L’inizio della storia.
E’ una questione piuttosto problematica, a ben pensarci.
Albert raramente ha detto qualcosa che riguardasse il suo passato dalle Rondini, e meno che mai mi ha parlato della sua vita prima di entrare a far parte della setta.
Comunque.
Proviamo.
Credo di poter dedurre che Albert Roos sia nato nel 2430, o forse poco più avanti, ma poco.
Sicuramente non raggiunge i trent’anni.
Io non gliene darei neanche venticinque, ma, considerando anche le scorie radioattive che hanno strani effetti sull’aspetto fisico delle persone (il mio capo è, o era, un bambino di cinquant’anni), non si può mai dire.
Il fatto però che abbia solo vaghi ricordi del rifugio antiatomico in cui è nato, mi fa pensare che effettivamente i trenta non li abbia raggiunti.
Comunque.
Io di anni ne ho 23, e del rifugio antiatomico del nonno non ricordo niente.
Sono uscita con il terzo scaglione che ero piccolissima.
Forse uno o due anni.
I genitori non li ho mai avuti.
Erano morti nella guerra, combattevano.
Albert Roos, invece, i genitori ce li aveva.
Non ne parla mai, ma allude spesso a loro.
Con un discreto odio.
Dovevano essere proprio dei pezzi di merda, poveretto.
Ma bisogna anche considerare che Albert è tutto strano.
Entrò nella setta delle Rondini che era abbastanza giovane.
Ci entrò guidato dal suo pene, in un certo senso.
Si era innamorato della seconda Rondine superstite, quella con le tette grandi.
Il suo nome è Bayra.
Albert mi ha descritto infinite volte il loro primo incontro.
Lui che lavorava nei campi mentre i genitori lavoravano con gli altri cittadini per la ricostruzione dello Stato e del Sistema Governativo.
Smette un attimo e si stiracchia.
E vede lei, come un raggio di sole bla bla bla.
Abbastanza prevedibile.
Io non amo svenevolezze.
Io non amo niente, in verità, e non odio niente.
Forse, Albert in qualche modo ha captato questo quando mi ha visto.
Forse, ha visto in me la vivificazione della curiosità oggettiva.
Il sommo punto di vista apollineo e perciò infallibile.
Comunque.
Insomma, lui stava lavorando nei campi, assieme agli altri ragazzi.
Io non ho mai lavorato nei campi, mi hanno messo subito a contare i morti per le Assicurazioni.
Ma questa è un’altra storia.
Allora.
Aveva la schiena a pezzi.
Tutt’oggi, Albert è piuttosto magro.
Si rizza su.
E la vede.
Leggera, confusa con il cielo, con la sua tunica azzurrina.
I suoi capelli sono lunghi, castani, dice lui.
Sorride.
Lui ricambia.
Tutto sembra sospeso.
Poi, qualcuno la chiama.
Bayra.
Albert è una persona piuttosto sensibile, anche se a vedere il macello che ho davanti, ed anche gli altri macelli a cui sono stata testimone, non si direbbe.
I genitori non lo cagavano più di tanto.
Anzi, non lo cagavano per niente.
Lo lasciavano a lavorare con gli altri ragazzi.
Più grossi e più cattivi di lui.
Non conosceva il concetto di giustizia.
Ne quello di vendetta.
Quella era la sua vita.
E lui cresceva senza sapere niente.
Comunque.
Io penso che Bayra fosse la prima coetanea che Albert abbia visto.
Ovvio, quindi, che ne fosse rimasto quantomeno turbato.
Ed eccitato.
Perché in lui il timore è sempre accompagnato dalla curiosità.
Le si è avvicinato, mentre lei faceva un cenno a chi la chiamava, ovvero un gruppo di persone vestite come lei.
“Ciao” disse Albert.
Lei non rispose.
“Chi sei?”
“Sono una rondine”
“Oh”
“Sono con alcuni miei confratelli. Ci stiamo dirigendo verso un pezzo di terra che un altro confratello ha trovato”
“Non resti qui?”
“No. Però, tu, se vuoi, puoi venire con me”
Non credo che i genitori di Albert si fossero disperati più di tanto.
Non era facile controllare le cose.
Le persone erano da poco uscite da rifugi antiatomici, andando ad abitare un pianeta ancora non si sa quanto radioattivo.
Si stava cercando di ricostruire una parvenza di organizzazioni statali.
La gente, e specialmente quella giovane, abbandonava la loro casa ogni giorno.
Prendevano le macchine e le moto rimaste e se ne andavano.
Anzi, probabilmente i genitori di Albert saranno stati contenti del fatto che non si fosse portato via la macchina.
Anche la vita all’interno della setta era decisamente dominata da Bayra.
Gli altri non esistevano.
Le altre donne della setta (in tutto saranno stati una decina di membri) erano tutte più vecchie, almeno a sentir lui.
Doveva camminare sulle nuvole, in quel periodo.
Bayra gli era sempre vicinissima.
Lo aiutava, gli insegnava, lo guidava.
Si sentiva accettato per quello che era.
Gli piaceva la setta.
Erano gente tranquilla.
Aveva imparato a leggere e a scrivere.
Lavorava, cantava e pregava.
Era in un mondo a parte.
Ma la cosa più importante che aveva imparato all’interno delle Rondini, quella che veramente aveva sconvolto la sua giovane mente, era che la sua vita aveva uno scopo.
Che lui, Albert Roos, che fino a pochi mesi fa subiva angherie dai ragazzi più grandi, che non sapeva leggere e scrivere e la cui ingenuità rasentava l’idiozia, aveva un posto ben preciso nell’universo e nel Grande Sistema Cosmico, e che senza di lui il suddetto sistema sarebbe crollato in pezzi.
Che responsabilità. Se fosse davvero così credo che la vita sarebbe una cosa davvero insopportabile.
Io credo che noi non contiamo un beneamato cazzo.
Che qualunque cosa facciamo, non importi a nessuno.
E mi piace pensarla così.
Comunque.
All’interno della setta i membri si potevano sposare solo tra di loro.
Anche perché non c’era molta altra scelta.
Alcuni membri si erano già sposati.
Ed avevano anche fatto figli.
Albert voleva Bayra.
La voleva con tutto il cuore.
Il suo posto nell’universo era al fianco di lei.
Albert non poteva e non voleva stare altrove.
Ne parlò con il maestro della setta, che ne parlò con Bayra.
Bayra non aveva niente da obbiettare.
Albert era al colmo della gioia.
Fu fissato il giorno del matrimonio.
Che naturalmente coincise con il giorno del massacro.
I confratelli erano tutti fuori, nel cortile, festanti, gioviali, traboccanti di amore appiccicoso e asfissiante, un amore che puzza molto più del sangue che ho intorno.
Me li vedo davanti, vulcani eruttanti comprensione e gioia condivisa, sempre felici, che vivono di poco perché è più facile.
Se non li avesse uccisi Tai-Pai l’avrei fatto io, dall’alto della mia gioia costante e coatta, che è diventata atarassia indifferente.
Ma questa è un’altra storia.
La mia, o meglio, quella dei miei neuroni modificati.
Magari ve la spiegherò più avanti.
Comunque.
Albert scampò al massacro fingendosi morto.
Si confuse con la massa di cadaveri che lo circondava.
E Tai-Pai si prese Bayra, e le sue grandi tette.
Dopo un comprensibile periodo di shock, qualcosa nella mente di Albert scattò, o si ruppe.
Prese la grande spada del maestro della setta, che serviva per non so quale rito simbolico della cerimonia nuziale.
Si cambiò d’abito, tagliando la tunica, in modo da farla più corta.
Indossò i pantaloni da lavoro.
Si mise ad aspettare.
E mentre aspettava seppelliva.
Prima o poi sarebbe passato qualche viandante a chiedere acqua e cibo.
Qualche viandante con la macchina o la moto.
Successe.
E la terra ospitò un cadavere in più.
E Albert ebbe una nuova macchina.
Prese una direzione, deciso a riprendersi Bayra.
Ed incontrò me. |