| Hatred ©May 15 2003 at 11:29 AM | theFIERCE (Login theFIERCE) | |
| I bastoni guizzavano nell’ aria descrivendo traiettorie sinuose mentre il loro fischio acuto assumeva la forma di sottili spirali metalliche sospese nell’ aria, come a tracciare impalpabili reticoli scintillanti agli occhi dello sciamano, così assorbito dal combattimento da essere cosciente del mondo sensibile solo marginalmente, immerso in una dimensione puramente istintuale, istinti non innati, ma nati da strenui allenamenti e innumerevoli scontri.
I due uomini si fronteggiavano attraverso le retine delle loro maschere da scherma, unica protezione che indossavano eccettuati i pesanti guanti da hockey indispensabili per salvaguardare le fragili articolazioni delle mani dai corti bastoni in rattan che entrambi impugnavano, uno per ogni mano.
Questi semplici attrezzi (lunghi circa 60-70 cm, dritti e dal diametro costante) rappresentano, per un Dog Brother, la quintessenza del corpo a corpo, trattandosi forse dell’ arma più semplice e versatile, il cui maneggio poteva essere applicato con successo quasi ad ogni tipo di arma corta, e che teoricamente poteva essere ricavata dai più svariati oggetti di uso quotidiano. Queste persone si riuniscono periodicamente nei parchi delle grandi città della California per affrontarsi in scontri brutali, senza regole, tollerati dalle forze dell’ ordine pur essendo, tecnicamente, illegali. Diversamente dai combattimenti clandestini però non c’ è un pubblico a sbraitare, ad agitarsi e a spendere, non c’ è denaro in palio, e nessuna ricerca di spettacolarità, nessuna durata minima per non deludere gli spettatori. L’ unico pubblico sono gli stessi membri di questa famiglia, fanatici della lotta, che osservano in silenzio ogni scontro, che accolgono ogni combattente entri nel cerchio, che scelgono l’ avversario con un cenno della testa. Poco importa loro vincere o perdere, la vittoria è solo la naturale conseguenza di un incontro ben condotto, la meta naturale di ogni combattente.
Osservandoli prima di iniziare lo scontro, lo sciamano si era sentito fra suoi pari, tutti esperti lottatori di età compresa tra i venti ed i cinquant' anni, riunitisi, quel giorno come molti altri, in un parco di Frisco, per combattere ed assistere ad altri duelli.
Il Dog Brother si muoveva in circolo, spostandosi, parando e attaccando in continuazione, mentre le sue corte armi si muovevano flessuose, in ogni direzione, all’ apparenza più simili a fruste che a solidi bastoni di legno, solidi abbastanza da frantumare il cranio di un uomo in singolo colpo. Lo sciamano si muoveva di riflesso, in modo speculare, descrivendo traiettorie bizzarre ed imprevedibili da opporre agli schemi perfetti ma più tradizionali del suo avversario. L’ uomo affondò, quasi a saggiare i riflessi dell’ oppositore, mentre le sue armi descrivano due archi distinti, mirando sia al polso che al capo dello sciamano. Questi rispose avanzando inaspettatamente diagonalmente, intercettando i bastoni dell’ avversario da un’ angolazione imprevista, facendoli rimbalzare indietro, in modo inutile, mentre i suoi salivano a colpire il viso e il fianco. Il Dog Brother fu svelto a balzare indietro, reclinare la testa ed inarcando la schiena, evitando così il fendente al capo, ma non quello al torace. Sussultò, anche se solo per un istante, ed in più, sbilanciato, non potè evitare il fendente di ritorno dello sciamano, un attacco circolare dall’ alto al basso che lo colse al polso, disarmando la sua mano destra.
L’ uomo si gettò indietro, passando l’ arma da una mano all’ altra, ma prima che avesse terminato il movimento era già stato raggiunto da due fendenti diagonali, al gomito e al ginocchio, subito doppiati da due colpi alla testa. Crollò al suolo, stordito, e togliendosi subito la mascherina e cercando di riprendere fiato, rivelando un profondo taglio sullo zigomo ed una grossa tumefazione sulla fronte.
Lo sconfitto alzò gli occhi verso lo sciamano, che non si era tolto la maschera, e che protese la mano per aiutarlo ad alzarsi. Sul viso dell' uomo non c' era traccia di livore, o risentimento, anzi, parve scorgervi una traccia di felicità.
"Complimenti amico, me le hai suonate davvero alla grande"
Lo sciamano non rispose prestando poca attenzione alla frase, e, dopo aver rivolto un cenno di saluto all' avversario e agli altri, si allontanò uscendo dal cerchio.
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La figura alta e massiccia, dal profilo possente, uscì dal suo scomodo riparo dalla pioggia, pronto a seguire finalmente la preda, appena riemersa dall’ antro fumoso, oscuro e rumoroso in cui si era rifugiata. Malgrado la sua predilezione per il sangue giovane, Nicolai non si era mai adattato a seguirli nelle loro bizzarre peregrinazioni notturne, e solitamente preferiva attenderli fuori. Tuttavia la pioggia e la lunga attesa avevano contribuito ad esaurire le sue pur notevoli riserve di pazienza, spingendolo a muoversi con eccessiva fretta, tanto che la giovane coppietta che seguiva dovette accorgersi quantomeno di una presenza poco rassicurante, visto che smise di ridacchiare ed affrettò il passo. O forse si trattava semplicemente del clima inquietante che si respirava a Sunnydale.
Nicolai ghignò sinistramente. Non faceva molta differenza. Allontanandosi stupidamente dai luoghi affollati erano comunque in mano sua, ameno che non accadessero eventi straordinari, ed in quel caso sarebbe stato inutile recriminare.
Accelerò il passò, tenendosi comunque fuori vista, e aggirò le sue prede, decidendo di tagliare loro la strada.
Preferiva godersi l’ esplosione istantanea del loro terrore piuttosto che far crescere la paura poco a poco, a differenza di molti dei suoi simili che godevano nel far soffrire le loro vittime portandoli lentamente dall’ inquietudine all’ ansia, per passare poi alla paura, ed infine arrivare al terrore, aprendo di volta in volta nuove porte, innalzando poco per volta la soglia della loro paura fino a limiti che anche la scena più agghiacciante non avrebbe potuto scatenare. Ma lui aveva imparato l’ arte della prudenza, che in una città come quella non era certamente pratica da ignorare. Lì viveva la cacciatrice, dopotutto.
I giovani voltarono l’angolo, trovandosi di fronte alla monumentale sagoma di Nicolai, fermo immobile in mezzo alla strada, il volto deformato dal ghigno demoniaco dei vampiri.
Il ragazzo tentò una coraggiosa reazione, spingendo lontano la compagna, e balzando verso il mostro, che lo sovrastava di almeno una testa, e doveva pesare almeno 30 chili di più. Benché sorpreso da una tale manifestazione di ardore, Nicolai non si fece cogliere impreparato, ma scartò di lato con insospettabile agilità per un uomo della sua notevole stazza, spinse il giovane contro il muro e lo afferrò per la testa, inarcandogli al contempo la schiena all’ indietro, mentre lo spingeva contro il muro premendo poco sopra le reni. Con lo stesso, agghiacciante suono di rami che si spezzano per il gelo, così le vertebre della sua colonna vertebrale saltarono una per una.
“Cheryl…”
Boccheggiando per il dolore non potè dire altro prima che Nicolai scaraventasse il suo corpo inerte contro la ragazza, rimasta paralizzata dalla violenza dell’ aggressione. Tentando disperatamente di districarsi da sotto quel groviglio di membra, Cheryl cercò di alzarsi, di fuggire, mentre Nicolai si faceva sempre più prossimo.
Poi, improvvisamente, a pochi passi da lei, l’ avanzare lento ed inesorabile del mostro si interruppe bruscamente, e sul suo volto si dipinse un’ espressione di sorpresa mista a terrore. Un fiotto di sangue inondò Cheryl, che dapprima non si rese neppure conto della sua provenienza. Solo dopo aver osservato bene la situazione si accorse che quel sangue non era suo, e neppure di Johnny. Proveniva invece dall’ arteria femorale del mostro, ancora in piedi, immobile nonostante un profondo squarcio nella coscia.
Fu allora che comprese la causa della sua immobilità.
Un’ ombra molto più piccola si staccò dall‘ oscurità, emergendo letteralmente da dietro la figura del vampiro. Nella mano destra stringeva una grossa lama, un coltellaccio o forse addirittura un machete, conficcato in profondità tra la clavicola ed il collo del mostro. Il bracco sinistro, di cui si intravedeva solo il gomito ripiegato dietro la schiena del vampiro, doveva stringere un’ arma non dissimile, con ogni probabilità conficcata appena sotto le costole di Nicolai, nei muscoli lombari, poco sopra le reni. Le due ferite, inferte con differenti angolazioni, trattenevano forse il mostro dal muoversi, impedendogli di fatto qualsiasi movimento, bloccandolo lì, come una colossale vittima sacrificale, piuttosto che come il letale predatore che le era apparso fino a pochi attimi prima.
A Cheryl sembrò di udire una specie di tetra nenia, poi notò gli occhi della piccola ombra, finendo catturata dal magnetico sguardo che emanavano. Si alzò lentamente, accostandosi all’ uomo, vestito in modo impeccabile e dal viso sognante, che a fianco di quel gigante appariva poco più che un insignificante ometto.
La bizzarra figura le disse qualcosa e lei non potè che obbedire. Per un breve attimo perse conoscenza, agendo come una sonnambula, o in trance, o forse in preda a qualche droga.
Quando si riprese, probabilmente solo una manciata di secondi più tardi, aveva il viso e le mani imbrattate di sangue, e stringeva nella destra un coltello, piccolo ma molto affilato, di cui non conosceva la provenienza. In bocca aveva qualcosa, qualcosa dal sapore disgustoso. Provò a sputare, ma, obbedendo ad un impulso improvviso stava già deglutendo. In quel momento ricordò cosa era avvenuto in quel suo breve vuoto di memoria, e la usa anima, non la sua bocca paralizzata, eruppe in un grido di disgusto.
Poi tutto si fece nero.
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Il sequestratore si avvicinò guardingo alla finestra sbirciando da sopra la spalla di una giovane impiegata del municipio, spostandosi in continuazione. La paranoia che aveva generato quella situazione ora lo manteneva in vita rendendo così più difficile il lavoro delle squadre swat.
Cinque persone si trovavano in un piccolo ufficio nella sede del municipio di L.A., dal quale un pazzo teneva in scacco le forze dell' ordine ed in ostaggio tre ex colleghi e l' assessore alle tematiche sociali, una signora anziana dall' aria vagamente stupida.
L' uomo, un impiegato sui trenta di nome Bill Feldon, un individuo con turbe psichiche sottovalutate per troppo tempo da amici e famigliari, si appiattì improvvisamente contro il muro, strattonando l' ostaggio e spingendo la ragazza nella posizione da lui occupata fino ad un istante prima. La detonazione scardinò la porta ed investì in pieno la giovane, che rimase quasi decapitata da un grosso frammento del massiccio battente metallico.
Un istante dopo il primo poliziotto irruppe nella stanza cercando con lo sguardo il bersaglio fra il fumo denso che si era alzato. Il sequestratore fece fuoco con la mitraglietta semi-automatica che chissà come si era procurato, raggiungendo l’ agente con una raffica breve di tre colpi al petto, scaraventandolo indietro attraverso la porta sfondata, bloccando inavvertitamente i suoi inseguitori.
Feldon si lanciò attraverso il corridoio nel futile tentativo di seminare gli inseguitori, udendo nel medesimo istante una finestra infrangersi dietro di lui. Estrasse dalla tasca un piccolo oggetto di forma approssivamente sferica, vi armeggiò per un breve istante, dopodichè se lo lanciò dietro le spalle, verso la stanza degli ostaggi. La piccola granata cadde sul pavimento con un piccolo tonfo, inavvertibile con il boato della detonazione della porta ancora nelle orecchie. Tuttavia, in qualche modo, l' agente Ray Singer, il nuovo membro della squadra, il novellino appena entrato dalla finestra, si accorse della bomba e, con una prontezza di riflessi notevole, la calciò lontano, rispedendola al mittente.
William P. Feldon perse la vita nel crollo causato dall' esplosione della granata che lui stesso si era lasciato dietro.
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L’ assassino sorrise.
Il mondo parve diventare più vivido, man mano che il potere fluiva in lui con la forza di un torrente in piena. Gli parve di non aver mai vissuto pienamente fino ad allora, racchiuso in un bozzolo, più limitante che protettivo, bozzolo che solo ora si apprestava a squarciare.
Ma fu solo la sensazione di un attimo. Poi la realtà tornò a farsi opaca, nonostante i disperati tentativi dell’ assassino di aggrapparsi alla nuova consapevolezza che aveva sfiorato.
Poi l’ euforia lasciò il posto alla disperazione.
Per quanto si sforzasse, per quanto i suoi rituali divenissero sempre più sofisticati non riusciva mai a raggiungere la sua meta. Non bastava rafforzare lo spirito delle sue vittime unendolo a quello di qualcun altro, prima di divorarne l’ anima e il corpo, ma doveva trovare qualcuno forte abbastanza da portarlo stabilmente allo stadio che tanto agognava.
Poi ripensò al luogo dove il fato lo aveva condotto, e la disperazione fu sostituita dalla speranza. Presto avrebbe camminato insieme agli dei.
Prima di diventare tanto forte da divorare anche loro.
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Lo spoglio corridoio del distretto puzzava di sudore stantio.
“Credo che tu abbia capito che non distribuiranno medaglie per questa operazione, vero?”
Ray Singer sussultò. Non si era accorto della presenza dell’ uomo in piedi accanto a lui. Sulla quarantina, era molto più basso di lui, leggermente sotto la media, ma solido pur senza essere sovrappeso. Ma quello che colpiva di lui era la sua sicurezza, quasi arroganza, ma non a tal punto da essere ostentata.
“Thomas Blackmore, FBI” L’ agente si sedette di fianco a lui, su uno dei consunti sedili in vinile allineati contro una delle pareti.
“Cosa?” Fu tutto quello che Ray riuscì a dire.
“Penso che tu ti sia fatto un’ idea di cosa sta accadendo la dentro” Indicò l’ ufficio del capitano, alla fine del corridoio. “Stanno cercando febbrilmente una soluzione per il loro problema”
“Pare” continuò imperturbabile “che l’ assessore abbia criticato la scelta di intervenire con la violenza, abbandonando le negoziazioni con quel Feldon”
“Ma se si tratta dell’ unica decisione sensata presa dal dipartimento?”
Era vero. L’ incompetenza degli altri membri della squadra swat lo aveva lasciato allibito. Si era aspettato di trovare dei duri, dei professionisti, invece aveva trovato degli sprovveduti con un fucile in mano. Durante le esercitazioni aveva ottenuto dei punteggi quasi doppi rispetto alla media del gruppo, sia nei tempi di reazione che nel tiro, ma aveva pensato che l’ esperienza sul campo riequilibrasse la situazione, in missione. Invece le differenze si erano accentuate. Il piano era pessimo, la coordinazione fra le due squadre, quella che doveva entrare dalla porta e la sua, che doveva passare dalle finestre, praticamente nulla. I suoi colleghi erano tesi, eccessivamente nervosi, ed avevano sbagliato. Un piccolo errore e tutti avevano perso la testa. Se non fosse stato per lui ci sarebbe stata una carneficina.
Eppure avrebbe preso lui la colpa.
“Questo lo sappiamo bene entrambi. Feldon non si sarebbe mai arreso e nessun ostaggio sarebbe mai uscito vivo di lì, se non foste intervenuti, ma non si può certo dire che si sia trattata di un’ operazione impeccabile”
“Il capitano è la dentro, insieme al tenente responsabile della tua squadra, e sai a cosa stanno pensando?”
Singer non rispose, continuando a fissare un punto davanti a sè.
“Pensano a come mettertela nel culo, ecco cosa pensano, anche se sei senza dubbio il miglior agente mai entrato in quell’ unità di falliti che è la swat di L.A. negli ultimi cinque anni”
“Venga al dunque, agente” ringhiò Singer, al limite della sopportazione.
Blackmore gli stava dicendo la verità, ne era ben conscio, ma sentirsela sbattere in faccia così era troppo. Non era giusto, aveva dedicato la sua gioventù al paese, e veniva scaricato così, prima dall’ esercito ed ora… Ora avrebbe pagato per tutti.
“Vai subito al sodo, eh? Mi piace!” Blackmore fece una smorfia, probabilmente l’ espressione più simile ad un sorriso che fosse in grado di assumere.
“Sto cercando elementi per la mia squadra, e voglio il tuo aiuto”
Ray pensò di non aver capito bene. Nessun agente di polizia con pochi mesi di servizio alle spalle e una sola missione, per di più fallimentare nel suo curriculum poteva essere contattato per una cosa simile. Ameno che…
“Non guardarmi con quella faccia, ragazzo, so tutto del tuo passato nell’ esercito, e so che conosci bene il territorio, per questo sono venuto a cercarti”
Singer rifletté sulla proposta, ma solo per un attimo.
Non aveva un futuro nel dipartimento. Non c’ era bisogno di aspettare l’ incontro con il capitano per sapere che avevano già fatto una scelta.
Perché altrimenti lo avrebbero tenuto per ultimo?
Tutti gli altri avevano già rilasciato le loro dichiarazioni, poi gli alti papaveri si erano riuniti per discutere il modo migliore per fregarlo. Da un momento all’ altro quella porta si sarebbe aperta, lo avrebbero fatto entrare, e, sorridendo, gli avrebbero chiesto di firmare le dimissioni. In cambio non lo avrebbero fatto processare per omicidio colposo.
“Allora, che ne dici?”
“Accetto”
Si era sbagliato, Blackmore sapeva sorridere, eccome, anche se assomigliava più al sorriso di uno squalo, che a quello di un essere umano.
“Lascia fare a me, ragazzo”
Thomas Blackmore si incamminò per il corridoio, bussò alla porta, ed entrò senza attendere risposta.
Ray Singer, alias Riley Finn, pensò che qualcosa stava per cambiare nella sua vita.
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Il gigante si piegò in due. Anche così accasciato era sempre alto quasi quanto la ragazza che lo aveva colpito, e che si ritrasse per evitare la randellata sferrata alla cieca dal secondo aggressore. Invece di indietreggiare per evitare il colpo si abbassò accasciandosi sulle ginocchia, mantenendo per quanto possibile la schiena dritta, e scivolò in avanti accorciando la distanza. Si raddrizzò protendendo le mani, tenute a coppa, verso l’ alto. Con una singola azione che coinvolgeva gambe, schiena, e braccia raggiunse il suo avversario colpendolo al mento, mentre il suo intero corpo si distendeva, protendendosi verso il cielo. Sentì infrangersi qualcosa dentro di lui, prima che il suo sangue le lordasse le mani.
Perse il controllo, mentre una nebbia rossa le velava gli occhi.
Il gigante si alzò barcollando, raccogliendo dalla tasca un coltello a molla.
Si avvicinò a lei, pronto a fargliela pagare, agitando la lama davanti a sé, in archi irregolari, formando degli approssimativi otto. Non conosceva la scherma di coltello, ma sapeva bene come maneggiarlo. Probabilmente non era la prima volta che tentava uno stupro.
L’ uomo sembrava aver recuperato un po’ di lucidità, e non appariva particolarmente desideroso di vendicare il suo compagno, ma le cose erano cambiate.
Ora era lei a non volerlo lasciare andare.
Era semplicemente furiosa.
In tanti anni come cacciatrice non le era mai capitato di dover affrontare delinquenti o criminali comuni. Non le era mai interessato d’ altronde.
Poi, quella sera, tre cretini avevano tentato di renderla vittima di un maldestro tentativo di violenza carnale. Li aveva individuati subito, riconoscendoli come semplici umani, e, incuriosita, li aveva lasciati avvicinare. Quando aveva capito cosa avevano in mente aveva attraversato tutta la vasta gamma di emozioni che vanno dalla sorpresa allo sbigottimento, all’ incredulità, all’ indignazione fino alla collera.
Quando il primo dei tre aggressori aveva cercato di palparle in sedere, aveva perso la testa, uccidendolo con un solo tremendo diretto che aveva fatto scricchiolare le ossa del cranio dell’ uomo. Doveva avergli rotto l’ osso del collo, oltre ad aver maciullato naso e denti.
Si era trovata subito addosso il più grosso, che non aveva neppure cercato di colpirla, puntando tutto sulla sua mole, tentando di gettarla a terra e inchiodarla al suolo. Si era lasciata afferrare, solo per caricare una ginocchiata sferrata frontalmente, che lo aveva raggiunto al plesso solare, facendolo crollare. Così aveva avuto tutto il tempo per occuparsi dell’ altro, che nel frattempo si era procurato un grosso ramo.
Il gigante, non potendo fuggire, si stufò di temporeggiare cercando di affondare la lama nella sua carne, ma riuscì solo a sferzare l’ aria. Tentò di colpirlo con un pugno, ma grazie alla sua stazza e a riflessi più rapidi di quanto avesse immaginato, riuscì in qualche modo ad assorbire l’ impatto. Stufa di quella situazione Buffy gli calciò in faccia una zolla di terra, gettandosi in avanti diagonalmente, ma nella direzione opposta. Istintivamente l’ uomo si coprì gli occhi, protendendo il coltello nella medesima direzione. La slayer lo raggiunse, gli afferrò il polso e con la sola stretta lo fratturò, prima di sollevarlo da terra e scagliarlo verso un muro, sfracellandogli così in cranio.
Le ci vollero alcuni minuti per riprendere il controllo di sé.
Perché gli aveva uccisi?
Perché non catturarli, assicurarli alla giustizia, e tutto il resto?
Forse perché temeva che l’ avrebbero fatta franca?
Per punire idealmente tutti gli stupratori?
Per dare un esempio?
Cercò di pensare a cosa sarebbe accaduto se al suo posto ci fosse stata una sua amica, di figurarsi la scena. Forse Willow se la sarebbe cavata con la magia, ma le altre?
Ma era un tentativo patetico. Non poteva fingere di essere stata spinta da motivazioni altruistiche, ne dal senso di giustizia.
Vanità.
Solo questo.
Non la vanità femminile, no quella non c’ entrava.
Era furibonda con quegli uomini perché avevano provato ad attaccare lei, la cacciatrice.
Erano a Sunnydale e, in spregio ad ogni regola del buon senso non solo si aggiravano di notte con cattive intenzioni, ma non avevano capito con chi avevano a che fare.
Doveva decidere cosa fare. Aveva spento tre vite, inutilmente. E, a differenza del massacrare ‘innocenti’ vampiri, questo avrebbe potuto avere conseguenze, anche legali. Del resto i loro corpi non si erano inceneriti.
Con circospezione fece attenzione a non aver lasciato impronte digitali sul coltello a su altri oggetti appartenuti agli stupratori, poi, rispondendo ad un impulso improvviso prese i tre portafogli. Controllò di non essere stata ferita, graffiata, di non aver lasciato capelli o altri indizi sui cadaveri. Solo allora si decise ad allontanarsi.
Si trattava di tre balordi di passaggio a giudicare dai documenti contenuti nei loro portafogli.
Tenne i soldi e gettò via quella prova incriminante dal ponte sul laghetto artificiale del parco, sentendosi sollevata e soddisfatta.
Non si sentiva minimamente in colpa.
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Si svegliò boccheggiante, il sapore del sangue in bocca, le lenzuola fradice di sudore.
L’ opprimente calore della stanza gli ricordava i miasmi della giungla, il luogo dove i suoi incubi avevano preso vita.
Cercò di scuotersi di dosso il torpore che sembrava avvolgerlo in un bozzolo tanto confortante quanto infido, e si trascinò fino al bagno.
Bevve avidamente qualche sorso d’ acqua gelida, poi si sciacquò il viso.
Si drizzò, osservando l’ immagine riflessa dallo specchio.
Vide Riley Finn, alias Ray Singer, soldato, agente in incognito, poliziotto, veterano.
Non vide l’ idealista di un tempo, il giovane pieno di speranze, sicuro della correttezza morale di quel che faceva.
Sunnydale e la giungla gli avevano strappato la fiducia nel genere umano e l’ innocenza.
Non era poi una gran perdita, si disse.
La cosa peggiore erano gli incubi. Quelli sarebbero rimasti per sempre.
Inghiottì un paio di compresse di dexedrina.
Forse l’ unica cosa buona che la Walsh avesse fatto per lui era stato insegnarli quanto una spintarella chimica potesse aiutarlo. Il periodo con Buffy era stato uno strazio, sotto questo punto di vista. Doversi nascondere non gli si addiceva, ma lei non avrebbe capito, non lo aveva mai capito. E ora sarebbe dovuto tornare a Sunnydale.
Agente a contratto come consulente geografico, ecco cosa gli aveva offerto Blackmore.
Qualcosa meno di un vero agente, ma molto più di un informatore.
Una specie di collaboratore, insomma, ma con la prospettiva di un incarico ufficiale, stabile, una volta terminato il lavoro.
Doveva solo resistere. Tenersi lontano da Buffy, una volta arrivato in città, e aiutare Blackmore ad inchiodare quel bastardo, sempre che non fosse un altro dannato mostro.
Riley Finn era morto in quella giungla, ma forse Ray Singer avrebbe avuto un futuro radioso.
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Strane tracce di sangue.
Il vicolo ne era letteralmente imbrattato. L’ asfalto ruvido e poroso era coperto da uno spesso strato di liquido bruno semi-coagulato, mentre sui muri le chiazze erano così vaste ed ampie da far pensare ad un mattatoio.
Eppure sui corpi delle due vittime non c’ era neppure una macchiolina rossa.
Probabile dissanguamento, aveva detto il coroner locale, senza neppure un’ ombra di inquietudine sul volto.
Due corpi dissanguati e massicce tracce di sangue, ma sui cadaveri niente.
I quattro agenti federali non riuscivano a spiegarsi che diavolo fosse successo.
Ray Singer invece lo sapeva.
O meglio, avrebbe avuto una buona spiegazione, ma preferì trattenersi dal fornire interpretazioni stravaganti. Del resto non lo avevano certo accolto con calore, senza bisogno che si mettesse a dar voce alle sue bizzarre ipotesi.
Le sue riflessioni furono interrotte dalla voce sgradevolmente autoritaria di uno dei suoi nuovi ‘colleghi’. John Tomack, 43 anni, un curriculum notevole e una odiosa predisposizione all’ arroganza insieme ad una parlata da scaricatore di porto nonostante le due lauree, una in legge e l’ altra in psicologia criminale.
“Senti Ray, mi sapresti spiegare perché qui sono tutti così calmi?
Gesù Cristo fottuto, siamo in mezzo ad un macello come se ne vedono raramente, eppure qua attorno non ci sono curiosi, mentre i poliziotti del posto trattano l’ accaduto con la stessa noncuranza che riserverebbero ad un divieto di sosta”
Tipico di Sunnydale.
E della natura umana.
Non potendo risolvere un problema, si fingeva semplicemente che non esistesse.
“Credo che il motivo di tanta indifferenza sia da ricercare nelle statistiche della cittadina”
Ray prese alcuni fogli dalla sua cartelletta e li porse a John e a tutti gli altri membri della squadra.
“Come potete leggere, in questa tutt’ altro che amena cittadina cose come questa sono pressoché all’ ordine del giorno”
“Allora, come possiamo attribuire con certezza questo massacro al nostro uomo?”
A parlare era stato Joseph Prescott, il più giovane del gruppo, a parte lui, naturalmente.
Joe gli piaceva, anche perché non lo trattava con lo stesso senso di superiorità degli altri, e poi sembrava quello di più ampie vedute. Ne avrebbe avuto bisogno, se, come sembrava ormai chiaro, quegli omicidi avevano una componente sovrannaturale.
“Non possiamo, infatti, ma nonostante tutto credo che sia stato lui. Questi omicidi portano la sua firma”
La voce di Blackmore sembrava pervadere l’ aria. Riuscirono ad individuarne la fonte qualche secondo dopo, quando emerse dal furgoncino del coroner e si avvicinò a loro.
“Ma mancano le ferite rituali, e le vittime non fanno certo parte dell’ abituale tipologia” ribattè Joe, che appariva poco convinto.
“Credo che le vittime del nostro assassino non siano quei due ragazzi, ma che anzi siano i responsabile delle loro morti”
“Scusa, ma mi sembra poco probabile” intervenne Tomack “Fino ad ora non aveva mai occultato i cadaveri”
“Già, fino ad ora”
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Il locale era chiassoso e fumoso, e la clientela piuttosto particolare.
Bizzarra era il minimo con cui la si potesse definire.
Perfetta, per i suoi piani.
L’ assassino fece per accomodarsi in uno dei logori separè, ma subito si ritrasse.
Aveva riconosciuto uno degli avventori.
Riley Finn.
Non pensava di incontrarlo, ma evidentemente aveva ripreso a frequentare postacci. Sembrava a casa, seduto al bancone di quella lurida bettola, nonostante il vestito a giacca dal taglio dozzinale che indossava.
L’ assassino uscì dal locale rinunciando alla propria caccia, per quella notte.
Riley Finn l’ aveva sorpreso.
Positivamente.
Sarebbe stato così facile da manipolare. Bastava conoscere la chiave per accedere alla sua volontà. E l’ assassino era certo di conoscerla.
Molti potevano essere comprati, corrotti.
E Riley non faceva eccezione.
Solo che la moneta per comprare la sua fedeltà era particolarmente a buon mercato.
Dimostragli la propria stima, farlo sentire importante, speciale era sufficiente a renderlo una marionetta nelle proprie mani.
C’ era riuscita la Walsh. C’ era riuscito l’ esercito.
Perfino Adam c’ era quasi riuscito, nonostante l’ aspetto tutt’ altro che rassicurante.
Ci sarebbe senz’ altro riuscito anche lui, e non era neppure necessario agire direttamente.
L’ assassino fu lieto di aver rinunciato alla caccia.
Fantasticare sui suoi piani per raggiungere la sua vera preda era molto più eccitante che uccidere qualche vampiro di seconda categoria.
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Tredici vittime attribuitegli in tre stati diversi, tutte uccise in modo rituale, con un modus operandi simile ma non completamente fisso, cosa che aveva permesso alle autorità di negare l’ esistenza di un serial killer.
Ray rilesse per l’ ennesima volta il resoconto dei delitti commessi soffermandosi, come sempre, sul profilo psicologico tracciato da Blackmore e dagli altri esperti della squadra.
Qualcosa non quadrava.
Non che ci fossero errori, o altro, solo che non gli sembrava l’ interpretazione corretta.
L’ assassino, per cui erano stati coniati numerosi nomi alquanto ad effetto come, ‘cannibale’ ‘wendigo’ o ancora ‘stregone’, veniva dipinto come una sorta di vendicatore che uccideva per appagare un bisogno interno, cercando di proiettare sugli altri tale motivazione, nel tentativo di trovare una spiegazione nobile per il suo operato, quasi che avesse bisogno di giustificarsi.
In quest’ ottica il rituale diventava il fine, e l’ omicidio soltanto il mezzo, grazie al quale distinguere tra una normale violenza e la sua missione ‘giusta’ e ‘sacra’, un modo inconsapevole per mascherare le proprie pulsioni assassine e mantenere la propria immagine di sé come persona buona e virtuosa.
Non era convinto di questa spiegazione, anche se, indubbiamente, la tipologie delle sue vittime sembrava puntare in quella direzione. Tredici delinquenti della peggior specie erano caduti sotto i colpi della sua strana lama, e probabilmente altri delitti non gli erano stati attribuiti, scambiati sicuramente come regolamenti di conti interni al mondo del crimine organizzato.
Eppure…
Il killer sembrava avere un’ elasticità mentale troppo grande, che gli consentiva di uscire dagli schemi fissi, di essere comunque imprevedibile. Ogni delitto presentava differenze, non troppo evidenti, forse, ma importanti. Non si trattava della solita escalation di violenza, né di discrepanze dovute alla fretta o ad errori nel rito.
Ma una persona così profondamente ossessionata dall’ ordine da aver circoscritto la violenza entro uno schema fisso e preciso per privarla delle connotazioni implicitamente negative non doveva essere in grado di apportare alcuna modifica volontaria a tale rituale.
E poi c’ era la pista sovrannaturale.
Era certo che le ultime vittime fossero vampiri.
Probabilmente li aveva individuati, li aveva visti uccidere i due ragazzi e poi, soltanto alla fine, li aveva assaliti. Doveva aver usato quella sua grande lama praticando le stesse bizzarre incisioni sui due vampiri, con la differenza che probabilmente questi erano rimasti coscienti per tutto il tempo. In qualche modo il fatto che si fosse occupato dei vampiri trattandoli come esseri umani pur sapendo cosa aveva di fronte (difficilmente in caso contrario sarebbe riuscito a prevalere) sembrava avvalorare la sua ipotesi: il rituale non era il fine, ma il mezzo per raggiungere il suo scopo, forse qualcosa legato alla magia, e la scelta della vittime era incidentale, forse obbligata dal tipo di rito, o forse si trattava di semplice comodità.
Giuste o sbagliate che fossero, non poteva comunicare a nessuno le sue ipotesi, non prima di aver scoperto qualche nuovo elemento.
Quel killer era la sua speranza.
Se fosse riuscito a contribuire alla sua cattura avrebbe avuto una possibilità di riscattare la sua vita, e avrebbe fatto di tutto per non sprecarla.
This message has been edited by theFIERCE on May 16, 2003 5:37 PM
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| | Responses parte due - theFIERCE on May 15, 2003, 11:30 AM
parte tre - theFIERCE on May 15, 2003, 11:32 AM
parte quattro - theFIERCE on May 15, 2003, 11:34 AM
parte cinque - theFIERCE on May 16, 2003, 5:34 PM
parte sei - theFIERCE on Oct 19, 2003, 8:45 PM
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