Connection
Elton John fu «la prima grande rock
star degli anni ‘70», come scrisse
Robert Hillburn sul Los Angeles Times
nell'agosto 1970, consacrandolo dopo
il suo primo concerto americano.
Lo so che è difficile farlo capire a chi non c'era, ai tanti che
hanno in mente un Elton John bolso, autoparodistico, molto
più vecchio dei suoi anni, e più che alle canzoni sono
interessati ai suoi occhiali o alle sue zeppe. Ma ci fu un
tempo in cui Elton John era giovane, vitale e ricco di idee, e
fu un tempo felice. Una stagione in cui il rock riscoprì la
canzone, dopo aver perseguito la distruzione delle forme
con gli acidi della psichedelia e del progressive. Accadde
giusto agli inizi dei '70, con la grande scuola delle Joni
Mitchell e Carole King, dei James Taylor, dei Randy
Newman; e con il fiammeggiante esempio di Reginald
Dwight, in arte Elton John, un britanno puro con una sua
idea fantastica di America, bianca e nera, capace di mettere
in belle canzoni romantiche o boogie i suoi amori e il suo
mestiere.
Tra il marzo del 1970 e il maggio 1972, poco più di due
anni, pubblicò la bellezza di quattro album di inediti, una
colonna sonora e un live, oltre a qualche pezzo sparso su
45 giri - così, per gradire. Era una macchina di musica,
aveva imparato a scrivere presto e bene con una dura
gavetta a 10 sterline la settimana, musicando per le
edizioni di Dick James i testi che gli arrivavano via posta da
un giovane paroliere che neanche conosceva di persona,
Bernie Taupin. Quando finalmente riuscì a trovare spazio
come interprete, all'alba del 1969, la coppia affinò i suoi
prodotti ma il ritmo rimase infernale, spaccando in due
pubblico e critica. «Si trattava di musica usa e getta o di un
impianto per il riciclaggio dei rifiuti?», ha scritto Robert
Christgau sulla Storia del rock di Rolling Stone. Né l'una né
l'altro, in effetti. Pur con il ricorso a qualche filler, come no?,
gli album di Elton John erano pieni di belle canzoni e
proponevano un nuovo stile, innestando elementi di rock sul
ceppo della classica canzone pop e dando al pianoforte
nuova linfa, seguendo l'esempio di un maestro amatissimo
dall'artista e oggi praticamente dimenticato - Leon Russell.
Elton John incide ancora oggi, è appena uscito un Peachtree
Road con registrazioni nuovissime. Ma se si vuole ascoltarlo
fresco e ispirato, come qualcuno forse neanche immagina,
bisogna tornare agli anni che prima dicevamo, agli inizi
della storia. Non c'è un album che raccolga l'unanimità dei
consensi, ognuno ha un suo preferito. Io scelgo Tumbleweed
Connection, il terzo, ottobre 1970, anche se la storia dice che
non godette di straordinaria fortuna e soprattutto non ebbe
riflessi sul mercato dei 45 giri, dove per anni Elton
furoreggiò. È il secondo disco prodotto da Gus Dudgeon e
l'unico di quel periodo in cui manca la firma di Paul
Buckmaster, l'arrangiatore di fiducia. Così niente orchestra
in senso classico, e forse proprio questo mi piace: un
tappeto sonoro molto «American Sixties», più asciutto e
colorito, con un tripudio di chitarre acustiche, elettriche, 12
corde e steel, e il pianoforte di John che in quel giardino
produmato cerca il suo spazio.
Due canzoni almeno svettano con personalità: Country
Comfort, che Rod Stewart riprenderà splendidamente di lì a
poco in Gasoline Alley, e Burn Down The Mission, uno dei
capolavori dell'artista, uno dei suoi segni più marcatamente
rock - c'è un pianoforte inquieto che scappa dalle dolcezze
delle chitarre acustiche e dell'organo di Brian Dee, e va ad
abbracciare non solo Russell ma tutta la grande tradizione
del boogie rock, fino a Jerry Lee. Altro di bello è più
nascosto, tra le pieghe: come Ballad Of A Well-Known Gun o
Where To Now St. Peter?, con la chitarra stranita di un ottimo
musicista che in quel periodo frequentava spesso John,
Caleb Quaye.
Anche Love Song è una delizia, e una rarità. È l'unica
canzone dell'album che non porta la firma di John e Taupin.
Venne scritta da Lesley Duncan, che appare nel brano come
cantante e chitarrista, e porta il curioso Elton in un dolce
mondo West Coast che, un anno dopo Woodstock, è già
quasi storia più che attualità. Sarebbe stato divertente
insistere su quella pista, invece ci restano solo tre minuti e
quaranta secondi per immaginarci con malizia come avrebbe
potuto suonare un Crosby, Stills, Nash & John.
Tumbleweed Connection è disponibile in una nuova versione in
Superaudio cd ibrido/5.1. Surround insieme ad altri dischi
del suo catalogo classico: Elton John, Honky Chateau, Madman
Across The Water e Captain Fantastic & The Brown Dirty Cowboy.
Rispetto all'originale del 1970, presenta due bonus track
peraltro già presenti in una precedente ristampa cd. Sono
Into The Old Man's Shoes, a suo tempo facciata B del singolo
di Your Song, e la versione originaria di Madman Across The
Water, la canzone che avrebbe intitolato l'album successivo
di Elton John, novembre 1971. (riccardo bertoncelli)
Elton John - Tumbleweed Connection (Mercury) ***½
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