Le Nebbie della Memoria.Scritto da Giulia “Kagome” kagome@tiscalinet.it.
Pubblicato il 29 Giugno 2003
Beta-letto da Megabyte e da Aramis. Ringrazio Aramis ed Esus per l’enorme aiuto in fase di raccolta delle informazioni necessarie per la definizione del plot. :-* grazie!
Disclaimer:
Harry Potter e Draco Malfoy non appartengono a me, ma a J.K.Rowling, e a vari editori tra i quali Bloomsbury, Scholastic, Warner Bros, Salani e così via. Mi piacerebbe se fosse il contrario, soprattutto per il biondino… però, mondo crudele, questa è la vita ^^.
Capitolo 12: Il Leone e il Serpente. Ginny ci mise parecchio a riprendersi dallo shock. Draco la osservava, con un divertimento velato di tristezza mentre lei deglutiva un paio di volte e cercava di riassumere un'espressione decente. Evidentemente riteneva che questo fosse troppo, anche per uno come lui.
«Che significa?» gli chiese, mentre le labbra di lui si incurvavano in un sorriso duro e rassegnato.
«Ho detto che ti avrei parlato di lei, Weasley, non che ti avrei detto tutto di lei.» replicò dopo aver riflettuto a lungo. Lei gli lanciò un'occhiata furiosa.
«Con le mezze verità non si ottiene nulla.» sibilò, acida. Draco la osservò, sinceramente stupito.
«Che cosa vorresti ottenere scusa? Ti ho detto che mi dà... fastidio parlare di lei.» replicò. Lei continuò a fissarlo, torva.
«Malfoy, oggi sono venuta qui perché ho accettato di parlarti di qualcosa che mi fa male. E, come vedi, io non mi vergogno ad ammetterlo.» gli fece notare, guardandolo di sottecchi. Lui la osservò a lungo prima di replicare,
«Che cosa ti fa pensare che io mi vergogni?»
«Me lo chiedi pure?» gli domandò lei. Passò qualche istante a osservarlo e a riflettere prima di continuare, «Malfoy... tu hai proposto questo patto, e io ho accettato le tue condizioni. Hai promesso di mantenere la tua parola... quindi ti chiedo di accettare le mie regole, adesso.» gli disse, molto concentrata. Lui la guardò, a metà tra il sorpreso e l'irritato.
«Non sono tenuto ad accettare le regole di nessuno.» le disse, guardandola di sbieco.
«L'hai detto tu, ieri notte. Tu mi avresti detto chi era Marion se io ti avessi parlato di Harry. Per parlarti di Harry io devo buttare la mia maschera... devo scoprirmi. In cambio vorrei che tu buttassi la tua maschera, almeno per una volta nella tua vita.» terminò, scocciata. Draco non poteva credere alle sue orecchie. In che senso la maschera? Che cosa voleva da lui?
«Non capisco...» replicò, fissandola con dubbio. Lei sospirò e si alzò per girare la sedia. Si mise seduta a lato, appoggiando le braccia alla spalliera, e lo fissò.
«Desidero che, almeno per questa notte, in questa stanza non ci siano Malfoy né Weasley,» iniziò, continuando a fissarlo negli occhi. Lo vide ricambiare lo sguardo, torvo, e continuò, «ma solo Draco e Ginny.» sorrise nel vederlo sussultare mentre lei pronunciava il suo nome.
«Continuo a non capire.» le rispose lui, distogliendo lo sguardo e osservando con enorme interesse il muro di fronte a sé.
«Malfoy forse no, ma Draco ha capito di certo,» gli fece notare lei, consapevole del suo imbarazzo. Lo vide cambiare colore e sorrise, divertita mentre lui si strofinava nervosamente il dorso della mano sulla bocca, continuando a fissare il muro. «Desidero discutere con qualcuno che non mi dica che gli dà fastidio parlare di Marion quando invece intendeva dire che gli fa male. Qualcuno che dica quello che pensa, senza farsi scrupoli solo perché è un Malfoy.» lo vide girarsi a fissarla, furioso, e continuò a sorridere, malinconica.
«Se sai così bene quello che pensa Draco, perché vuoi che sia lui a parlare? In fondo anche se Malfoy mente, sembra essere un libro aperto per te!» il sorriso di lei si illuminò nel notare la sua stizza.
«Per una volta vorrei non aver bisogno di traduttori;» replicò, senza perdere il suo sorriso, «hai ragione, comunque. E' inutile che tu ti cali quella maschera, perché riesco a vedere benissimo quando stai mentendo.» il sangue si gelò nelle vene di Draco. Possibile che fosse così prevedibile? Suo padre gli avrebbe detto che era un fallimento completo, come Malfoy. Suo padre... perché doveva pensare a suo padre, in un momento come quello?
«Forse non ti rendi conto che quella che tu chiami 'maschera' è troppo ben impiantata sulla mia faccia. Io sono prima di tutto Malfoy, e poi Draco. Questa maschera non me la sono mai tolta, ormai è parte di me.» le fece notare. Lei sospirò e spostò le braccia sulla spalliera della sedia, cercando una posizione migliore.
«Neanche con Marion?» gli chiese, facendolo sussultare. Lo vide osservare il muro cercando di non far notare il suo sgomento mentre rifletteva. Evidentemente non ci aveva mai pensato.
«Non ti interessa...» cercò di replicare lui, ma l'occhiataccia di Ginny lo colse alla sprovvista mentre incrociava il suo sguardo con un'occhiata sfuggente.
«Invece m'interessa. E' uno dei motivi per cui sono qui, in fondo.» gli fece notare.
«Ma io non sono neanche sicuro di esserne capace... cioè di riuscire a toglierla quella maschera.» disse lui, accigliandosi. Non gli piaceva il soggetto della conversazione. Non voleva sembrare debole, e invece lei gli stava chiedendo di mettere a nudo le sue debolezze. Chi era per chiedergli una cosa del genere? «E poi tu non sei Marion. Anche se con lei fossi riuscito a comportarmi in maniera diversa, non vedo perché dovrei farlo con te.»
«Diciamo che è il pagamento del pedaggio.» gli disse, abbassando la testa per guardarlo di sottecchi, da sotto la frangia. Notò subito che il ragazzo sbiancava, e sorrise. «Pensavi di cavartela con un incubo?» gli domandò, non riuscendo a trattenere un risolino.
«Questo è un ricatto bello e buono...» le fece notare lui. Lei annuì con convinzione.
«Se è l'unico modo per parlare con Draco... ebbene si, è un ricatto.» constatò poi, continuando a fissarlo nello stesso modo di prima.
«Quindi sembra che io non abbia scelta...» replicò lui, abbassando lo sguardo al suo cenno affermativo. Sospirò, «in alternativa, che succederebbe se rifiutassi?» le chiese.
«Beh... ti assicuro che i Dissennatori lì fuori ti sembrerebbero molto più accattivanti della vita qui dentro, da oggi in poi.» lo minacciò lei. Lui l'osservò con aria di sfida, come se avesse voluto replicare di provarci. Ma lo sguardo di lei era così serio che quell'espressione durò appena pochi attimi prima di sparire del tutto. Sospirò di nuovo...
«Ci proverò, Weasley.» gli disse. Notò il suo sguardo, carico di biasimo. «E ora che c'è?» le chiese.
«Ginny...» gli disse lei. Poi arrossì e abbassò lo sguardo prima di continuare, «...Draco.» il ragazzo sorrise beffardamente nel sentirla pronunciare il suo nome. Poteva sembrare strano, ma gli piaceva sentirglielo dire.
«Come vuoi... Ginny.» terminò lui.
Rimasero a lungo in silenzio, lui a osservare il muro di fronte a sé e lei a guardarlo, in attesa che continuasse. Ogni tanto l'ululato del vento e il rumore degli scrosci di pioggia andavano a riempire il silenzio ovattato della stanza.
«Che intendevi dire con 'l'ho uccisa'?» gli chiese lei all'improvviso, facendolo sobbalzare. Draco si voltò a guardarla, evidentemente cercando di valutare che cosa dire e che cosa nascondere. «Ricordati Draco... le bilance devono restare in cucina, a soppesare gli ingredienti per il pranzo di domani.» gli disse, facendolo sorridere. Gli sorrise a sua volta, continuando a osservarlo.
«Ho dubitato di lei.» fu la chiara, secca e concisa risposta. Lei gli lanciò uno sguardo interrogativo, cercando di spingerlo a continuare, «Penso che, per farti capire che cosa intendo, devo iniziare dal principio...» continuò, riprendendo a osservare il muro dietro il suo letto. La sentì annuire e respirò con calma. Sarebbe stata una lunga notte...
«Probabilmente l'hai conosciuta anche tu. Marion era la segretaria di Caramell, lo è stata da poco prima che tu uscissi da Hogwarts, fino al giorno in cui è morta,» iniziò. Sentì che lei tratteneva il respiro e sorrise, malinconico.
«QUELLA Marion?» sbottò Ginny, «Si, mi ricordo di lei. L'ho incontrata un paio di volte al Ministero quando accompagnavo papà – un giorno sono anche andata a chiederle delle carte. Non ti dico la mia irritazione quando me le ha date, erano macchiate di cioccolata.» si lamentò. Draco non riuscì a evitare di ridere. «Non c'è niente di tanto buffo, Mal... Draco. Erano documenti importanti.» Lui la fissò, divertito.
«Ne sono certo, Ginny. E sono anche sicuro che fosse irritante. Lo era anche per me, all'inizio. Anche a me rifilava i documenti con le orecchie, sporchi di cioccolata. Qualche volta anche macchiati d'altro... e ha continuato a essere così fino alla fine. Era pasticciona, disordinata, sbadata. Aveva perennemente la testa fra le nuvole e arrivava spesso in ritardo. Non sai quante volte ho dovuto aspettarla anche mezz'ora davanti all'ufficio di Caramell, perché lei non era puntuale. E dovevo attendere anche di più perché lei si era dimenticata di cercare i miei documenti. I tuoi li aveva già preparati?» sorrise nell'osservarla far cenno di si, «Beh, sei stata fortunata, in fondo li aveva solo macchiati.»
«Mi sembrava di aver capito che tu l'amassi...» gli fece notare Ginny, osservandolo sospettosa. Lui continuò a sorridere e lei se ne stupì. Era un sorriso diverso dalla normale smorfia ironica che caratterizzava spesso il suo volto.
«L'amavo, si. L'amavo così tanto da desiderare di affrontare mio padre pur di ottenere di starle vicino. E ti assicuro che sfidare Lucius Malfoy non era cosa da poco.» le disse, con una punta di orgoglio.
«Com'è possibile che... uno come te...» gli chiese. Lui le lanciò un'occhiata sfuggente.
«Si innamorasse di una come lei? Beh... forse perché era tanto diversa da me, non lo so. Era il mio opposto. Però...» aspettò un momento e cercò di riflettere su quello che poteva dire. Ma l'occhiata di Ginny gli ricordò subito quali fossero i patti. Sospirò per la terza volta, «Una volta per trovare delle carte per poco non versò una boccetta d'inchiostro e poi, senza accorgersene, si sporcò tutta la faccia... sembrava un Sioux. Ti assicuro che era buffa da morire.»
«Insomma, è riuscita a toglierti quella maschera facendoti ridere?» gli chiese lei. Lui ci pensò un momento, meditando bene sulle sue parole.
«Probabile, molto probabile. Fatto sta che con lei non riuscivo ad essere la stessa persona. Aveva il potere... di addolcirmi.» terminò.
Rimase a lungo a osservare il muro di fronte a sé. Si girò verso la ragazza e le chiese, «Ginny... lo sai che diventa la neve quando si scioglie?» notò con divertimento la sua meraviglia alla domanda.
«Oddio... non saprei. Penso che diventi acqua, perché?» gli chiese lei, evidentemente imbarazzata. Draco sorrise di nuovo e si girò ancora una volta verso il muro.
«Hai sbagliato, Ginny. Diventa primavera.» le lanciò un'occhiata rapida per studiarne la reazione. Lei aveva allargato gli occhi per un attimo e sembrava averci riflettuto un po', prima di sorridere e ricambiare lo sguardo, quasi condividendone la malinconia.
«E' molto bello, Draco.» rifletté a voce alta. Lui la osservava da dietro le spalle, con aria divertita.
«Era una delle sue frasi preferite. Diceva di averla letta su un fumetto – Marion adorava i fumetti babbani. Il che ovviamente non mi faceva piacere... soprattutto contando certi suoi gusti...» non poté evitarlo, si ripulì gli angoli della bocca e osservò con espressione disgustata la mano. Sentì Ginny soffocare una risatina e si rigirò a guardarla. «Già... le piaceva quella roba. E ti assicuro che la prima volta che l'ho scoperto stavo per strozzarmi.» notò con irritazione che la ragazza aveva cominciato a ridacchiare, e non sembrava voler smettere.
«Avrei voluto vederti...» disse tra i denti lei. Lui le lanciò un'occhiataccia che la fece sghignazzare ancora più forte. «Fin'ora non hai fatto che elencare i suoi difetti, non aveva nessun pregio? Come hai fatto a innamorarti di una pasticciona sognatrice disordinata che amava troppo i dolci e che leggeva storie d'amore sugli omosessuali? Possibile che l'unica ragione fosse che ti ha fatto ridere?»
«Ovviamente no. Era molto dolce, mi... infondeva... fiducia. E ricordati, Ginny, che se ti azzardi a raccontare in giro quello che ti sto dicendo in questo momento rimpiangerai di avermi ricattato.» il suo sguardo si rifece duro. Ginny sorrise.
«Il signor Malfoy è venuto a farci visita. Non si preoccupi, signor Malfoy, il suo segreto è in buone mani.» lei sorrise, e lui si girò di nuovo verso il muro e ricominciò a fissarlo, nel silenzio più assoluto.
«Mi dava calore.» concluse. Ginny lo osservò, con gli occhi sgranati.
«Ricordo che una volta, a Hogwarts, Harry ti prese in giro dicendo che tua madre sembrava avere la puzza sotto il naso perché c'eri tu vicino. Tu te la sei presa... e tanto.» lo vide rabbuiarsi e si affrettò a proseguire, «Era vero?»
«Certo che no,» replicò lui, mentre il suo viso diventava di un acceso colore rosato, «mia madre in fondo mi voleva bene.» Ci fu un'altra pausa, molto lunga. «Non era molto semplice dimostrarlo però... in un posto dove il pranzo era servito su un tavolo lungo sei metri e dove l'unica vicinanza che potessimo avere era riservata a un saluto mattutino dove le dovevo baciare la mano come un gentiluomo. E non guardarmi con quella faccia,» continuò notando che la ragazza aveva corrugato la fronte e lo guardava, quasi triste per lui, «non ho mai avuto problemi ad accettarlo. Mia madre mi voleva bene, e l'ha dimostrato opponendosi alla volontà di mio padre di mandarmi a Durmstrang. Solo... non aveva molte possibilità di esprimere quell'affetto. Ti ho detto di non guardarmi in quel modo!» le fece, alzando la voce e sbattendo una mano sul bracciolo del letto.
«Scusami, non volevo offenderti.» gli disse lei, arrossendo dietro le orecchie.
«Non era un'offesa.» ribatté lui, secco e deciso. Lei annuì e gli fece cenno di proseguire, lui ci pensò un attimo. «Beh... lei era diversa. Era... un punto fisso. Mio padre appena ero uscito da Hogwarts aveva stretto il mio fidanzamento con Pansy. Tutti pensavano che fosse la scelta migliore, lei è la figlia di una delle più potenti famiglie del mondo dei maghi, come io ero il discendente della famiglia Malfoy. Ma Pansy... sembra assurdo perché avrebbe potuto avere quello che voleva solo schioccando le dita, ma lei non amava me. Amava i Malfoy, amava il fatto che diventando mia moglie...» lo sentì bestemmiare e vide che si girava di tutta fretta verso il muro, dopo averle lanciato un'occhiata imbarazzata, «QUESTE sono cose che non dovrebbero riguardarti.» concluse. Lei si lasciò sfuggire un'altra risatina e lo guardò, un po' ironica.
«Come vuoi. Marion non amava i Malfoy? Avevo sentito dire che lavorava al Ministero perché la sua famiglia era così indebitata che non poteva farla sopravvivere. Ricordo che mio padre mi ha detto che era una lontana parente della signora Caramell, e che lei avesse chiesto al marito di darle quel posto.» Draco ricominciò a osservare il muro.
«Esattamente. I Winterman non navigavano nell'oro. Però... lei non voleva i miei soldi...»
«Ma sei impazzito, Draco?» lui aveva sorriso nel notare gli occhi di Marion, sgranati, alla notizia, «Hai davvero lasciato Pansy?» lei aveva sospirato al suo cenno affermativo.
«Pensavo ti avrebbe fatto piacere,» le aveva risposto, «l'altro giorno ero dai Parkinsons con mio padre e la signora Josephine mi ha chiesto quando contavo di fissare una data. Io le ho detto che non l'avrei mai fatto.» aveva sospirato di nuovo, abbassando lo sguardo. Lei l'aveva osservato diritto negli occhi e l'aveva abbracciato, all'improvviso. Era rimasta per diverso tempo legata a lui, come se la vicinanza con il suo corpo avesse il potere di tranquillizzarla.
«Che cosa succederà adesso? Voglio dire... il Signor Malfoy non sarà stato per niente felice della scoperta,» aveva mormorato mentre cercava di sprofondare nei suoi vestiti. Lui sapeva che quello era un modo che spesso lei aveva utilizzato, in passato, per calmarsi e non far notare la sua debolezza. Aveva sorriso e l'aveva lasciata fare, limitandosi ad abbracciarla a sua volta e darle un lieve bacio sui capelli.
«Mio padre era furioso. Ha minacciato di diseredarmi, di farmi passare le pene dell'inferno e di farmi rimpiangere il giorno in cui ho rotto il mio fidanzamento,» aveva sentito che la ragazza era stata scossa da un brivido alle sue parole, «però... a me non importa. Preferisco mille volte essere diseredato, ma stare con te, che dovermi sposare con lei.» Marion aveva alzato lo sguardo e l'aveva fissato, diritto negli occhi. Stava piangendo...
«Tutto questo è molto bello da parte tua, Draco. Ma... come faremo a vivere? Cioè, io sono abituata a non essere ricca, so arrangiarmi, ma tu?» gli aveva detto, asciugandosi le lacrime col dorso di una mano. Sembrava seriamente preoccupata. Lui aveva aggrottato le sopracciglia – in effetti il problema non era assolutamente passato per la sua testa.
«Non ne ho idea... troveremo un modo. A te non dispiace il fatto che mio padre mi voglia diseredare vero? Cioè... la tua famiglia ha parecchi debiti.» lei si era staccata dal suo abbraccio e gli aveva lanciato un'occhiata carica di disapprovazione. Lui l'aveva osservata, con imbarazzo, e si era alzato, iniziando a camminare avanti e indietro per l'ampio salone.
Si trovavano in una delle tante tenute di proprietà dei Malfoy. Lui aveva lasciato il padre, qualche ora prima, mostrando una rabbia superiore a quella che effettivamente provava, ed era andato a prenderla. L'aveva portata lì per il week-end, per passare un po' di tempo con lei. Non ne poteva più di incontrarla soltanto al Ministero, dove le loro azioni erano legate dal luogo pubblico dove si trovavano. Voleva un po' di pace, d'intimità...
«Beh,» aveva detto lei dopo averci pensato un po' su, «è vero che la mia famiglia non naviga in buone acque, e che io ho faticato parecchio a trovare questo lavoro. Però... se tuo padre ha deciso di diseredarti non penso che sarà l'unico provvedimento che potrà prendere...». Lui le si era di nuovo avvicinato e l'aveva guardata negli occhi, molto serio.
«Che intendi dire?» le aveva chiesto. All'esterno della piccola villetta un lampo aveva squarciato il cielo, subito seguito da un tuono assordante. Marion era sussultata e si era stretta a lui, impaurita.
«Non penso che tuo padre ci lascerà sposare e vivere felici, anche se ti diseredasse, Draco. Diseredato o no, tu sei e resti un Malfoy. E per lui è una vergogna che un Malfoy sposi... una come me.» aveva abbassato lo sguardo ed era arrossita vistosamente nel pronunciare le ultime parole. Lui l'aveva stretta con più forza – in effetti era vero, aveva ragione. Suo padre non avrebbe solo fatto in modo di diseredarlo, li avrebbe di sicuro fatti separare. Maledizione...
«Temo che l'unico modo sia nascondersi,» aveva riflettuto lui.
«Ma anche nascondendoci, quanto tempo pensi gli ci vorrebbe per trovarci? In fondo l'Inghilterra non è poi così grande...» aveva replicato lei. Era un grosso problema...
Draco iniziava a sentire un groppo alla gola, e bestemmiò mentalmente per la sua debolezza. Smise di parlare e strinse i denti. Se avesse continuato così avrebbe finito per perdere anche l'ultimo briciolo di orgoglio che gli era rimasto...
«Molto bello da parte sua, accettarti in ogni caso. Vuol dire che ti amava davvero. Dove volevate andarvene? Non penso che Lucius ci avrebbe messo molto a trovarvi.» obbiettò lei. Draco sorrise, sempre più malinconico, i ricordi tornarono ad affollargli la mente mentre raccontava.
Un lampo squarciò l'oscurità della stanza, seguito subito dopo dal rombo del tuono. Si... esattamente come allora...
Marion aveva nascosto il viso contro il suo petto, impaurita, e si era lasciata scappare un grido. Era rimasta un attimo in quella posizione, poi si era sollevata e aveva osservato per un lungo istante i legacci della parte superiore del suo abito. All'improvviso, aveva preso a slacciarli,
«Penso che l'unica soluzione sarebbe quella di lasciare l'Inghilterra e tornare a Miami.» aveva detto infine, dopo aver slacciato quasi tutta la parte superiore dell'abito di lui.
«Mi pare un'ottima mossa. Si potrebbe fare quando vogliamo e dubito che ci troverebbe laggiù.» aveva risposto lui, iniziando a sbottonare la sua camicetta. Lei era stata percorsa da un brivido all'ennesimo tuono e lui aveva iniziato a baciarla sul collo. All'esterno dell'abitazione aveva cominciato a risuonare, lento e regolare, il ticchettio della pioggia. In pochi attimi le prime gocce erano aumentate, e si erano trasformate in un acquazzone così fitto che non si riusciva quasi a vedere niente fuori della finestra.
«Mh... si, però... con quali soldi, Draco?» gli aveva chiesto lei. Lui aveva lasciato perdere il suo collo e l'aveva osservata, sorpreso. «Cioè, so che tu non pensi a queste cose, hai sempre avuto tutto quello che volevi solo schioccando le dita quindi... beh... non ci puoi pensare. Non potremmo di sicuro arrivarci con la scopa. Per viaggiare fino a qui l'altra volta ho usato uno speciale metodo di Apparizione, ma se lo facessimo verrebbe registrato e il signor Malfoy saprebbe che siamo fuggiti laggiù. E inoltre... costa parecchio. Io ho potuto usarlo solo perché zio Cornelius me l'ha consentito.»
«Allora come?» si era domandato lui.
«Beh so che tra i Babbani esiste un metodo per volare in altri paesi, e credo potremmo utilizzarlo, si chiama aereo. Però anche lì i biglietti costano... e ci vogliono soldi Babbani. Dovremmo lavorare tra di loro per guadagnarli.»
Draco si bloccò notando il lampo divertito che attraversò gli occhi di Ginny mentre lo ascoltava parlare.
«Volevi... lavorare? Tra i Babbani?» il suo tono era ironico ora.
«Ti ho detto quello che LEI mi ha proposto, non quello che ho fatto.» iniziò lui.
«IO lavorare tra i Babbani?» aveva chiesto, soffocando a stento una risata e osservandola di sbieco. Lei aveva sorriso, tristemente.
«Lo so... tu non lo faresti mai. Beh... vorrà dire che lavorerò anche per te.» gli aveva risposto, sorridendo e iniziando a dargli timidi baci sul collo. Draco aveva fatto una smorfia; Marion non era abituata a prendere l'iniziativa e i suoi tentativi impacciati lo stavano facendo andare su di giri. All'improvviso aveva sentito che lei indulgeva un po' sul suo collo... era troppo per la sua sopportazione,
«Mia signora, le consiglio di non premere troppo sulla giugulare, o il morso si vedrà,» l'aveva presa in giro. Lei l'aveva mollato e gli aveva lanciato un'occhiata divertita, sorridendo.
«E' esattamente quello che voglio...» gli aveva detto, ridacchiando. Lui l'aveva spinta all'indietro, facendola stendere sul divano dove erano seduti e iniziando a baciare le sue labbra, il suo collo, le sue mani... con trasporto. Lei l'aveva lasciato fare poi, alla prima pausa, si era divincolata ed era riuscita a tirarsi su, sorridendo sorniona e scappando dal piccolo salone nell'ingresso. Lui l'aveva inseguita e lei aveva spalancato la porta, uscendo sul patio. Di sicuro voleva farlo correre un bel po', ma si era bloccata subito e lui era riuscito a raggiungerla.
«Non riesci neanche a sfuggirmi per pochi secondi?» le aveva chiesto lui, divertito. Ma lei si era fermata a osservare qualcosa, gli occhi sgranati come quella volta, quando avevano visto la neve assieme. Lui si rese conto solo in quel momento della ragione – aveva smesso di piovere e ora un meraviglioso arcobaleno risplendeva nell'aria. Gruppi di grigie nubi, attraverso le quali filtravano i raggi del sole di quel giorno di fine agosto, si intervallavano a piccoli spicchi di cielo, attraverso i quali sembravano scorrere a velocità impressionante altri gruppi di nubi, più distanti.
«Draco, hai mai pensato a che cosa si nasconda dietro l'arcobaleno?» gli aveva chiesto lei, all'improvviso. Lui le aveva fatto cenno di no, e lei aveva continuato, «Nemmeno io. Però... non pensi che sia bellissimo?» gli aveva sorriso. Aveva cercato di scappare un'altra volta ma lui non gliel'aveva consentito, tenendola ferma e zittendola con un bacio.
Draco sospirò. I suoi pensieri erano corsi ben oltre rispetto a quello che aveva detto a Ginny. Le sue parole erano rimaste riservate e il discorso molto breve, ma l'immagine mentale gli aveva dato i brividi.
Ginny lo guardava, con aria di attesa. Le aveva appena detto che Marion gli aveva proposto di lavorare anche per lui... evidentemente il fatto doveva averla colpita. Draco le sorrise, di nuovo.
«Io non volli. Cercai di farla conoscere a mio padre, credevo che se lui l'avesse vista come la vedevo io avrebbe capito che cosa provavo e l'avrebbe accettata.» una nuova pausa avvolse i due in un silenzio ovattato. Un lampo illuminò all'improvviso l'atmosfera all'esterno, e pochi istanti dopo il sordo rombo del tuono lo accompagnò, in lontananza.
«E...?» chiese lei, facendolo sobbalzare. Lo sentì deglutire un paio di volte, e sembrò prendere in entrambi i casi fiato per parlare, ma non riuscì a dire nulla. Poi, a un certo punto, lo sentì sibilare una parolaccia, probabilmente nei confronti di se stesso. «Che c'è, Draco? Perché non ti continui? Girati almeno.» gli disse lei. Lui fece cenno di no col capo, e si mise seduto più comodo, dandole completamente le spalle.
'Dannazione...' pensava mentre cercava di ritrovare la calma. 'Se continua così finisce che...' il groppo alla gola era sempre più pesante da ingoiare e gli costava molta fatica respirare piano, per non tirare su col naso. Ma non gliel'avrebbe data vinta... sapeva quanto gli stava facendo male chiedendogli di pensare a Marion? Come se non fossero bastati tutti i Dissennatori che gli davano fastidio ogni giorno... ora ci voleva pure lei. Non le avrebbe dato quella soddisfazione. La maschera non l'avrebbe tolta... non del tutto. Voleva mantenere un briciolo di orgoglio, in fondo.
*Harry vagava, senza una meta precisa, nella foresta. Le fitte e intricate trame degli alberi sembravano sparire e sfumarsi in lontananza attraverso la spessa foschia della nebbia e la densa oscurità della notte. Sentiva di avere il fiato corto, e rallentò. Lo stesso suono dei suoi passi gli sembrava distante, come appartenente a un altro mondo. Strano... non aveva mai visto quel luogo in vita sua, ma sapeva anche di conoscerlo, come le sue tasche. L'oscurità era rischiarata, a tratti, dai pallidi raggi della luna spesso coperta dalle fitte nubi. Dove si trovava? E come mai sentiva i suoi abiti così pesanti addosso? Gli sembrava di percepire a ogni passo come... un clangore.
Diede un occhiata a quello che indossava e i suoi occhi si allargarono per la meraviglia. Cioè no... non sentì i suoi occhi allargarsi, ma ebbe l'impressione di volerli allargare. Tutto ciò era strano, non riusciva a capire che cosa gli fosse successo, dove fosse... di chi fossero quegli abiti. Si rese subito conto del perché li sentiva pesanti – indossava qualcosa che somigliava a un'antica armatura. Per meglio dire... una specie di kilt corazzato. Il clangore era dovuto alle frange che ornavano il suo abito e che gli proteggevano la vita, agitandosi a ogni passo. Una tunica molto pesante, blu e oro, gli arrivava fino alle gambe, coperte da spesse calze di lana. Ai piedi indossava stivali di cuoio e, legato alla vita, aveva una specie di stemma raffigurante un leone, giallo e dagli occhi fiammeggianti e criniera fulva.
Notò, con stupore, che si stava dirigendo verso un grande lago... ma dove si trovava? A prima vista il luogo poteva somigliare alla Foresta proibita di Hogwarts... ma in realtà se ne differenziava parecchio. Sentiva insistentemente degli occhi ferini puntati su di lui, ma si costrinse a non pensarci. In fondo... così bardato dubitava che qualche bestia avrebbe potuto ferirlo. Non in quel luogo, oltretutto... si chiese da dove gli fosse venuta quella consapevolezza, e si rese conto di un particolare scioccante – era come se il suo spirito fosse diviso in due spezzoni ben separati. Se una parte di se stesso non aveva idea di dove si trovasse, l'altra sapeva benissimo dove si stesse recando, e perché.
Giunse sulle rive dell'enorme lago. La nebbia aleggiava tutt'intorno, nell'aria, e l'aveva accompagnato per tutta la sua passeggiata nella foresta. Tuttavia, sulle acque di quel lago, essa sembrava ancora più densa, quasi come se volesse celare quelle acque dalla vista degli esseri viventi, come una specie di velo protettivo. Se stesso si fermò, come in attesa di qualcuno, qualcuno che non arrivava... rimase diversi minuti immobile, a guardare la nebbia sfumare i contorni dell'enorme distesa d'acqua, che si allontanava a vista d'occhio senza che gli fosse possibile scorgerne la fine. Poi si avvicinò alla riva, passando un po' di tempo a increspare quelle acque con la mano. All'improvviso, una consapevolezza attraversò il suo cervello, e lo fece sussultare – le sue mani non erano le sue. Com'era possibile?
Si alzò, come spaventato, ma subito dopo si rimise in ginocchio e osservò lo specchio d'acqua. Non si vedeva molto bene... la luna era nascosta dalle nubi ma poté scorgere i contorni di un viso che non gli era noto, e oscurato da uno strano elmo. Ne aveva visti pochi di quel tipo... sembrava di ferro, con una strana decorazione scura a forma di aquila. Notò che portava sul petto, sopra la tunica, un giustacuore di cuoio e, fermato con uno strano spillone ellittico proprio all'altezza del cuore, un lungo mantello corrergli dietro, lungo la schiena.
Dove si trovava? CHI diavolo era?
«Dunque sei venuto,» disse una voce alle sue spalle. Si alzò e si girò per vedere chi avesse parlato ma, con una piccola parte della sua coscienza, seppe che conosceva quella voce, «Accetti la mia sfida, dunque? Oppure hai paura?»
Harry non sapeva se credere ai suoi occhi o meno; di fronte a lui c'era un ragazzo, un ragazzo dai capelli neri, un po' disordinati. Indossava anch'egli una tunica simile a un kilt, ma molto meno decorata di quella che aveva visto se stesso indossare, e stivali di cuoio. La fibbia che legava il suo mantello scuro brillava, alla luce della luna che finalmente era ricomparsa, attraverso le nubi. La casacca che indossava era di una strana tonalità di verde, e il simbolo di un serpente campeggiava sul suo petto, richiamato dalla decorazione che ornava il suo elmo. Sembrava un po' più basso di quanto fosse lui e i capelli, di media lunghezza, incorniciavano un volto che gli sembrava dolorosamente familiare... Chi era? Sembrava non averne idea, ma averla allo stesso tempo, e questo dualismo lo stava facendo impazzire. Voleva chiedergli chi fosse, e prese voce per parlare.
«Non è mia abitudine rifiutare le sfide,» Harry sentì dire a se stesso, anche se la domanda che avrebbe voluto formulare era un'altra. Che significava? Stava per caso avendo una Visione? «tuttavia... non credevo che mi odiassi fino a questo punto. Perché ce l'hai con me, figlio mio?» continuò la sua voce. Quel giovane che lo fronteggiava... era suo figlio? Non ci capiva più niente!
«E me lo chiedi pure... hai il coraggio di chiederlo. Tu ci hai traditi... e il mio compito è sfidarti. E' la ragione per la quale sono quello che sono.» rispose il giovane dai capelli neri. Dove aveva già visto quei capelli? Uh... ma certo, erano come i suoi...
«Se è questo quello che vuoi... avanti, fatti sotto!» disse la sua voce. Sentì se stesso correre con la mano sull'elsa della spada, che teneva al fianco – da quando in qua aveva una spada al fianco? Non se n'era accorto... eppure si rese conto quando la impugnò che era un'arma molto pesante. E molto bella... ma non ebbe il tempo di riflettere: vide se stesso e quello che aveva scoperto essere suo figlio avventarsi l'uno sull'altro e iniziare un combattimento all'ultimo sangue... no, che ci faceva lì? Chi era? Perché si trovava nella testa di questa persona? Lui non c'entrava niente...
E, all'improvviso, lo sentì. La lama della sua spada che affondava nella carne del ragazzo che aveva di fronte, trapassando il giustacuore di cuoio che indossava come protezione. Sia lui che la persona che credeva se stesso allargarono gli occhi, per lo shock e Harry si rese conto, all'improvviso, che se stesso non lo voleva uccidere. Era come se fosse stato il ragazzo stesso a volere la propria morte, a rinunciare alla vita. Poi, la corta lama della spada del ragazzo andò a impiantarsi proprio nel punto dove la casacca protettiva era più sottile... e l'uomo cadde in ginocchio. Sentì fisicamente il duro ferro tagliare la sua carne, ma invece di preoccuparsene, i suoi occhi corsero al volto del figlio.
Riuscì a cogliere solo un guizzo negli occhi scuri del giovane che lo fronteggiava, prima che egli facesse uno scatto all'indietro, estraendo volontariamente entrambe le spade, una dal corpo del padre e una dal suo. Lo vide cadere su se stesso, mentre il sangue si allargava come una macchia d'olio sotto il suo corpo, e anche sul suo stesso corpo... lo percepiva fisicamente, il caldo liquido che colava, a rivoli, lentamente assorbito dal tessuto della sua tunica. Si spaventò, la vista gli si stava annebbiando, i contorni degli alberi e del ragazzo morente che aveva davanti si sfocarono nell'oscurità, il simbolo del leone sul suo emblema si tingeva lentamente del rosso del suo sangue. Non voleva morire. Non lì, non in quel modo.
Raccolse tutte le forze che gli erano rimaste e, ancora con la spada in mano, si allontanò. Ogni passo era un dolore e in quel momento seppe che non ce l'avrebbe fatta. Si accasciò al suolo, in ginocchio, accanto alle rive del lago e ne osservò le acque tranquille, con sofferenza. Vide alcune gocce del suo sangue cadere sulla superficie limpida e pura... e si spostò istintivamente, quasi come se avesse percepito quella contaminazione come un sacrilegio. Aveva dovuto camminare per tornare sulla riva... ma quando si era allontanato dal lago? Ah si... lottando contro il ragazzo erano andati a infilarsi tra i cespugli... i suoi sensi erano come sfocati e sentiva un terribile dolore espandersi, dal petto. Dove il ragazzo l'aveva colpito. Quel dolore... era insopportabile.
*Harry si tirò su di scatto e si guardò intorno. Che cosa... era un sogno quindi? Si mise una mano sulla fronte e perse un momento a riflettere, attentamente.
Stava tremando... ma non era il tipo di brividi che gli prendevano quando un Dissennatore attaccava. Che cosa poteva essere?
'Ho sentito la mia spada penetrare nel corpo di una persona... e quella persona... quegli occhi sbarrati che mi fissavano. Sembravano meravigliati... era mio figlio quello? Ma chi ero io? Dov'ero? Quel ragazzo aveva degli abiti strani, con il simbolo del serpente disegnato sopra... era un Serpeverde?' pensava, massaggiandosi la testa – era decisamente confuso. All'improvviso riuscì a riflettere meglio, e una delle sue mani corse, in cerca di conforto, verso l'altro lato del letto, dove doveva essere Ginny. Ma non ce la trovò...
Harry si girò, gli occhi sgranati, e osservò con meraviglia il lato destro del letto, vuoto. Gli ci volle un attimo perché i ricordi di quant'era successo poco tempo prima tornassero alla sua memoria, assieme alla disperazione, e all'improvviso senso di solitudine. Osservò sul comodino, proprio accanto alla gabbia di Edvige, che l'orologio segnava le tre meno un quarto. Erano passate... quasi due ore da quando erano andati a dormire. Possibile che Ginny non fosse tornata? Ma allora...
'Diceva sul serio?' realizzò mentre il groppo alla gola tornava a torturarlo. Sentiva di nuovo gli occhi pizzicargli... non era normale per lui avere una reazione del genere. Il suo cuore batteva all'impazzata e sentiva un dolore, un bruciore al centro del petto. 'Ginny mi ha davvero lasciato? ' pensò, ancora incredulo.
No, non voleva crederci, non poteva. Prese la sua decisione e, con tutta la risolutezza di cui riuscì a scoprirsi capace, si alzò dal letto. Cercò per terra le pantofole e bestemmiò con se stesso perché non trovava la veste da camera. Edvige, nella sua gabbia, lo osservava con i suoi grandi occhi ambrati, curiosa.
«Non è colpa tua, Edvige...» fece Harry, sbattendo il piede per terra con stizza nel rendersi conto che la sua voce era come spezzata, e roca. Non poteva certo andare a cercarla in quello stato... si costrinse a fare tre o quattro respiri e a calmarsi. Poi, trovata finalmente la veste da camera, la indossò e uscì sul pianerottolo.
'Dove può essere andata...' iniziò a riflettere mentre si guardava intorno. Pensò di andare a vedere se per caso non era in cucina... o per caso da Ron e Hermione? Si chiese. Poi, girando gli occhi nel corridoio, notò che la porta di camera di Draco era mezza aperta. Si diresse, con passi felpati, in quella direzione.
«Insomma, Draco? Saranno cinque minuti buoni che stai girato e non parli. Vuoi continuare?» disse la voce di Ginny, da dentro la stanza. Il cuore di Harry perse un battito, e il ragazzo si affrettò ad appiattirsi contro il muro, accanto alla porta. Che ci faceva Ginny lì dentro? E soprattutto...
'L'ha chiamato Draco?' pensò, più sorpreso che altro.
«N-non è semplice, Ginny...» rispose la voce di Draco. Sembrava come... roca. E l'aveva chiamata... Ginny...
Nota dell’autrice:
Ed eccoci alla fine del capitolo dodici. Penso che finalmente il mistero che aleggia attorno a Marion cominci a dissiparsi, non trovate? Questo capitolo è dedicato a una mia amica che ha detto di rivedere i suoi genitori nel rapporto Draco/Marion. La persona interessata SA di chi sto parlando :-*
Per quanto riguarda il resto... beh... eccovi un'altra visione, come quella del capitolo tre. Questa visione e quell'altra sono collegate, il posto è lo stesso. Posso dirvi solo questo... Chi indovina di chi si tratta vince una caramella
. Suvvia questa volta vi ho dato un sacco di indizi... molti di più dell'altra volta. E lì una persona ha indovinato =) anche se non saprete CHI, finché non sarà chiaro nella storia =) Chi è la persona attraverso gli occhi della quale Harry vede quello che succede? E chi è il ragazzo che lo affronta? =) accetto supposizioni! Sono sicura che questa volta lo capirete!
Che cosa pensate che succederà ora? Harry!Spione... uhm... ma si! Leviamogli finalmente le fette di salame dagli occhi... come dici Harry caro? Fa male? Beh si è vero... la verità può far male... soprattutto in questi casi!
(Aspetta un momento... se Potter sta sentendo quello che diciamo vuol dire che sentirà anche quando parlerò IO? Nd Draco) (Beh, non penso che posso mettermi i tappi alle orecchie in quei momenti Nd Harry) (FARAI BENE A METTERTELI! Sono cose private! Nd Draco) (se tu le vai a dire con la porta semi aperta mica è colpa mia :D Nd Harry) (ma vaff... Hey, autrice, chiudi quella porta! Nd Draco) (assolutamente no... se la chiudo poi Harry non sente niente N di Kagome) (appunto... è proprio quello che voglio Nd Draco) (Mi dispiace, no. Nd Kagome)