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Un po come quel frate

August 23 2004 at 12:56 AM
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Gabriele  (no login)

I bambini di Berlino hanno acceso nella loro città, in piena estate, centinaia di migliaia di candele per manifestare contro la violenza dei grandi sui bambini del mondo. Per non dimenticare.
Un anello di rispetto, un cerchio di fuochi piccini, di fiammelle intense; un tappeto di cera e di luce per ricordare ai grandi che, contro i piccoli, non si può e non si deve usare la violenza.
Non si deve usare la violenza fisica e psichica contro i bambini se non si vuole accendere di orrore e di dolore il mondo che verrà.
Così come di orrore e di dolore il mondo di oggi è, in parte e in tante parti del mondo, acceso.
Mai avevo provato tanta emozione assistendo alla celebrazione di un rito laico. Un rito di preghiera soltanto civile ed umana alla divinità dei bambini.
Mai.
O, forse, invece, altrettanta emozione ho provato proprio pochi giorni fa guardando il Papa a Lourdes, il senex, malato tra i malati, che usa la propria lingua, il polacco, per dire, anzi, per implorare: “Aiutatemi!”. Come dire: “Da solo, non ce la faccio”. Perché l’anima è pronta, lo spirito è grande, potentissima la forza dei valori e la forza d’animo ma, da soli, bambini ed anziani non ce la fanno contro la violenza e l’orrore del mondo. Le preghiere di ogni religione e quelle laiche dei valori umani e civili non bastano se l’impegno non diventa di tutti.
Impegno umano.
Comune.
Impegno religioso e civile insieme come quello di Fratel Ettore, amico di Suor Teresa di Calcutta, morto pochi giorni fa, il quale a Milano andava a cercare e soccorreva gli stessi poveri, gli stessi diseredati, gli stessi disperati, senza casa, senza sostegno alcuno che ovunque, in Lombardia come a Bombay, aspettano, senza avere la forza di chiedere, che qualcuno li tiri fuori dall’odore nauseabondo dei loro ricoveri di cartone.
Ma soprattutto dall’odore senza ritorno della loro solitudine.
Perché diventare barboni non nasce soltanto come espressione dell’indigenza estrema, della caduta nel vortice dell’aver perso tutto: riferimenti famigliari, casa, lavoro, amici; ma è, anche e soprattutto, espressione di una malattia dell’anima.

Ovvero di un modo di reagire a violentissimi stress, ai traumi e alle violenze patite e non superate che il mondo infligge alle persone migliori come alle più fragili. Al punto che una persona può sentire l’esigenza di cancellarsi, di confondersi con le strade, le piante, gli animali, il percorso dei fiumi, il freddo e il caldo, la pioggia, il sole.
La riva del mare, la libertà dell’aria.
Così, la povertà estrema della quale il barbone è vittima somiglia ad ogni forma di violenza fatta ai bambini, agli anziani, ai malati, agli indifesi, a tante donne, ai deboli e ai dannati della terra.
Che fare, ancora e allora, per manifestare in modo non violento contro la violenza? Come risposta si potrebbero utilizzare le ultime parole dette da Fratel Ettore alla sua più stretta collaboratrice, a colei che ne continuerà l’opera. Quelle parole, infatti, potrebbero costituire un programma per tutti: “Avrai un gran daffare – le ha detto — ma ce la farai!”. E’ vero, avremo un gran daffare.
Ma se ci impegniamo tutti, ce la faremo.
Insieme.

 

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