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Capitolo quarto

August 7 2003 at 10:03 PM
  (Login PierrotLeFou)


Response to Albert Roos (racconto originale)

 
I primi giorni di convivenza con Albert furono, comprensibilmente, piuttosto tesi.
Attraversammo il deserto senza dire niente.
Fu un viaggio piuttosto noioso, all’inizio.
Di buono accadde che Launz smise presto di vomitare ad ogni piè sospinto.
Ogni tanto Albert mi parlava, ed io facevo finta di ascoltarlo.
Mi sono accorta, però, da poco, che in realtà lo ascoltavo davvero.
Parlava di Tai-Pai Phuong, delle Rondini e di Bayra.
Parlava in maniera piuttosto confusa.
Ma capivo quello che diceva.
Ascoltava anche Launz.
Ed i rapporti si sono un po’ rilassati.

Albert sorrideva quasi sempre, ed alle Assicurazioni ci avevano insegnato a diffidare di chi sorrideva sempre.
Di solito, dietro il ghigno, c’era sempre la fregatura.
Comunque.
Nell’arco di quattro giorni abbiamo assistito all’omicidio di tre viandanti, il che fa un risultato di quasi uno al giorno.
Questa dieta rafforzò notevolmente lo stomaco di Launz che, come ho già detto, non vomitava quasi più.
Ad ogni morto Albert tagliava le orecchie.
Ed usava i nostri soldi per mangiare nelle varie locande nel deserto.
Mangiavamo anche noi, naturalmente, perché Albert ci voleva in forma.
Launz mangiava meno di tutti.
Ma fu il primo a rivolgere la parola ad Albert.

“Posso chiederle una cosa, signor Roos?”
Albert scoppiò a ridere, una risata piena e calda.
Io non facevo Albert capace di ridere così.
“Albert, Launz. Niente formalismi tra noi”
Launz abbozzò un sorriso perplesso.
“Perché tagli le orecchie alla gente?”
“Già” faccio io.
Launz aveva fatto una buona domanda.
Albert sorrise.
“Vi racconterò una storia”


L’INVASIONE DEI ROSPI

C’era un uomo infelice.
Quest’uomo si alzava ogni mattino infelice, si lavava, si vestiva ed andava al lavoro.
Infelice.
Ad un certo punto la sua infelicità divenne insopportabile e si rivolse ad un medico.
Il medico gli consigliò uno psicanalista.
Lo psicanalista un neurologo.
Il neurologo lo mandò da un santone indiano suo amico.
Questo santone indiano viveva in una colonia di rospi governata da un sommo rospo re e dalla rospa regina.
Il ruolo del santone all’interno della felice ed idilliaca comunità rospesca era quello di spacciare acidi, e rendere così tutto il regno felice.
Di fatto, l’uomo infelice, nel desiderio di imparare dal santone le regole per essere, se non felici, almeno sereni, divenne l’aiuto-spacciatore nonché l’amante della regina rospa.
Attraverso questa relazione l’uomo infelice scoprì che leccando il dorso della sua amante si veniva sballati dal più potente acido mai esistito.
L’uomo si sentì felice e portò tutti i rospi in città, e la gente divenne improvvisamente molto felice, ed anche i rospi, che convivevano con le persone.
Il santone rimase solo nella ex-colonia dei rospi, sovrano di sé stesso e dei suoi acidi, rimpiangendo i seni argentei della sua donna.


Albert sorrideva olimpico.
Mi giro verso Launz.
“Altro che storie. Questo non è pazzo. Ci sta solo prendendo per il culo tutti”
Launz neanche mi sentiva.
Brutto segno.
Comunque.
Si rivolse ad Albert.
“Cosa c’entra questa storia con le orecchie mozzate alle persone?”
Albert continuò a sorridere, superiore a tutto.
Un sorriso da Buddha.
“Non l’ho capita neanche io questa storia” faccio io “non mi sembra che abbia molto senso”
Il sorriso di Albert si fece più grande e più dolce.
“E perché deve averne?”
A questo punto, non so cosa mi prende.
Diventa una questione di principio, questa cosa delle rane drogate.
“Scusami, ma non capisco. Tu dici che tutto ha un senso, che tutto fa parte di un grosso puzzle cosmico. Mi spieghi questa storia dei rospi?”
Launz mi guarda e teme che l’abbia provocato.
Però davvero non la capisco questa storia delle rane drogate.
Davvero.
Sul serio.
Albert, a questo punto, annuisce e chiude gli occhi.
Posso sentire il rumore del suo cervello che pensa.
Apre gli occhi e mi punta la pistola sulla fronte assieme al suo sguardo spiritato.
Io soffoco uno sbadiglio.
“Non mi fai paura. Il mio cervello controbilancia ogni eccesso di ormoni o ferormoni o adrenalina o altre segate del genere con una bella dose di calma.”
Albert stacca la pistola da me e spara al locandiere, che stava correndo a chiamare aiuto.
Stavolta lo ammazza sul colpo.
Che carino.
Mi guarda e sorride.

I neuroni modificati erano la naturale evoluzione degli psicofarmaci.
Si basavano sullo stesso principio.
Il fatto è che la mia famiglia vantava un grande albero genealogico di depressi cronici.
I miei, quando ero appena nata, avevano abbastanza soldi da tentare questa cosa dei neuroni, e la tentarono.
Di fatto ho dei chip dietro le orecchie che governano il comportamento dei miei nervi e dei miei neuroni naturali.
Un Prozac permanente.
Infatti da piccola ero sempre felice ed entusiasta.
Scoppia la prima bomba atomica in un paese lontano che ora non esiste più.
Ci chiudiamo in un rifugio antiatomico e non si sa quando ne potremo uscirne.
Se potremo uscirne.
I miei sono fuori a combattere.
Ci comunicano che mio padre è morto.
Ci comunicano che mia madre è morta.
Il cibo era poco e c’era sempre il rischio che venisse contaminato.
Gli unici contatti che avevamo con il mondo esterno erano quelli con i militari.
Il nonno ha un infarto.
Il cadavere inizia a decomporsi davanti ai miei occhi.
Poi arrivano i soldati e mi portano via.

I soldati dicevano che ero una bimba coraggiosa.
Il fatto è che non ricordavo nulla.
Non ricordo nulla.
Quello che so lo so dai militari.
Perché i miei erano dei loro.
E mio nonno lavorava per le assicurazioni.
I miei neanche li ricordo.
Comunque.
Insomma, ero ragazzetta, la gente cominciava ad uscire dai rifugi e c’erano questi soldati che mi raccontavano la mia vita.
Una storia piuttosto patetica.
Ed io non ero mai stata così brillante.

Albert allarga il suo sorriso e mi prende una mano.
Con l’altra impugna ancora la sua pistola.
“Tu hai il rospo in bocca. Non sai quanto sei fortunata”

See, come no.
Soprattutto perché non c’era nessuno che controllasse lo stato dei chip.
Ci voleva una certa opera di manutenzione.
Infatti i neuroni cominciarono a funzionare male.
Divenni apatica ed indifferente a tutto, se la si vuol vedere dal lato negativo.
Si poteva però anche dire che ho acquistato una costante e innaturale calma zen.
Calma zen o meno, niente mi tocca.
Niente è trascendentale.
Quindi, tutto è ridicolo.
Comunque.

Albert mi stringeva la mano, e mi guardava con gli occhi lucidi.
Ero molto, molto perplessa.
L’altra mano, quella armata, elimina Launz.
Gli spara alla testa.
Anche lui muore senza nemmeno rendersene conto.
Evidentemente, questa mattina Albert si era svegliato di buon umore.
Comunque.
Sorrideva.
Sembrava un bambino.
I suoi occhi traspiravano gioia e fiducia.
“Tu narrerai la mia storia. Il mio viaggio verso la luce”
Indica Launz.
Il suo sangue inonda il tavolo, unito a resti di materia cerebrale.
Povero Launz.
Si accusava sempre di sopravvalutare la sua intelligenza.
Peccato che non potesse vedere che effettivamente di cervello ne aveva proprio tanto.
Comunque.
“Lui non è come noi”
Guarda Launz, quel che resta della sua testa, con comprensione e distacco.
La sua espressione è strana.
Ma poi avrei scoperto che Albert aveva un’intera gamma di espressioni strane.
Comunque.
“No. Lui non è come noi”
“Non era” corressi.
Albert mi guarda con quella espressione strana dipinta nella sua faccia strana.
“Già. Era. Ma ora non ha importanza. Dobbiamo trovare Tai-Pai e…Bayra”
Si stropiccia gli occhi con le mani.
“Stasera ci laveremo e prenderemo qualcosa da mangiare da portare via. Domani continueremo a cercare Tai-Pai”
Il piano confaceva una piega.
Anche perché il locandiere di certo non avrebbe fatto molte storie.
Mi fissa ancora
“Sarà bellissimo”

 
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