino, fare da mentore alle matricole, gruppi di studio, di nuovo corsi nel pomeriggio, poi fare da tutor a bambini svantaggiati, una prova di canto nel coro, cena, ancora studio, laboratorio di scienze, una seduta di preghiera, un po' di corsetta sul tapis-roulant StairMaster e studiare ancora qualche ora". Tutto questo in una giornata che, dalla East alla West Coast, si calcola ancora nelle solite, tendenzialmente inestensibili 24 ore. I confini tra sonno e veglia sono stati forzati al massimo: in media questi campioni della produttività vanno a letto alle 2 e si svegliano alle 7 e nel farcitissimo palinsesto che ne risulta ogni attività trova, deve trovare, un pur strizzato posto. Sono le chiacchiere, quelle senza meta, a ruota libera tra persone che si stanno simpatiche, a non rimediare più un quarto d'ora di ospitalità: "Ho avuto un appuntamento con il mio migliore amico - spiega rassegnata una ragazza - alle sette di stamani. Se non si fa così, si perdono i contatti...". Tutte le attività non immediatamente produttive sono relegate negli intervalli, spesso brevi come quelli televisivi: la lettura dei giornali, l'impegno politico, le relazioni sentimentali passano drammaticamente in second'ordine. "La gente - argomenta uno studente - non ha né tempo né energie per mettersi in storie impegnative" e distingue tra amicizie e "amicizie con privilegi" (dove il termine, mutuato dall'informatica, allude al sesso). Solo alcuni anni dopo essere usciti dal college, quando si ritrovano già sistemati alle cene di classe, prenderanno in considerazione di stare insieme con un progetto e poi, eventualmente, metter su famiglia.

Ma non è un'etica calvinista a guidarli, con così rari sbandamenti, lungo le autostrade del vicino successo. "Non è il bastone che li spinge, è la carota" riassume Brooks. Sono le luminose prospettive che hanno davanti ad eccitare, pur mantenendoli lucidissimi nel frattempo, quelli che uno dei loro professori ha definito felicemente come "studenti professionali". Che non vuol dire solo secchioni, piuttosto che lo studio non è quasi mai un fine in sé ma invece un mezzo per arrivare alla vita agiata eppure verosimile cui approderanno in men che non si dica. Sono educati, gli "organization kid", e rispettano la gerarchia più di ogni altra cosa: per loro - così proiettati verso l'imminente posto di lavoro - un docente ha già la sacertà di un amministratore delegato. Neppure si sognano di contestarlo (passatempo preferito dei loro genitori negli anni '70) e neanche vogliono sembrare rudi con i loro compagni/colleghi: se in classe le opinioni divergono, prima di dire la propria si scusano innanzitutto di dissentire e poi, nella più urbana delle maniere, azzardano il loro punto di vista. "Sono sconcertantemente a loro agio con l'autorità - lamenta il sociologo Robert Wuthnow -, disposti a saltare in qualsiasi cerchio l'insegnante metta loro davanti, vogliosi di essere apprezzati, desiderosi di risultare conformi". E' un'élite che non si sogna di protestare, che non ne ha troppi motivi ma che - se anche ne avesse - tacerebbe.

Una folta letteratura e una ridda di numeri confermano, seppur disorganicamente, le impressioni di Brooks. Dal 1981 al 1997, ci informa l'Institute for Social Research dell'università del Michigan, la quantità di tempo che i ragazzi da 3 a 12 anni hanno trascorso per giocare all'aperto è diminuita del 16 per cento. Ancora peggiore la caduta del tempo consacrato al passatempo nazionale, guardare la tv (meno 23 per cento), mentre è cresciuto del 20 per cento quello dedicato allo studio. Uno spostamento di pesi che ha fatto lievitare dal 18 (1985) al 28 (2000) per cento la quota di matricole della University of California a Los Angeles che, al termine del primo anno accademico, si sono detti "sopraffatti" dalla mole di lavoro. Prostrati ma felici, alla fine, o almeno persuasi dell'ineluttabilità dei nuovi ritmi di vita. "Sono ottimisti, sono giocatori di squadra che tendono alla cooperazione - insistono Neil Howe e William Strauss, nel loro recentissimo "Millennials Rising", vasta rassegna dei giovani americani contemporanei -, accettano l'autorità, seguono le regole". Ben altra pasta, insomma, rispetto al narcisismo misto a nichilismo dei loro genitori. Con i quali, tuttavia, vanno d'amore e d'accordo come non mai: il 96 per cento, rispondendo a un sondaggio Gallup nel 1997, descriveva come assai buoni i rapporti con papà e mamma con un 82 per cento che usava, per illustrare la qualità della propria vita, aggettivi variabili tra "buona" e "meravigliosa" (a una domanda analoga, nel '74, il 47 per cento dei teenager di allora rispondeva che sarebbe stato molto meglio se non avesse vissuto con i genitori).

Molto altro ci sarebbe da dire e un lungo seguito è quello che nelle pagine di Brooks si dipana. Si va nei dettagli, si sviscerano i sottocapitoli del discorso qui soltanto abbozzato. "A volte si ha l'impressione - si avvia a concludere l'autore - che tutti i frenetici sforzi di regolare ogni aspetto della vita, di incoraggiare il successo accademico e di tenersi sempre occupati siano maniere di compensare concezioni carenti di carattere e di virtù. Non avendo un 'vocabolario' per discutere su cosa sia il Bene e cosa il Male, questi ragazzi provano almeno a comportarsi decentemente. E se è dura comprendere cosa significhi la vita eterna, si sa almeno che, non fumando, si potrà aspirare a una lunga vita". Un po' poco o più che abbastanza? Non lo aveva già detto Bertolt Brecht, in tempi non sospetti: "Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi"? Ma forse non pensava esattamente ai "ragazzi organizzati", forse non avrebbe apprezzato. E agrodolce suona la previsione finale: "Se davvero guideranno il Paese nei prossimi decenni, saremo probabilmente in buone mani. Sarà una buona nazione sebbene, può darsi, non una grande nazione". Ma chi ha il coraggio di scrivere su un cartello: "Nuovi giovani cercansi. Sì perditempo"?
PS
Quest'articolo mi è costato una dozzina di ore di lavoro, il cui valore economico non mi interessa calcolare. Ho lasciato indietro altre occupazioni e adesso mi toccherà recuperare nel fine settimana. L'appuntamento con un caro amico è stato infine stipato in 45 minuti, per ottimizzare l'attesa di un treno che lo portava a casa. Il frigo è vuoto da ormai una settimana e non riesco a prevedere quando avverrà il prossimo rifornimento. Un romanzo d'amore langue sul comodino, da mesi a pagina 23. A 33 anni non si ha neppure la scusa di aspirare al titolo di "organization kid". Si dovrebbe soltanto riuscire a far meglio. Ma dove si trova il tempo?

 
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ilaria
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April 30 2001, 3:49 PM 

Io sono cosciente di essere un eccezione ma mi sento "corazzata" contro questa tendenza alla produttivita' forzata.
Rispetto le scadenze,ho molti impegni,almeno il 30% dei quali pero' non funzionali al conseguimento di glorie future.Insomma nella tabella di marcia della mia giornata non dimentico di includere tutte quelle cose ,piacevoli ed effimere ,che rendono il resto degli impegni piu' "digeribili"....
E'vero che qualche volta la giornata sembra troppo corta e anche che quando prendi l'autobus tutte le mattine alle 7 per venire all'universita'...torni a casa distrutta da 2 ore di pullman(abito fuori Roma..) che hai passato studiando ..,mangi al volo,.. porti a spasso il tuo cane che ti aspetta seduto davanti al cancello con gli occhi da vitellino...poi studi ancora...e' un po' difficile dare lo spazio dovuto ai rapporti personali,(uscire con gli amici ,col fidanzato) o ai propri hobbies,ma io inserisco queste cose tra le mie priorita' e sono saldamente ancorata al presente.
Quindi terminati gli impegni universitari ,seguo un corso di spagnolo (con una esilarante insegnante mexicana),che non credo mi sara' molto utile in futuro .Passo a trovare il mio ragazzo-lui E' il suo lavoro...mi aspetta seduto davanti al pc ,se non ci fossi io lui farebbe parte dei" ragazzi organizzati.".-,poi tonata alla base studio un'altro po';spesso dopo cena vado al cinema e grazie alla mia cara e cronica insonnia ,mi dedico alla lettura del romanzo di turno(n.b. ho appena terminato il "neuromante" di Gibson e ve lo consiglio caldamente..) o dedico un po' di tempo al mio pc(devo pur dare da mangiare al mio pescetto virtuale!!).Sto anche seriamente pensando di iscrivermi in palestra...
Devo dire che credo che lo stimolo a fare mille cose "utili" e farle anche bene sia forte piu' o meno in tutti,non per niente siamo tutti ottimi architetti del nostro tempo.A conti fatti credo che quello che mi differenzia dai ragazzi in questione siano piuttosto le finalita':loro sicuramente piu' efficaci puntano dritti ad un domani molto futuro,io rispetto con puntualita' gli scopi che mi prefiggo...ma mi prendo anche volentieri la vita che ho davanti oggi, spero che quando avro' 80 anni non ne saro' pentita...

 
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Manuel
(no login)

Harakiri o Seppuke?

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May 1 2001, 5:28 AM 

Impegni su impegni, liste di cose da fare interminabili, iper-attività.
Anche noi come gli "Organized Kid's" dell'articolo di Brooks.
Ma siamo sicuri che e' veramente il résumè building che ci spinge a farlo?

Sinceramente lo dubito, anche se gli effetti sulla nostra vita sono i medesimi dei nostri colleghi americani.
Impegni su impegni dicevo, di cui la maggior parte ci siamo scelti da noi, drogati dalla voglia di essere più attivi possibile in qualcosa, in modo da poter staccare il cervello, da non pensare, da distrarsi da quegli "altri" impegni di cui invece possiamo solo sottostare e adattarci.
E così un giorno decidiamo di iscriverci in palestra, perché ci fa rilassare dopo una giornata passata sui libri, oppure decidiamo di iscriverci attivamente in un'associazione culturale, una cosa vale l'altra in base ai propri interessi.

Solo che la maggior parte di volte queste stesse attività che ci siamo scelti diventano le nostre catene, ed il piacere di farle scende in secondo piano rispetto al doverle fare. Quante volte siamo andati ad allenarci o ad una riunione solo perché dovevamo farla?

Non so se mai lo ammetteremo, ma veramente certe volte è più facile fare qualcosa senza effettiva voglia piuttosto che dover spiegare se non la facciamo, è forse addirittura meno faticoso, mentalmente quantomai ed ha sicuramente meno conseguenze negative. E altre sono le persone a cui dobbiamo giustificarci che ci causano il problema perché il dire un semplice "non mi va" è troppo duro da far digerire agli altri o, soprattutto, a se stessi. Si perché in questo meccanismo che arriva al masochismo, entrano in gioco troppi inconvenienti di noi stessi come l'orgoglio, i sensi di colpa, il fatto di poter sprecare soldi, la paura di far rimanere male qualcuno e così via.

E si crea così un circolo vizioso interminabile, e diveniamo schiavi delle cose che ci piace fare, che però ci tolgono tempo per fare altre cose che ci piacciono fare e così via, e scegliere, decidere, gestire una priorità tra queste molte volte è una possibilità da affrontare che ci appare troppo difficile o dolorosa per i tagli che dovremmo effettuare, altre volte purtroppo non ci è semplicemente possibile.

Io non so voi, ma a me è capitato davvero tante, troppe volte di dover troncare un momento di intimità per poter scappare a risolvere un impegno, in cui erano coinvolte altre persone importanti per me, e che quindi per quanto tali l'idea di compierlo mi avrebbe dovuto provocare comunque piacere. Anche il tempo passato a fare qualcosa insieme diventa così meno bello, perché si è concentrati a risolvere le cose il prima possibile per poterne fare altre, piuttosto che fermarsi un attimo e godersi la compagnia.
Morale: le cose che facciamo ci portano ad allontanarci ancora di più anche dalle persone con cui le facciamo, che già vediamo poco.

E dare la colpa al fatto che la giornata è di sole 24 ore mi fa solo pensare che "il tutto e subito" dei nostri padri lo stiamo applicando in maniera del tutto personale alla nostra vita buttandoci a capofitto a fare tutte quelle attività che ci piacciono, come se questa fosse la vera libertà.
Prima la schiavitù era il non poterle effettuare e ce la potevamo prendere con chi non ce le faceva fare, ora il fatto che abbiamo paura di non averne più la possibilità un giorno e che ci sfuggano per sempre e l'essere noi stessi i nostri schiavisti in realtà, ce la fa prendere "intellettualmente" col tempo.
Siamo diventati molto più fatalisti e abbiamo perso la pazienza e ci illudiamo di poter sbrigare tutto e bene, strizzando dall'agenda anche l'ultimo minuto, come neanche un architetto (come dice bene Ilaria) saprebbe fare con i metricubi di una casa.

A tutto questo si aggiunge un'altra causa, che per molti versi e' comune con quella dei ragazzi organizzati, che è l'accrescersi di un senso distorto di responsabilità in tutti i giovani, un senso del dovere allargato a tutti i campi della nostra vita, che si sta facendo strada piano piano sempre più in profondità rispetto alle fasce d'età. Un volta era solo nella scuola o nel lavoro, ora è in tutto ciò che facciamo. Questo senso di responsabilità che rade all'asintoto la paranoia, e che poi vero non è, alla fine è un modo più conveniente perché è più facile essere responsabili quando una cosa la si fa, piuttosto che quando non la si fa.
Una responsabilità che è divenuta fine a se stessa.

Il fatto è che i ragazzi americani, secondo me, si sono accorti che l'omologazione è più facile e dà risultati migliori, ha miglior rendimento rispetto alla propria vita, per quanto riguarda il loro curriculum e per il fatto che contrariamente a quando si pensi guardandoli, consuma meno materia grigia.

Non so se siamo più stupidi noi che ce lo poniamo il problema o loro che l'hanno dato per assodato, oppure è davvero meglio essere causa dei propri mali visto che sappiamo che comunque ne avremo?

(Manuel Moavero)

ps
la differenza nella cultura giapponese tra harakiri e seppuke è che l'harakiri consiste nel ferirsi a morte da soli, il seppuke nell'inginocchiarsi e delegare alla propria decapitazione un'altro.

 
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andrea
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"organized kid" sì, automa no!

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May 2 2001, 4:48 PM 

Innanzitutto complimenti al professore per l'ironia del suo post scriptum, senza con questo voler diminuire il valore dell'articolo al quale esso si riferisce. (Spero che almeno stavolta Maldo mi lasci in pace!). Per arrivare invece all'argomento in questione, vorrei innanzitutto fare una precisazione: per quanto concerne i ragazzi americani è stata una terza persona a stilare un bilancio sulla base di una pur ampia raccolta di dati, mentre il fatto che nel nostro caso siamo noi stessi a parlare delle nostre rispettive vite pone la questione su un punto di vista leggermente diverso. Sarà forse troppo puntiglioso, ma non ci è dato sapere se i cosiddetti "organized kids" siano concordi con quanto riportato da Brooks. E' anche probabile che, messi davanti ad una tale descrizione, essi abbiano da esprimere alcune legittime riserve. Detto questo, nel mio caso io credo di assomigliare almeno in parte ad un "organized kid" americano, anche se non penso che un accumulo incondizionato di esperienze sia del tutto positivo; reputo infatti estremamente positivo, nonchè accrescitivo, il fatto di mantenere un proprio senso critico in tutto ciò che si fà. Fare qualcosa solo per accrescere numericamente il proprio c.v. mi sembra decisamente limitante, oltre che poco utile; ed in questo, se non ho male interpretato un passo del saggista americano, sono contento di differire da un "o.k.". Anch'io ho giornate piene (non ho mai pensato di prendermela con l'insufficienza delle 24 ore quotidiane), spesso soddisfacenti proprio perchè così copiose di attività che fortunatamente sono state a priori scelte da me. Naturalmente mi capita anche di dover fare cose per necessità (familiari, etc) e, sebbene tengano alto il ritmo della mai giornata, di sicuro non sono le mie preferite, sia da un punto di vista concettuale che ideologico. Ma fanno comunque parte della vita di ognuno, almeno credo, e bisogna accettarle nel migliore dei modi. Tornanado quindi ai mille impegni consapevolmente intrapresi e portati avanti, mi reputo fortunato perchè in massima parte coincidono con le mie passioni; cerco così di onorarli ma allo stesso tempo rappresentano quello che vorrei fare "da grande" e per il quale sto cercando di prepararmi. Non credo inoltre che sia deprecabile fare qualcosa, anche con ritmi frenetici, al "solo" scopo di una futura e gratificante sistemazione professionale, anzi può essere addirittura un segno di maturità da parte di uno studente che spesso viene invece tacciato di infantilismo. Se poi lo si fa con qualcosa per cui si ha una forte ed onesta passione, tanto meglio. Io ad esempio non sarei in grado di sudare le famose sette camicie lavorando in un campo per il quale non provi un interesse particolare e l'abbandono della facoltà di Economia dopo tre anni di frequenza e dodici esami sostenuti ne è una prova lampante. Anche se con tempo, fatica e tormenti vari due anni fa ho finalmente capito che conti economici e stati patrimoniali non erano per me importanti a tal punto da farmi sgobbare per intere giornate; anche se magari con un occhio al futuro il babbo ed il suo lavoro avrebbero sicuramente potuto risultarmi più utili di quanto non possano esserlo ora che sono tornato sulle mie passioni adolescenziali, ossia quelle legate al giornalismo. Forse il maggiore pragmatismo di un "organized kid" americano, gli consente di non fare una discriminazione del genere, e se grazie a questo pragmatismo egli riesce a realizzarsi in un campo in cui può anche non provare delle emozioni forti, gli faccio i miei complimenti. Benchè, ribadisco, mi sento enormemente più a mio agio in qualcosa che, oltre alle prospettive di carriera, mi possa offrire anche un elemento di valore aggiunto come quello emozionale. Naturalmente ho anch'io degli hobbies che sovente sono costretto a tralasciare ma ho sempre pensato, anche quando giocavo a tennis agonisticamente, che se un giorno avessi preferito rimanere a casa a scrivere un articolo per il giornale d'Istituto piuttosto che accettare l'ennesima sfida su un campo in terra battuta, era dovuto al fatto che magari da grande avrei voluto fare il giornalista piuttosto che il tennista. I rapporti sociali poi sono sicuramente un aspetto più delicato: a me personalmente da molto piacere parlare di quello per cui sto studiando, o trovarmi in una redazione a parlare di etica giornalistica o quant'altro con un professionista più esperto di me. Ma questo è dovuto al fatto che la mia più che una passione è quasi una "malattia". Non voglio certo sembrare uno stakanovista, stare insieme alla propria ragazza od al proprio nucleo di amici sono cose sicuramente impagabili e forse nessun editoriale potrà mai sostituire un momento di intimità goduto senza l'angoscia di dover scappare a risolvere un qualsiasi problema. Ma credo che si possa trovare il tempo anche per quello, basta essere un "organized kid" con un cuore latino e non a stelle e strisce.
Andrea Di Gennaro

Argomento interessante

 
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Marco
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L'importante è la nostra felicità

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May 3 2001, 9:08 AM 

Ho letto con interesse e con grande compassione l'articolo sui giovani universitari americani.
Ragazzi parliamoci chiaro non mi venite a dire che anche voi v'incontrate alle 7:00 di mattina con un vostro amico o che non avete una ragazza per paura che vi rubi troppo tempo! E se fosse così, mi fate propio pena!
Personalmente non sono un privilegiato come gli studenti dell'articolo,ma sono felice di potermi ancora permettere un birrone con gli amici!
E poi se foste così occupati nel vostro studio e nella costruzione del vostro curriculum, leggere e partecipare a questo forum sarebbe solo una perdita di tempo!!
La giovinezza passa in fretta, godiamocela un pochettino ino ino.
Marco Termine

 
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andrea
(no login)

Giusta osservazione

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May 5 2001, 6:48 PM 

..."E poi se foste così occupati nel vostro studio e nella costruzione dl vostro curriculum, leggere e partecipare a questo forum sarebbe solo un perdita di tempo". Sagace come battuta, i miei più sinceri complimenti. Vorrà dire che partecipando a questo spazio ho un altro punto di differenza con gli "organizations kid": per i motivi di cui parlavo nel precedente intervento credo che sia meglio così. Non siamo amici, ma quando andiamo a farcela una birra insieme? Magari anche con gli altri che "perdono tempo" su questo Forum. L'invito è aperto a tutti...
Andrea

 
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