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III

August 11 2003 at 10:20 AM
  (Login _Jade_)


Response to Somewhere I belong [Alias]

 
Il Bells of Hell chiude alle tre, e di norma do sempre una mano a rimettere a posto, ma stanotte me la sono svignata. Rod può tuonare quanto gli pare, ma la sottoscritta oggi ne ha avuto abbastanza. Ho dovuto promettergli di invitarlo ad una cena composta da primo, secondo, contorno, dolce e vino. Scroccone.
L’ultimo ricordo coerente della serata, dopo essermi svestita, è la mia mano che apre la porta della mia camera da letto, e i guanciali sul mio letto a due piazze che si avvicinano a gran velocità alla mia faccia.
Il primo ricordo coerente della mattina è Rodrique poggiato allo stipite della porta di camera mia con una tazza di caffè in mano.
Grazie di esistere, Rod.

“Ecco una cosetta che ti rimette al mondo.”

E mi tende la tazza, sedendosi sul letto.
Fantastico ‘sto caffè. La prossima volta che vado da lui devo ricordarmi di fregargliene un sacchetto, lui che se lo fa spedire (sottobanco tra l’altro) da un non ben precisato amico del Sudamerica.

“Dato che progetti un furto con scasso nel mio appartamento, e non negare, conosco quello sguardo, ti ho lasciato un sacchetto di caffè nella credenza.”
“Sei un telepate per caso?”
“Oh, certo. Lo confesso, in realtà mi chiamo Charles Xavier…”
“Ma falla finita!”

Da quando ho traslocato, Rod è l’unica presenza maschile che entra ed esce come gli pare da casa mia, anche perché ha la chiave. Meglio lui in piena notte con due birre e le carte da poker, che qualcun altro, con altre intenzioni, in altre parti del giorno.

“Ok, fuori il rospo. Ieri mi sei sembrata più strana del solito.”
“Più strana del solito?”
“Te l’ho detto, lo sguardo.”

Forse è davvero un telepate.

“Sto progettando di tornarmene a casa per un po’. A Mosca.”
“Frena un secondo. Non sapevo fossi russa.”

Ok, ritiro quello che ho detto. Con tutte le volte che ho inveito in russo al locale credevo lo sospettasse…

“Ho quasi perso l’accento moscovita, ma ti assicuro che in due giorni lo recupero.”
“E dimmi un po’, hai parenti laggiù?”
“Sono tutti morti. Mia madre, mia sorella… tutti.”
“Scusami. E tuo padre? Insomma, lui è americano.”

Sì, come no.

“Bristow non è mica mio padre!”

Mi dà una sorta di felicità dirlo. Jonathan Donahue Bristow non è mio padre.
“Porti il suo nome.”
“Perché mia sorella era figlia sua. Quando è morta ha pensato fosse suo dovere adottarmi.”
“Ma tu non vivevi con lui. Stavi con gli Olsen…”
“La sua idea di paternità nei miei riguardi finiva lì. Mi ha pagato gli studi, mi passa qualcosa ogni mese, ma io preferisco lavorare. I suoi soldi non li vorrei neanche, ma se posso sfruttarlo in qualche modo…”
“Parole sante, sorella.”

Se vuoi sparlare dei parenti, lui è l’ideale. I suoi sono ancora vivi, ma non li frequenta. Dice che gli hanno avvelenato la vita fino a quando lui ha preso e se ne è andato. Non si sono mai disturbati a farlo cercare, e lui di certo non vuole che sappiano dove si trova.

“Allora te ne vai in Russia. Quando, di grazia? Vorrei sapere per quanto tempo perdo la mia barista migliore.”
“Appena possibile. Non ti metto nei guai, vero Rod?”
“Ovvio che mi metti nei guai. Non lo troveresti divertente, altrimenti. Ma vai, fai questo viaggio. Mi pare di capire sia molto importante per te.”

Ritiro di nuovo quello che ho detto. È un telepate.

“Molto.”

I documenti sono ancora nella busta marrone. Ho dato una scorsa veloce al primo foglio, e non ho avuto il coraggio di continuare. Forse partendo questo coraggio lo troverò.
Rodrique si alza e mi comunica che andrà a dormire perlomeno fino alle due del pomeriggio. Aspetto che esca, poi recupero dalla borsa i passaporti falsi. Uno lo è per modo di dire, visto che è russo e porta il nome di Yelena Komenova, mentre l’altro è canadese ed è intestato ad una certa Meredith Cale.
Guardo le fotografie, e mi rendo conto che sono le stesse, leggermente ritoccate, che avevo fatto alla stazione dei treni quando avevo accompagnato Vladimir e Olga che partivano per un viaggio, l’ultimo prima dell’incidente. Chi sarebbe mai andato a pensare che quelle foto gli sarebbero servite per questo…
Tengo in mano il passaporto russo, e mentre chiamo l’aeroporto ripeto tra me e me il nome. Yelena. Carino.
“Aeroporto di Los Angeles?”
“Buongiorno, desidero prenotare un volo.”
“Un momento, prego.”
Parlo con l’addetta alle prenotazioni, e prenoto un posto sul volo Los Angeles – Mosca che fa scalo a Londra. Lo pagherò con i contanti che ho prelevato dalla cassetta.
È Yelena, mica Kathleen quella che se ne va in Russia! Che Jack dica pure quello che gli pare, quando e se si accorgerà della mia scomparsa.
Mischio eccitazione a paura, una miscela che non ho mai provato prima. Una cosa grande.
Sono ancora in tempo a cambiare idea però.
Sarebbe facile.
Non rischierei niente.
Non sono poi così infelice.
Balle. Lo sono eccome. E poi non vedo la tomba di mia madre da una vita. Quella di Lara non so neanche come sia. C’è stato un funerale? Chi c’è stato? Che hanno detto di lei?
Povera Lara. Non meritava di morire a trent’anni. Non così.

A mamma e Lara piacevano le rose. Fresche sarebbero appassite, così ne ho preso sei di seta. Rosse per Irina, e gialle per Lara.
L’eccitazione se n’è andata, ora il mio cuore sta per spaccarsi in due.
A quindici anni mi ero ripromessa di non piangere più per niente e nessuno. Ci sono riuscita bene, ma ora che vada tutto al diavolo. Sento già la prima lacrima che scivola lungo la mascella, e bagna la sciarpa leggera che ho al collo. È la prima, ma ne seguiranno molte altre. Ho come l’impressione che le gambe non possano più sorreggere il mio peso, sento cedere le ginocchia come se fossero di gelatina. Non sono né Kathleen né Yelena in questo momento, sono solo Katarina. E Katarina vuole piangere fino allo sfinimento su quello che resta a ricordo della sua famiglia…

Non so quanto tempo abbia pianto, ma so per certo che quando mi sono asciugata gli occhi, mi sono resa conto di uno sguardo puntato su di me da parecchi minuti.
Non avrei dovuto alzare lo sguardo.
Non avrei visto quegli occhi.
Quei glaciali occhi azzurri che mi fissavano come… non so, come un uccello fissa la preda. O qualcosa di molto simile.
Non sono tipo da abbassare lo sguardo, ma con lui l’ho fatto. Solo un secondo, e quando ho rialzato gli occhi era sparito, come svanito nel nulla.
Mentre ritorno a casa inizio a rimettere insieme, come in un puzzle, l’aspetto del ragazzo. Oltre a quegli occhi azzurri, lo sconosciuto ha capelli chiari e corti, corporatura media, è alto almeno una spanna più di me, e anche lui era vestito di nero e doveva avere qualcuno di defunto nella sua vita.
Le probabilità di incontrarlo di nuovo non sono certamente a mio favore. Fossi venuta per restare, ora mi starei mangiando le mani.
Per quanto mi scocci ammetterlo, Katarina Derevko non ha una vita. È sparita nel nulla che era solo una bambina, non ha niente che testimoni la sua crescita, o il semplice fatto di essere viva. Anzi, mi sorprende che i servizi segreti ci abbiano solo fatto sparire e non morire. È Kathleen Bristow quella che ha il background più completo, dal finto certificato di nascita in poi. Kathleen ha una carriera nella Scientifica, amici. Una vita, insomma. Con un po’ di alti e bassi, ma pur sempre una vita.

 
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