Questa storia è venuta fuori da sola dopo il terzo libro della serie. Sarà facile intuire qual'è stato il mio personaggio preferito...

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La storia è autoconclusiva e si svolge dopo il terzo libro.
Non saprei se definirla AU.
Spero vi piaccia.
Ciao
Bad
Era da un po’ che si trovava a Parigi, e gli piaceva.
L’aria del mattino era fresca e frizzante, ed aveva intenzione di fare il turista ancora per un po’.
Se lo poteva permettere.
E gli piacevano i vestiti babbani.
Si era fatto un discreto guardaroba in giro per l’Europa.
Ed aveva un aspetto molto migliore di quando si trovava ad Hogwarts, anche se effettivamente aveva ancora l’aria un po’ patita.
Doveva ancora visitare i paesi nordici e la Romania, terra che lo interessava non poco, ma aveva già deciso che si sarebbe stabilito o nel nord dell’Italia o nel sud della Francia.
Non voleva rinunciare a nessuna delle due nazioni.
In quel momento gli si avvicinò la cameriera.
Era giovane e, anche se non era propriamente carina, aveva comunque un aspetto interessante.
Quello che i babbani chiamavano “un tipo”.
Lui aveva scoperto di essere “un bel tipo”, invece.
“Vuole ordinare?”
“Certamente. Vorrei prendere un cappuccino ed un croissant”
“Vuole un po’ di cioccolato sul cappuccino?”
“Volentieri, grazie”
Aveva scoperto che la sua compita cortesia ed i suoi modi disarmanti avevano un certo ascendente sulle donne, e la cosa lo lusingava.
Ad Hogwarts nessuno se lo era filato più di tanto, né da studente né tanto meno da professore.
A parte per denigrarlo in qualche modo, naturalmente.
Cercò di allontanare il pensiero della scuola di magia, ma non ci riusciva.
Il problema era che ad Hogwarts si entrava immancabilmente in uno schema mentale dal quale era difficilissimo uscire.
Grifondoro, Corvonero, Tassorosso, Serpeverde.
Quando era ancora studente aveva proposto ai suoi amici, scherzando ma non troppo, di abolire la distinzione delle case.
Adesso che era adulto capiva che quella non era una proposta stupida, e si stupiva al pensiero di essere solo lui a capire quanto poteva essere terribile per un bambino essere affidato ad una casa anziché ad un'altra.
Poteva influenzare in modo decisivo la personalità di un bimbo.
Basti pensare a Piton, o Malfoy grande, o Malfoy piccolo, quello che, secondo lui, era più degno di compassione, perché legato ad un doppio ruolo, o Potter, sia il grande che il piccolo anche in quel caso, o Sirius.
O lui, Remus Lupin.
La verità era che, una volta uscito da lì dentro, un Serpeverde poteva dimostrare di valere ben più di mille Grifondoro.
Quasi stava male al pensiero di tutte quelle potenzialità sprecate.
Non ci vuole molto, a cambiare vita, e lui lo sapeva.
Ne stava facendo esperienza in quel periodo.
La cameriera gli portò la sua ordinazione, e gli sorrise. Lui le restituì il sorriso.
“Molte grazie”
Lei arrossì un po’.
“Ascolti” le fece lui “se non ha troppo da fare, permette che le offra qualcosa?”
“Ho giusto cinque minuti di pausa” rispose la ragazza.
“Allora si accomodi”
Si alzò, per scostarle la sedia e farla sedere.
“Un cappuccino e croissant anche per lei?”
“Grazie” rispose la ragazza.
Mentre si allontanava per prenderle da bere e da mangiare la vide con la coda dell’occhio fare dei cenni di vittoria ad una sua collega, che rispose lanciando bacetti e parodiando qualche atteggiamento da innamorata sdolcinata.
Remus sorrise e pagò alla cassa la sua ordinazione e quella della ragazza.
Niente di serio poteva nascere tra loro, ovviamente, a causa dei piccoli problemi che lui aveva una volta al mese.
Vallo a dire ad una potenziale moglie.
Ma insomma, pensò, non si poteva avere tutto, purtroppo, e lui aveva imparato a sopportare la propria condizione e la sofferenza che ne derivava.
Si stradrogava di tranquillanti ogni notte si luna piena.
Il mattino dopo era un po’ intontito, ma era sempre meglio dell’autolesionismo, o dello sbranare qualcuno.
Continuava a sentirsi un po’ solo, ma cercava di sopportare anche questo con pazienza.
E poi non è che ad Hogworts le cose fossero più di tanto diverse.
Sirius, Peter e James gli erano stati vicini come avevano potuto, ma in fondo era sempre stato solo.
Prese cappuccino e croissant e li portò alla ragazza.
Si concentrò su di lei.
Si chiamava François e studiava storia dell’arte all’università. Viveva da sola e lavorava per pagarsi gli studi. Le piaceva andare al cinema e si dilettava di stregoneria.
Remus la trovò divertente e simpatica, e le disse che lui stava viaggiando per l’Europa ma che poi si sarebbe stabilito in Francia o in Italia. Le raccontò che aveva fatto il professore per qualche tempo, ma che ora aveva smesso per motivi di salute. Una volta al mese doveva partire per farsi curare. Anche lui trovava la magia una cosa interessante.
Ad un certo punto vide uscire da un bar qualcuno che gli sembrava di conoscere.
Fu una cosa improvvisa, un flash.
Peter.
Peter Minus.
Razza di ratto di fogna che era divenuto crescendo.
Ed era un Grifondoro.
Un elemento a sostegno della sua teoria sulle case.
Fece finta di gettare un’ occhiata all’orologio e disse che doveva scappare per un colloquio di lavoro.
Le mentì anche dicendole che sarebbe tornato a trovarla.
Lei assentì, ma alla fine non parve crederci troppo.
Meglio così, era dispensato dal doverlo fare davvero.
Lupin seguì Minus per tutto il resto della mattianata.
Era addolorato per lui.
Era triste essere un infame vigliacco, lo aveva sempre pensato.
Nessuno ti rispetta fino in fondo, e forse nemmeno tu ti rispetti.
Si sentiva fortunato, se si confrontava a Peter.
Minus non fece niente di particolare.
Le solite attività da turista svogliato e svagato.
Girava per negozi, guardava, ma non entrava mai.
Non comprava niente.
Forse cercava davvero un modo come un altro per passare il tempo.
Come fanno le persone quando attendono per un appuntamento.
Voldemort?
E perché no?
Era assorto, e faceva finta di contemplare la vetrina di un orrido negozio di souvenir dirimpetto a quello che stava contemplando Minus.
Si chiese perché.
Ancora una volta.
Se lo era chiesto spesso da quella primavera.
Perché Peter si era alleato con Voldemort.
Perché era il più debole, si disse.
Si era anche chiesto spesso perché Voldemort non avesse provato a tentare lui.
Perchè lui non era poi molto più forte.
Si autodefiniva un Lupo Mannaro Disadattato.
Era sempre stato abbastanza infelice.
Aveva anche sospettato che quella di Sirius e James e Peter non fosse amicizia ma compassione.
Pietà.
E lui detestava anche solo pensare a quella parola.
Aiutare chi è più debole ci fa stare meglio.
Ci si sente buoni.
Migliori.
Lo aveva fatto anche lui.
Con Harry, quando gli aveva insegnato l’incantesimo contro i dissennatori.
Con Neville alla sua prima lezione.
La gratitudine era una bella cosa da ricevere.
Chi diceva che uccidere fa sentire potenti non capiva nulla.
Scacciò quei pensieri.
Che diamine.
Sirius e James erano stati i suoi migliori amici.
Gli unici.
Era ingiusto pensare a loro in questi termini.
Concentrò la sua attenzione su Peter, e subito dopo considerò l’idea di lasciarlo in pace.
Ancora Hogwarts, pensò.
Era andato all’estero per rifarsi una vita.
E rifarsi una vita implicava la cancellazione di quella precedente.
Compreso Voldemort.
Però non ce la faceva.
Dannatissimo senso del dovere.
Minus entrò in un altro bar,e si sedette in uno dei tavoli all’aperto.
Remus lo raggiunse e gli si sedette di fronte.
Peter impallidì.
Remus sorrise.
Si avvicinò il cameriere, e Remus ordinò due succhi di frutta.
“Il mondo è piuttosto piccolo”
“Già”
“Credo che dovrei ucciderti. Ti sei trasformato in topo, ti ricordi? Quando sei fuggito”
Peter tossicchiò.
“Sirius è latitante. Magari e qui, e noi non lo sappiamo”
Peter sorrise.
“Tu da solo non sei mai stato capace di niente. Sei un mediocre. Non sei in grado di fare nulla di…
costruttivo. Hai bisogno di ricorrere a Sirius anche per spaventarmi”
“Da che pulpito. Io almeno non ho mai strisciato, Peter…e non mi supplichi più di rispiarmarti?”
“Non è facile liberarsi di Hogwarts, vero, Lunastorta?”
Questa domanda lo colpì in pieno petto.
Ammutolì.
Arrivarono i succhi di frutta.
“Non lo è neanche per me, Remus”
Lupin sorseggiò il suo succo con lentezza. Ne bevve metà bicchiere.
“Siamo legati, Remus. Io cercavo solo di scappare, e l’ho fatto nella maniera più stupida. Non ne potevo più di Silente, e di tutto il resto”
Minus guardò Remus, che pareva ponderare le sue parole.
"Capisci cosa voglio dire?"
Lupin giocherellava con il suo bicchiere, assorto.
Si sentiva in torto.
Di fronte ad un mago che aveva tradito il suo migliore amico.
Che in un certo senso l’aveva ucciso.
Che aveva fatto incolpare l'altro suo migliore amico.
Che aveva fatto una strage.
Ed il suddetto mago stava grottescamente tentando di confonderlo.
Lo sapeva.
Perché una strage rimane una strage, ed un tradimento rimane un tradimento.
Anche se la suddetta strage è stata causata da un animo angosciato come Minus diceva essere il suo.
Tuttavia, Remus si sentì arrogante.
E debole.
Perché anche lui aveva scoperto, in quei mesi, di non amare Silente.
Ed aveva messo in dubbio James e Sirius.
Perché Remus non era del tutto libero.
E forse mai lo sarebbe stato.
Cominciava a sentirsi simile a Peter, e non gli piaceva.
Perché per lui era diverso.
Perché per lui era tutto cristallino, anche se non semplice.
Una strage era una strage.
E non era giusto tradire un amico.
Forse era per questo che Voldemort non aveva tentato di legarlo a sé.
Perché Remus era sempre stato più forte del suo dolore, e del suo stato.
Senza dire niente finì il suo succo, e lo posò sul tavolino.
“Mi dispiace per te” disse a Peter ”Davvero. Non sai quanto”
Se ne andò, senza aggiungere altro.
Era il più compassionevole del gruppo, ad Hogwarts.
Forse anche il più sensibile.
L’unico davvero dispiaciuto per lo scherzo a Piton, anche se alla fine era il più innocente.
E forse non sarebbe mai stato in grado di uccidere Minus.
Né nessun altro.
Beh, pensò, nessuno è perfetto.