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Quando la politica la sintetizzano vignette e editoriali

May 28 2004 at 11:19 AM
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Andrea  (no login)

 
Il testo di una vignetta recente di quel mito di Altan:

- Dice che, dopo il voto, taglia le tasse

- Digli che lo votiamo, dopo le elezioni

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Il Foglio che attacca Berlusconi
ROMA - "Gentile presidente, le diciamo perchè non ci fidiamo più di lei e che cosa questo significa". Comincia così un lungo editoriale che 'Il Foglio' in cui il quotidiano diretto da Giuliano Ferrara muove una serie di aspre critiche nei confronti di Silvio Berlusconi, all'indomani dell'apertura del congresso di Assago.

"Lei - scrive 'Il Foglio' - non guida il Paese entro una misura minima di ordine politico, e la sua coalizione e perfino il suo movimento le si sottraggono o le si sottomettono, ma non fanno luce, non producono un linguaggio nuovo, non sono ancorati a null'altro che non sia un rapporto nevrotico con la sua capricciosa personalità. Lei ha prodotto una classe dirigente cui continua a mancare, salvo rarissime eccezioni, l'amore per la cultura e per la politica stessa, cioè una cura minima del senso di marcia di un'opera che dovrebbe essere collettiva e pensante ma risulta invece in moltitudine sparsa a caccia di varie ed effimere convenienze".

"Lei, gentile presidente - prosegue l'editoriale - continua a nutrire l'illusione che si possa stare in politica da imprenditore curando di diventare sempre più ricchi e sempre più indifferenti alla soluzione di un gigantesco conflitto di interessi che i suoi nemici attaccano per le ragioni sbagliate, e con la coda di paglia, ma per che i suoi amici non ossequienti esiste, ed esiste anche per lei".

"Lei pensa che si possa annunciare la riforma delle pensioni e la rivoluzione fiscale promesse lasciando che con il tempo tutto si insabbi e si rimpicciolisca fino all'invisibilità. Lei pensa che la riforma della giustizia sia l'aspetto vano ed astratto della concreta e sacrosanta battaglia per bloccare coloro che le scaraventano addosso personalmente la giustizia politica: gli altri, e i loro diritti civili, vengono tanto dopo che non si vedono più. Lei pensa che si possa tirare avanti con la neutralizzazione dell'informazione e della discussione pubblica, lasciando più o meno ai suoi avversari le loro caselle, eliminandone alcune con cesure goffe, conquistandone altre nella logica della solita blandizie verso il potere, non producendo niente di serio e di nuovo".
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"Lei pensa che tutto le sia dovuto, che gli alleati siano azionisti di minoranza della sua azienda, che gli amici siano famigli o strumenti che le idee contano solo se si traducano in scoop vincenti nel mercato dell'immagine personale del leader".

"Lei rifiuta categoricamente di comprendere l'altra parte del Paese nelle sue sfumature e diversità, e ritiene che basti staccare la cedola dell'incomunicabilità e della reciproca delegittimazione ideologica, magari teorizzando l'amore contro l'odio: così tutto si semplifica in modo avvilente, le istituzioni si irrigidiscono in una contesa corporativa di un tedio bestiale e la società non è scossa e rivoluzionata da idee nuove e dalla passione di governare, persuadere, spiazzare, sorprendere".

Dopo questo elenco di critiche, 'Il Foglio' osserva che "oltre una certa soglia la sua simpatia, il suo genio e talento personale, la sua cocciutagine e libertà di tono, anche nelle peggiori gaffe, diventano un materiale povero, una ripetizione coatta di automatismi senza più senso".

"Siamo stati cantori del berlusconismo e della sua autoironia e di fronte alle sue vanità o al grottesco culto spirituale del Capo ci siamo anche compiaciuti che lei andava accettato così com'è. Ora non ci fidiamo più di lei e della fiducia allegra, ma non assoluta, che in lei abbiamo riposto per tanti anni. Dopo esserci battuti a lungo e con tenacia (battaglia vinta) per una persona avventurosa che era una politica e insieme la riforma possibile della politica, abbiamo poi aspettato una politica al di là della persona, ma invano".

"Se la cosa la interessa, ma è dubitabile, veda che si può fare. I tempi sono così grami che il sostegno alla sua opera non ha alternative, e forse questo a lei può bastare, per quello che conta. Noi vorremmo anche poterla apprezzare, l'Opera. Ma è tardi, sempre più tardi".

 
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Axiom
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May 28 2004, 6:17 PM 

La povera gente ignorante aveva capito tutto ciò ben prima del foglio.

 
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Morlex
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Re: ...

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June 7 2004, 11:27 AM 

Andatevi a vedere la vignetta di oggi di Giannelli, interessante davvero(www.corriere.it 7/6/2004)

 
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Gabriele
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Re: ...

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June 17 2004, 1:23 PM 

Berlusconi sbaglia raffronto ma centra il problema.
Contrariamente a quel che ne pensa lui, l’ondata dei sequestri di registri contabili nelle società di calcio non annuncia affatto l’avvento di uno Stato di polizia.
Se fosse, quei finanzieri a caccia di bilanci truccati sarebbe stato lo stesso Berlusconi, a sguinzagliarli, per decisione sovrana del potere politico, sottratta a controlli giurisdizionali.
Mentre è vero il contrario: a sguinzagliarli è stata una Procura, nell'esercizio di un potere sovrano che non deve rendere conto a nessuno. Ciò che non annuncia uno stato di polizia, semmai una "Repubblica dei guardiani" simile a quella istituita in Iran dagli ayatollah per vigilare sul pubblico e privato rispetto della legge coranica.
Dove il Premier fa centro è nella riflessione, anche autocritica, sullo stato di avanzamento del suo progetto di "rivoluzione liberale" a quasi tre anni dal trionfo elettorale della Casa delle libertà.
Se, per esempio, la riforma dell'amministrazione della giustizia non avesse formato l'oggetto di molte parole e punti fatti, probabilmente anche l'iniziativa delle Procure, come quella dei centri d'interesse corporativo, sarebbe meno influenzabile da un inebriante senso di onnipotenza.
Berlusconi dovrebbe vivere su un altro pianeta per non rendersi conto che il suo progetto riformatore segna il passo.
Rendendosene conto, si è lasciato andare a una prima, pubblica ammissione delle difficoltà che incontra per la resistenza opposta al cambiamento dalla forza delle cose, attribuendone la causa all'ombra del passato.
"Non immaginavo — ha detto — che vi fosse in tutte le istituzioni una presenza così forte della Prima Repubblica, che rende difficile tutto".
Difficile dargli torto, ma impossibile credere che davvero non se lo immaginasse dopo aver personalmente assaggiato già nel 1994, col suo primo governo, la forza della reazione di rigetto di tutti i poteri, istituzionali e non, nei confronti del corpo estraneo impiantato nel sistema dagli elettori.
La verità è che la Prima Repubblica continuerà a sopravvivere finché dura la lenta transizione alla Seconda.
L’accanita resistenza al passaggio a cose nuove da parte degli innumerevoli centri di potere accampati tra le rovine della repubblica dei partiti, o abbarbicati alla stessa Casa delle libertà, non cesserà fino alla rifondazione dello Stato.
Ciò che offre a Berlusconi due ulteriori spunti di riflessione: uno consolatorio, l'altro meno.
Il primo concerne la solitudine del riformatore.
L'ombra del passato aveva angosciato nei primi anni di governo, perfino due riformatori di successo del calibro di Margaret Thatcher e del generale De Gaulle.
Il secondo concerne l'arma decisiva che diede ai due illustri riformatori il tempo e la forza di spuntarla:la ripetuta fiducia della maggioranza degli elettori.
Le elezioni di giugno saranno ininfluenti per l'Europa, ma decisive per Berlusconi.
Nel cuore degli elettori la Prima Repubblica è morta da un pezzo, ma anche le speranze riposte nella Seconda non stanno bene in salute. Riaccenderle è affar suo, se gli riesce.

_________________
ciao

 
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