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XII

August 2 2003 at 11:08 PM
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Avvoltoi


Response to Parte 3

 

Per la prima volta, Juliana aveva sorpreso Angel.
Lo aveva voluto fin dall’inizio. Riuscire a dire quella frase inaspettata… compiere quell’azione inaspettata… che lo avrebbe finalmente stupito, e che non trovava mai.
Ora c’era riuscita, senza volerlo, con qualcosa che non aveva fatto, e avrebbe dato qualsiasi cosa perché fosse invece una di quelle notti ordinarie in cui non aveva niente di meglio da fare che preoccuparsi di come impressionarlo, piuttosto che della situazione che le aveva permesso di farlo.

Per un attimo, lui l’aveva guardata come se non riuscisse a credere che gli restasse accanto, come se si aspettasse che lo lasciasse subito.
Ma lei non ci aveva neppure pensato.
Non si illudeva di poterlo aiutare. Nessuno di quelli con cui stava costruendo la sua fragile alleanza sarebbe intervenuto, e in due non potevano affrontare con successo tutta quella gente.
Ma tanto, anche a lasciarlo… Sarebbe morta in ogni caso. Lo stesso motivo per cui l’avevano lasciata in pace negli ultimi giorni, li avrebbe spinti ad ucciderla.
Era legata a lui, in bene o in male, e al momento il divorzio non era contemplato.

Dopo, era stata solo attesa.

Attesa di morire, prima.
Essere in pericolo di vita non era una cosa nuova, ma questa volta non era una possibilità, qualcosa che sarebbe o non sarebbe accaduto, la conseguenza incidentale di una sua azione. Questa volta era solo una questione di tempo. Non un ‘se’ ma un ‘quando’.
Aveva paura. A varie intensità.
Si innalzava in picchi di terrore puro, che avevano raggiunto il culmine quando aveva visto Angel cadere, e al pensiero che da un momento all’altro qualcuno potesse distogliere lo sguardo dai due contendenti e accorgersi di lei, e decidere di ucciderla senza aspettare la fine.
… E l’onda decresceva sino ad una specie di demente rassegnazione, che ottundeva la volontà, ma non la paura.

Poi l’attesa era cambiata.
Era diventata quella che Stephan morisse.
Ora c’era sollievo al posto della paura, e anche un’altra cosa, che si nutriva e cresceva nel vedere soffrire tanto la causa della sua paura.
Non in una serie di fitte oscillanti, questa volta, ma un flusso in crescendo per tutte le ore della sua interminabile agonia, e quelle ore le erano sembrate fin troppo brevi.

Un nuovo mutamento, un diverso ordine di attesa, quando Stephan era morto, e avevano lasciato la sala.

Appena rientrato nel suo appartamento, Angel si era spogliato, aveva gettato gli abiti insanguinati in un angolo del pavimento, e si era diretto sotto la doccia, ignorandola come l’aveva ignorata dall’inizio del duello.
Adesso Juliana aveva il bisogno impellente di parlargli, ma era ovvio che lui non le avrebbe dato retta fin quando non si sarebbe ripulito e riposato.
Aveva una gran voglia di fare altrettanto, ma le domande erano prioritarie.
Non le restava altro che aspettare, ancora.
Cominciava a stancarsi.

Si lasciò sprofondare su una poltrona.

L’odore di sangue secco era intenso e irritante, e si sommava all’impazienza per logorarle i nervi.
Ebbe quasi voglia di prendere il mucchio di abiti e andare a gettarli, prima che l’odore impregnasse pareti e oggetti, ma non aveva intenzione di mettersi a pulire una casa altrui.

Andò a spalancare una delle finestre, e uscì sulla terrazza che circondava tre lati dell’appartamento.
Il palazzo era composto da una serie di blocchi di altezze e dimensioni diverse, articolati l’uno con l’altro, e l’alloggio di Angel era una specie di attico che occupava buona parte del piano superiore di uno di essi. Il resto del piano formava la terrazza.
C’erano punti altrettanto alti nel resto dell’edificio, ma nessuno più alto, e nessuno abitato. Erano solo tetti.
Juli si affacciò alla balaustra di pietra scalpellata. Si poteva vedere il mare, e la città illuminata in lontananza, e il giardino interno al di sotto… E al di sopra c’era solo il cielo.
Controllo su tutto, senza essere vicino a niente.
Non era difficile capire perché avesse scelto di vivere qui.

Troppe cose non tornavano, in quello che era accaduto. Cose che non capiva, non solo negli eventi appena trascorsi, ma in tutti quegli ultimi giorni.
Era come se lui non avesse fatto nulla per evitare lo scontro. Anzi, era quasi come se lo avesse fomentato. Aveva lasciato che la rabbia aumentasse, ignorando gli altri, permettendogli di proseguire con i loro intrighi…
Glielo aveva detto persino lei, che stavano preparando qualcosa, e se ne era accorta lei…

Il suono dell’acqua scrosciante continuava. Angel se la prendeva comoda.

Rientrò, irritata con se stessa.
Aspettare era la prima cosa che si imparava. Fondamentale, ma in certe occasioni era difficile applicare la pazienza.
Se fosse stata a caccia, avrebbe potuto aspettare ore, del tutto immobile, e avrebbe goduto dell’attesa. Ora si era innervosita per una decina di minuti.

Accese la playstation che Angel aveva portata a casa da chissà dove qualche settimana prima e che per un po’ aveva affascinato entrambi con la sua novità. Ma era troppo semplice per i loro riflessi e la loro percezione spaziale, e non impegnava abbastanza da essere interessante, e dopo pochi giorni il gioco era stato relegato fra le cose inutili.
Anche adesso, non riuscì a tenerla occupata al punto di monopolizzare la sua attenzione, e lei continuò a rievocare ed analizzare la dinamica del duello, mentre il suo alter ego elettronico volava nei canyons di un pianeta alieno, a distruggere orde di bersagli virtuali.

Finalmente Angel uscì dal bagno.

Storse il naso, e, con gran sollievo di Juli, raccolse i vestiti e li chiuse in un sacchetto di plastica.
Restò a guardare la porta della stanza qualche istante, come se considerasse l’idea di scendere di sotto per liberarsi del sacco, poi lo gettò sulla terrazza.
L’odore continuava a sentirsi, ma, ora che era fuori, era diventato solo una componente dell’ambiente olfattivo, non qualcosa che impestava la casa, e non dava più fastidio.

Juli buttò la console sul letto, e fissò Angel con aria critica.
Sul torace aveva una larga ecchimosi e c’era un’alterazione della temperatura che aveva il suo nucleo al centro del petto e si diramava sul fianco destro, abbastanza consistente da indicare che aveva almeno qualche costola e forse anche lo sterno fratturati.
Era stato fortunato a non riportare lesioni abbastanza gravi da immobilizzarlo durante il combattimento, ma adesso andava tutto bene. L’innalzamento di temperatura corporea era dovuto all’afflusso di sangue e al maggior dispendio metabolico necessario a riparare i danni.
A parte quello, e qualche graffio superficiale sulle braccia, non aveva ferite.
Era stato un combattimento pulito, se si riusciva ad escludere la fine.
Ma era stato anche troppo lungo.

“Hai fatto apposta.” gli disse.
“Sicuro. E’ stato un vero piacere farmi massacrare.”
“Allora perché gli hai permesso di colpirti? Avresti potuto finire la lotta molto prima, vero?”
“Non lo so… Forse.” disse lui, sdraiandosi sul letto con le braccia incrociate sotto la testa.

Juli attese qualche minuto, per vedere se si sarebbe addormentato.
Doveva essere stanchissimo. Era stanca lei, che non era ferita, e non aveva combattuto… Lui doveva essere stremato.
Solo che non lo era per niente. I suoi segnali erano quelli di qualcuno del tutto vigile. E non sembrava neanche troppo infastidito dalle ossa rotte.
Anzi, emanava un senso di rilassata soddisfazione.
La ragazza decise di continuare con le domande.

“Stavi per sconfiggerlo quasi subito. Perché non lo hai fatto?”
“L’ho sconfitto.”
“Non subito. Così gli hai lasciato l’opportunità di essere lui a ucciderti. Era più forte di te.”
“In ogni caso, l’ho sconfitto.”
“Ma se non fossi stato armato…”
“Ma lo ero. E ha funzionato. Io combatto con le armi che ho. E’ il solo modo che conosco.”
Juliana sospirò.
“Con una pistola… Ma come facevi a sapere che ti avrebbe attaccato?”
“Non lo sapevo.”
“Allora… perché eri armato?”
Angel ridacchiò dolcemente.
“Sono un insicuro e le armi mi danno fiducia.”
Si alzò, mettendosi a sedere sul bordo del letto.
“Juliana, credo che avrei potuto ucciderlo subito. Cosa avrei risolto?”
La ragazza scosse la testa, esasperata.
“Almeno non saresti ferito.”
Lui si strinse nelle spalle.
“Questo è quello che avrei ottenuto io. Ma non c’ero solo io, in quella sala. Cosa avrebbero ottenuto, loro?”
Juli lo guardò con aria interrogativa, senza rispondere.
“Gli avrei dato un sistema di riferimento per valutare le mie capacità.” continuò Angel “Avrei ucciso Stephan, e la prossima volta sarebbe stato qualcuno più forte, più veloce… E sono tanti ad essere più forti di me. Che senso ha, affidarsi solo a zanne e artigli, o asce e spade, quando ci sono a disposizione mezzi molto più efficaci? Mezzi che mi hanno permesso, ferito e debole, di essere quello ancora vivo.”
“La pistola?”
Angel scosse la testa.
“L’averla usata.”
“Ma non eri preparato.”
“Si che ero preparato. Altrimenti non sarei qui, ti pare? Ho detto che non sapevo quando mi avrebbe attaccato. Ma prima o poi l’avrebbe fatto. Puoi cercare di prevedere tutti gli eventi, in tutti i modi che ti sembra possibile… e ci sono buone probabilità che andranno nel solo modo in cui non hai pensato.”
Forse era vero, ma Juli aveva l’impressione che le cose erano andate esattamente come aveva voluto. E che si fosse follemente divertito a farle andare in quel modo.
“Capisco. Questa volta sei stato tu l’imprevisto, perché non hai giocato secondo le regole.”
“E quali regole? Quelle che non ho fatto io? Andiamo... le regole le facciamo noi a nostro vantaggio, e le regole che consideriamo inviolabili sono quelle dettate da chi vince. La sola cosa che ho fatto di diverso, è stato non giocare secondo le abitudini.”
La ragazza non sapeva bene cosa dirgli. Che aveva avuto paura? Non vedeva come la cosa avrebbe potuto importargli.
“Ti attaccheranno ancora.” mormorò.
“Certo che lo faranno. Quando gli sarà passata la paura. Quando crederanno di riuscire a capire ogni cosa che potrei fare io. Non è detto che ci arrivino.”
C’erano ancora cose poco chiare, ma Angel non sembrava intenzionato a darle spontaneamente altre spiegazioni, e lei non era sicura di riuscire a fare le domande giuste.
A pensarci bene, non è che poi avesse fatto una cosa così strana. Chiunque sfruttava i vantaggi che il caso e le circostanze offrivano loro. Lo faceva anche lei.
Angel si era limitato a crearsela, la situazione di vantaggio.
“Hai fatto bene.” decise alla fine.
“Grazie per l’approvazione.”
“Dovresti fare la stessa cosa anche a Spike. E’ tuo nemico.”
“Non posso sfidare Spike.”
“Perché?”
“Perché potrebbe essere lui ad uccidere me, e questo vorrei evitarlo.”
“In questi giorni non è tanto in forma.”
“Uccidere un proprio parente ferito da una cacciatrice?”
“Lo hai detto tu che non ci sono regole.”
“Stephan e i suoi mi sarebbero subito saltati alla gola, e avrebbero avuto ragione. Uno capace di fare una cosa simile, di che altro sarebbe capace?”
Vero. Però evitava di dirle che non averlo fatto era stata considerata una debolezza, e li aveva spinti in ogni caso ad attaccarlo. Male per male, avrebbe potuto farla finita in ogni caso. Un nemico di meno di cui preoccuparsi.
E comunque ora avrebbe potuto chiudere il problema Spike in un istante.
Juli non riuscì a trattenere un’espressione di incredula ironia.
“Non è vero. Non è il motivo…”
Angel la afferrò per il collo, sollevandola di peso dalla poltrona.
“Vuoi insegnarmi a gestire la mia vita e la mia famiglia?”

Juli si immobilizzò subito, senza dire niente, né cercare di liberarsi.
Credeva che l’avrebbe lasciata andare subito. Quando si rese conto che invece lui continuava a stringere, e che stava conficcandole le unghie nella carne, cominciò a spaventarsi.

“Mi dispiace.” esclamò.

Lui aumentò la pressione, iniziando a schiacciarle la trachea e i fasci nervosi che rendevano il collo uno dei punti più sensibili del corpo.

“Ti prego… lasciami… mi fai male.”

Non aveva mai alzato le mani su di lei, e non si aspettava che si infuriasse per questo, ma Angel non sembrava per niente infuriato. Sembrava incuriosito, come se stesse osservando qualcosa per la prima volta.
La stessa espressione che aveva mentre guardava Stephan agonizzare. E stringeva.
In pochi istanti le fitte dolorose si estesero dalla gola alla testa e agli arti superiori, intorpidendoli.
A quel punto lei non poteva più reagire neanche volendo. Una stretta simile era in grado di paralizzare, e se avesse premuto solo ancora un poco, le avrebbe fatto perdere conoscenza.

“Scusami…” gemette.

Lui la lasciò andare, con una strana smorfia.
“Non hai ancora perso il vizio di usare quella parola.” mormorò.
La ragazza si sfregò la gola, fissandolo ad occhi sgranati.
Angel le aveva voltato deliberatamente le spalle.
“Vattene.” le disse.

Juliana lo guardò ancora per qualche istante, aspettando che il dolore svanisse del tutto e lei riavesse la padronanza del proprio corpo, poi lasciò la stanza.
La paura stava già passando. Più che altro era stata causata dall’immediatezza di quell’attacco così improvviso e inaspettato, perché in effetti non aveva subito nessun vero danno.
Non aveva troppa importanza neanche che l’avesse allontanata. Era sicura che presto l’avrebbe voluta di nuovo.
Non aveva nessun altro.



    
This message has been edited by solichan on Sep 22, 2003 12:07 AM


 
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