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Parte Settima

October 8 2003 at 6:58 PM
  (Login Silea)


Response to Di sogni e di segreti

 



Delaware, Il Centro. Il giorno successivo.




Il signor Parker sedeva alla sua scrivania lavorando su un voluminoso plico di fogli. Erano giorni frenetici all’interno del Centro. Stava organizzando gli ultimi dettagli del suo piano per prendere il potere, cercando gli ultimi alleati e controllando il nemico.
La Torre era forte, molto forte, e se non di sconfiggerla sperava almeno di accedervi, non aveva interesse nel distruggerla finché ne avesse fatto parte. Si, avere lo stesso potere di Matumbo gli sarebbe bastato, e non dubitava di ridurre i suoi futuri colleghi a più miti consigli. Sorrise tra sé alla prospettiva mentre esaminava il nuovo progetto che voleva avviare.
Fortunatamente sembrava che Jarod si fosse preso una “vacanza”. Da qualche tempo non cercava più di ostacolare le sue operazioni. Una fortuna insperata. Per questo colpo di potere, a cui si preparava da più di dieci anni, aveva bisogno di tranquillità.
Sentì le porte del suo ufficio aprirsi e chiudersi mentre qualcuno, non annunciato, né atteso, entrava. Alzò lo sguardo e riconobbe la figlia. Aveva uno sguardo furibondo, la mandibola era tesa, il suo corpo emanava rabbia.
Senza molto interesse il padre si chiese che cosa era accaduto, sperando ancora una volta che Jarod non c’entrasse. Con un po’ di fortuna si trattava probabilmente dell’ultimo scontro tra lei e il fratello Lyle. Le sorrise, di quel suo sorriso così caratteristico, che molti avrebbero detto carico di affetto.
Molti.
-Buon giorno Angelo, che cosa è successo?
Lei non rispose e questo turbò il padre. Non si mise a passeggiare avanti ed indietro per l’ufficio come suo solito. Era rimasta immobile a qualche passo dalla sua scrivania.
Il signor Parker sentì che c’era qualcosa di diverso in lei, la guardò più attentamente e gli sembrò persa nei propri pensieri. Mentre la osservava lei parve arrivare ad una decisione dentro di sé, ed in una frazione di secondo lei cambiò.
Per la prima volta il signor Parker ebbe paura di lei. Per la prima volta si chiese se quella era davvero sua figlia. Fredda e distante lo guardava.
Era definitivamente pericolosa.
Quando arrivò a quella conclusione una Smith&Wesson 9 mm era puntata contro di lui. E negli occhi che lo fissavano non c’era più l’affetto, quell’affetto che l’aveva sempre legata a lui. Avrebbe voluto dire, credere, vedere, che quegli occhi, gli occhi di un’estranea, fossero semplicemente vuoti, vitrei, ma non era così.
Pulsavano di una ritrovata vita che vi scorreva dietro e della sete di vendetta che li animava.
Il signor Parker cominciò a sudare freddo mentre tentava di rimanere immobile e si aggrappava alla propria clinica lucidità per non cadere preda del terrore che cercava di impadronirsi di lui. Non aveva neanche bisogno di simulare sorpresa per la reazioni della figlia ad uno dei tanti fatti accaduti (di cui lui aveva finto ignoranza), come aveva fatto molte altre volte, ora era tutto vero. Tentò di deglutire nervosamente, ritrovandosi senza saliva. Ancora pochi attimi e ritrovò la parola.
-Angelo, cosa stai facendo?
Non ebbe risposta. Non lasciò che il silenzio regnasse nuovamente, continuò.
-Angelo abbassa quell’arma. Che cosa vuoi fare? Qui non c’è nessuno di cui temere. E’ un posto sicuro questo, Angelo. Abbassa la pistola, non ce ne è bisogno. Non vedi? Ci sono solo io. Mi riconosci? Sono tuo padre.
Miss Parker lo fissò negli occhi. Da quando era entrata nella stanza non aveva mai staccato lo sguardo dal volto di lui né aveva mai battuto le palpebre. Per la prima volta in quelle iridi dalle pupille un po’ dilatate, c’era paura e lei si rese conto che non era simulata, non questa volta. Le sarebbe bastata una leggera pressione dell’indice e sarebbe tutto finito. Bugie, menzogne, dubbi e tanti segreti di cui non voleva venire a conoscenza.
Un semplice scatto del grilletto, il colpo, poi tutto finito.
Trattenne il fiato.
Poi abbassò l’arma.
Il signor Parker si rilassò ed un sorriso gli affiorò sulle labbra, inconsapevolmente, reazione allo stress nervoso appena provato.
Guardò la donna davanti a lui (perché ormai era cresciuta) ancora un istante, lungo un secolo, quasi un’eternità.
Abbassò poi lo sguardo al petto e vide dove la pallottola era entrata. Il sangue cominciava a macchiare la sua giacca panna, fatta su misura da un sarto italiano.
Gli sembrò che il tempo rallentasse, si dilatasse, per poi fermarsi in un solo istante. La piccola macchia scarlatta così evidente sul tessuto chiaro. Il signor Parker se ne sentì attratto, e, curioso di sentirla, avrebbe voluto allungare le dita per toccare quel liquido caldo.
Invece le dita della sua mano destra lasciarono la presa della penna con cui stava scrivendo poco prima. Fu il rumore della stilografica blu notte, dal pennino d’oro massiccio (regalo di Natale della figlia), sul lucido legno della scrivania a rompere l’incanto.
Il busto, non più sorretto dalla forza muscolare e sbilanciato dal peso della testa, si piegò e dopo aver urtato il piano della scrivania fece scivolare indietro la poltrona di pelle. Come accartocciandosi su se stesso il signor Parker cadde da essa.
Le forze lo abbandonarono e con esse la vita.
Prima che il corpo raggiungesse terra era già morto.
La pistola si era rialzata un attimo dopo essersi abbassata, in un unico, fluido, movimento.
Senza aver detto una parola da quando era entrata in quell’ufficio, trenta secondi prima, Miss Parker inserì la sicura e rimise nella fondina la Smith&Wesson per poi girarsi ed uscire. Senza mai voltarsi indietro, senza mai guardare il cadavere dell’uomo che aveva considerato suo padre per così tanti anni.
Un padre che aveva amato, un genitore che aveva aiutato a sopravvivere, ricevendo in cambio solo indifferenza e delusioni. L’unica persona a cui lei avesse mai dato il potere di decidere, il potere di usarla.
Il padre in cui aveva fiducia.
L’uomo che le aveva mentito per così tanti anni.
L’uomo che le aveva tolto la madre e l’unico amore, facendone ricadere la colpa su altri ed utilizzando la sua sete di vendetta per i propri scopi.
Allontanandosi da quell’ufficio, mentre gli uomini della sicurezza la superavano indifferenti, sorrise.
Un sorriso triste.
Era finita con il passato.
Ora ci sarebbe stato il presente.




Da qualche parte negli U.S.A. .





Nella piccola sala c’erano tre uomini seduti intorno ad un tavolo basso, occupati a giocare a carte. Uno di loro stava fumando, con evidente piacere, un piccolo sigaro marrone, divertendosi a formare piccoli sbuffi di fumo bianco che si perdevano nell’aria.
La porta che dava su un corridoio nero come la pece si aprì. Senza mostrare sorpresa, i tre si girarono giusto in tempo per vedere la sagoma del loro capo illuminata dalla luce. Come sempre l’uomo era in giacca scura e cravatta, del tutto indifferente a ciò che lo circondava.
Quell’uomo si comportava allo stesso modo in un museo nazionale, una cattedrale ed una bisca clandestina. Era una di quelle figure epiche del proprio campo, su di lui giravano molte storie. E quelle di cui un uomo perbene potesse andare fiero non erano ancora state raccontate, sempre ammesso che esistessero. Qualcuno lo avrebbe definito un “insensibile bastardo”.
L’unica cosa non confermata era il “bastardo”.
Era da sempre insensibile.
Li salutò con un cenno del capo appena accennato e l’uomo con il sigaro si sbrigò ad alzarsi dalla sedia per andargli incontro. Non si strinsero la mano.
-Ha fatto presto ad arrivare, signore.
Non era rispetto quello nella voce, era deferenza. Il potere di quell’uomo non era da rispettare, era da temere.
-Si, ci ho messo poco. Dov’è?
L’uomo più giovane gli fece segno di seguirlo mentre faceva cadere un po’ di cenere dalla punta del sigaro. Si sarebbe potuto immaginare che il passaggio interno fosse in un seminterrato, visto che le uniche finestre erano dei lucernari posti vicino al soffitto. Arrivarono davanti ad una porta dopo aver percorso un corridoio malamente illuminato e dai muri spesso scrostati quando non avevano ceduto. L’intera costruzione cadeva letteralmente a pezzi, e non molti si sarebbe stupiti se uno dei piani rimasti sarebbe crollato, ma, isolata ed abbandonata come era, si adattava ai loro scopi.
La porta davanti a cui si erano fermati, notò con piacere il nuovo arrivato, era stata rinforzata. Probabilmente l’unica cosa sicura dell’intero edificio. Si aprì senza protestare per immetterli in una minuscola saletta. O per meglio descriverla, in una cella. Solide pareti di mattoni, nessuna finestra ed un corpo in un angolo. Immobile.
Senza avvicinarsi, l’uomo in giacca e cravatta lo studiò per un attimo.
La figura era alta, slanciata, dalla pelle bianchissima e i capelli ossigenati. Metà del volto persa nel buio, ma i lineamenti che si intravedevano erano come ricordava, puliti, quasi eleganti.
Si, era lui, non aveva dubbi.
-Si è mai svegliato dal suo “arrivo”?
-No signore, lo teniamo sotto sedativi.
Era meno pericoloso, non voleva che si liberasse e gli creasse problemi. Da quell’esperimento con la Summers aveva imparato un po’ di cose… e qualunque cosa si dicesse su quel vampiro era meglio renderlo completamente inoffensivo.
-Cessate la somministrazione ed avvertitemi quando si sveglia.
Lui e quel vampiro avevano un affare da discutere.
-Come vuole signor Travers.





Delaware, a poche miglia dal Centro, casa di Lyle.






Lyle aprì la porta ma non accese le luci come era sua abitudine, si sentiva euforico, nonostante il suo dialogo con la dolce sorellina, così dolce che immaginava che lei lo amasse tanto da sognare ogni notte di ucciderlo.
Lyle non credeva però che avrebbe mai messo in pratica questi suoi propositi, nonostante sua sorella avesse ucciso personalmente il loro così detto padre, a sangue freddo nel suo ufficio, per poi uscirne tranquillamente come se niente fosse successo.
C’era dal morire dal ridere al pensiero che poi, con la pistola ancora calda nella fondina, era entrata nel suo di ufficio, per minacciarlo. Gli aveva detto che la doveva lasciare in pace. Lyle non aveva creduto che Miss Parker sarebbe stata in grado di farlo ed invece...
Non avrebbe più dovuto sottovalutarla, quella che era entrata nel suo ufficio non era la Miss Parker che aveva conosciuto negli ultimi anni. Era una nuova persona, una persona che si era accorta di poter uccidere. Lyle l’aveva usata per liberarsi del padre, ma indirettamente aveva creato un’avversaria veramente molto pericolosa, qualcuno che bisognava eliminare il prima possibile.
Durante il tragitto dal Centro al suo nuovo appartamento (aveva cambiato residenza dopo aver scoperto che qualcuno era entrato nella sua vecchia abitazione), aveva già cominciato a far progetti su come eliminare la sorella.
Domattina stessa avrebbe assoldato un killer professionista, aveva già i contatti, perché era questa la vera debolezza di Miss Parker, non possedeva un braccio armato a cui fare affidamento. Poteva crearlo, era vero, ma non in meno di ventiquattro ore.
E questo progettare l’omicidio della sorella senza dover pensare a come rendere il padre neutrale o alla possibile reazione punitiva della Torre, che non esisteva, come aveva dimostrato il gesto, lasciato impunito, della stessa Miss Parker, lo rendeva felice.
Era bella questa nuova sensazione di potere, come testimoniava il sorriso sulle sue labbra.
Morta anche la sorella, lui, Lyle, avrebbe avuto nelle mani tutto il potere della famiglia Parker, senza che nessuno sospettasse che lui fosse dietro l’omicidio del padre, anzi lo avrebbero visto come il suo vendicatore, una prova aggiuntiva della sua forza.
Improvvisamente si immobilizzò. Una mano, spuntata dal nulla, lui non aveva sentito niente e l’allarme non era scattato, gli stringeva il collo mentre un coltello era puntato alla sua gola. Lyle non riusciva ad immaginare chi ci fosse dietro a quel coltello.
Di certo non qualcuno del Centro, loro usavano armi da fuoco, escluse rapidamente anche avversari del suo passato. Il suo indirizzo era riservato, neanche al Centro sapevano dove abitava, e nella nuova casa aveva aumentato la misure di sicurezza in modo da renderla inespugnabile.
L’unica possibilità era che fosse un killer a pagamento, ed uno estremamente abile, dato che, senza allentare la presa, per non dargli alcuna possibilità di divincolarsi, con il coltello gelido sempre a contatto con la delicata pelle del suo collo, gli tolse la pistola dalla fondina, togliendogli la sua sola arma e rendendolo così innocuo.
E Lyle non ci mise molto a ricordare le ultime parole della sorella. “Capirai” aveva detto.
-Buonasera mister Lyle.
Era una voce femminile, ma la forza che dimostrava il suo aggressore era impressionante. Lyle non aveva possibilità di uscire da quella presa.
E così Miss Parker lo possedeva quel braccio armato, ed aveva fatto anche la prima mossa. Ormai aveva la prova che quella donna era davvero sua sorella.
Era spietata come lui. Lo era diventata. Lyle scosse mentalmente la testa, ancora un po’ e le sarebbe pure risultata simpatica mentre aveva un carnefice assoldato da Miss Parker alle spalle.
-Chi sei?
L’altra rise, divertita.
-Chi sono? La tua ombra.
Lyle mantenne il sangue freddo. Rise.
-Ah, davvero?
Riuscì a dirlo con in tono di sfida. Il coltello fu premuto sulla carne quanto bastava a farne uscire del sangue. L’acciaio era decisamente freddo. Lyle non poté fare a meno di rabbrividire.
-Non mi provocare Lyle, non mi dare un motivo in più per ucciderti, anche se pensandoci… non ne ho bisogno… so abbastanza cose di te per sapere che se ti uccido sarò un passo più vicina alla santificazione che alla dannazione.
-Se mi uccidi avrai tutto il Centro ed alcuni miei amici sulle tue tracce, sarai cacciata come un animale fino alla tua morte.
Era una minaccia vuota, ma lui sapeva bluffare. Magari era soltanto un’esterna che non sapeva come funzionava.
-Credi di spaventarmi? Se muori al Centro faranno una festa. Altro che rimpiangerti. Se non hanno mosso un dito per tuo padre, perché lo dovrebbero fare per te? Certo potresti aspettarti aiuto da altri… - ci fu una pausa, come se l’aggressore stesse riflettendo. -Per quanto riguarda i tuoi amici cannibali. – Lyle si irrigidì a queste ultime parole. Credeva che quello fosse un segreto. Ne era certo, come del fatto che la sua casa fosse sicura. L’altra si accorse della sua reazione e continuò con voce divertita. –Non avrai creduto che il tuo essere parte di questa piccola associazione neanche un po’ segreta, mi fosse oscuro, vero? Comunque loro… tendono ad essere morti. Credo che tu sia l’unico superstite o quasi della setta, forse ce n’è un altro nel mondo, ma non ci scommetterei. Ma se vuoi seguire i tuoi “fratelli” nella tomba basta che lo domandi cortesemente.
Ora Lyle aveva paura. Quella donna aveva fatto il vuoto attorno a lui. Non rimaneva che trattare.
-Cosa vuoi?
-Bene, vedo che hai ricominciato a ragionare. E’ molto semplice. Basta che tu faccia quello che ti ha chiesto molto gentilmente Miss Parker.
-E perchè dovrei farlo?
-Semplice, tu vuoi vivere. Fai qualcosa di sospetto, e ti assicuro che ho le mie fonti per venire a saperlo, e ti ritroverai a pregare di essere ucciso. Non sei affatto irraggiungibile come pensi Lyle. Ti sono arrivata vicina oggi e lo posso fare quando voglio.
-Senti, ragioniamo… Tu sei un ottimo elemento, me lo hai appena dimostrato. Passa a lavorare per me. Qualsiasi sia la cifra che ti ha offerto Parker la raddoppio.
-Pessimo tentativo Lyle. Dopo che ho accettato un lavoro, io lo porto sempre a termine. Sai anche tu cosa succede ai mercenari che non lo fanno, o che si vendono al miglior offerente. E poi tu non mi piaci come datore di lavoro. Quindi le contrattazioni sono chiuse. Ricorda le mie parole, non ci sono seconde possibilità.
Lyle sentì un colpo in testa e cadde a terra svenuto.






 
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