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sempre dalla rete ......

December 5 2004 at 9:13 PM
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(scritto nel 2001)
Se non sbaglio era il 1995. Avevo saputo che Elton veniva in Italia per dei concerti dopo aver comprato il suo ultimo cd di allora, regolarmente fasciato e che riportava indicate le date del tour. Dovevano essere due, poi per non ricordo quali motivi o problemi la seconda data è stata annullata, quella di Pordenone. Comunque io sono riuscita comunque a vedere il mio primo concerto in assoluto. Ero ancora piuttosto timida allora, e ci voleva proprio l'evento speciale di Elton che viene così vicino per convincermi a muovermi. Ho cercato qualcuno a cui aggregarmi, poi dopo varie vicissitudini ho conosciuto un ragazzo e una ragazza che intendevano andarci, e mi sono accordata per andare con loro. Meno male. Ero così contenta di aver trovato un modo per andare al concerto.
A Bologna è stata una comica. Durante il giorno c'era stato un caldo che io mi ero tolta la maglietta che avevo sopra restando con una più leggera, lasciandola nella macchina di chi ci aveva accompagnati. Poi non si mette a piovere!! Una pioggia che non smetteva mai, ed io a ripararmi sotto lo striscione che alcuni tenevano sopra la testa.
Finalmente dopo tanta attesa aprono i cancelli ed io volo dentro fino a raggiungere le transenne. Ho dovuto ascoltare un po' di canzoni di Giorgia prima, che sebbene sia indubbiamente brava e anche aperta verso il pubblico, io aspettavo solo che arrivasse Elton. Adoro la sua musica.
Finalmente è arrivato. Ha cantato tante sue canzoni, alcune delle più famose e alcune un po' meno commercializzate... circa tre ore di spettacolo, con una canzone a richiesta (perchè a un certo punto guarda verso la gente e chiede cosa vogliono ed una folla in coro perfetto urla 'live like horses'... e dopo l'ha cantata, così tutti contenti!!
Una piccola pausa per venire al centro del palco a scherzare un po', così ho potuto fargli una foto con gli occhiali che mi avevano dato da tirargli sul palco (tranquilli, non ho mirato nè a lui nè al piano..).
Poi ha cantato Rocket Man, una canzone del 1982 che non ricordo quanto duri ma comunque dai 3 ai 5 minuti immagino... e lui se l'è tirata almeno per 10.. giocando al pianoforte, insomma, chi lo ha mai sentito sa di cosa sto parlando. E' troppo forte quando comincia a giocare con la musica e il pianoforte, a suonare nelle posizioni più assurde, a tirarsi per le lunghe una canzone e quando alla fine la finisce ti dispiace pure... mi ricordo che ha lanciato via lo sgabello, poi ha suonato un poco solo con un dito, poi si è sdraiato letteralmente sotto il piano tenendo su una mano con cui continuava a suonare, senza mai rallentare il ritmo o interrompere la musica.. ricordo che ci fu anche un piccolo show di Ray Cooper alle percussioni.. non era certo la prima volta che suonavano insieme... li si può ascoltare anche in qualche cd..
come il doppio 'ive in moscow'.. troppo bello quell'album, consigliato a tutti.. ma soprattutto agli appassionati.. )
Quando ha 'finito' lo spettacolo se ne è subito andato e tutti ad urlare per richiamarlo.. dopo un po' è tornato in pigiama.. :-PP e ha cantato 'the last song'.. il titolo è perfetto, non c'è che dire, la canzone un po' triste ma la melodia bellissima. poi purtroppo se ne è andato davvero...
un concerto bellissimo, davvero, non so perchè mi è venuta voglia di raccontarlo adesso. volevo raccontare questa mia avventura di tanto tempo fa, perchè è stato indimenticabile, soprattutto perchè dopo di allora sono stata raramente così felice... forse ora lo sarò di nuovo..
insomma, volevo parlare un po' di qualcosa che avevo vissuto. sperando di riuscire ad ascoltare nuovamente Elton John dal vivo perchè è uno spettacolo veramente bello se amate la sua musica... all'epoca non avevo ancora tutti i dischi e alcune canzoni non le conoscevo neppure.. forse aveva cantato DixieLily.. mi pare, comunque una canzone che non è fra le più famose.. a me piacerebbe ascoltare Madness dal vivo.. a dir la verità mi piacerebbe ascoltare anche tutte le altre... :-P
Se amate la musica di Elton e avete l'occasione di andare ad un suo concerto, non fatevela scappare!!! ne vale sicuramente la pena!!

 
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Re: sempre dalla rete ......

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December 5 2004, 9:41 PM 

altro recupero ....
Non sono mai stato un fan di Elton John. Non è vero: lo sono stato. È successo ogni volta che negli ultimi vent’anni mi è capitato di ascoltare una di queste cinque canzoni: Your song, Rocket man, Candle in the wind, Take me to the pilot e Tiny dancer. Ancora oggi, se la radio passa uno di questi capolavori, riesco a perdonare all’uomo i vestiti di Versace, la presidenza del Watford Football Club e il suo desiderio di lasciare il suo patrimonio – quando andrà a suonare il pianoforte insieme a Jelly Roll Morton – a Sean Lennon, Liz Hurley e ai figli di Beckham.

Nel 1967 Elton John si chiamava ancora Reggie Dwight ed era soltanto un occhialuto pianista da pub. Rispose ad un annuncio che cercava talenti musicali e incontrò Bernie Taupin, l’uomo che avrebbe dotato di testi sdolcinati, a volte ironici, le sue melodie perfette. Dal 1969, i due avrebbero iniziato a snocciolare successi mondiali: canzoni senza tempo come quelle appena citate, oltre a Border song, Madman across the water, Tiny e Honky cat. Un song-book che si stava avvicinando incredibilmente al livello dei quattro baronetti. Dopo aver spopolato nelle classifiche di mezzo mondo con l’album Don’t Shoot Me, I’m Only The Piano Player e i singoli Crocodile rock e Daniel, Elton va in Giamaica per registrare un nuovo disco, seguendo la moda inaugurata dai Rolling Stones con Goat’s Head Soup e da Cat Stevens con The Foreigner. Ma ai Dynamic Studios si trova male e torna in Europa, e precisamente in Francia, al castello di Herouville. È il 1973 e il doppio Goodbye Yellow Brick Road (una chiara allusione al Mago di Oz) impone definitivamente il grassoccio “piano-man” che sale in scena con un improbabile equipaggiamento fatto di occhiali, cilindri, marsine e lamé, e ha l’ardire di impersonare una maschera che sembra uscita da un mix tra Jerry Lee Lewis, David Bowie e Gary Glitter.

Per non so quale tipo di impulso compulsivo, l’altro giorno sono entrato da Ricordi per comprare l’ultimo disco di Badly Drawn Boy e ne sono uscito, appunto, con Goodbye Yellow Brick Road. Nella mia personale discoteca, di Elton possedevo solo un album di grandi successi; presagivo che il nostro pianoman fosse un uomo da singoli e che sulla distanza lunga del 33 giri si sarebbe perso. La scelta, dunque, di misurarmi proprio con un album doppio, era incomprensibile. Eppure da più parti avevo sentito che quello che avevo tra le mani era, nella carriera di Elton, l’equivalente di quello che il White Album fu per i Bealtes. Così, perché non provarci?

Ecco ciò che ho sentito.

L’album non si apre certo con la leggerezza del magico mondo di Dorothy: un glaciale strumentale affidato al sintetizzatore di David Hentschel introduce a Funeral for a friend. Saturday Night’s alright (for fighting) e Bennie and the jets, invece, sono rock in punta di pianoforte e Goodbye yellow brick road fluisce con una perfezione degna della penna di Paul McCartney, riproponendo il tradizionale dilemma: è, Elton, un compositore eccellente o un principe del muzak così come lo furono i Beatles di Michelle? Non mancano i momenti imbarazzanti: come This song has no title, con Elton impegnato al piano acustico, a quello elettrico, all’organo e al mellotron; o come Jamaica jerk-off, risibile tentativo di virare al reggae; o come la mielosa I’ve seen that movie too, veramente un film già visto! Meglio Grey seal, pezzo immediato e di grande presa; e il dittico “anni ‘40” composto da Sweet painted lady e da The ballad of Danny Bailey, dove Bernie Taupin disegna con mano forse un po’ troppo pesante i ritratti di una prostituta e di un fuorilegge. Per il resto, Your sister can’t twist è uno scatenato rock ‘n’ roll anni ’50, davvero troppo di maniera. Meglio, allora, Roy Rogers, scopiazzatura (piuttosto ben riuscita) di My back pages di Dylan, e Social disease, dove Elton non trova di meglio che rifare se stesso buttandosi in un honky tonk pericolosamente simile ad Honky cat. Harmony, infine, chiude l’album con una melodia così classica da sembrare indigesta.

Dovessi dare un voto a quest’album, gli assegnerei un 6. Solo la title-track mi sembra un brano decisamente straordinario. Ma c’è pure lei, Candle in the wind, l’indimenticabile omaggio al mito di Bernie, Marilyn Monroe; ventiquattro anni più tardi, Elton la riproporrà in una toccante versione al piano, in onore dell’appena defunta Lady Diana e Candle in the wind diventerà così il singolo più venduto della storia del musica pop. È una canzone così potente nella sua semplicità che nell’album sembra un corpo estraneo (quando i Beatles ebbero Hey Jude per le mani fecero la cosa giusta, escludendola dal White Album). Ascoltata oggi, trentun anni dopo la sua uscita, Candle in the wind appare come il simbolo stesso della geniale fragilità del suo autore. È un passo di avvicinamento – malinconico e struggente – verso la fine dell’ispirazione. Nel 1974 sarà la volta di Caribou, un album mediocre con un solo brano degno del talento di Elton, Don’t let the sun go down on me. Ironicamente fu quello l’inizio del tramonto.

 
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Re: sempre dalla rete ......

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December 5 2004, 9:44 PM 

si prosegue ...
Elton John – 21 at 33 [1980]
(11 Novembre 2004)


L’album che ha riportato in vita uno degli artisti più amati della storia del rock.




Dopo una crisi di creatività, durata alcuni anni, Elton John (all’anagrafe Reginald Dwight) incontrò nuovamente il paroliere Bernie Taupin, il batterista Nigel Olsson ed il batterista Dee Murray: suoi collaboratori sin dai tempi di “Madman across the water”, ma che lo avevano successivamente abbandonato. Da questa ritrovata collaborazione nacque “21 at 33”: un album nel quale fu superato lo stile pop kitsch del personaggio, simbolo di una evidente maturazione artistica. La copertina, che raffigura due mani con delle carte da poker, lascia presagire un sound ironico e giocoso alla “Honky cat”. In realtà, però, il disco è tra i più riflessivi e toccanti di Elton John. Apre la scaletta “Chasing the crown”, spensierato esemplare di glam rock nel quale l’abilità pianistica si amalgama allo spessore delle chitarre elettriche. Tuttavia, il disco è costituito per gran parte da ballad sentimentali e melodiche. “Little Jeanie”, ad esempio, è una dolcissima canzone d’amore che si fonda su un perfetto connubio tra chitarra acustica e tastiere; il singolo raggiunse, nel maggio 1980, il secondo posto della classifica statunitense. “Sartorial eloquence”, invece, ha una cadenza più mesta, sia a livello ritmico che armonico, con un chorus che mostra un Elton John più enfatico. Ancora più struggente, è “Never gonna fall in love again”, con un’armonia calante che lascia intravedere un po’ di autunnale malinconia, ma anche un certo romanticismo. Altro hit single è “Dear God”, un vero e proprio colloquio con Dio, il quale, nonostante presenti un andamento più pacato, crea un’atmosfera molto meno affranta e quasi sognante; qui, al piano si aggiunge l’organo suonato da David Paich dei Toto.
“21 at 33” fu realizzato e registrato nei Superbear Studios di Nizza, sulla Costa Azzurra, nell’agosto del 1979. Alcuni mesi prima, Elton John aveva suonato a Leningrado e a Mosca, passando alla storia come il primo artista occidentale che si esibì nella Russia comunista: fu come assistere alla caduta del muro di Berlino, dieci anni prima che accadesse realmente! E pensare che fu proprio quel periodo, uno dei peggiori della sua vita: era in soprappeso, distrutto dall’alcool e dalla cocaina, segnato da tragedie personali e, per di più, abbandonato dai vecchi compagni di viaggio.
“21 at 33”, pertanto, può essere definito l’album della rinascita, sia artistica che personale, dell’artista. Prodotto da Elton John e Clive Franks, l’album riscosse un enorme successo, confermato dal concerto tenuto, nell’agosto del 1980, al Central Park di New York, dinanzi a quattrocentomila persone.

 
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