Sunnydale, giorno.
Era una domenica mattina decisamente assolata. Buffy si stava dirigendo verso casa, erano due settimane che non vedeva la madre e le aveva promesso che avrebbero pranzato insieme.
Da quando si era trasferita al campus la vedeva raramente e sapeva che la donna si sentiva sola in quella grande casa, si sentiva in obbligo di andarla a trovare anche se ultimamente la quarantenne si comportava in maniera un po’ strana.
Entrò in casa chiamandola ad alta voce, la trovò in cucina a preparare il pranzo, che, ha giudicare dall’odore, sarebbe stato ottimo. La salutò con un abbraccio ed un bacio per poi sedersi al piano bar e mettersi sfogliare il giornale che la madre comprava ogni mattina.
-Tutto bene con lo studio?
-Si mamma, non ti preoccupare. –Il che, detto ad una madre come Joyce, era del tutto inutile. Descriverla apprensiva era poco, ed il fatto che lei fosse la sua unica figlia non migliorava la situazione.
-Sono interessanti i corsi di psicologia che frequenti?
-Si molto, anche la nuova professoressa è molto in gamba.
-Nuova professoressa?
Joyce non sapeva niente dell’Iniziativa. –Si, l’altra è… si è trasferita.
Meglio che credesse che almeno una parte della sua vita fosse normale. Si sarebbe tranquillizzata. Lei non aveva mai accettato il suo ruolo di cacciatrice ed il fatto che i demoni popolavano tutta la città. Continuarono a parlare del più e del meno aspettando che il pranzo fosse pronto e apparecchiando la tavola in sala.
Mentre serviva a tavola le lasagne, una delle sue specialità, Joyce cominciò a parlare con un tono materno amareggiato, fatto apposta per farla sentire in colpa.
-Sei sparita per due settimane. E’ possibile che non mi puoi fare una telefonata in tutto questo tempo?
Gran bella domanda, avrebbe dovuto trovare una buona scusa. Usò la solita.
-E’ stato un periodo impegnativo, ho dovuto dare degli esami e la caccia mi ha assorbito molto… - “Un enorme coso mezzo demone e mezzo cyborg ha tentato di eliminarmi assieme a qualche dozzina di commando dell’esercito, tra cui il mio fidanzato, ha quasi causato la fine del mondo…”
Con un po’ di fortuna Joyce si sarebbe accontentata di questa risposta.
-Del resto di che ti preoccupi? Abbiamo lo stesso sangue nelle vene e a quello che raccontava nonna neanche tu passavi molto spesso a casa quando studiavi…
Guardò la madre e si accorse che era diventata improvvisamente tesa. Chissà cosa aveva detto. “meglio cambiare argomento…”, non voleva scontri familiari oggi.
-Come va il lavoro alla galleria?
-Cosa? No, no, tutto bene non ti preoccupare. Il solito, viaggio spesso per cercare i pezzi che mi servono ma gli affari vanno bene. –“mi sta nascondendo qualcosa, è un po’ di tempo che si comporta in maniera strana” pensò Buffy vedendo che la madre guardava dappertutto tranne che nei suoi occhi.
Era curiosa ma non sapeva che cosa chiedere per sapere cosa stava succedendo, così ignorò la strana reazione della madre per concentrarsi sulla sua bistecca con patate arrosto. Erano davvero buone, alla mensa dell’università si mangiava da schifo.
Forse avrebbe dovuto pranzare più spesso con la madre.
Boston, in un locale alla periferia della città.
Il locale era rumoroso ed affollato. La sala, piuttosto bassa, era piena di denso fumo e di vocianti clienti, le pareti, spoglie, se non per le gigantesche casse attaccate con catene di ferro, ondeggiavano a ritmo della musica rock suonata dalla band sul palco.
Jack tirò fuori dalla tasca dei pantaloni una banconota da cinque dollari, la posò sul bancone urlando al barista un rum doppio. Un cenno del capo del platinato che stava servendo i drink a due bionde mozzafiato gli assicurò che l’ordine era stato preso.
Si girò verso il suo amico moro poco più alto di lui che stava lì vicino.
-Hai capito Todd? Ho preso quel figlio di puttana per la collottola e gli ho sbattuto quel suo brutto muso da cane contro la parete di quella birreria. Dovevi vedere come ha parlato dopo…
Un sorriso gli illuminò la faccia sfregiata da una cicatrice sulla guancia sinistra. L’altro, evidentemente più giovane, lo guardava pieno di ammirazione, sognando di poter essere tosto come lui.
-Sei troppo forte Jack!
-Lo so. Dovevi esserci per vedere quanto tremava, sembrava un budino!
In quel momento alle sue spalle si avvicinò con passi lenti, studiati, simili a quelli di un felino in caccia, una ragazza bruna, alta, fasciata in pantaloni di pelle nera aderentissimi. Todd la guardò ammiccando, credeva che fosse lì per rallegrare la serata del suo boss, lei gli rispose con un sorriso, sempre più vicina all’uomo.
Improvvisamente, in un attimo, in un battito di ciglia, con un solo braccio prese per il collo Jack facendogli sbattere violentemente la faccia sul bancone del bar. Stupito, ancor prima di poter reagire, Todd si trovò steso a terra a causa di un calcio al torace, boccheggiando per riuscire a inalare un po’ d’aria.
La bruna si rivolse di nuovo verso Jack afferrandolo per i lunghi capelli castani per risollevargli la testa, lo fece girare senza tante cerimonie incollandolo al bancone con un presa di acciaio.
L’uomo poteva sentire tutte e dieci le gelide dita penetrargli nella carne delle braccia impietose del dolore provocato, stringendo sempre più ad ogni istante fino a raggiungere l’osso. Bestemmiò dal dolore.
Attorno, gli altri clienti continuavano a divertirsi indisturbati, ignorando la scena che si stava svolgendo sotto i loro occhi. Volevano vivere ancora per qualche giorno.
La ragazza fissò l’uomo che gli stava davanti con le mani che gli coprivano il volto in atteggiamento difensivo.
-Sono venuta per quelle informazioni…
Gli sibilò lei a meno di un centimetro dall’orecchio.
-Non so niente. -fu la risposta biascicata, coperta dalla musica e distorta dalle mani sopra la bocca.
-Peccato.
Il diretto lo colpì allo stomaco facendolo urlare dal dolore. Le mani si spostarono dal volto insanguinato per raggiungere il ventre.
-Prova a ricordare Jack… è per il tuo bene.
Lui la guardò attraverso gli occhi appannati dal dolore e accecati dall’alcool. Quella ragazza dalla pelle alabastro non scherzava e lui lo sapeva, l’aveva già incontrata, per meglio dire, gli era già sfuggito. Sapeva leggere nello sguardo degli altri, in quello che lo fissava c’era la sua condanna a morte.
-Sunnydale. E’ andato a Sunnydale. Derek ha lasciato la città da un paio di settimane.
-Hai guadagnato un altro giorno.
Fu la constatazione che salutò le sue parole, c’era meno emozione in quelle parole che in un’ordinazione ad un ristorante.
Faith lo lasciò andare dirigendosi silenziosamente, come se niente fosse successo, verso l’uscita.
Todd si alzò dal pavimento, guardando con disprezzo verso Jack, che cercava di tamponare l’uscita del sangue dal naso meglio possibile con le sole mani. Guardò verso la persona che credeva, fino a qualche minuto prima, degna del suo rispetto. Poi si girò a guardare con odio la schiena della bruna che stava uscendo dal locale. Gli aveva distrutto un’illusione.
Sunnydale, notte.
Buffy camminava tranquillamente con Riley al suo fianco, mano nella mano. Era una serata molto tranquilla come le settimane precedenti. La scomparsa di Adam sembrava avesse fatto sparire tutti i demoni. In quattro giorni aveva ucciso un solo vampiro appena nato. Ed ad essere sinceri questa tranquillità non la disturbava affatto, poteva finalmente dedicarsi ad una vita “normale” come cercare di stare dietro a tutti quegli esami che doveva dare, andare a qualche festa, sopravvivere un’altra settimana. Eppure c’era qualcosa che non quadrava, qualcosa che la rendeva irrequieta, insoddisfatta. Sentiva quasi una minaccia incombente ma Giles le aveva più volte assicurato che non era così.
-A cosa pensi?
La voce di Riley la risvegliò dai suoi pensieri, che riguardavano, come sempre, demoni ed affini.
-Nulla di importante- quante volte aveva sognato dire quella frase intendendo esattamente quello, senza mentire.- Tranne che devo studiare un sacco in questo periodo, mi aspettano tre esami di fine corso.
Rispose con un sorriso sincero. Si sentiva bene con il ragazzo al suo fianco.
-Che ne dici se andiamo nella mia stanza? Tanto mi sembra che i vampiri questa notte non siano molto attivi…
Il sorriso di Buffy si fece più largo. Amava Riley proprio per questo, riusciva a non farla pensare. Era così…giovane, per evitare il termine immaturo, esattamente come lei. Ed avevano entrambi voglia di divertirsi.
-E’ un’ottima idea.
Il pullman si fermò nel piazzale deserto, malamente illuminato da qualche lampione, il posto ideale per un agguato, si sarebbe potuto pensare, ma la gente non contempla mai quel genere di possibilità. La sala d’attesa era vuota tranne per l’addetto notturno, decisamente addormentato, che aveva una faccia così bianca da sembrare un vampiro.
Faith fu l’unica a scendere a questa fermata, ritirò il suo bagaglio, una borsa di tela nera anonima. In silenzio, immersa in qualche pensiero, che non le aveva impedito di controllare bene la zona attorno a lei prima di muoversi, si avviò verso la zona del porto dove, lo sapeva, avrebbe potuto trovare un qualche posto adatto a passare la notte. Aveva un amico, l’unico che probabilmente le era rimasto in quella città fra i molti nemici che si era fatta, che sarebbe stato molto felice di rivederla ancora viva e senza pretendere alcuna spiegazione le avrebbe trovato un posto dove passare a notte. Un posto sicuro, doveva muoversi con molta attenzione, non sapeva come spiegarlo, ed in realtà non ce ne era bisogno, ma sapeva che presto qualcuno avrebbe cominciato a cercarla, e non per dirle grazie, inoltre doveva mantenere un profilo basso per non spaventare la sua preda.
Non aveva intenzione di passare il suo tempo a combattere per la sua vita mentre quello che cercava si sarebbe dato alla fuga, rendendosi davvero irreperibile questa volta, averlo ritrovato era stato davvero un colpo di fortuna. Che, lo sapeva, non si sarebbe ripetuto.
Una volta trovato un buco per posare la sua roba, un materasso sarebbe stato un lusso, non una necessità (non aveva mai avuto alte pretese, non ne aveva mai avuto la possibilità) sarebbe andata a cercare informazioni in un paio di locali.
In un bar del porto.
Erano le quattro del mattino. Il locale doveva essere chiuso. Non le importava. Forzò la porta ed entrò. L’interno era buio e silenzioso, scostò una sedia da un tavolo e si sedette. Posò la borsa sul pavimento ed attese.
Pochi istanti dopo la luce si accese, un uomo sulla trentina, capelli neri piuttosto lunghi raccolti in una coda si avvicinò al bancone cominciando a risistemare i bicchieri usati dai clienti. Sembrava appena essersi alzato, più probabilmente non era ancora andato a dormire.
-Siamo chiusi.
Lo disse senza neanche alzare la tesata per vedere chi fosse l’ultimo cliente. Non sembrava spaventato dal fatto che avessero dovuto forzare la porta per entrare. Era una sorta di assuefazione al pericolo che si imparava dopo anni di lavoro in posti tanto malfamati.
-Anche per gli amici?
Lui alzò per la prima volta il viso e la vide.
-Faith ma che piacere! Quando sei tornata? Lascia stare, ad occhio e croce da mezzora. Dove eri andata a finire? Ho saputo che appena sveglia dal coma te ne sei andata…
-Diciamo che avevo qualcosa da finire da qualche altra parte.
-Sai che le sibille erano più chiare di te… comunque cosa posso fare per aiutarti?
-C’è lo ho scritto in faccia che mi serve aiuto o cosa?
Scherzò lei, colpita dalla disinteressata offerta di aiuto, sebbene se la aspettasse.
-Diciamo che è l’effetto del borsone nero. Allora?
-Un posto sicuro dove dormire.
Lui annuì e scrisse due indirizzi su un foglietto di carta.
-Scegli quello che vuoi e se ti serve usa anche l’altro.
Lei sorrise, prese il foglietto e lasciò la stanza.
-Mai una volta che dicesse grazie.- mormorò il ragazzo scuotendo rassegnato la testa.
Cornovaglia, Inghilterra.
-Abbiamo localizzato l’obbiettivo, Signore. Una soffiata di una delle nostre spie.
L’ufficio era cupo, arredato con mobili di legno dalla presenza soffocante. Il cinquantenne dai capelli grigi seduto dietro la pesante scrivania guardò attentamente la giovane donna che gli era davanti.
-Dove si trova?
-E’ diretto a Sunnydale, Signore.
L’uomo rifletté per un istante.
-Chi abbiamo lì in zona?
-Tre operativi a Los Angeles e quattro ombre in città.
-Li voglio tutti impegnati in questa operazione. Devono localizzare con più precisione l’obbiettivo.
-Una volta localizzato cosa faremo Signore?
-Procederete al recupero, Miss Ridely.
-In quali condizioni, Signore? Il soggetto deve essere preso vivo?
-Preferibilmente. Andrete voi stessa sul luogo, il recuperò seguirà il protocollo Gamma. Sarete il coordinatore sul campo, direttamente responsabile dell’operazione.
-Protocollo Gamma, Signore?-chiese stupita la solitamente impassibile operatrice dai lunghi capelli castani.
Le rispose solo lo sguardo di ghiaccio del suo interlocutore. Si ricompose al suo meglio e lasciò l’ufficio quasi sussurrando.
-Come vuole Mister Travers.
In una stanza di un motel alla periferia di Sunnydale.
Faceva davvero caldo ma lui era abituato a ignorare le condizioni atmosferiche. Aveva un ottimo controllo del proprio corpo, doveva averlo con il lavoro che faceva. Appena entrato posò con cura le buste della spesa. Odiava andare a mangiare in posti affollati come ristoranti e tavole calde. Era un solitario nel lavoro e nella vita. Spesso aveva sospettato di soffrire di una lieve forma di agorafobia, stare in mezzo alle altre persone lo innervosiva molto ma riusciva a contenere questa sensazione sopratutto quando era concentrato su un obiettivo.
Si tolse gli occhiali scuri, li portava anche se non ne aveva bisogno, gli servivano per evitare domande. La colorazione rossa dei suoi occhi era decisamente inusuale. Un punto sfavorevole nel suo lavoro. Aveva faticato molto per rendersi “comune”, c’erano state diverse sedute da un chirurgo plastico e anni di studio.
Si sfilò la giacca chiara che portava per appenderla ordinatamente. Posò la pistola sul vicino comodino ravvivandosi i capelli con la mano. La prima parte del suo piano era andata egregiamente a termine, poteva considerarsi soddisfatto. Ora doveva far semplicemente passare il tempo in attesa dell’occasione propizia. Doveva colpire ancora il suo secondo obbiettivo, il più difficile secondo l’agente che l’aveva contattato.
Sunnydale Hospital.
Buffy stava prendendo il suo quarto caffè della giornata. Definirlo caffè era decisamente ottimistico, si sarebbe piuttosto dovuto dire acqua calda colorata, ma lei in quelle condizioni non sentiva neanche i sapori. Vicino a lei nella sala d’aspetto c’erano Xander ed Anya che si tenevano silenziosamente per mano, e la madre, chiusi in un ostinato silenzio, sembrava facessero a gara a chi rimaneva per più tempo immobile. Buffy invece aveva scavato un solco nella moquette della sala a furia di andare avanti ed indietro. Erano quattro ore che stavano aspettando fuori dalla stanza di Riley alternandosi al suo capezzale per soli pochi minuti per non affaticarlo, era stato fatto scendere dai piani superiori uno specialista delle malattie infettive che aveva dichiarato sconosciuto ma non contaminante il veleno che aveva colpito Riley .
Willow, Tara e Giles stava facendo delle ricerche sul demone. Se lo erano fatto descrivere. Aveva un aspetto umanoide con i soli occhi rossi a distinguerlo dagli essere umani. Si trattava di un demone sicario che raramente usufruiva di veleni. Doveva essere stato pagato da qualcun altro, era raro che questa specie si muovesse per scopi personali.
In quel momento l’ex bibliotecario li raggiunse nella sala d’aspetto, il suo volto tirato non prometteva niente di buono.
-Che veleno è?
-Si tratta dello Snidered.- una pausa durante la quale si tolse gli occhiali e si sfregò gli occhi.- Mi dispiace Buffy ma è mortale.
-Che significa?
-Non c’è antidoto.
Lei finora aveva coltivato in segreto una speranza. Giles gliela lesse facilmente negli occhi.
-Neanche il tuo sangue può far nulla.
Vicino al porto.
Faith se ne stava sdraiata al buio nel grande locale, una volta era un magazzino, scarsamente arredato. Non riusciva a prendere sonno, come sempre del resto. Quasi una maledizione che la perseguitava.
Si rimise a pensare all’uomo che doveva trovare. Lo aveva visto una volta durante un altro viaggio di affari. Allora era biondo e portava baffi e pizzetto ma dubitava che avesse mantenuto il suo look. Era uno dei migliori killer in circolazione. In realtà non si sapeva neanche se fosse umano o demone.
Non che a lei importasse.
Quella volta aveva potuto osservarlo per qualche minuto, lo aveva sentito parlare. Ne aveva visto lo sguardo. L’unica cosa che non si era ancora in grado di cambiare. Poteva riconoscerlo. Doveva fare in fretta però, lui era qui per un lavoro, quello che lei doveva impedire.
Tra qualche ora avrebbe cominciato a cercarlo. Doveva controllare tutti i motel e gli alberghi, pochi per fortuna, poi avrebbe controllato i bar ed i ristoranti. Sentì il sonno sopraggiungere. Anche quella giornata era finita.
Si svegliò di soprassalto respirando affannosamente. Era stato un incubo. Le ci volle quasi un minuto per ritrovare la calma. Non era uno dei suoi soliti incubi che la tormentavano di notte.
Cercò di richiamare alla mente le immagine del sogno prima che sparissero lasciandola solo con questa strana sensazione alla bocca dello stomaco.
Più che immagini però sembravano visioni trasmesse. Come se ciò che avesse sognato non le appartenesse. Desiderò ardentemente che con lei ci fosse ancora Catherine, la sua osservatrice.
Deglutì un paio di volte per scacciare i ricordi che la stavano per assalire e tornare a concentrarsi sul sogno.
Era successo qualcosa di veramente spiacevole. Di questo era certa. Non aveva visto vere e proprie figure ma più che altro essenze eteree di persone. Questo era strano, i suoi erano incubi molto reali con immagini e sensazioni molto nitide.
Si ricordava una persona impaurita e rabbiosa, improvvisamente fu certa che fosse Buffy, che sembrava stare al fianco di qualcuno debole e indifeso cercando di confortarlo. Dovevano aver ferito qualcuno dei suoi amici.
Era stata assalita da queste emozioni improvvisamente come se… come se Buffy gliele stesse trasmettendo. Doveva essere stata una cosa del tutto inconscia, non avrebbe mai creduto che Buffy la mettesse a parte consciamente delle sue emozioni (in altri tempi sarebbe stato un errore mortale).
Rimase per un po’ sul letto a pensare osservando il soffitto. Poteva rimanersene lì a non fare niente (rimettersi a dormire non era un opzione, era troppo scossa) oppure andare a scoprire cosa era successo.
Sunnydale Hospital.
Odiava le condutture dell’aria. A differenza di come apparivano nei film erano sempre sporche e pericolanti. Del resto non se ne poteva andare a spasso per il pronto soccorso mentre tutta la scooby-gang (che nome orrendo si erano scelti) stava cercando un colpevole. Non era salutare.
Continuò a strisciare fino a raggiungere la sala medici. Sperava di raccogliere qualche informazione.
Fu fortunata. Tra le grate poteva intravedere due medici che sorseggiavano del caffè intenti in una qualche conversazione. Faith si immobilizzò per ascoltare.
-…il paziente della tre?
-E’ stato avvelenato, non sopravvivrà ancora a lungo. Quella tossina del tutto sconosciuta lo sta praticamente mangiando vivo, credo che lo abbiano capito anche i suoi amici. Hanno delle facce…
-La stessa che avresti tu nelle loro condizioni…
“Così uno degli amici di B sta per lasciarci. Una tossina sconosciuta, deve essere stato in uno scontro. Potrebbe essere stato Derek, mi sembra che abbia usato spesso dei veleni per i suoi lavori, è un esperto. Non posso fare niente, tanto vale tornarmene a casa.”
Buffy aprì silenziosamente la porta, per poi andarsi a sedere sulla scomoda ed inospitale sedia di plastica bianca vicino al letto.
Le sembrava di aver già vissuto tutto questo.
Aveva già vissuto tutto questo.
Ricordava il corpo di Angel steso nel suo letto alla mansione, quei raggi rossi che si andavano trasformando in neri espandendosi dalla ferita, inarrestabili, inesorabili. Ricordava il dolore, la paura, la speranza.
Dolore e paura c’erano anche oggi. Diversi, più maturi, in un certo senso più simili a dolori sordi che agli stiletti acuti che le trapassavano il cuore quella prima volta. Era passato un solo anno, ma lei era cambiata moltissimo, forse troppo.
Non c’era la speranza. Non più. Il veleno che avevano usato questa volta era davvero mortale. Nessun antidoto. Giles e Willow stavano ancora cercando ma lei “sentiva” che non c’era rimedio.
Questa volta sarebbe morto.
A lei spettava solo il ruolo di osservatrice. Il ruolo che più odiava tra tutti i possibili. Doveva rimanere lì impotente ad osservarlo morire in un’ora, forse meno, come le avevano detto i medici.
La magia e le arcane alchimie non erano state le sole a fallire. La tanto vantata scienza moderna non aveva potuto fare niente se non assistere al graduale disfacimento degli organi interni ed al progressivo accumulo di sangue nei polmoni, impossibile da drenare. Riley sarebbe morto affogato nel proprio sangue.
La stanza era in penombra, il silenzio rotto solo dai discreti bip dei macchinari sempre più deboli ed irregolari, il condizionatore era al massimo, faceva quasi freddo.
Buffy rabbrividì.
Il corpo, fino al giorno prima sano e vigoroso, giaceva abbandonato scosso solo da leggeri tremiti. La pelle aveva perso il colore rosato che la caratterizzava, quella leggera doratura dovuta all’abbronzatura, normale in California, per assumere un insano bianco pallido. Era coperta da miriadi di goccioline di sudore causate dall’alta temperatura corporea.
Il torace si alzava ed abbassava quasi impercettibilmente sotto il lenzuolo bianco, il respiro si faceva sempre più flebile ed irregolare.
Buffy era seduta a fianco del letto in silenzio il volto apparentemente scolpito in fredda, gelida, pietra.
Da quel corpo martoriato provenne un rantolo, un sommesso richiamo. Si avvicinò al letto per sentire meglio stringendo fra le sue le ormai tremanti mani dell’uomo.
-Come ti senti?
Chiese con dolcezza venata da rabbia ed angoscia.
-I-io.- la frase fu interrotta da un violento colpo di tosse, per poi riprendere più simile ad un sussurro, costringendo Buffy ad avvicinare l’orecchio alle labbra dell’altro. – Ti…amo…
La cacciatrice strinse con dolcezza la mano del ragazzo, mormorando in risposta.
-Non ti preoccupare Riley. Ti sentirai presto meglio.
Almeno all’ultimo non voleva mentirgli dicendo che l’amava. Ora che aveva ammesso anche con se stessa che non era così.
Sentì la mano di lui stringersi impercettibilmente in risposta alle sue assicurazioni. Erano delle bugie dovute a chi era sull’orlo della morte.
Il silenzio fu rotto da un altro violento colpo di tosse. Apparve ancora del sangue sulle labbra e lungo la guancia del commando dell’esercito. La lunga agonia stava per avere termine.
Il respiro che seguì fu un rantolo disperato alla ricerca di ossigeno.
Il bip dei macchinari venne sostituito da un ininterrotto segnale acustico.
Pochi istanti dopo Buffy fu scostata dall’infermiere e dal dottore sopraggiunti in un ultimo disperato tentativo di rianimare quel corpo, che lei già sapeva, senza vita.
Le voci ed i rumori le sembravano così distanti, irreali.
Il dottore con delle piastre in mano urlò.
-Trecento, libera!
Il tentativo di rianimazione durò ancora qualche minuto, poi con una voce priva di ogni inflessione il medico costatò la morte.
-Decesso avvenuto alle ore…
Buffy precipitò nei suoi incubi.
Los Angeles, aeroporto.
-Il volo 450 da Londra è appena atterrato all’uscita 22.
Una donna dai lunghi capelli castani vestita con un severo vestito blu notte uscì dal gate cercando tra la folla in attesa il suo contatto. Lo riconobbe facilmente. Alto, biondo, corporatura massiccia vestito completamente di nero, la tipica guardia del corpo.
Le si avvicinò con passo tranquillo.
-Ben arrivata signora Ridely. Gli altri ci stanno aspettando in macchina qui fuori andremo subito a Sunnydale.
-Bene signor…
-Smith. –Rispose lui.
Lei sospirò sconsolata, ci avrebbe scommesso, fantasia zero. Chissà se sceglievano per quel genere di lavoro in base all’assenza di cervello. Già odiava quel posto.
Sunnydale, notte.
Era a caccia.
Voleva uccidere.
Doveva uccidere.
Sentiva la sete di vendetta scorrerle prepotente per tutto il corpo.
Doveva togliersi di dosso quel senso di impotenza, quella frustrazione che l’attanagliava. Sapeva che non sarebbero spariti finché non avesse ucciso qualcosa. Qualsiasi cosa.
Aveva bisogno di una preda.
Di una vittima.
Una morte e sarebbe tornata la soddisfazione di sé, il potere…
La sete, desiderio di sangue imperava nella sua mente. Sentiva quasi una voce dentro di lei che chiedeva riparazione. Voleva quei pochi istanti durante il combattimento in cui la coscienza, come era conosciuta da tutti, sparisse per lasciare spazio a quel rassicurante nulla. Aveva la necessità, il disperato, angosciate bisogno di quell’attimo di onnipotenza che dava la vittoria, l’esser sopravvissuti. Rigirava instancabile il paletto nelle sue mani aspettando la sua vittima mentre camminava nel cimitero. Una vittima, niente altro.
Nella cintura portava anche un coltello. Avrebbe fatto soffrire quel demone sicario prima di ucciderlo. Ripeteva senza sosta il suo nome più volte nella mente, instancabile. Karatum. L’assassino. Sarebbe morto. Non le importava il tempo che ci sarebbe voluto. Sarebbe morto.
Faith aveva controllato tutti i motel e i ristoranti della città. Sembrava che nessuno avesse visto l’uomo che cercava. Era frustante e stancante andarsene in giro senza trovare niente interrogando decine di persone che non avrebbero distinto un cetriolo da un assassino. “Dannazione!” imprecò Faith, “possibile che non lo sentano? L’aura di morte che quell’essere si porta dietro può essere fiutata da un miglio!”
Le sue ricerche però non davano frutti. Doveva aver trascurato qualcosa. Cominciò a riesaminare i fatti. Cosa sapeva dell’assassino? Era in circolazione da quasi quindici anni, “un record”, non era mai stato preso, sembrava così sicuro di sé improvvisamente ricordò. Era un solitario. Evitava le persone, probabilmente gli davano fastidio, il perché non le interessava. Lo aveva notato subito nella hall di quell’albergo a Miami. Sembrava quasi ritrarsi quando qualcuno passava vicino al divano dove si era sistemato.
Si diede dell’idiota, aveva perso intere ore a controllare i ristoranti. Non era così che agiva. Probabilmente si faceva da mangiare da solo, quindi doveva trovare il negozio dove aveva fatto provviste. Scartò ipermercati e centri commerciali. Probabilmente si serviva in negozi a conduzione familiare. Avrebbe cominciato con quelli vicino a motel ed alberghi, preferibilmente aperti ad orario non-stop.
Stava albeggiando. Aveva trovato cinque vampiri. Li aveva “interrogati”. Non ne aveva ricavato nulla. Cumuli di cenere.
Era tardi. O presto. Punti di vista.
Rimase per un attimo sul limitare del parco dove aveva incenerito da poco un vampiro pericolosamente in ritardo per rientrare nella sua tana.
Vide prima il chiarore dell’orizzonte poi il primo raggio di sole che la scaldò piacevolmente. Chiuse gli occhi assaporando al momentanea pace. L’adrenalina dello scontro era ancora in circolo.
Fino a notte non avrebbe più potuto cacciare, almeno non vampiri. La mente le si schiarì un po’, la sete era per il momento, solo per il momento, saziata. Poteva pensare lucidamente. La sua vera preda era il Karatum.
Aveva bisogno di informazioni. Willy.
Aveva una traccia. La vecchia della cassa se lo ricordava. Alto, moro, vestito con un abito chiaro. Lo aveva osservato perché ero uno sconosciuto ed aveva “un non so che di misterioso. Credevo che potesse essere un taccheggiatore, e poi quegli occhiali scuri…”. No, non, aveva la macchina né altri mezzi, si era avviato a piedi lungo la strada.
Faith aveva ringraziato allungando una banconota da dieci dollari alla signora dai capelli grigi, ricevendo come effetto l’aggiunta di un’osservazione. “Ha fatto la spesa per qualche giorno comprando anche dell’acqua da bere ma non aveva niente altro, né alcool né bibite”.
Faith era rimasta un attimo a pensare. A Miami lui sorseggiava un drink. Probabilmente frequentava un bar. Era alla periferia sud, la zona che conosceva meno, imprecò fra sé. L’aspettava una lunga notte passata fra un bar ed un altro.
Non aveva ottenuto alcuna informazione utile. Willy non sapeva niente. Lo aveva capito dopo il naso e il secondo dito rotto che stava dicendo la verità. Non sentiva la stanchezza, le sembrava di essere in una condizione in cui tutte le sensazioni (fatica, dolore) venivano registrate con un secondo di ritardo, attutite.
Lei voleva vendetta. Esigeva vendetta. Non si sarebbe fermate fino ad allora.
Il porto.
Lì poteva avere delle informazioni.
Casa di Giles.
Il suono del telefono lo svegliò. Riuscì a rispondere al terzo squillo.
-Pronto?
-Signor Giles? Sono Willow. Buffy non è tornata questa notte.
L’inglese sospirò, se lo era aspettato.
-Lo immaginavo. Non credo che tornerà ancora per delle ore, forse per dei giorni.
Era così stanco…
-Cosa sta facendo? E se ha bisogno di noi? E le sue classi, che dirò ai professori, come farà per recuperare le lezioni perdute, e se la madre dovesse telefonare…
-Willow respira. –Si passò una mano davanti agli occhi, gli bruciavano. –In questo momento Buffy deve stare sola, vuole stare sola. Sta provando molto dolore, vuole vendetta, ha anche paura. Probabilmente si sente anche colpevole. Le ci vorrà del tempo per calmarsi. Rimani il più possibile in camera e aspettala. Lo stesso farò qui ed Anya al negozio. Se la vedi o la senti sii rassicurante. Tornerà, come sempre. –“od almeno spero”.
New York, immortals’ body building.
In sottofondo si sentiva la musica di una delle tante radio commerciali a volte sovrastata dal rumore dei pesi che colpivano il pavimento. Vicino ad una panca orizzontale c’era un gruppetto di persone che chiacchieravano del più e del meno. Tra loro c’era una donna castana, apparentemente sulla trentina, dal corpo ben scolpito, che sembrava essere l’anima della conversazione.
Sopragiunse in quel momento un altro ragazzo, un istruttore, vestito con la tuta della palestra la scritta staff sulla schiena, toccò leggermente la spalla della donna per attirarne l’attenzione. Lei si girò ancora ridendo della battuta che aveva appena ascoltato.
-Cosa c’è David?
-Niente di particolare Eliza, ti volevo solo informare che quel tuo amico John ti sta aspettando fuori.
Lei lo ringraziò con un cenno del capo dirigendosi verso il bar della palestra.
Non era troppo affollato data l’ora tarda del pomeriggio, così riuscì ad individuare con facilità il suo amico, un uomo sulla cinquantina dai capelli brizzolati che sedeva ad un tavolo un po’ appartato bevendo quello che sembrava un drink analcolico.
Eliza si sedé salutando calorosamente l’altro.
-Quanto tempo è che non ci vediamo?
-Sei mesi, credo. – rispose lui.- Ti trovo identica.
-Davvero? Non l’avrei mai detto. – rispose lei ironica.
Scoppiarono entrambi in una breve risata. John sorseggiò per qualche momento il suo drink prima di riprendere.
-Ho le informazioni che mi hai chiesto.
-Grazie, forse è meglio proseguire il resto della conversazione nel mio ufficio però.
L’altro rispose con un cenno affermativo alzandosi dalla sedia.
L’ufficio era abbastanza piccolo e confortevole con le pareti di vetro coperte da tendine mobili. Sugli scaffali un’impressionante collezione di armi per arti marziali, insegnate nella palestra e praticate da Eliza, ed una spada molto ben affilata.
-Accomodati. Sei riuscito a rintracciare quel tuo amico?
-Si. Sai che non te ne posso fare il nome vero Liz?
-Non serve, mi basta la tua parola che hai usato solo collegamenti sicuri.
-Ce l’hai. Ma non mi hai ancora detto ha che ti servono queste informazioni.
Eliza fece un piccolo sospiro prima di parlare.
-Servono ad una mia amica. Diciamo che ha dei problemi irrisolti con il concilio degli osservatori.
-E a cosa gli servono queste informazioni?
-Diciamo che vuole conoscere un po’ meglio chi ha cercato e probabilmente cercherà di farle la pelle, e vuole delle risposte a certe domande.
-Va bene. Devi sapere che…
Il terzo giorno dalla morte di Riley, notte.
Era davvero stanca. Più precisamente esausta.
Sembrava che nessuno avesse mai visto o sentito di questo Karatum. Aveva messo sottosopra la città. Aveva distrutto due nidi di vampiri, sorpreso di notte altri dieci succhiasangue, ucciso un polgara e altri quattro demoni di cui non conosceva neanche il nome. Ma di lui, dell’unico che gli interessava niente.
Gli abiti che indossava ormai erano sporchi di cenere e terra miste a sangue rappreso. Si era procurata diverse ferite superficiali durante quegli scontri. Una spalla era infiammata, le si era gonfiata ed aveva cominciato a farle un male infernale.
Era ora di tornare a casa. Tutto quello che voleva era dormire. Poi, forse, mangiare. Non si ricordava esattamente più quale era stato il suo ultimo pasto. Soprattutto la rabbia, il dolore, quello che l’aveva fatta andare avanti finora erano spariti. E con essi l’adrenalina che la confortava così tanto.
Si avviò verso il campus stringendo nella mano, che solo ora si accorgeva percorsa da crampi, un paletto ormai spuntato e quasi inutile.
Ad un tratto, improvvisamente li sentì. La stanchezza le aveva impedito di accorgersene finché non fu troppo tardi. Era circondata. Si concentrò un attimo. Dovevano essere una quindicina. Decisamente troppi.
Strinse di nuovo con forza il paletto cercando una via di fuga. Si accorse di essere entrata in un cimitero. Aveva voluto prendere una scorciatoia per il campus. Pessimo errore. Si guardò attorno cercando un luogo adatto ad affrontarli tutti.
Faith l’aveva trovato. Era nel terzo locale che controllava quella sera sempre nella zona sud della città la più lontana dal porto e dal campus. Lui era seduto ad un tavolo d’angolo quasi completamente immerso nell’oscurità, gli abiti troppo eleganti lo avevano tradito. Corrispondeva alla descrizione della donna. Capelli scuri, occhiali da sole sulla testa, aria distinta ma un po’ misteriosa.
La cacciatrice si era seduta al bancone ordinando una birra. Continuò ad osservarlo con discrezione accorgendosi ben presto dell’aurea, l’unico termine che dava un’idea di quello che lei percepiva, che quel killer emanava.
Non voleva affrontarlo in quel luogo pubblico. Avrebbe potuto approfittare della confusione per scappare. Non si poteva permettere di sbagliare. Inoltre le serviva vivo, era l’unico collegamento che aveva con i mandanti di cui cercava informazioni. Voleva interrogarlo od almeno dare un’occhiata alle sue cose.
Finito il suo drink l’uomo si alzò per andarsene. Faith lasciò qualche dollaro sul bancone e cominciò a pedinarlo.
Buffy si avvicinò guardinga ad una cripta, almeno non l’avrebbero attaccata alle spalle.
Si materializzarono tutti insieme. La maggior parte erano uomini ma c’erano anche diverse donne, avevano la faccia deformata.
-Guarda, guarda, una cacciatrice solitaria che se ne va in giro per i cimiteri dopo una caccia che dura da più di tre giorni. Non ti hanno detto che troppo lavoro uccide?
Sogghignò. Ad un suo cenno tutti gli altri si mossero simultaneamente. “non sono appena risorti, sembrano decisamente coordinati fra di loro. Questa volta non ne esco viva” in realtà non le importava molto, era troppo stanca per importarle fino in fondo.
Riuscì ad incenerire i primi due che l’attaccarono, poi la colpirono per la prima volta, la colpirono proprio alla spalla che le faceva male, dovevano aver capito che era indolenzita da come la muoveva. Un altro minuto, un altro mucchietto di cenere.
La colpirono di nuovo, più forte. Una volta al torace, un’altra al braccio destro. Cominciò a sentire le punte delle dita fredde.
“I miracoli non ci sono mai quando ti servono…” Sarebbe stata anche un situazione divertente se non avesse portato alla sua morte.
Derek si immobilizzò appena superato un angolo. Aveva la sensazione che lo stessero seguendo. Chiunque fosse doveva essere bravo, non si era accorto della sua presenza per più di dieci minuti. Dovevano averlo rintracciato nel locale. Aveva prestato molta cura nell’affittare la stanza di motel dove viveva. Non aveva lasciato tracce ne era sicuro.
Il suo cacciatore doveva aver fatto un lungo lavoro per trovarlo. Probabilmente lo aveva visto almeno una volta, ed era un buono osservatore per aver capito le sue abitudini.
Cercò un modo per farlo venire allo scoperto. Sparire dalla sua visuale era il metodo migliore.
Si inoltrò tranquillamente in un vicolo cieco per arrampicarsi facilmente su una scala antincendio. Sfilò dalla fondina la pistola che portava con sé avvitando il silenziatore alla canna preparandosi all’imboscata.
Doveva essersene accorto. Faith imprecò fra sé. La gente non termina le sue passeggiate in un vicolo cieco. Ringraziò il cielo di aver esplorato bene la zona nei giorni scorsi.
Probabilmente le stava preparando un’imboscata. “Vorrà vedere chi lo seguiva e piantargli una pallottola in mezzo agli occhi” scosse la testa. Che imbecille a farsi scoprire. Probabilmente l’aveva notata a quell’incrocio quando si era fermato ad accendersi una sigaretta. Era troppo vicina. Non sapeva che fare. Aspettare la sua prossima mossa od agire per interrompere lo stallo.
Aspettava da trenta minuti. L’imboscata era evidentemente saltata. Provò rispetto per quelli che lo braccavano. Conoscevano il mestiere. Non per questo si sarebbe fatto prendere.
Derek scese dalla scala antincendio atterrando in mezzo a dei sacchi della spazzatura che attutirono la caduta. Puntò la pistola verso l’imboccatura del vicolo di riflesso mentre rotolava verso la parete dell’edificio.
Nessun colpo.
Si rialzò senza fare rumore e si avvicinò all’angolo che aveva superato per entrare nel vicolo. Gettò una rapida occhiata alla strada immersa nel silenzio e fu salutato da un colpo di pistola che gli sfiorò la spalla.
Si ritrasse a tempo di record. Il colpo doveva essere stato sparato dalla sua destra anche se non aveva visto nessuno. Probabilmente era nascosto in qualche androne.
Rispose al fuoco alla cieca, sparò quattro colpi giusto per guadagnare tempo, poi si girò verso la recinzione che ostruiva il vicolo. Rea alta ma ce la poteva fare a scavalcarla prima che il suo inseguitore capisse cosa stava succedendo.
Sparò altri due colpi per tenere a distanza l’avversario per poi girarsi e correre verso la rete. Saltò su un cassonetto, facendo più rumore di quello che si era aspettato, poi cominciò a scalare il reticolato accompagnato dai cigolii delle maglie arrugginite.
Altri due colpi evidentemente sparati alla cieca. Voleva tenerla lontana dal vicolo.
Poi un rumore sordo le sembrò di sentire dei cigolii. Rimase in attesa.
Un tonfo più leggero.
Stava scavalcando la rete.
Faith imprecò cominciando a correre verso il vicolo tenendosi il più possibile al riparo all’ombra degli edifici.
Arrivò all’ingresso del vicolo in tempo per vedere una figura allontanarsi. L’aveva giocata. “Merda!” sparò un paio di colpi verso il fuggitivo mancandolo. Lo osservò allontanarsi impotente. Maledisse la propria stupidità mentre usciva dal vicolo per cercare di anticipare le mosse del suo avversario. Aveva le stesse possibilità di ritrovarlo di quante ce ne siano di vincere alla lotteria.
Buffy decise di cambiare strategia. Avrebbe concentrato tutti i suoi attacchi su un solo vampiro. Se resisteva abbastanza forse avrebbe anche potuto farcela.
La bionda a sinistra. Evitò un pugno diretto al volto e rispose con un gancio sinistro. La colpirono dall’altro lato, L’ignorò concentrandosi sulla bionda.
Riuscì a stordirla con l’impugnatura del paletto per poi girarlo ed incenerirla velocemente.
Meno sei.
Si concentrò su un moro, una veloce combinazione di pugni al volto, un calcio alla cassa toracica e un preciso colpo al cuore. Cenere.
Ma si era sbilanciata verso destra. Qualcuno la colpì con un calcio dietro al ginocchio. La gamba si piegò toccando terra, ancora un altro colpo le fece volare il paletto dalle mani.
Cadde bocconi al suolo dopo un altro calcio. Provò a rialzarsi ma un colpo al volto la fece ricadere. La sua bocca era piena di sangue. Le arrivò un calcio al torace, forte e preciso. Un’altra costola rotta. Un altro osso rotto, non che ormai facesse più molta differenza per lei. Ormai sentiva il suo corpo come separato, diviso da lei, lontano. Il dolore era quasi stato registrato passivamente come un’informazione non molto utile.
Con un rantolo sputò di sangue e saliva sull’asfalto nero dove giaceva, lo sentiva umido al contatto con la pelle del viso, quasi viscido. La sua visuale si stava facendo sempre più ristretta e scura, come coperta da un velo nero.
Improvvisamente i colpi che prima arrivavano con regolarità smisero. Doveva essere successo qualcosa. L’istinto di sopravvivenza prese il sopravvento. Con forze che non sapeva neanche di possedere si trascinò in piedi e cominciò ad allontanarsi mentre la paura la sommergeva ad ondate, implacabile. Si inoltrò in mezzo al boschetto del cimitero appoggiandosi quando poteva agli alberi attenta a non cadere. Se fosse successo sapeva che non avrebbe più avuto la forza di rialzarsi. Zoppicava vistosamente e la gamba destra le faceva malissimo, poteva, doveva essere rotta, non sapeva che direzione stesse prendendo, e non le importava, voleva solo fuggire dal dolore e da quei vampiri.
Sentì dei rumori dietro a lei, passi affrettati, ramoscelli spezzati, alcune parole frettolose, veloci bisbigli.
Un urlo di dolore, altri passi, più rapidi ora.
Era terrorizzata, sentiva freddo in tutto il corpo. Continuò a camminare, anche se ogni passo era un inferno. Era un lavoro monotono che però assorbiva tutta la sua attenzione, fare un passo dietro l’altro senza fermarsi.
Era braccata, si sentiva braccata.
Era dura lasciare il posto di predatore. La paura, la paura di morire e quell’insostenibile senso di impotenza la tormentavano. Si sentiva accerchiata, conscia dell’inutilità della sua fuga. Nelle condizioni in cui era, e se ne rendeva conto, era questa la vera maledizione, un vampiro avrebbe potuto raggiungerla anche camminando.
Il terrore e l’orrore di morire sola in mezzo ad un cimitero drenata a morte la perseguitava da quando era diventata la cacciatrice. Ora era realtà, era tangibile, lo sentiva fisicamente al suo fianco. Arrivò a temere di impazzire, sentiva la coscienza premere per tornare in superficie, lottare con l’istinto di conservazione che la stava spingendo a trovare una via di uscita.
I rumori si affievolirono. Poi più niente, non le arrivarono altri colpi, nessuno cercò di fermarla.
Ma nella sua mente li sentiva ancora, con i loro ringhi, i respiri ansanti, i passi che si avvicinavano inesorabili, la paura del prossimo colpo.
Dopo un tempo indefinito crollò a terra esausta. Non voleva più sentire. Si rifiutava di provare. Il dolce nulla in cui si era rifugiata era così accogliente, fuori l’aspettava solo dolore.
Attendeva con ansia che arrivasse la morte. Il riposo eterno. In fondo se lo era meritato. Anni di lotte contro il male, forse esisteva un paradiso solo per le cacciatrici…
Buffy, riversa nel proprio sangue, sola, in un vicolo abbandonato, venne investita da ondate di dolore lancinante che le sembravano provenire da tutto il corpo, da ogni singola cellula, insistente, penetrante. Dopo il dolore venne assalita dalla nausea. Vomitò ripetutamente contorcendosi per gli spasimi che questo le procurò al torace…
-Una delle ombre è appena rientrata, Miss Ridely.
-Bene agente, cosa ha riferito?
-Abbiamo trovato l’alloggio dell’obbiettivo. E’ dalle parti del porto, signora.
-Preparate la squadra e portate con voi le ombre come rinforzo. Seguite il protocollo Gamma.
-Dobbiamo uccidere chiunque interferisca o possa rivelarsi una minaccia per la missione?
“Li scelgono senza dubbio per la mancanza di cervello”.
-Esatto agente.
Quanto odiava lasciare la sede del concilio per le missioni sul campo. Amava lavorare con i computer tanto quanto odiava farlo con gli uomini.
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