La stanza era rischiarata solo da quella calda penombra che tanto piaceva al vecchio, avvizzito ma sempre ritto e fiero, seduto rigidamente su quella avrebbe dovuto essere una comoda poltrona di broccato ma di cui certamente la figura non poteva apprezzarne lo sfarzo.
Questo perché la lunga lama della spada gli trapassava il petto, inchiodandolo allo schienale in quella posizione così innaturale, posizione che pure soleva assumere abitualmente.
Lui sorrise, impercettibilmente, la mente già protesa verso il successivo obiettivo, l’ omicidio del fratello, necessario per consolidare il suo potere. Era un inetto troppo giovane, che neppure sarebbe parso degno di comandare un casato di tradizione ed influenza molto minore, ciò nonostante sarebbe apparso a tutti un capo migliore di lui, quantomeno più socialmente accettabile.
La fama di parricida avrebbe senz’ altro macchiato il suo nome, ma non se ne curava, un’ infamia ben più grave, benché gli apparisse incomprensibile, gravava su di lui: il suo addestramento come ipth, la cui traduzione più corrente in lingua comune sarebbe stata “assassino” ma a cui aveva sempre preferito altri termini tra cui ombra, infiltrato, spettro, spia.
Certo non vi erano prove, né d’altronde vi era nulla più di una consuetudine a discriminare all’ interno della loro società gli ipth, nessuna legge a vietare loro l’ accesso alle alte cariche, nonostante ciò una tradizione centenaria si esprimeva negativamente contro di loro.
Il vecchio non se n’ era curato, quando aveva deciso di farlo addestrare: voleva semplicemente un agente fidato, che riunisse le doti organizzative dei nobili di alto rango, quelle dei guerrieri e dei maestri d’ arme, a quelle, insostituibili, degli ipth, di cui, come del resto tutti i nobili, riteneva di non potersi fidare.
Era stato dunque predestinato a questo compito e poco gli importava che i suoi diritti di primogenitura sul casato fossero in tal modo pregiudicati dato che nessun nobile avrebbe mai seguito volontariamente un reietto ipth e poco servì cercare di tenerlo nascosto quando in ogni compito affidatogli era celata una minaccia superabile solo con il pieno uso delle sue doti. Le voci erano girate ben presto, privando il giovane rampollo di ogni stima, e scavando un profondo risentimento nel suo animo.
La soluzione era così semplice.
Suo padre era protetto dal complotto, ma non contro le sue infinite risorse.
Del resto non gli avevano forse sempre insegnato a rimuovere ogni ostacolo dalla sua strada? Lo aveva fatto suo padre ed i nobili precettori a cui era stato affidato, individui che lo avevano istruito sul corretto modo d’ agire in una società estremamente complessa e competitiva. Raramente la soluzione più semplice è la più corretta, gli avevano detto, ma spesso cela un tranello.
Era vero, certamente. Eppure gli ipth gli avevano svelato l’ intrinseca falsità di quella convinzione. Il modo di fare dei nobili, tremendamente contorto e imprevedibile, offriva sì una solida protezione, ma finiva per ingabbiare le loro forze all’ interno di intricata rete di favori, influenze, e giochi politici.
La soluzione degli ipth invece era semplice e geniale. Non pensavano a muoversi nella rete, ma attraverso. Non cercavano di districarsi fra i molteplici legami di convenienza, ma si limitavano a reciderli, sempre senza esporsi in primo piano.
Loro erano ipth, privi di influenza, privi di potere potere politico, anonimi, sconosciuti e misteriosi. Il loro unico lascito erano le loro capacità, la loro unica ricchezza le loro doti.
Ora suo padre era morto e…
Aspetta… cosa stava accadendo?
Il mondo girava e turbinava, perdendo di consistenza.
Dominus, questo era il nome con cui era più facilmente conosciuto gridò, perché pur non comprendendo sapeva.
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Si risvegliò poco dopo dato che il sole asfittico che aveva caratterizzato quella giornata non si era spostato di molto nel cielo. Si guardò attorno, capendo finalmente perché il bandito era fuggito. Evidentemente si era trascinato più avanti di quanto non pensasse, arrivando molto vicino a lui, visto che le sue tracce terminavano a meno di due metri da dove era stata abbandonata la balestra scarica.
Si rimise faticosamente in marcia, pur barcollando paurosamente. L’ umano poteva tornare, magari con dei complici, o forse addirittura con delle guardie se lo avessero dipinto come una creatura caotica.
Cosa che in fondo, pensò con ripugnanza, poteva anche essere vera.
Faticosamente portò un piede davanti all’ altro, avvertendo tutto il peso inesorabile del sogno da cui si era destato. Sapeva che un giorno sarebbe dovuto venire a patti con il suo passato, ma le sue priorità al momento erano ben altre.
Si mosse più velocemente che poteva.
La sua meta non era lontana, e lo aspettava da tempo.
Si sarebbe riposato dopo.
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Il Maledetto strinse gli occhi, simili a fessure, nel tentativo disperato di scacciare il turbine di ricordi in cui era piombato, e da cui sarebbe stato difficile fuggire.
Era sempre difficile. Sempre di più.
Si sforzò di rialzarsi, ricacciando le memorie, vivide e dolorose, nei recessi più bui della sua anima, lontano, dove non avrebbero potuto fargli del male. Si strinse nel mantello logoro, un tempo ampio e pregiato, ora solo un mucchio di stracci che si gettava addosso per proteggersi dagli sguardi indagatori degli occasionali viaggiatori che incrociava su quella strada sperduta.
L’ aria doveva essere pungente, lo sapeva, vedeva il suo fiato condensarsi in nuvolette davanti al viso, ma non avvertiva alcun fastidio.
In realtà non avvertiva nessuna sensazione.
Non il dolore per la ferita profonda che gli squarciava la spalla. Non la morsa ferrea del gelo od i morsi brutali della fame. Non l’ ardente agonia delle febbri che forse lo avevano colpito senza neppure che se ne accorgesse. Ma neppure il tiepido soffio del sole, il gusto del vino nella sua gola o quello della carne calda e succulenta sul suo palato.
Le sue percezioni erano ridotte solamente alla vista ed all’ udito, divenuti però ancor più acuti, mentre le altre sensazioni fisiche erano del tutto assenti, a lui celate, eppure lì, così vicine, apparentemente a portata di mano, ma solo nei suoi ricordi.
E quella era la sua maledizione.
E dire che quasi ne aveva gioito quando si era svegliato nella stanza fatale accanto al cadavere del padre.
Era vivo, ed allora tanto gli bastava. Aveva già provato, anche se con intensità minore, l’ insensibilità tattile e la privazione di gusto ed olfatto, rinunce volontarie per i più forti e nobili guerrieri della sua stirpe, avvezzi a spalmarsi veleno pur di montare sulle loro formidabili cavalcature.
Allora non aveva avuto idea di cosa avrebbe significato per lui.
Ora invece avrebbe solo desiderato morire.
Eppure qualcosa lo tratteneva, tenendolo in bilico sul baratro della follia, sospeso fra le sue tendenze suicide e la prigionia dei ricordi.
Temeva soprattutto che la morte fosse un oblio cosciente, tanto simile a quello che già viveva, ma definitivo.
Pure non avrebbe esitato se solo avesse avuto la certezza che le sue più assurde speranze potessero diventare realtà.
Una pazza, insana speranza era lentamente germogliata nella sua mente sconvolta, la speranza di avvertire qualcosa, fosse pure il più lancinante dei dolori fisici, nel momento supremo, un istante prima dell’ oblio.
Ma era solo una speranza.
Un'altra ondata di memorie lo assalì, travolgendolo.
Il Maledetto incespicò mentre le sensazioni di una calda giornata di maggio di tanti anni prima, trascorsa a correre a perdifiato nelle campagne per affinare le sue doti di esploratore, si facevano strada nella sua mente, sovrapponendosi rovinosamente ai pochi dati sensoriali di cui era in possesso, oscurandoli con la loro oltremodo vivida presenza, facendolo rotolare goffamente in un cumulo di neve, ove giacque qualche istante, per poi rialzarsi in modo innaturalmente rigido e rapido, ignorando i rivoletti di fanghiglia mista a neve che gli scorrevano fra gli abiti zuppi e la cotta di maglia a brandelli.
Gli erano occorsi mesi per imparare a muoversi nuovamente con tutta l’ efficienza di cui aveva disposto precedentemente alla maledizione.
Non si trattava solo delle sensazioni tattili e dolorifiche.
Semplicemente, non avvertiva nulla.
Le sensazioni viscerali, il senso vestibolare e le percezioni cinestesiche non esistevano più, senza però alcun danno organico visibile che potesse giustificarne la perdita.
Era del tutto incapace di percepire i suoi stessi movimenti, nonché la posizione che assumeva il suo corpo, se non era in grado di vederla. Non fosse stato per l’ equilibrio, risparmiato dalla maledizione solo per tormentarlo ulteriormente consentendogli di sopravvivere, non gli sarebbe stato nemmeno possibile stabilire se si trovava in piedi o sdraiato.
Si era procurato uno specchio ed aveva iniziato ad esercitarsi senza sosta, riproducendo ogni movimento del suo corpo, intento ad imprimerseli bene nella mente, ricordando ogni scricchiolio delle articolazioni, imparando a riconoscerli uno per uno, e costruendo una raffigurazione mentale per ciascuno di essi.
Aveva imparato ad ascoltare il battito del suo cuore e l’ ansito del respiro, dato che non poteva cogliere in altro modo l’ affanno e la stanchezza, affinato la precisione quasi ultraterrena delle sue stime sulle distanze ed allenato il colpo d’ occhio.
La visione non era più semplicemente un’ immagine mentale di ciò che lo circondava, ma una rappresentazione fisica dell’ ambiente circostante, carica di informazioni e dati sensoriali che non avrebbe potuto cogliere in altri modi.
Distanze ed angoli non erano più legati ad azzardate stime, semplicemente erano percepiti con la stessa immediatezza dei colori.
Le forme ora spiccavano sullo sfondo, eccezionalmente definite e nitide, mentre lo stesso sfondo poteva diventare figura ed essere percepito nello stesso modo con un minimo sforzo di concentrazione.
I suoi riflessi, da sempre eccezionalmente rapidi, non erano cambiati, ma ora era addirittura in grado di osservare la traiettoria di una freccia.
Perfino le palle, quei piccoli proiettili metallici dalla forma sferica sparati da quelle nuove, rumorose armi usate tanto dai ributtanti ma ingegnosi nani che dagli abili umani, erano per lui visibili ad occhio nudo.
Nemmeno l’ udito era sfuggito ad un’ ampia ristrutturazione.
La sua percezione non era più limitata ad una semplice valutazione del volume ed ad una rozza stima della direzione di provenienza.
Ora i rumori gli parlavano, permettendogli di capire da dove provenissero, rendendolo in grado di cogliere distorsioni dovute agli ostacoli e di farsi un’ idea dell’ ambiente circostante solo dai suoni che era in grado di identificare.
Aveva in breve tempo riguadagnato la sua piena efficienza fisica, divenendo forse ancora più temibile grazie alle capacità che la maledizione che tanto gli aveva tolto gli aveva lasciato, quasi a risarcimento per la sua sofferenza.
Ma questo non era certamente sufficiente a ripagarlo della sua perdita. Man mano che esplorava le sue nuove capacità, la vastità delle sue percezioni, avvertiva anche il peso schiacciante della maledizione che l’ aveva colpito. Insinuandosi lentamente nelle pieghe della sua anima, luoghi oscuri dove lo sconforto non si era mai inoltrato, il gelo della disperazione arrivò a possederlo poco a poco, trasformandolo in un relitto, una creatura senza futuro.
Poteva percepire con terrificante chiarezza ed immediatezza ogni informazione sull’ ambiente circostante e su chiunque incontrasse, arrivando a sentire il battito d’ ali di una farfalla a centinaia di metri di distanza, ma non era in grado di sentire nulla del suo corpo.
Il mondo esterno era un libro aperto per lui, ma il suo stesso corpo, e, come scoprì poi, anche la sua anima, gli erano preclusi, alieni, irraggiungibili.
Ma non era ancora abbastanza.
Si accorse che il suo corpo, oltre all’ insensibilità, era anche diventato realmente più robusto, le sua ossa resistenti come pietra, la sua pelle liscia e robusta quanto ossidiana, le sue carni coriacee come legno secco. Non solo: le ferite guarivano con sorprendente velocità, minacciarlo di renderlo un mostro contorto e deforme, le ossa saldate in forme grottesche e terribili.
La resistenza del suo corpo non era una benedizione, semmai un mezzo per prolungare il suo tormento che aveva cominciato a credere eterno. Se così fosse stato sapeva che non sarebbe riuscito a conservare neppure quell’ ultimo barlume di ragione a cui disperatamente si aggrappava.
Ma ciò che più lo tormentava erano i ricordi.
Il suo corpo, privato dell’ oblio ristoratore del sonno, era perennemente in stato di veglia, ma ciò non costituiva nessun vantaggio perché, man mano che le sue riserve di energia scemavano naturalmente con il trascorrere del tempo, i ricordi si facevano strada nella sua mente, andando a sovrapporsi, talora anche a sostituirsi, con le sue scarne percezioni attuali.
Si ritrovava sdraiato sotto i raggi tiepidi del sole estivo, oppure immerso nella tonificante frescura delle acque di montagna durante il suo addestramento, quando ancora la sua età poteva agevolmente misurarsi in decenni.
La realtà circostante spariva, lasciando spazio ai ricordi, dolorosamente più vividi e completi delle sue percezioni attuali, mentre le emozioni di quei tempi lontani scorrevano vivide nella sua mente, ora intrappolata in una morsa di fredda razionalità, capace di provare le emozioni solo a livello intellettuale.
Le memorie di un tempo lo affliggevano con il bruciante ricordo di quello che gli era stato brutalmente strappato, perpetua testimonianza della sua gloria passata.
Barcollando il maledetto si spinse avanti, sapendo che se fosse sopraggiunto uno di quei improvvisi momenti di incoscienza in cui periodicamente cadeva per recuperare le forze sarebbe probabilmente morto assiderato.
Cocciutamente proseguì di alcuni passi, poi, senza capire come ci fosse finito, si ritrovò scompostamente seduto per terra.
Le visioni del suo passato non centravano questa volta, ed il Maledetto capì che non ce l’ avrebbe fatta.
Tentò ugualmente di riprendere il cammino e di schiarirsi le idee, ma si accorse con orrore di non essere in grado di formulare un pensiero coerente così come non era in grado di rialzarsi.
Le visioni ripresero ad aggredirlo, forti della sua debolezza, ma questa volta erano confuse, incoerenti come i sogni, ben diverse dai vividi tormenti che rappresentavano usualmente.
Poi anche quell’ ultimo lembo di consapevolezza scivolò via, ed il Maledetto udì una risata folle sorprendendosi di esserne la fonte. Questa volta aveva abusato troppo del suo corpo. Dopo il combattimento era fuggito, senza riposarsi né mangiare, senza cercarsi un riparo e medicando le ferite, pur gravi, solo il modo sommario. Ora ne avrebbe pagato le conseguenze.
Ma anche questo non durò a lungo.
Mentre la risata continuava ad echeggiare per poi spegnersi in un sommesso gorgoglio, il concetto di identità si frantumò, e lui fu solo una cosa indistinguibile dall’ ambiente, prima che la tenebra calasse sopra di lui.
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Gli occhi si aprirono sul candore abbacinante prodotto dal riverbero del sole sulla neve. Il Maledetto si alzò senza sforzo, stupendosi di essere ancora vivo.
Il sole doveva aver scaldato la giornata, e probabilmente la neve aveva smesso di cadere poco dopo la sua perdita di conoscenza, visto che lo strato che ricopriva il suo corpo era sottile ed erano ancor in qualche modo visibili le sue orme barcollanti nella neve semiliquefatta.
Eppure non sarebbe dovuto sopravvivere ad una notte intera passata all’ aperto, in quella stagione, senza protezione alcuna. Evidentemente il suo corpo, oltre che insensibile, era anche in un certo modo immune agli effetti del freddo.
Si mosse, dapprima con circospezione, poi con sempre maggior vigore, per saggiare il suo stato di forma. Sembrava danzare senza sforzo, i movimenti veloci e coordinati mentre un reticolo grigio si sviluppava dalla trama intricata intessuta dal pesante spadone di pietra che portava. La spada, un tempo una perfetta arma forgiata dalla sua razza nel più fine degli acciai, ora era uno scomodo ed ingombrante simulacro di pietra della sua antica forma, quasi inutile in battaglia, il cui notevole peso doveva gravargli perennemente come parte della maledizione.
La sua forma fisica era buona, i movimenti precisi e la forza al massimo tanto da riuscire a brandire con efficacia la sua arma con una sola mano, mentre solitamente era costretto ad usarne due per muovere anche solo goffamente la lama di roccia.
Soddisfatto decise di proseguire verso la sua meta. La luminosità del giorno e l’ euforia gli scorrevano nelle vene allontanando i fantasmi dei suoi tormentosi ricordi e permettendogli di cogliere la bellezza di quel paesaggio selvaggio senza preoccuparsi del domani.
E poi la sua meta era vicina.
Se lo ripeteva sempre, ossessivamente.
In quei momenti il Maledetto era pervaso da una sorta di perverso ottimismo che lo spingeva a credere nel successo della sua ricerca.
La maledizione sarebbe stata spezzata, e le sue aule perdute sarebbero tornate sotto il dominio del legittimo proprietario.
Così giurò a se stesso la creatura diseredata che velocemente percorreva le ultime leghe che lo separavano dalla sua preda.
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