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seconda parte

December 25 2003 at 4:34 AM
  (Login strixmisia)


Response to Un anello contro il male

 

Sunnydale distava appena un paio d’ore da Los Angeles. Anche meno se si lasciava gravare il piede sull’acceleratore ed Angel in macchina divorò i chilometri, finché non vide davanti a sé un cartello con su scritto “WELCOME TO SUNNYDALE!”.
Gli sembrava di aver appena superato il manifesto che invitava a tornare presto alla Città degli Angeli e invece era già arrivato a Sunnydale.

Troppo in fretta.
Aveva guidato decisamente troppo in fretta.
Senza darsi neanche il tempo di riflettere.

Guardò l’anello alla sua mano. Amarra.
Il completamento di ogni vampiro. Ciò che consacrava l’immortalità all’eternità. Il tassello mancante che determinava l’assoluta fusione fra demone e... uomo.
Era bastato questo per farlo montare in macchina e guidare sin lì.

Impulsivo.
Come nei suoi cinque minuti peggiori. Come Spike.
Solo che avendo un centinaio d’anni e passa più di lui, non aveva neanche la scusante dell’età.

Ormai stava albeggiando e dopo secoli nel buio, valeva almeno la pena di godersi interamente quello spettacolo stando fermo comodamente. Invece che riprendere altrettanto impulsivamente la macchina e contemplare l’alba con sfuggenti occhiate sbieche dall’autostrada.
La collina di Sunnydale era un’altura che dominava tutta la città. Il primo posto dove brillava il sole.
Un punto così esposto da non offrire alcun rifugio o… ripensamento.
Vi era già stato una volta e proprio a quell’ora.

*******



Aspettavano timorosi di rivederlo.
Da un momento all’altro sarebbe comparso di fronte a loro e più il tempo passava, più la tensione aumentava.
Ignoravano che dall’ombra, lui li osservasse.
Poteva percepire la loro paura, il timore prevalere su qualsiasi altro sentimento in loro parlando, anche solo pensando a lui.
Così, silenziosamente come era giunto, se ne era andato senza palesare la sua presenza.

Li aiutava senza farsi vedere come faceva agli inizi, prima che sapessero della sua esistenza.
Solo Faith, in quei giorni, era riuscita a vederlo e a parlarci dopo averne sentito tanto raccontare.
Poi più nulla. Scomparso. Come inghiottito da quel buio di cui faceva parte.
Il suo rientro alla dimensione umana non era stato più generoso della sua permanenza in quell’inferno, questo era certo. E al di là del ‘caloroso’ benvenuto che aveva ricevuto, c’era ben altro a sgomentarlo e che l’aveva portato ad estraniarsi da tutto…

La prima volta era stato breve, fuggevole.
Solo un attimo in cui si era sentito osservato e con smarrimento aveva constatato che qualcuno lo stava realmente osservando.
Ma era qualcuno che non poteva essere lì.
Era qualcuno che aveva ucciso talmente tanto tempo addietro, che non poteva essere rimasta neanche polvere nella sua bara.

Quegli attimi brevi e fuggevoli, col passare del tempo erano diventati frequenti e sempre meno brevi, sempre meno fuggevoli.
Volti diversi che non avrebbe mai pensato di poter ricordare, finché non li vedeva riaffiorare tra la folla.
Gli venivano incontro, proseguivano al suo fianco attraversati dalle persone che non vedendoli, camminavano nella strada come se nulla fosse.
Poi come erano venuti, sparivano.
Cominciò a consultare degli antichi testi che aveva a portata di mano, se non fossero bastati, avrebbe rivoltato i magazzini di Los Angeles dov’erano contenuti gli altri.
Sicuramente oltrepassando quello stramaledetto varco, si era portato qualcosa appresso da quell’inferno.
Ogni tanto, al capo opposto del tavolo, si accomodava uno o una di loro. Una delle sue vittime.
Lui le osservava con determinazione, quasi durezza.
Anche quelle che in vita avevano avuto espressioni arroganti erano come corrose dal dolore, ma se c’era una cosa di cui poteva essere sicuro, era che quelle apparizioni non erano una ripercussione del globo di Thesulah.
Quindi cosa erano?
Rilasciò l’ennesimo libro sul tavolo con un gesto stizzito, per ritrovarsi davanti un altro volto affranto.
Basta. Questo era davvero troppo.
« Tienimi il segno »
Saltò su con insofferenza verso l’apparizione, poi uscì dalla villa e prese a camminare senza meta.


In lontananza notò che le case erano addobbate a festa.
Luci da tutte le parti, grandi corone con immensi fiocchi rossi appesi alle porte di ingresso, ciuffi di vischio sospesi sulle soglie e alcuni sfoggiavano sui prati davanti a casa orrendi Babbi Natale, renne e slitte ricoperti di improbabile neve posticcia.
Era già la Vigilia di Natale.

Il tempo era passato senza che lui, concentrato nelle sue ricerche, vi avesse badato e il clima non era stato indicativo di nessun cambiamento.
In California faceva sempre caldo, al massimo tiepido.
Bastavano 20° per far indossare i vestiti pesanti, sempre che quegli abiti potessero essere definiti pesanti…
Tutto così diverso dall’Europa, dall’Irlanda.
Quel clima poteva essere attribuito nella sua terra ad una prosperosa primavera o ad una timida estate.
Forse più estate che non primavera, non ne era certo. Aveva lasciato l’Isola di Smeraldo appena un mese dopo la sua rinascita per non farvi più rientro e i suoi ricordi in tal senso, erano vaghi e decisamente poco attendibili.
Ad ogni modo il loro inverno era diverso.
Era freddo. Di un freddo così intenso da penetrare nelle ossa e poterle sgretolare quasi.
E anche il Natale era diverso.
Non avrebbe mai creduto che nell’arco di tutti quei secoli, gli irlandesi fossero cambiati tanto da tenere delle renne di plastica in giardino…
Sorrise, tramutando la curva delle sue labbra in una piega amara e dirigendosi verso il cimitero. Non aveva più voglia di vedere case addobbate a festa e lì, non correva assolutamente il pericolo di trovarne.

Fece mente locale per ritornare al motivo che l’aveva fatto uscire dalla villa.
Al bisogno di un istante di tranquillità che lo aiutasse a capire cosa gli stava accadendo e perché, ma quando lo raggiunse, vide di fronte a sé Buffy che stava combattendo contro due vampiri.
Sembravano piuttosto forti ma non particolarmente insidiosi, tanto che poteva continuare a vivere nell’ombra senza rivelarsi e l’avrebbe fatto… se uno dei due non l’avesse scaraventata brutalmente a terra.

In mezzo alla nuvola di cenere che si stava depositando a terra, Buffy fece per alzarsi e lui istintivamente le offrì una mano per aiutarla. Una mano che lei schiaffeggiò rifiutandola, fissando lui con rabbia e rialzandosi da sola.
Angel indietreggiò di un passo guardandola confuso.
Non si aspettava una simile reazione da parte sua, anche perché nonostante non si fosse fatto più vedere, neppure lei era andata a cercarlo e tra l’altro aveva solo voluto aiutarla.

« Questi non sono più affari tuoi, Angel… »

Il suo atteggiamento, la sua voce, la sua espressione.
Quanto le avrebbe voluto dire che se si fosse fatto i fatti suoi come voleva lei, non sarebbero stati lì a parlare adesso.
Invece rimase a fissarla senza dir nulla, incapace di fare il minimo gesto intanto che lei continuava a rovesciargli addosso il suo rancore, a dirgli di farsi una vita sua, a dichiarargli che lei era riuscita a farsene una propria e che non aveva più bisogno di lui né del suo aiuto.
Fermo, zitto.
Cercava di estraniarsi dalle sue parole, consapevole del fatto che se le avesse udite fino in fondo e gli avesse dato il giusto peso, non si sarebbe più trattenuto e le avrebbe fatto scontare anche ciò di cui non aveva colpa.
E se poi avesse scoperto che quelle visioni erano dei concreti strascichi di quell’inferno in cui l’aveva catapultato? Avrebbe potuto continuare a dire che lei non aveva colpa di...

Basta.
Anche questo era davvero troppo.
Tutto era davvero troppo.
Le voltò le spalle, lasciandola lì. Sordo a quello che poteva ancora dirgli e insensibile agli sguardi che poteva mandargli. Ignaro della sua paura.
Paura di quello che era accaduto tra loro, delle conseguenze che aveva portato, di quei tre mesi in cui si era annullata, di quella solitudine che tutt’ora la circondava. Paura che l’aveva portata ad allontanarlo nel modo più crudele.
Perché non si ripetesse tutto daccapo, perché non si dovesse trovare un’altra volta di fronte a lui per doverlo uccidere ancora.
Preferendo ferirlo a morte verbalmente spingendolo ad andarsene, che ferirlo a morte fisicamente spingendolo nuovamente all’Inferno.

Stupendo.
Davvero grandioso.
Non che si aspettasse niente.
Non si aspettava niente da nessuno e da un pezzo ormai.

Rientrò alla villa sbattendo rumorosamente la porta dietro di sé, per poi appoggiarvisi stremato.
Si lasciò scivolare lentamente a terra e abbracciò le gambe, poggiando la testa sulle ginocchia, come faceva quando era bambino.
Era stanco. Tremendamente stanco.
E se scappare avesse voluto dire lasciarsi alle spalle quell’inferno una volta per tutte, lo avrebbe fatto.
Lo avrebbe fatto contro tutto e tutti.
Anche contro se stesso…

In fondo voleva solo un po’ di pace. Un attimo di pace in cui non dover pensare a come combattere, difendersi, sopravvivere. Solo un attimo di pace.
Totale, assoluta.

« Sei sicuro che sia questo quello che vuoi? »

Angel rialzò il viso di scatto.
« No, perché adesso lo sai cosa capita quando sei in pace con te stesso, quindi… »
Janna.
L’ultima componente dei Kalderash, la tribù di zingari che l’aveva maledetto.
L’ultima vittima ‘eccellentÈ. Quella che Buffy e gli altri piangevano col nome di Jenny Calendar.
Continuava a fissarla mentre gli veniva incontro. Vestita con una tunica color sabbia smanicata e sopra una mantella di voile.
Gli sorrideva con aria compiaciuta e fu allora che comprese.

« Avrei dovuto capirlo che eri tu » fece il vampiro scuotendo la testa.
« Non te ne dolere, io non me ne dolgo. Con quel che hai passato, sarebbe stato sorprendente il contrario »
Il vampiro sorrise di scherno, mentre la figura davanti a lui si piegava per avvicinarglisi meglio.
Rialzò il capo e con fare formale « A cosa debbo l’onore? ». La figura allargò il suo sorriso « Anche a questa risposta. Volevo rivederti… Mi sei mancato Angelus. Pochi se non nessuno sarebbero riusciti a tornare come hai fatto tu »
« Smettila di adularmi. È solo questo il motivo per cui sei qui? »
I suoi occhi brillarono « No. Sono qui al tuo servizio. Sono qui per esaudire i tuoi desideri. E se è un attimo di pace assoluta quello che vuoi, io… »
« Io non voglio nulla da te. Men che meno un attimo di pace » e detto questo, si scostò dalla porta camminando verso il salone.
Ancora accovacciata a terra, si rivolse a lui con accanimento « Preferisci continuare a vivere così? Credi che aggrappandoti al globo di Thesulah, a quello che credi il meglio di te le cose si sistemeranno? Quando hai perso il meglio di te si sono sistemate. Quando sei tornato quello che eri »
« Io non ero così. Non sono mai stato così »
Rialzandosi in piedi e moderando il tono « Era comunque una parte di te. Forse non la migliore per te, ma a conti fatti… »
« Che intendi dire? »
« Intendo dire… È preferibile vivere al peggio delle tue possibilità tenendo il meglio di te, o è più opportuno vivere al meglio delle tue possibilità tenendoti solo il peggio di te? »
« Domanda oziosa »
« Lo crederei anch’io, se non sapessi che quando si è rotta la maledizione, hai riavuto quanto di più caro nella tua esistenza affianco… »

Angel abbassò lo sguardo, si diresse verso una poltrona e vi si sedette pesantemente.
La figura si accomodò accanto a lui sul bracciolo « Drusilla e Spike. …Era tutto tornato così semplice con loro, così sereno. Il mondo, l’eternità, il nutrirsi… »
Su quell’ultima parola gli accarezzò le labbra con un dito e insinuandosi in esse, gli sfiorò i denti. Il vampiro ritrasse immediatamente il capo, gettandolo leggermente indietro.
L’entità sorrise « Ecco, vedi… Loro, per esempio, non ti avrebbero mai lasciato da solo a combattere contro tutto questo. Sarebbero rimasti al tuo fianco a costo di impazzire o di morire con te » Si zittì per un attimo, poi con tono denigratorio concluse « Solo il ritorno del meglio di te poteva farli andar via e così è successo. Questo non ti fa riflettere neanche un po’? »

Drusilla e Spike.
Era tutto vero quello che aveva detto.
In quegli incredibili mesi, aveva riavuto la sua famiglia con sé.
Anche nei momenti peggiori erano rimasti, anche quando era talmente inquietante il suo comportamento, da non permettergli quasi di riconoscerlo erano rimasti. Con lui, al suo fianco.
La sua famiglia, quello che ne restava.
Se ne erano andati solo quando avevano percepito che la maledizione era stata ristabilita, ma loro non sapevano…
« No. Neanche un po’ »

Lei gli sorrise nuovamente, come se avesse capito il suo intento con quella risposta.
« Puoi negare agli altri che tu rivoglia tutto quanto, ma non a me. Per evitare che la maledizione ti riprecludesse tutto, mi hai spezzato il collo »
Si voltò con irruenza « Io non ho spezzato il collo a te, ma a Janna »
« Lo so. È per questo che ho indossato il suo volto. Perché tu ricordassi. Tutta quella rabbia, tutto quell’odio mentre le parlavi, mentre la guardavi, quando hai tenuto il suo collo tra le tue mani prima di spezzarlo. E il bello è che se potessi le rispezzeresti il collo anche adesso che sei maledetto. Nonostante le ripercussioni del globo e dei giudizi di quegli umani, non esiteresti un istante »
Con sguardo torvo « Dimentichi che le ho salvato la vita »
« Già. Ed è stato quando l’hai liberata da quel demone, che ti sei reso conto di chi fosse realmente. Dimmi, non ti sei sentito gelare in quel momento? »

Nessuna risposta. L’entità si alzò, girovagando davanti a lui.

« No? E non ti sei sentito bruciare di rabbia, quando hai realizzato che lei sapeva quanto sarebbe accaduto e non aveva mosso un dito per evitarlo? Bastava che si sdebitasse raccontandoti tutto e solo quello sarebbe servito ad impedirti di essere tranquillo e sereno… Oh si che le rispezzeresti il collo. Oggi come allora, quando non volevi essere rimaledetto, quando non rivolevi quel guinzaglio che ti stringeva la gola, l’esistenza. Quando volevi rimanere libero ad ogni costo, perché tu volevi essere libero… E lo vuoi ancora »

Con sereno distacco « Il tuo problema è sempre stato quello di essere convinto di sapere tutto »
« E il tuo problema è sempre stato quello di essere convinto di poter sopportare tutto »
A denti stretti « Tu non sai nulla di me »
« So quanto amassi la tua famiglia e quanto la tua famiglia amasse te. Quanto ti stimasse, quanto ti rispettasse. Quanto fosse orgogliosa di te »
La osservò irridente, con un sorriso sbieco.
« Non giocare con me. Sai che non parlo della famiglia che hai ucciso, ma alludo al tuo Sire e ai tuoi Childe »
Riabbassò lo sguardo assorto, l’entità fece un sospiro profondo e sedendosi nella poltrona di fronte « Dicono che Natale sia la festa più bella dell’anno. Malgrado ciò, le medie dei suicidi aumentano vertiginosamente di questo periodo… »
« È la solitudine »
Mormorò Angel. La sembianza di Janna strinse gli occhi.
« Ricordi i Natali di quando eri vivo? »

Quella domanda interruppe le sue riflessioni ed annuì con una notevole rigidità nel capo.
Cosa voleva sapere? Se erano stati belli i suoi Natali da vivo?
Che terreno facile e fertile avrebbe avuto…

Il primo Natale che ricordava, era quello dei suoi cinque anni.
Solo, in collegio.
Suo padre l’aveva portato là quell’estate senza più dare un cenno, nulla. Credeva che per Natale sarebbe stato diverso, ma sbagliava.
Il giorno della Vigilia aveva visto i suoi compagni andarsene uno ad uno, presi dalle famiglie per le feste, rimanendo alla fine l’unico.

Era restato solo in piedi nel cortile.
Tutto il giorno.
Tutta la notte fino all’alba del giorno di Natale.
Aspettando che venissero a prendere anche lui.
Aspettando inutilmente.

Il giorno di Natale si ritrovò da solo nell’enorme sala del collegio.
Tenendo lo sguardo basso per non vedere il vuoto che lo circondava. Immerso in un silenzio da ferire profondamente l’anima. Ingoiando a fatica la zuppa insieme alle lacrime che cercavano di salirgli agli occhi.
Trascorse svariati Natali successivi allo stesso modo, ma ormai la solitudine e il silenzio erano la normalità e le lacrime non salivano più a bruciargli gli occhi e a chiudergli la gola…

No. Non erano stati belli e neanche decenti i suoi Natali da vivo.
Nonostante ci avesse creduto, sperato. Nonostante si fosse impegnato a convincersi che non era importante. Nonostante ogni sforzo per piacere ai suoi genitori. Nonostante…
Si. Faceva male ammetterlo, ma… nonostante Caitlin.
Un perenne fondo di amarezza nella bocca e nel cuore, impedivano che lei, con la sua sola presenza, cancellasse tutto il resto rendendolo bello.

« Ricordi i Natali passati con Loro? »

Socchiuse leggermente gli occhi, annuendo stavolta con una dolce malinconia.
Certo che li ricordava. Come avrebbe potuto dimenticarli…
I primi Natali, nel tempo in cui erano lui e Darla soli.
Quando l’unico pensiero era ridere, decidere la prossima meta di viaggio e fare l’amore. Quando niente altro aveva importanza all’infuori di loro.

Ricordava quelli passati lontano da lei, quando era partito alla ricerca di leggende, miti e conoscenza.
I Natali di quando era tornato portando con sé la sua Childe, Drusilla.
Ricordava di come avessero preso la buffa abitudine di decorare le loro temporanee abitazioni, con corone e festoni di agrifoglio e vischio per accontentare l’infantilità di Drusilla.
Di come, in fondo, la cosa fosse piaciuta anche a loro. Di come nel tempo, quel vezzo gli fosse rimasto.
Ricordava l’arrivo di Spike a completare il quadro e chiudere il cerchio.
Spike che suonava il pianoforte, mentre Darla e Drusilla decoravano la residenza del momento e lui che li ritraeva da un angolo appartato. Come se fossero ancora dei semplici esseri umani.
Ma non erano esseri umani.
Non più.
Non del tutto.

Lo si poteva evincere anche dal tipo di regali che ogni tanto solevano scambiarsi. Cruente attenzioni volte a dimostrare l’affetto che provavano l’uno nei confronti degli altri.
O anche dal passatempo che avevano creato poco dopo l’arrivo di Spike…
Era un gioco semplice.
Nascosti nell’ombra, osservavano nel piazzale le famiglie che aspettavano di entrare in chiesa per la messa di mezzanotte.
Con l’esperienza umana che bene o male avevano tutti e quattro alle spalle, sarebbero potuti andare sul sicuro al primo colpo, ma siccome Natale rendeva tutti più buoni, aspettavano che la campana suonasse chiamando a raccolta i fedeli.
Coloro che passavano dritti alle mani tese dei poveri, sarebbero diventati i loro passatempi.
Poi entravano in chiesa anch’essi.
Si dividevano e camminando per le navate laterali, cercavano i volti dei loro ‘protetti’.
La mancanza di coerenza o il falso cordoglio che sfoggiavano in ginocchio chiedendo il perdono divino, diventava la misura con cui avrebbero stabilito quanto si doveva calcare la mano.

Spesso erano solo i capi famiglia, a volte le mogli e raramente, ma con molto svago, le intere famiglie.
Il bello veniva poi, quando li seguivano nelle loro case.
Il vampiro giovane definiva quel diversivo ‘dickensiano’.
Sosteneva che erano dei novelli Jackob Marley in una versione tetra, truce e alternativa di -Canto di Natale-.
Lettura per altro immancabile anche per loro, in quel periodo dell’anno…
La varietà di racconti che udivano e narravano davanti al focolare, quando si riunivano all’alba, era incredibile.
Spike rideva con la meraviglia di chi è ancora agli albori della sua nuova esistenza, lui spesso lo seguiva contagiato dalla sua sorpresa e divertimento, Darla sorrideva scuotendo la testa con fare falsamente austero e consigliando di tanto in tanto, se non fosse giunto il momento di inventarsi qualcos’altro, e Drusilla riusciva a tramutare i racconti peggiori in poetiche fiabe, dilettandosi talvolta a sottrarre i canditi dall’albero.
Più per il divertimento di essere fintamente sgridata, che non per il vero desiderio di mangiarli…

Sì. Erano degli assassini.
Era una realtà inconfutabile e anche se non lo fosse stata, non c’era nessuna intenzione a negare. Le persone che avevano ucciso in loro le speranze, i sogni, i desideri, le necessità, erano forse migliori poi?
In ogni caso, la dolcezza di quei ricordi avrebbe sempre travalicato in lui, l’orrore che avrebbe potuto provare chiunque altro.

« Ricordi i Natali dopo la maledizione? »
Un moto di scherno gli fece scuotere appena le spalle. Non c’era molto da ricordare, almeno non del Natale.

« Le tue emozioni tradiscono le tue parole, Angelus »
« Mi manca la mia famiglia, è vero. Ma non l’ho neanche mai negato. Tutta questa colossale messa in scena, per sapere quello che non è un segreto? »
« No. Per ricordarti chi sei e qual era il tuo vero meglio »
« I vampiri non soffrono di amnesia, per la cronaca »
« Allora che aspetti? »
Certamente non aspettava lui. Se avesse potuto spezzare la maledizione senza deleterie conseguenze, l’avrebbe già fatto da tempo, ma non era così semplice.
Le ripercussioni c’erano e non erano da sottovalutare, soprattutto se mettevano a rischio anche ciò che rimaneva della sua famiglia.
Una volta annullato il globo di Thesulah tutti erano a rischio, senza distinzione alcuna.

Congratulazioni.
Aveva passato dei mesi a tormentarlo su qualcosa che sapeva già, senza bisogno del suo intervento.
Probabilmente gli era sfuggito quel dettaglio, preso com’era a mettere su quel circo. O forse non gli era importato. … Che non lo sapesse?!
Sghignazzò sommessamente.
L’idea di impartire lezioni di maledizione gitana al Primo Male, era quanto meno ridicola.

« Lieto che la cosa ti diverta tanto… »
Cominciava davvero ad irritarlo ora.
« Evidentemente non hai un vero attaccamento per nessuno »
Specialmente se si permetteva di azzardare commenti del genere sul suo conto.
« Il buon gusto impone il silenzio quando non si sa qualcosa »
« Io traggo le mie conclusioni da ciò che vedo. Hai detto che ti manca la tua famiglia… »
Era indubbio che gli mancasse la sua famiglia e non solo la sua famiglia, ma tutto ciò che essa aveva significato, rappresentato, costruito e… sì. Distrutto.
« Ma dalle tue azioni, non sembri intenzionato a fare nulla per ritrovarla e ricomporla »
Uno sguardo sottile e tagliente come una lama uscì dai suoi occhi « Ricomporla… Non si tratta di una composizione floreale »
« Sai bene a ciò che mi riferisco »
« È proprio perché so a cosa ti riferisci, che ti pregherei di fare attenzione a come ti esprimi »

Intimidatorio.
Presto la rabbia sarebbe esplosa. Niente di meglio.
Niente che desiderasse di più di vedere in lui.

« Ancora così pronto a difenderli… Ritrova Drusilla e Spike, cerca una degna compagna e ricostruisci la tua famiglia. Riprenditi quello che avevi, al globo penserò io »
Angel si alzò dalla poltrona.
« Tu parli senza sapere »
Fu quasi un ringhio e l’entità seppe che non aveva altro da fare se non rincarare ancora un po’
« Loro ti amavano, ti accettavano, ti volevano e non ti avrebbero mai lasciato solo. Tu avevi tutto questo »
Fermò il suo passo solo per emettere un sussurro « Avevo… »
Solo un altro po’…
« Se ti manca, riprenditelo. Riprendi tutto questo! »

« NON ESISTE PIÙ TUTTO QUESTO »

Quella risposta urlata con tanta furia lo paralizzò gelandogli l’anima.
Era vero.
Non esisteva più niente.
Era tutto vero.
Lo aveva sempre saputo.
Lo sapeva dal giorno in cui aveva lasciato Bucarest, eppure… Eppure non ci aveva mai creduto fino in fondo.
Nonostante tutto quello che gli era accaduto, non ci aveva mai creduto davvero. Non aveva mai concretizzato.
Non esisteva più niente.
… E non c’era modo di ricostruire niente.

Darla era morta, Dru e Spike erano svaniti chissà dove, ma anche se avesse saputo dove cercarli, non avrebbe potuto raggiungerli in ogni caso. Con la maledizione attiva non gli avrebbero permesso di avvicinarsi per spiegargli.
Spiegargli cosa ormai?
E senza la maledizione… No.
Non poteva avvicinarglisi comunque.
Non con il rischio di uscire fuori di testa e aggredirli.
Spike avrebbe potuto difendersi più che egregiamente, ma… Ma che stava pensando? Spike obbligato a difendersi da lui?!
E se si fosse trattato di Drusilla invece?
L’angoscia lo pervase.

No.
Non esisteva davvero più niente.
E non c’era davvero modo di ricostruire niente.
Vuoto.
Sospeso nel nulla.
Come isolato da tutto e da tutti.
Solo.
Nella realizzazione di qualcosa che sapeva da sempre, per un tempo che non era quantificabile.


Non si accorse di aver lasciato la villa, né di aver camminato per ore.
Non si sarebbe neanche accorto di cosa stava osservando se « Mi sembra una valida idea. Potresti guidarla nell’eternità come l’hai guidata nelle tenebre. Ti seguirà. Lei ti vuole e non credo che si farà troppi problemi… Soprattutto se saprai essere convincente come sei capace. Potresti riformare con lei la tua famiglia… »

Buffy.

Seduto com’era in cima alla collina, la poteva vedere perfettamente adesso.
Girava per il cimitero, osservando le lapidi con la naturalezza di una ragazza che guarda le vetrine in un centro commerciale. L’ultima ronda prima di andare a dormire.
Sorrise con dolcezza.
L’aveva accompagnata migliaia di volte in quel ‘giro della staffa’, senza che lei immaginasse minimamente.
Prima che sapesse della sua esistenza e anche dopo.

« Loro l’accetteranno, amandola e difendendola come hanno fatto con te »
Il sorriso che era sul suo viso divenne ironico « L’ho detto che il tuo peggior difetto è sempre stato quello di essere convinto di sapere tutto… Soltanto Spike, preferirebbe immolarsi su una croce come novello Gesù Cristo, piuttosto che accettare Buffy. In quanto a Dru, sono convinto che saprebbe inventarsi qualcosa di eclatante. Ha sempre avuto molta fantasia… »
Con stupore « Ma allora perché sei qui? »
Facendo spallucce e guardandosi intorno « È un bel luogo. Tranquillo. Con una splendida visuale. Il posto migliore per godersi l’alba »
« Cosa… »
Il rintocco delle campane che annunciavano la mezzanotte lo interruppe.
Angel distolse lo sguardo per alcuni istanti poi tornò a rivolgersi a lui con tono serafico « L’hai detto tu che di questo periodo aumentano i suicidi, no? »

Era talmente enorme quello che stava accadendo, che non poteva essere reale.
Anche se allo stesso tempo, capiva più di quanto avrebbe voluto che era assolutamente vero.
« E così perdo anche te, dopo aver perso Darla… »
Levando lo sguardo nel vuoto « Che che tu ne dica o pensi, non hai mai avuto me » e guardandolo fissamente
« Così come non hai mai avuto lei »

Fece per ritrarsi nell’ombra ma prima di sparire, con una punta di netto disprezzo mista a delusione « Ti credevo più forte degli altri »
Senza voltarsi, con un sorriso amaro « Lo credevo anch’io »

Troppo rancore, troppo dolore e soprattutto troppa solitudine covavano nel profondo della sua anima.
Poteva sopportarli per quanto alla fine? Era forte, ma non così tanto.
Non abbastanza per uno che avrebbe continuato a vivere oltre se stesso e le sue volontà. Non per uno che aveva cambiato la sua strada più volte senza fortuna.
Ma poteva ancora scegliere e aveva scelto.
Il ricordo della sua inesorabile calata a picco, era troppo vivido perché potesse semplicemente immaginarne il ripetersi.

Nel cielo solo Hesperos e l’ombra di una luna stremata a fargli da testimoni.
Vide il cielo rischiararsi lentamente e il blu intenso fare largo ad un azzurro polvere carico e poi quasi a un grigio nebbia.
Alla distanza cominciavano a ridelinearsi i contorni del panorama e si poteva nuovamente riconoscere la distinzione dal cielo alla terra o al mare.
L’aria era fresca, umida. Carica di rugiada che avrebbe brillato al sole nelle prime ore del giorno.
In lontananza poteva udire il rumore delle prime macchine che lasciavano le case.
Un lungo viaggio per raggiungere il resto del parentado, forse la prima messa o più semplicemente qualcuno lavorava anche quel giorno.
Il vento portava a sbalzi, flebili profumi di caffè dalle case più vicine. Alcune finestre erano illuminate.
C’era già luce, ma non abbastanza da consentire una buona visibilità all’interno di una stanza chiusa.
In passato aveva più volte ammirato quello spettacolo, senza giungere mai ovviamente alla conclusione, ma stavolta c’era qualcosa di strano.
Il cielo sembrava immobile nella sua luce e nella sua mutazione di colore. Tra l’altro all’orizzonte non si vedeva un gabbiano a fendere l’aria con il suo volo o a spezzare il silenzio con i suoi versi.
Era tutto fermo ed irreale.

Ad un tratto il cielo cominciò a scurirsi, facendosi da prima pervinca intenso, poi grigio antracite.
L’aria divenne fredda al punto da poter pizzicare il viso ed era pervasa da uno strano silenzio.
Un silenzio da, anche se poteva sembrare assurdo, neve.
Strabuzzò gli occhi e si alzò di slancio, quando scorse qualcosa di esile, impalpabile e bianco danzare nel cielo.
Tese la mano per afferrarlo. Un fiocco di neve.
Seguito da un altro e un altro ancora, finché ce ne furono troppi per individuarli singolarmente.
Si appoggiò boccheggiante all’albero che era alle sue spalle.
Stava nevicando fittamente, come non ricordava di aver mai visto neanche da ragazzo negli inverni irlandesi più rigidi.
Semplicemente, letteralmente, meteorologicamente assurdo.

Le entità che interagivano nelle varie dimensioni, o anche solo tra cielo e terra, erano troppe anche per lui che nei secoli aveva affrontato tante cose quante ne aveva viste e imparate. Ed evidentemente oltre al Primo Male, c’era qualcosa o qualcuno che positivo o negativo che fosse, non voleva che lui la facesse finita.
Sorrise irrisorio verso il cielo. Una maledetta fortuna lo aveva salvato ancora.
Rimase puntellato con una spalla al tronco per un po’. Osservando la neve che cadeva oscurando il sole, non riuscendo ancora a farsene una ragione.

Mentre si avviava lentamente alla villa, scorse nella strada Buffy che si dirigeva verso la collina.
Era in lacrime, spettinata, stravolta.
Notò che sotto al cappotto aveva solo il suo pigiama di raso azzurro e ai piedi le sue pantofoline di stoffa, ormai intrise di gelida neve.
Si era svegliata in preda ad uno dei suoi sogni premonitori e lo stava cercando disperatamente.
Non appena l’aveva visto, gli era corsa incontro e gli aveva buttato le braccia al collo, baciandogli il viso e le labbra senza fermarsi e chiedendogli perdono. Stringendosi a lui con tutta la forza di cui disponeva, per poi respingerlo e prenderlo violentemente a pugni sul petto.
Lui non aveva il diritto di prendere simili decisioni. Di fare simili sciocchezze.
Lui non aveva il diritto di lasciarla sola, perché lei… Lei lo amava.
E non avrebbe potuto vivere stavolta, sapendo di averlo perso di nuovo e definitivamente.

Le deterse con delicatezza le lacrime dagli zigomi.
Non aveva mai pensato in tutto quel tempo che, seppure lui era stato in quell’inferno, lei non avesse precisamente vissuto in un paradiso.
Con calma si tolse il cappotto e glielo mise sulle spalle. Faceva troppo freddo per lei.
La prese in braccio perché le sue pantofole non si inzuppassero oltre e le disse solo « Scusami Buffy, non accadrà mai più. Ora ti riporto a casa »

*******



Se un’alba può essere il preludio del buio, quell’alba lo era stato.
Molte cose, dopo quegli istanti di tenerezza, erano sfumate via. Determinando ancora una volta il mutamento di corso della sua esistenza.

Era stata un’alba molto diversa da quella a cui si accingeva ad assistere adesso.
Vide ancora una volta il cielo rischiararsi lentamente e il blu sbiadire piano, gradualmente, diventando ceruleo.
Gli uccelli notturni si ritiravano, sostituiti da quelli diurni. Gabbiani sfrecciavano in un cielo striato di ciclamino sulla linea dell’orizzonte che annunciava l’arrivo imminente del sole.
Incredibili sfumature e tonalità di celeste, giocavano con quel ciclamino e con il pervinca delle nuvole lunghe e sottili che era difficile stabilire se fossero le prime del mattino o le ultime della notte.
L’aria sarebbe stata fresca e umida per pochi minuti ancora, poi il sole l’avrebbe riscaldata e tersa.
I primi rumori umani si diffondevano nelle vicinanze.
Un intero mondo si stendeva ai piedi di quella collina e si stava risvegliando sotto i suoi occhi e nelle sue orecchie, nel suo olfatto.
Si appoggiò a quello stesso albero da cui aveva osservato quell’inspiegabile nevicata.
Sunnydale si stava svegliando mentre la sua genia si ritirava nel riposo.

A voler essere franchi, era stanco anche lui.
Amarra, la corsa fin lì con tutta la costruzione di improbabili e incompleti castelli in aria, erano implosi in un crollo dell’adrenalina dovuto alla sua razionalità, che aveva ridimensionato tutto e spazzato via i tetti di quei castelli fatti per aria.
Già i tetti. Valide fondamenta non ce n’erano mica.
In tutto questo, i suoi atavici bioritmi non aiutavano di certo e…
Strinse gli occhi.
Era solo uno spiraglio, ma talmente potente da dovergli far socchiudere gli occhi e si stava spandendo con notevole rapidità.

Ocra. Come potevano essere certi tipi di terra in India, di sfumature nei Canyon o alcune varietà di henné.
Poi oro. Di un oro caldo, impuro come quello dei gioielli antichi.
Sempre più luminoso, tanto che dovette ripararsi gli occhi con una mano e sbirciare attraverso le dita quella visione.
Si sentiva stordito e inondato da quella luce così potente.
La cosa più incredibile era che Amarra attutisse col suo potere reazioni che in sua assenza, al di là della morte, lo avrebbero sicuramente sopraffatto rendendolo inerme.
Poteva apparire assurdo, ma effettivamente solo il sole poteva dare la misura ad una creatura come lui, di quanto appartenesse alla notte.

Sempre più forte, più caldo.
Sembrava che anche il sole si stesse risvegliando dopo una nottata di sonno e che si stesse risvegliando rinvigorito come mai.
Nella sua condizione era impossibilitato a patire sia il caldo che il freddo, ma li poteva distinguere con precisione e potevano influire sulla sua temperatura corporea. E un calore simile a quello, non era paragonabile a nulla.
Accecanti lampi ocra nel buio, sfumavano fino a diventare bianchi sulle sue palpebre chiuse.
Quando riaprì cautamente gli occhi, la prima cosa che vide nitidamente fu il suo Claddagh. Indossato alla mano che lo nascondeva dal sole.
Forse era il caso di darsi un altro po’ di tempo…




    
This message has been edited by strixmisia on Jul 1, 2005 8:04 AM


 
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