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Parte Quarta

August 29 2003 at 11:55 AM
  (Login Silea)


Response to Di sogni e di segreti

 



Inghilterra, Cornovaglia.




Il tecnico nella sala controllo cominciò a cercare una frequenza libera su cui trasmettere con la squadra di sorveglianza che stava per montare in servizio. Il loro addetto alle comunicazione attendeva, impaziente ma rassegnato, oltre la porta a vetri che isolava il centro controllo dalle altre stanze.
Il protocollo di sicurezza lo obbligava a scegliere ogni volta una frequenza diversa su cui trasmettere, in modo da rendere più difficili le già improbabili intercettazioni. Anche ritenendo del tutto inutile la procedura, Matt la eseguiva sempre con il massimo scrupolo per il solo fatto che faceva parte del protocollo. Così gli era stato insegnato e così faceva. Sempre attenersi al protocollo.
Oggi aveva deciso di adoperare una delle frequenze meno utilizzate in assoluto, quelle quasi al limite dello spettro. Di tanto in tanto lo faceva, più che altro per noia, che per rendere più difficili le intercettazioni. Usare quelle o qualsiasi altra era fondamentalmente uguale.
Saltando di canale in canale gli sembrò di notarne uno già usato. Incuriosito, controllò quale squadra lo stesse usando, il tecnico del precedente turno non lo aveva avvertito della scelta, ne l’aveva annotata sul blocco di verifica. Non che dovesse farlo, ma in genere scelte simili si riferivano giusto per fare due chiacchiere. Forse James era semplicemente stato troppo stanco per ricordarsene, o per voler parlare. Dio sapeva se quei turni da otto ore erano massacranti. Facendo volare le mani sulla tastiera grazie alla sua esperienza, Matt stava per essere nominato capo tecnico del turno di notte, fece rapidi controlli.
Nessuna squadra stava usando il canale.
Eppure il segnale delle due trasmittenti sintonizzate proveniva dall’interno dell’edificio. Che si trattasse di un collegamento non autorizzato? Era assurdo solo ipotizzarlo, non ci sarebbero stati motivi per fare una cosa simile.
Rimaneva quindi una sola possibilità.





Faith si sentiva leggermente nervosa, aspettandosi qualcosa quando nulla accadeva da più di un’ora, continuando ad essere costretta alla quasi completa immobilità senza null’altro da fare che continuare a sorvegliare la zona circostante.
Sarebbe stato il momento ideale per accendersi una sigaretta se non fosse stato per tre ottimi motivi: Primo, fumare l’avrebbe distratta; secondo, lei non fumava; terzo, c’erano dei simpatici commando che si dirigevano verso di lei. E non sembravano avere intenzioni pacifiche.
Li individuò non appena entrarono nel suo campo visivo. Di tanto in tanto tra i rami e le foglie del bosco che la circondava vedeva delle macchie nere che non erano affatto ombre. Contò due gruppi di persone, in totale cinque uomini, che cercavano di accerchiarla, evidentemente per spingerla verso il palazzo stesso, dove, con ogni probabilità, la stavano aspettando altri addetti alla sicurezza.
Rimanendo un attimo ancora in cima all’albero, Faith li studiò per qualche secondo mentre decideva quale dei due gruppi attaccare per primo. In capo a dieci secondi si sarebbero trovati a meno di cinquanta metri da lei. Si stavano muovendo molto bene e velocemente, senza provocare ancora alcun rumore percettibile. Con un po’ di fortuna avrebbero anche potuto coglierla di sorpresa.
Non era una semplice perlustrazione, quegli uomini si muovevano guardinghi attenti a coprirsi sempre a vicenda, senza mai distrarsi, in attesa di uno scontro che dovevano immaginare essere imminente. Erano a caccia, indubbiamente erano a caccia, peccato per loro che oggi Faith non avesse voglia di giocare alla preda.
La cacciatrice, anche se felice che ci fosse finalmente qualcosa da fare, non poté fare a meno di notare che entrambe le due squadre sembravano sapere dove si trovava lei, con una buona approssimazione. Le si stavano dirigendo direttamente contro, e non aveva l’aria di essere una cosa casuale.
Dovevano averla rintracciata. E c’era un unico modo per cui potevano averlo fatto, la trasmittente.
Quando aveva deciso di portarla Faith sapeva che sarebbe stato un possibile pericolo ma aveva sperato nella sua buona stella. Che evidentemente oggi si era eclissata.
Senza perdere tempo ad imprecare contro la sfortuna, la cacciatrice decise di andare incontro al gruppo più numeroso, quello che si stava avvicinando da destra. Tolti loro avrebbe sistemato gli ultimi due con calma.
Scese con un salto dall’albero e scomparve nel sottobosco, mimetizzandosi fra le ombre, cominciando a dirigersi verso di loro lungo un leggero arco in modo da raggiungerli ad un fianco e coglierli di sorpresa.
Le bastò poco meno di un minuto, in quella che poteva essere detta una corsa leggera, alla massima velocità che Faith poteva raggiungere senza fare il benché minimo rumore, per raggiungere i commando, certa di non essere stata individuata.
Prima ancora di vederli li sentì. Per quanto fossero bravi, i loro stivali, calpestando le foglie secche e gli arbusti sparsi al suolo, producevano un rumore ben riconoscibile. Faith, nascosta nell’ombra di uno dei tronchi appena dietro la prima fila di alberi rispetto al sentiero che stavano percorrendo, li osservò da vicino per qualche secondo, studiando una tattica efficace per toglierli di mezzo tutti e tre senza dare loro la possibilità di richiamare l’attenzione degli altri due. Possibilmente avrebbe evitato di ucciderli. Stavano solo facendo il loro lavoro in fondo e dalla loro morte sarebbero venuti solo guai.
I commando si muovevano con tranquilla attenzione, i mitra stretti nelle mani, l’indice pronto sul grilletto. Erano disposti in una formazione a cuneo, la punta in avanti, ad aprire la strada. Un buona disposizione per evitare di essere colti di sorpresa. Sarebbe stato difficile toglierli di mezzo tutti senza dar loro la possibilità di dare l’allarme. Con una scrollata di spalle mentale Faith uscì dal cono d’ombra in cui era appostata. Inutile pensare a come sarebbe potuto essere altrimenti, aveva quelle carte e avrebbe giocato con quelle al meglio. Come sempre.
Senza fare rumore, sfilò il coltello da lancio dalla custodia che portava fissata alla coscia sinistra. Lo prese per la lama, soppesandolo inconsciamente mentre cambiava la presa delle dita, abituandosi al peso e alla posizione del centro di equilibrio, era una buona arma, perfettamente bilanciata, l’acciaio tagliente come un rasoio. Le bastarono pochi istanti e fu pronta a lanciarlo con precisione millimetrica, come se quel coltello le appartenesse da sempre.
Tenendosi pronta a tirarlo, impugnò con la sinistra una delle pistole. Poi continuò ad avvicinarsi ai commando da dietro, con passi felpati, dirigendosi verso quello sulla sua destra, il più vicino a lei della coppia in retroguardia.





Era arrivata alla fine della vita della madre. Una riga. Morta durante l’incarico più prestigioso che poteva ottenere. Da quello che aveva potuto leggere finora era chiaro che la madre era stata praticamente esiliata a Boston a causa di una lotta di potere. Da quanto aveva letto, dopo alcuni tranquilli anni passati alla sezione ricerca e sviluppo, Catherine era stata trasferita alla branca psicologica dell’addestramento. Lì si era opposta a dei progetti molto importanti, sostenuti dall’allora vicedirettore ai progetti speciali Travers, come riportava una nota di una sua denuncia. Pochi mesi dopo fu accusata di abuso di potere. Era stata messa sotto processo, minacciata di radiazione dall’ordine degli osservatori.
Durante il procedimento, Marlin, supervisore della zona americana, l’aveva voluta come sua diretta collaboratrice nella zona di Boston. Una specie di esilio. E lì in qualche modo era riuscita dopo anni di impeccabile lavoro, cadute tutte le accuse nel dimenticatoio, ad essere assegnata all’addestramento di una cacciatrice.
Poi c’era stata la sua morte.
Miss Parker chiuse il libro e fissò il vuoto per qualche secondo. Poi aprì il secondo, l’Indice dei Diari degli Osservatori. Lo scorse velocemente più per non tralasciare nulla, che sperando veramente di trovare qualcosa. Arrivata al nome di Catherine Parker notò un’incongruenza. C’erano segnati due Diari a suo nome. A fianco del secondo una nota che diceva “scomparso”.
Incuriosita Miss Parker si alzò dalla sedia e tornò nella sala privata. Salì sulla scala, che era rimasta dove l’aveva lasciata lei prima, e notò che sullo scaffale lo spazio vuoto per il secondo diario della madre non era stato lasciato. Scomparso significava perso, distrutto, inesistente o cosa?
Scese dalla scala a pioli, dirigendosi di nuovo verso il tavolo dove aveva lasciato libri e valigetta. Ora tutto quello di cui aveva bisogno era una fotocopiatrice. Avrebbe fatto copie delle pagine essenziali dei volumi consultati per poi rimetterli a posto.
Aveva notato una fotocopiatrice una in una piccola stanzetta sulla destra, poco oltre la macchinetta del caffè dove era andata un mezz’ora prima. L’apparecchiatura era perfettamente funzionante come aveva constatato.
In quel momento, mentre raccoglieva in fretta le sue cose Miss Parker vide con la coda dell’occhio un uomo vestito di scuro, ma non in giacca e cravatta, avvicinarsi verso di lei. Merda, dovevano averla scoperta. Quello che si stava avvicinando aveva tutta l’aria dell’addetto alla sicurezza. Fingendo di non averlo notato Parker continuò a sistemare le proprie carte all’interno della ventiquattrore, chiudendola poi con uno scatto secco delle due serrature gemelle quando ormai l’altro era praticamente arrivato.
L’uomo si fermò di fronte a lei studiandola appena per un secondo.
-Mi segua.
-Scusi, cosa sta succedendo? Non capisco cosa possa volere da me.
Chiese ingenuamente l’americana. L’altro rispose con tono stanco.
-Mi segua, è un ordine.
Accennando ad un si con la testa, Miss Parker afferrò la maniglia della valigetta. L’uomo fece per voltarsi per farle strada.
A metà della torsione fu colpito violentemente dallo spigolo in acciaio lucido della ventiquattro ore, appena sotto il mento. La testa gli scattò all’indietro sbilanciandolo ed intorpidendone le reazioni. Parker, approfittando del vantaggio, gli diede un calcio allo stomaco, facendolo piegare dal dolore, per poi colpirlo una seconda volta alla testa, alla tempia, facendolo svenire.
Respirando affannosamente e sorvegliando la guardia stesa a terra, Miss Parker attivò la ricetrasmittente per comunicare le novità a Faith.
-Copertura saltata.
La risposta fu immediata, di sottofondo alle parole calme della cacciatrice però, Parker poteva anche sentire i rumori di lotta.
-Trasmissione radio compromessa e localizzata. Ci vediamo al punto di raccolta, chiudo.
Merda, questo non se lo erano aspettate. Non avevano immaginato che rintracciassero tutti i segnali radio della zona. Con un moto di stizza Miss Parker si tolse l’apparecchiatura e la gettò a terra, schiacciandola con il tacco della scarpa.
Poi, afferrata la valigetta e i due libri più interessanti si chinò sulla guardia svenuta. Lo perquisì rapidamente prendendo a “prestito” la pistola dell’uomo. Riposta l’arma nella cintura dei pantaloni si allontanò dalla guardia verso la fotocopiatrice cominciando a pensare ad un altro piano.





La soluzione di dividere la propria squadra in due gruppi in modo da accerchiare gli intrusi, ed evitarne infiltrazioni o fughe, era stata la migliore risposta, dal punto di vista tattico, che Regan potesse adottare.
I suoi uomini conoscevano il terreno ed avevano dalla loro il fattore sorpresa, inoltre lui era stato chiaro sul fatto di mantenere formazioni difensive fino al raggiungimento del contatto con gli avversari.
Lo stesso Regan, in squadra con Michel, il nuovo acquisto del suo gruppo, si stava avvicinando all’obbiettivo cautamente. Camminavano affiancati ma separati da un paio di metri, comunque sempre in contatto visivo, una delle migliori formazioni difensive.
Eppure l’ex seal non si sentiva a proprio agio a camminare in quel boschetto, che pure aveva attraversato, di pattuglia o non, decine se non centinaia di volte. Gli alberi alti e frondosi, ed il rado sottobosco, tanto dissimile a quello delle molte giungle che aveva visto, sempre così tranquillo, era inquietante. Come se ci fosse qualcosa di diverso. Qualcosa che non capiva, che lo metteva a disagio.
Continuando a guidare l’avanzata con movimenti agili, affinati ed ormai automatici dopo tanti anni di addestramenti e scontri, esaminando il terreno circostante di riflesso, lasciando che le informazioni filtrassero liberamente attraverso i suoi nervi, continuando a seguire il corso dei suoi pensieri senza paura di essere sorpreso.
Regan stava cercando di razionalizzare le proprie paure, di capire cosa lo stesse terrorizzando. No, niente lo terrorizzava. Niente lo terrorizzava. Ed allora cos’era quel brivido lungo la schiena? Lui non era terrificato, aveva paura, si, ma c’era sicuramente un motivo, e la paura ti aiuta a sopravvivere, se la sai usare.
Le ombre. Quelle pozze scure nelle quali non riusciva a vedere praticamente nulla. La sua vista non riusciva ad abituarsi a quella penombra, non con quel sole accecante che aveva deciso di splendere oggi. Erano così simili.
Così simili al buio di quella notte.
Quando non riusciva a vedere niente, non vedeva niente, riusciva solo a sentire. Sentire rumori che non c’erano, di cose che non erano mai esistite. E che avevano ucciso otto dei suoi dieci compagni.
Regan fece un respiro profondo. Doveva calmarsi. Non era più lì. Quello era un altro luogo, in un altro tempo. Lontano da lì. Di diecimila miglia e dieci anni. Si immobilizzò per un istante ad ascoltare il fruscio sommesso della trasmittente posizionata nel suo orecchio, gli era sembrato di sentire un clic nella trasmissione. Non ci sarebbe dovuto essere. Aveva ordinato il silenzio radio fino a che la prima squadra non avesse stabilito un contatto con il nemico.
Scrollò mentalmente le spalle e proseguì a camminare. I suoi pensieri si fecero silenziosi e lui ricadde in uno stato di passiva vigilanza.
Un rumore alla sua sinistra.
Rapido, senza pensarci, Regan si accucciò e puntò il suo mitra verso l’origine di quel suono, che individuò in una pozza di ombra a meno di due metri da lui. Un rumore di legno spezzato. Non c’era niente. Non aveva visto niente. Neanche un riflesso od un movimento. Forse era stato un ramoscello calpestato, oppure un rametto rotto da uno dei tanti scoiattoli del parco.
Si rialzò e ricominciò a camminare. Rilasciò per un istante l’indice della mano destra dal grilletto. Si sentiva le dita irrigidite ed il palmo sudato all’interno del guanto che portava. Si girò a guardare il suo compagno.
Il ragazzo si muoveva bene, attento e preciso. Stava imparando rapidamente.
Un altro rumore, più lontano stavolta. Quasi dritto davanti a lui ma oltre la diretta visuale. Un controllo.
Niente.
Era stato così anche quella volta. Falsi allarmi, decine di falsi allarmi. Aveva visto, sentito, i suoi compagni irrigidirsi alla ricerca di un bersaglio, senza mai trovare niente. Era come dare la caccia alle ombre. Forse era stato dare la caccia ad Ombre.
Poi uno di loro era caduto. Un coltello alla gola. Morto all’istante. Si erano innervositi. Nessuno aveva visto né sentito niente. E questo non era concepibile, al di là della morte stessa del loro capo squadra, un veterano con più di quindici anni di esperienza.
Quella notte, quella notte aveva provato il terrore puro, per la prima ed unica volta nella sua vita. No, non unica. Anche oggi era terrorizzato.
Quasi come se fosse un osservatore esterno si rese conto del suo respiro alterato, veloce e superficiale, il battito cardiaco che gli rimbombava nelle orecchie come un tamburo, il suo sguardo che si muoveva frenetico lungo tutto l’arco del suo orizzonte, non più metodico. Doveva calmarsi. Un respiro profondo, poi un altro. Andava meglio.
Si girò per guardare in faccia il francese che oggi, oggi, non allora, non c’era più allora, faceva squadra con lui. Voleva vedere un volto amico, occhi rassicuranti che conosceva.
Il ragazzo era in una di quelle zone d’ombra. Un attimo e ne sarebbe uscito. Le fronde degli alberi cominciarono a muoversi a causa di una leggera brezza. Un raggio di sole penetrò fra lo schermo di foglie e lo accecò completamente per un istante.
Troppa luce, ed il risultato era uguale a come se non ce ne fosse.
I suoi occhi lavorarono freneticamente per rimettersi a fuoco, per notare la sagoma familiare uscire da quella zona d’ombra.
Due.
Erano due le sagome.
Ne rimase una sola, l’altra era scomparsa. Uno scherzo della vista, probabilmente aveva visto sfocato per un attimo e gli era sembrato di scorgere due figure al posto di una.
Eppure qualcosa non andava. Quella sagoma era troppo esile e bassa per essere quella di Michel.
Regan strinse il grilletto pronto a sparare.
Ma il suo mitra non fece mai fuoco.
Il seal era a terra, senza vita, ucciso all’istante, dal proiettile di pistola che lo aveva colpito al centro della fronte.





Aveva finito di fare le fotocopie della Cronaca in tempo record, le mancavano quelle del Diario. Miss Parker prese il libro tra le mani e cominciò a sfogliarlo rapidamente, alla ricerca di ciò che le interessava. Prima non aveva avuto tempo di controllarlo, né di leggerlo, di scegliere quali parte fotocopiare, ed ora avrebbe dovuto fare tutto di corsa. Guardò di nuovo il suo orologio e poi oltre la porta lasciata aperta. Erano già passati tre minuti da quando aveva steso la guardia. I suoi compari non dovevano essere lontani. Doveva sbrigarsi, ed ora che non aveva neanche più il contatto con Faith, non poteva che contare su se stessa. Non che la cosa la disturbasse, ma la verità era che si trovava in serio pericolo e lei si voleva togliere da quella situazione il più in fretta possibile.
Sfogliando le pagine del Diario si accorse che erano state scritte a mano. La calligrafia era ordinata e minuta, a tratti difficile da leggere a causa della grandezza ma sempre elegante. Quando la riconobbe ebbe un tuffo al cuore.
Quelle pagine erano state scritte tutte dalla madre.
Naturalmente non era di per sé sorprendente, era il suo diario, ma ultimamente Parker aveva cominciato a sentire di nuovo la mancanza della madre e si accorse che per lei, avere qualcosa scritto dalla madre, valeva molto.
Quel libro valeva molto.
E sarebbe stata pronta a pagare molto per averlo.
Ancora indecisa sul da farsi Miss Parker sentì il rumore di una serie passi provenire dal fondo del corridoio. Qualcuno stava correndo nella sua direzione. Senza pensare, Parker estrasse la pistola e si appiattì contro la parete, vicino alla porta, l’indice della mano destra sul grilletto.
I passi, avvicinandosi, rallentavano. Ora la persona in corridoio stava camminando lentamente, probabilmente con circospezione. Miss Parker trattenne il fiato mentre faceva scattare la sicura della pistola. A chiunque fosse nel corridoio occorsero pochi altri secondi per raggiungere la stanza della fotocopiatrice e superarla senza degnarla di un’occhiata.
Troncando a metà il sospiro di sollievo, il cuore di Miss Parker prese a battere come un tamburo, mentre la donna si accorgeva di aver lasciato la fotocopiatrice accesa. E l’infernale macchina aveva appena deciso di lanciare lunghi e striduli bip per segnalare chissà cosa. Sembrava una bomba ad orologeria sul punto di esplodere.
L’effetto, per quanto riguardava la salute di Miss Parker, era lo stesso.
I passi, che avevano appena superato la stanzetta, si fermarono un istante, poi tornarono indietro.
Un attimo dopo una figura scura superò la porta puntando quella che aveva tutta l’aria di essere una pistola, verso la fotocopiatrice. Gli striduli bip continuavano ad intervalli regolari, attirando l’attenzione del nuovo arrivato sulla macchina stessa e sui libri poggiati lì sopra.
Parker non poteva permettersi che l’altro si muovesse ed agire di conseguenza alle azioni dell’individuo, non aveva tempo. Imprecando tra sé per la sfortuna che le era capitata tra capo e collo, ma naturalmente l’operazione non poteva filare liscia, sarebbe stato troppo bello, fece l’unica cosa possibile nella situazione. Anticipò le reazioni della guardia.
Aspettò un altro attimo che l’uomo, alto e massiccio, la superasse completamente, dandole le spalle, per poi sparargli un singolo colpo alla scapola destra. Il rumore dello sparo si propagò dalla piccola saletta all’immensa biblioteca dando vita ad interminabili echi. “Addio al silenzio ed alla speranza di non essere rintracciabile” sibilò nella sua mente Parker.
Sentendo il dolore quasi prima di rendersi conto del fatto che gli avessero sparato, la guardia si strinse la spalla ferita, lasciando cadere a terra, di riflesso, la pistola. Compiendo quasi senza pensare un giro su di sé, si trovò ad affrontare faccia a faccia Parker, che aveva ancora la pistola puntata contro di lui.
La donna lo squadrò freddamente prima di ordinargli di mettersi faccia al muro. L’addetto alla sorveglianza parve pensarci per un po’ prima di acconsentire. Aveva velocemente stimato che a causa della distanza dall’arma che lo minacciava ed il fatto che era ferito, ritrovandosi un braccio inutilizzabile, non avrebbe avuto alcuna possibilità di successo se avesse reagito.
Una volta che l’uomo fu faccia al muro con entrambe le mani in vista, Parker gli si avvicinò quanto bastava per dargli un deciso colpo in testa con il calcio della pistola, senza correre rischi inutili perdendo tempo a cercare qualcosa per immobilizzarlo. L’altro cadde a terra svenuto.
Il tempo.
Era quello il fattore critico di Parker.
Certo, Faith avrebbe attirato su di sé la maggior parte delle guardie, ma la maggior parte non sono tutte, e Parker doveva ancora trovare un modo per uscire di qui. Passare dall’ingresso principale non sarebbe stato salutare, doveva trovare un metodo alternativo. Un palazzo grande come questo doveva avere uscite secondarie. In sottofondo si sentivano ancora i fastidiosi bip della fotocopiatrice, ma il rumore non era registrato coscientemente dall’americana.
Dando le spalle alla guardia svenuta, la donna raccolse la pistola a terra, dello stesso tipo che aveva lei, e ne sfilò rapidamente il caricatore, forse un maggior numero di colpi a disposizione le avrebbe fatto comodo dopo, poi la gettò con noncuranza dall’altra parte della stanza. Stridendo lungo il pavimento di marmo l’arma si fermò contro la parete con un clangore metallico.
In un solo attimo Parker fu alla fotocopiatrice. Spense l’interruttore generale facendola finalmente tacere, poi raccolse velocemente i fogli stampati infilandoli nella sua valigetta assieme al Diario della madre, abbandonando le Cronache sul piano.
Aveva appena deciso di non lasciarsi niente di importante dietro, ed al diavolo le precauzioni che avevano deciso di seguire assieme a Faith.
Avrebbe affrontato le conseguenze dopo.
Con la valigetta stretta contro di sé e la pistola nascosta dietro, pronta ad essere usata di nuovo, Parker cominciò a correre lungo il corridoio alla ricerca di un’uscita.
Il tempo scorreva.





 
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