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maremoto in Asia

January 1 2005 at 3:53 PM
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Paul36  (no login)

 
Dopo l'11 settembre un altro evento che ci permette di capire quanto siamo piccoli, fragili e soprattutto quanto dobbiamo goderci ed apprezzare la vita!

 
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GIù
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Re: maremoto in Asia

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January 2 2005, 7:18 PM 

Non so quanti se ne siano accorti, ma alle sciagure maturate a cavallo del Capodanno, un’altra si è aggiunta. Almeno per quanto riguarda la nostra economia.
Dal 1 gennaio 2005, un minuto dopo la mezzanotte, è scattata una rivoluzione nel commercio mondiale. Dozzine di navi cariche di maglie, magliette, giacche, giubbotti, scarpe di ogni tipo e foggia, calze, pigiami, eccetera, hanno preso il largo da Hong Kong. Destinazione: i porti italiani, europei, americani.
Le loro merci finiranno nei grandi magazzini, già ora inondati dal Made in China, e non sulle coste asiatiche, inondate dallo tsunami.
Interessante – fra parentesi – la reazione cinese al disastro: mentre i Paesi occidentali, vittime dell’inondazione commerciale, si prodigavano in soccorso dei Paesi asiatici, vittime dell’inondazione naturale, la solidarietà di Pechino si è fatta attendere e in ogni caso non è andata al di là di una sessantina di milioni di dollari. Briciole per un’economia di quella portata, se si pensa che il Giappone prossimo a perdere il primato commerciale asiatico ha stanziato 500 milioni, più degli Stati Uniti.
Il problema è il seguente: da ieri, 1 gennaio 2005, è terminato il sistema delle quote. Il che vuol dire che la Cina e le altre tigri asiatiche non conosceranno freni all’esportazione e che i prezzi del tessile e delle calzature subiranno una nuova, radicale riduzione.
I consumatori ne saranno contenti. I lavoratori del settore no. E giustamente la nostra già prostrata industria tessile e calzaturiera aveva cercato di scongiurare o almeno ritardare, limitare l’evento.
Invano. La nuova regolamentazione era stata varata dieci anni fa dalla World Trade Organization, con il consenso suicida dei governi occidentali.
Perché suicida? Perché Italia, Europa, Usa soffrono da tempo della concorrenza sleale della più grande nazione comunista del mondo, la quale pur governata in nome del popolo consente che i propri lavoratori vengano sfruttati come nemmeno il capitalismo ottocentesco faceva: sottopagati, privi di assistenza e di previdenza, trasformati spesso in pirati del commercio mondiale. Nessuna sorpresa che il costo del lavoro e dunque del prodotto finito (o copiato) sia tre, quattro volte inferiore a quello italiano o europeo o americano.
E allora ai nostri imprenditori non rimane che chiudere o trasferirsi.
Nell’uno e nell’altro caso il risultato è analogo: perdita di altri mercati e posti di lavoro.
Per attenuare i risentimenti la Cina promette un modesto, volontario contingentamento. Mentre in America, per salvare la faccia con l’elettorato, il Congresso chiede il ricorso alla ‘’surge protection’’: al di là di un certo livello bloccare le importazioni.
Ma questo è un fiume in piena. Non c’è verso di arginarlo, tanto meno tardivamente. Travolgerà le nostre industrie o le costringerà ad accentuare l’emigrazione. Per cui America e Europa dovranno rassegnarsi e studiare piuttosto una strategia di sopravvivenza.
Nell’epoca della global economy non potranno riportare indietro le lancette dell’orologio, rifugiarsi cioè dietro anacronistici protezionismi. Meglio battere altre strade.
La prima: riciclare nei servizi la manodopera disoccupata. Ma i servizi conoscono tetti di competitività e inoltre anch’essi emigrano dove il lavoro costa meno. Esempio: molte grandi società americane hanno già trasferito in India (dove si parla inglese) gli uffici amministrativi.
Seconda strada: sofisticare la produzione così da mantenere un vantaggio tecnologico. Ma il Made in China è sempre meno primitivo e sempre più concorrenziale anche sul piano della qualità.
Terza strada: ottenere uno sganciamento dello yuan dal dollaro. Ma la Cina non ne ha alcuna intenzione.
Quarta strada: pretendere attraverso la stessa WTO, l’Onu e altre organizzazioni internazionali, una graduale equiparazione del lavoratore cinese agli standard salariali, assicurativi , previdenziali dei colleghi americani ed europei.
Delle quattro strade è quest’ultima a portare più lontano. I nostri sindacati dovrebbero finalmente capire che il nemico da combattere non è in casa. E’ fuori. Che è indispensabile una grande crociata mondiale in difesa dei diritti dei lavoratori cinesi e non di livelli salariali interni che, allo stato delle cose, sono intenibili. Ma, temo, forse è chiedere troppo.

 
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