La villa della via Crawford era un’imponente, austera residenza Decò.
Situata in un quartiere ai margini di Sunnydale, dietro al cimitero, era disabitata almeno da vent’anni quando lui la trovò ed effettivamente la cosa non lo sorprese. Oltre all’ubicazione, la dimora aveva un aspetto sì affascinante, ma anche fortemente sinistro. Cosa che di per sé non lo infastidiva affatto, tutt’altro.
Era perfetta per lui.
Vasti spazi dove poter passeggiare in attesa del buio e ampie finestre che permettevano una piacevole e soprattutto sicura luminosità degli ambienti. Uno splendido giardino e una totale assenza di vicini. Ficcanaso o discreti che potessero essere, dopo la maledizione aveva sempre preferito non averne.
Si diede un’occhiata in giro.
In cinque mesi d’assenza, la polvere aveva avuto modo di velare tutto ma per il resto, era esattamente come l’aveva lasciata.
L’aveva arredata sobriamente, con pochi pezzi scelti e di grande effetto, sempre Decò.
Quanti ricordi… Troppi.
Concluse dopo un’occhiata ad Achatla.
Si ritirò nelle sue stanze ed entrato in bagno, fece scorrere l’acqua di modo che il getto ritornasse limpido.
Aveva bisogno di una doccia che lo svegliasse e lo rinfrescasse.
Rientrò nella camera e si stese sul letto allargando le braccia. Voltando la testa rivide il Claddagh alla sua mano.
Il gemello l’aveva donato a Buffy proprio in quella stanza…
*******
Aveva cominciato col parlargli di un possibile nuovo demone a Sunnydale, per poi finire col fargli l’interrogatorio di terzo grado sul perché non si fosse presentato al suo compleanno.
Non sapeva cosa risponderle e lei lo guardava dritto negli occhi, in attesa di una risposta convincente.
Lui la conosceva da molto più tempo di quello che lei potesse immaginare e aveva capito cosa le passava per la testa, solo che non riusciva ancora a mettere a fuoco quello che passava per la sua.
Com’era cresciuta…
Era solo una bambina quando gliel’affidarono.
Una bimba di soli tredici anni che cominciava ad intravedere la ragazza che sarebbe diventata.
Che si sentiva sola, nonostante fosse circondata da uno stuolo di ragazzini e ragazzine che la indicavano come la migliore della scuola e per quell’età, quindi del mondo. Che piangeva chiusa in bagno davanti allo specchio, ascoltando le urla dei suoi genitori. Una bimba di tredici anni che ignorava di essere la prescelta e che aveva ancora forti remore nei confronti del buio.
Quanto aveva pianto la notte che aveva scoperto qual era la sua missione.
Potevano condurla per gradi a quella realtà, invece che scaraventarla in un cimitero con un paletto in mano, davanti alla tomba di un vampiro che doveva risorgere.
Solo lo shock di quella rivelazione avrebbe paralizzato chiunque, rendendolo una preda facile e se per istinto di sopravvivenza lei non fosse riuscita ad annientarlo, si sarebbe occupato lui di quel vampiro e probabilmente avrebbe fatto fuori anche quell’idiota del suo osservatore.
Aveva passato tutta la notte seduto affianco al davanzale della sua finestra, sentendola piangere e desiderando solo poter fare qualcosa per consolarla.
Il divorzio dei suoi e il trasferimento a Sunnydale, erano stati un colpo peggiore dell’espulsione dal Hemery High e Buffy aveva detestato quella cittadina dal momento in cui avevano varcato il cartello di benvenuto.
Non solo per tutto ciò che simboleggiava quel cambiamento, ma anche perché il divario tra Sunnydale e
Los Angeles non era indifferente.
Un solo liceo, un solo college, un solo locale, un solo cinema… E se veniva bollata anche lì come ragazza problematica, poteva direttamente levare le tende prima ancora di averle piantate.
Stava cambiando. Stava diventando fredda, dura e scostante. E si sentiva sempre più sola.
Poco sarebbe servito che lui preservasse la sua incolumità fisica, se lei fosse morta dentro…
Ed era stato proprio per questo motivo che alla fine aveva deciso di palesarle la sua presenza.
… Ed era stato un errore.
Se fosse stato appena poco più paziente, avrebbe potuto vedere che il suo nuovo osservatore, Rupert Giles, non era un idiota come Merrik, il precedente. Avrebbe potuto vedere che era riuscita a farsi degli amici e inevitabilmente, anche a destare le prime diffidenze.
Sì, forse era stato un errore, ma gli piaceva parlare con lei.
I discorsi che Buffy faceva, erano i tipici discorsi di un’adolescente che ancora non comprende appieno il peso delle parole, degli sguardi e dei gesti che le accompagnano.
Discorsi in cui i sogni fatti la notte invadono anche le ore della veglia, con la capacità di distorcere la realtà. Discorsi fatti a bassa voce col terrore che orecchie estranee e nemiche possano ascoltarli. Discorsi di cui l’aveva reso partecipe con tutta la fiducia possibile e che lui, con assoluto rispetto, ascoltava con la stessa serietà con cui lei glieli esponeva. Discorsi innocui che potevano solo destare la sua tenerezza e che lentamente, erano stati squarciati da sempre più frequenti riflessioni serie, concrete, logiche. Che rivelavano un mondo di pensieri, di timori, di scelte. Riflessioni di cui solo lui era a conoscenza.
La serenità e la frivolezza delle conversazioni a cui aveva modo di assistere tra lei e i suoi amici, sfumavano in inquietudine e durezza quando restavano soli.
Vedere come sussurrava sciocchezze di nascosto e parlava apertamente di cose serie, era amaramente buffo.
Cercava di comportarsi da adulta mentre tentava disperatamente di riprendersi una lecita immaturità che le era stata sottratta. Guardandola era difficile comprendere se fosse una bambina che faceva finta di essere una donna o viceversa, ma in definitiva lui sapeva che Buffy era entrambe le cose.
A un certo punto era stato tentato di tornare nell’ombra, ma poi si era reso conto che farlo avrebbe significato tradire la fiducia che lei aveva riposto in lui. Una fiducia dettata in parte da un amore nei suoi confronti che l’aveva disarmato e che aveva cercato di arginare mostrandosi ai suoi occhi, principalmente, come un tutore e limitando i loro contatti fisici ai soli allenamenti.
Il solo modo per restarle affianco.
Sapendo che lui era l’unico che poteva condividere con lei le tenebre e ciò che esse significavano.
L’unico che potesse rendere innocui quei demoni che lei non poteva fisicamente combattere e che associava a quelli reali che doveva sconfiggere.
Andare adesso al suo compleanno, avrebbe significato infrangere quelle barriere che aveva costruito con tanta fatica. Significava entrare ufficialmente in un contesto che aveva accuratamente evitato.
« Non era il caso »
Lei lo guardò sbarrando gli occhi incredula.
« Non era…?! Scusa. Dimenticavo che era SOLO il mio compleanno e non una riunione di lavoro »
Aveva pronunciato quelle parole con una voce più tremante dal pianto che non dall’ira e per quanto si sforzasse di mostrarsi arrabbiata, in realtà era più che altro ferita.
Buffy si mosse per andarsene e istintivamente, Angel la prese per un braccio tirandola a sé, stringendola tra le sue braccia e quel contatto annientò ogni sua difesa.
In quel momento, motivazioni logiche come la differenza di età, di conoscenze, di modi di vivere e di fazioni gli apparvero solo come patetiche scuse.
Si sentì smarrito, confuso.
Come era potuto accadere? Non sarebbe mai dovuto accadere.
Il suo compito era proteggerla, non amarla. E invece proteggendola se ne era innamorato.
Avrebbe dovuto scostarsi e continuare a rimanere a debita distanza, ma non ci riusciva.
Stringerla era così familiare, così… bello.
Buffy lo vide per la prima volta spaesato e quando lo sentì sussultare, capì che l’avrebbe lasciata andare.
D’impulso si strappò via dal collo la croce che lui stesso le aveva dato la prima volta che si erano incontrati.
Rimase colpito da quel gesto.
Lei aveva cercato più volte un contatto intimo, con scuse anche puerili, ma dimenticandosi sempre che indossava una croce e marchiandolo costantemente ogni volta che gli buttava le braccia al collo stringendolo.
Era proprio così, infatti, che aveva scoperto la sua vera natura.
Abbracciandolo per ringraziarlo di averla salvata dai Tre e bruciandolo con la croce che indossava.
Avvicinò una mano, sfiorandole delicatamente parte del viso e il collo.
Chiuse gli occhi.
Attraverso la fine filigrana della pelle, poteva sentire il battito del suo cuore pulsare nelle vene, il defluire del sangue nel corpo e il suo calore.
Lei era… calda.
Viva.
Quella constatazione gli fece riaprire gli occhi e avrebbe ritratto la mano, se lei non l’avesse fermata sul proprio viso guardandolo, cercando di essere rassicurante.
Con l’altra mano, Buffy accarezzò il suo volto e un lampo di sorpresa si manifestò sulla sua faccia.
La sua pelle era lievemente tiepida e non fredda.
Durante gli allenamenti aveva avuto modo di avere dei contatti con Angel diverse volte, tuttavia il fatto che non fosse freddo, che non fosse… morto come doveva essere, come aveva sempre trovato fossero i vampiri, le faceva costantemente uno strano effetto.
Si avvicinò al viso del vampiro ancora con quell’espressione e lui non poté trattenersi dal sorriderle teneramente.
In quel momento sembrava che per Buffy, fosse più un oggetto curioso che un oggetto del desiderio.
Si fece ancora avanti.
Aveva negli occhi una richiesta silenziosa e sulle labbra un sorriso delizioso.
Anche se avesse voluto, e non voleva, non avrebbe mai potuto negarle nulla.
La baciò.
E fu come se una parte di lui perdesse i sensi ritrovandoli, contemporaneamente, dopo tanto tempo.
Lasciò scivolare una mano tra i suoi capelli e con l’altro braccio le strinse la vita, poi la rilasciò guardandola rapito. Come batteva forte e in fretta il suo cuore.
Per lui. Solo per lui.
Lei lo strinse con tutta la forza che aveva.
Non le sembrava vero che fosse suo. Solo per lei.
Lo prese per la mano e tendendogliela infantilmente, lo canzonò chiedendogli se per caso non avesse deciso di mancare al suo compleanno perché non le aveva fatto il regalo.
« Potrei sorprenderti… » Le rispose sorridendo enigmatico.
Gli occhi le luccicarono e come se fosse una sfida « Se è qui dentro, lo troverò! »
Abbandonò la mano di Angel e si scatenò in una caccia al tesoro per tutta la casa.
Lui la seguiva da lontano, estasiato dalle sue risate di presunta vittoria e dagli sbuffi di cocente sconfitta.
Rivoltò tutte le stanze e si diresse al piano di sopra, dove attuò la medesima strategia finché non si trovò di fronte la camera di Angel.
Si appoggiò agli stipiti della porta, indecisa se entrare o meno mentre lui la guardava dal fondo del corridoio, poi varcò la soglia.
Mancavano poche stanze, oltre la sua, da perquisire e se doveva fermarla, doveva fermarla adesso.
Sapeva che ogni stanza visitata sarebbe divenuta rabbia, ma ancora non riusciva a decidersi.
Un regalo ci sarebbe stato, anzi, c’era.
L’aveva tirato fuori proprio quel giorno, dopo tanto tempo e la cosa lo aveva perplesso non poco, sebbene il gesto fosse stato spontaneo. Evidentemente il suo cuore sapeva già qualcosa che lui non si decideva ad accettare. Come non si decideva se rivelarle quel regalo o meno.
Buffy avrebbe potuto non comprenderne appieno il significato e a ragione. In fondo non vi era mai stato nulla…
Vedendo che non usciva dalla stanza, si avvicinò e quando giunse alla porta, la vide seduta sul letto con aria assorta.
« L’hai trovato? »
Era bastato guardarla così seria per farlo risolvere, ma a quel punto fu lei a sorprenderlo.
Fissò la propria mano carezzare il copriletto e poi rivolse il suo sguardo su di lui « Credo di sì… » gli disse porgendogli quella stessa mano.
Camminò fino a giungerle davanti e si piegò a terra.
Forse fu proprio il suo sguardo incerto e confuso che la rese sicura della decisione presa e che le fece dire con un sorriso meraviglioso « Niente che potessi amare di più »
Ancora piegato, Angel puntò le ginocchia a terra e prese a baciarla dolcemente.
A fior di labbra prima, poi sempre più profondamente. Premendo il suo corpo contro quello di lei, corrisposto con la stessa intensità, lo stesso desiderio.
Sentì il corpo caldo di Buffy cominciare a scaldarsi di più per l’eccitazione, il fluire del sangue farsi più veloce, il battito del cuore aumentare, l’odore della sua pelle accentuarsi, il respiro affannarsi…
Si staccò violentemente da lei, voltando il viso il più possibile perché lei non potesse vederlo e vergognandosi come non gli era mai accaduto.
Aveva perso ogni controllo.
Lei rimase sconcertata da quell’improvviso distacco, non comprendendone il motivo, quando vide il volto di Angel e capì.
Con delicatezza prese il suo viso tra le mani e lo voltò verso di sé, guardandolo con amore.
Si avvicinò, lo baciò e quando si allontanò gli sorrise teneramente.
Per lei non era cambiato nulla.
Gli occhi di Angel erano ancora cangianti. Per chi non era della sua razza sarebbero sembrati occhi inespressivi, ma in quel momento lui la guardava titubante per quell’amore.
Istintivamente nascose il volto nel suo grembo, in cerca di conforto.
E quando si rese conto del proprio gesto e fece per scostarsi, lei lo trattenne nuovamente, prendendo ad accarezzargli il capo.
Non aveva mai visto Angel esporre tanto i suoi sentimenti e questo le destò non poca sorpresa.
Quel tocco protettivo e rassicurante, lo distese rilassandolo e inconsciamente la strinse leggermente di più.
Quando rialzò il capo, il suo volto era nuovamente umano e Buffy lo guardò con un’eloquente intensità.
Carezze.
Morbide, languide, delicate.
Che percorrevano la stoffa dei vestiti desiderando la pelle dei corpi.
Lunghi sguardi e labbra che sfioravano lentamente il viso, il collo, le mani. Ogni lembo di pelle che non fosse coperto dagli abiti finché lei, in un gesto, non gli tolse la maglia togliendo poi la propria.
Un gesto naturale, o forse no visto che si fermò imbarazzata.
Era tutto così nuovo per lei. Gesti mai compiuti se non nei sogni.
Riprese a stringerla, a baciarla e ad accarezzarla.
Sorridendole, incitandola con lo sguardo, negandosi ai suoi baci, sottraendosi appena per incitarla ancora e farla sorridere e renderla complice col suo sguardo.
Liberandola da ogni paura di essere sconveniente, da ogni timore di essere impacciata, da ogni vergogna di voler capire, guardare e provare.
Pronto ogni istante a fermarsi, se mai avesse visto un cenno di incertezza o disagio.
Le aveva visto sempre respingere chiunque.
All’inizio col timore che il suo affetto finisse in frantumi come quello dei suoi genitori, poi per il romanticismo di trovare il suo vero grande amore e sempre con l’ingenuità che dovesse essere uno solo, per sempre.
A quindici anni, quando scoprì di essere la prescelta, la vide rinunciare all’amore senza averlo neanche sognato pienamente. La paura di coinvolgere nella sua lotta con le tenebre la persona che amava e vederla morire, gliel’aveva fatta respingere prima ancora di trovarla.
Ora era lì, che schiudeva il suo cuore e il suo corpo a lui.
Aveva lasciato che lo spogliasse, che lo guardasse, che l’accarezzasse e che gli mostrasse cosa poteva fargli provare e cosa poteva provare lei stessa.
La sua meravigliosa dea bambina.
A cavalcioni sopra di lui che lo dominava fiera e maestosa senza neanche sfiorarlo.
La sua meravigliosa dea bambina che aveva imparato a giocare all’amore.
Come dea aveva innumerevoli possibilità di vincere a quel gioco e come bambina ne aveva altrettante per fare del male, ma… non quella notte.
Non adesso che sorrideva a quel modo. Impertinente, estroversa.
Si rialzò portandola, in quel modo, a sedersi sulle sue gambe.
Incuriosita.
Impaziente di scoprire cosa avrebbe fatto.
Irresistibile.
La osservò con minuzia, accarezzandole la vita e lasciando scorrere le mani su fino ai seni e di nuovo giù fino alle anche, fino a che non la riguardò negli occhi.
Allora si piegò in avanti stendendola completamente sotto di sé, all’altro capo del letto, portandole le gambe sopra le proprie anche, gravando leggermente sul suo corpo per farle sentire il suo e rimanendo fermo, aspettando un gesto.
Un bacio pieno di trasporto e un sorriso con gli occhi socchiusi bastarono perché lui diventasse parte di lei.
L’aveva vista crescere, diventare da una bambina una ragazza e non avrebbe mai pensato che sarebbe stato lui a fare di lei una donna.
Sorrideva tra le sue braccia, con gli occhi che le brillavano come stelle e la testa abbandonata sulla sua spalla.
Gli carezzò il viso e sussurrò « Niente che potessi amare di più… »
Le sorrise e chinò il capo per baciarle l’incavo tra il collo e la spalla sinistra.
Non avrebbe mai potuto averla a quel modo, ma esistevano anche dei metodi tradizionali per dimostrare al mondo che era sua.
Con riluttanza si scostò da lei e sceso dal letto, si avvicinò al comò aprendone il primo cassetto.
Due Claddagh.
Era tutto ciò che era sempre rimasto con lui, dalla sua vita umana alla sua esistenza immortale.
Due anelli che tra la sua gente sancivano promesse e speranze, simboleggiando ciò che vi era di più nobile tra i sentimenti. L’amicizia, la lealtà e l’amore.
Due Claddagh d’argento di cui uno era sempre stato alla sua mano.
In passato aveva pensato infinite volte che l’altro potesse essere indossato dalla sua Regina, eppure lei ignorava anche l’esistenza di quell’anello.
Tra loro quel monile sarebbe stato superfluo, ma per un motivo che non aveva mai del tutto compreso, e che ormai non poteva avere più senso scoprire, non glielo aveva neanche mai mostrato…
Si risedette sul letto e le porse l’anello tenendolo con l’indice e il pollice.
Buffy si accomodò sul letto portandosi con una mano il copriletto al seno e prendendo con l’altra l’anello che Angel le porgeva.
Rimase senza parole ad osservare quel piccolo gioiello, intanto che Angel si riaccomodava al suo fianco.
« Lo usa la mia gente… Portato con la punta del cuore verso di te, significa che appartieni a qualcuno » disse alzando la mano per mostrarle come andava indossato.
Lei baciò il proprio anello, lo infilò e poi baciò il suo « Allora io ti appartengo »
Affermò cingendogli il collo con le braccia, lasciando ricadere il copriletto.
« Buffy- »
Annuì con forza « Sì. Io ti appartengo »
Lo baciò, chiudendo gli occhi e permettendo a poche lacrime di uscire.
Era sereno. Come mai più gli era accaduto di essere dopo la maledizione.
Guardò Buffy addormentata con un’aria tranquilla e felice tra le sue braccia e si addormentò a sua volta, dimentico di tutto.
Ignorando che la sua pace, avrebbe in seguito portato il tormento ad altri.
*******
Fu una notte dolcissima.
Una notte che ebbe esiti molto differenti da quelli che avevano pensato entrambi…
Per assurdo, quella notte che doveva essere l’inizio della loro unione, era stata invece l’inizio della loro separazione.
Sotto il getto della doccia, l’unico pensiero costante fu che, forse, non era stata una bell’idea andare lì.
Eppure, con quello che Oz gli aveva donato, non avrebbe potuto essere in nessun altro posto.
Si rivestì e decise di raggiungere Buffy al college. Non era esattamente il luogo appartato che aveva avuto in mente, ma a quell’ora ormai non poteva trovarla che lì.
Mentre si apprestava a uscire, diede un’ultima occhiata alla casa.
Ogni angolo brulicava di ricordi e ben pochi erano davvero felici.
Uno di quegli angoli era l’ingresso e il ricordo legato ad esso, era quello che aveva determinato, alla fine, quel cambiamento che aveva cominciato a delinearsi dopo la notte del compleanno di Buffy.
Joyce e la sua sensata e gentile richiesta di prendere i piedi e andarsene.
In quel momento non aveva saputo che darle ragione. In quel momento non avrebbe potuto fare altro che darle ragione. Perché tutto ciò che stava accadendo, ogni singolo avvenimento, non faceva che darle ragione.
Non erano state infatti le sue parole a convincerlo a prendere la decisione di andarsene, ma mille dettagli, mille enormità. Mille momenti di cui quella donna ignorava completamente l’esistenza e che veniva nella sua residenza per cercare di imporgli una propria decisione.
Buffy e Giles dovevano averle taciuto un’infinità di cose…
Era vero sì che non fosse un esperto, ma dubitava che, se avesse saputo una minima parte di aneddoti sul suo conto, il coraggio materno sarebbe giunto a tanto, fin dentro alla villa. Quindi non poteva trattarsi che di stoltezza o… inopportunità.
Era stato comunque sgradevole sentirsi paragonare ad una cotta adolescenziale dall’importanza passeggera.
Quella donna non aveva capito nulla del destino della figlia.
Credeva che se lui se ne fosse andato, Buffy avrebbe smesso di essere una cacciatrice e avrebbe trovato un bravo ragazzo normale con cui sposarsi, avere dei figli, una casa con lo steccato di paletti bianchi e un cane.
Non aveva capito che il giorno in cui Buffy avesse smesso di essere una cacciatrice, avrebbe voluto significare solo che era morta.
Perché era sempre stato e sarebbe sempre stato quello il destino delle prescelte.
Quello di vivere per combattere e di smettere di combattere per soccombere alla morte e Buffy era una prescelta.
… Era anche una donna però.
Una donna che avrebbe potuto avere dei figli e che un giorno, avrebbe potuto volere dei figli.
Dei figli, un marito, una casa con lo steccato di paletti bianchi e un cane.
A quel tempo sembrava che ormai tutto facesse la differenza e che Buffy necessitasse della normalità, più che del respiro.
Facendolo pesare a tutti quelli che le stavano intorno e a lui per primo.
Perché era quello più vicino a lei e quello più vicino a lei meno normale di tutti quelli che le stavano intorno.
Avrebbe potuto spiegarle che nella sua condizione di cacciatrice, quella era la normalità.
O più semplicemente che non esiste la normalità come uno potrebbe volerla, desiderarla o immaginarla.
Ma doveva già sostenere i suoi cambi d’umore, le sue paure, la sua rabbia e dopo che erano riusciti a farsi male per bene, non c’era più la voglia di risistemare tutto, di fare la pace.
C’era solo la voglia di cercare un po’ di silenzio e di calma per leccarsi le ferite.
E siccome la voglia di queste cose era cresciuta in maniera esponenziale di giorno in giorno, era stato facile dire di sì a quella donna.
Era stato facile radere tutto al suolo pensando che, a quel punto, fosse più semplice ricostruire tutto daccapo.
Ma già dopo che aveva accettato, dopo che quella donna era uscita dalla villa, dopo che aveva cominciato a radunare le sue cose in modo che Buffy non se ne accorgesse ancora, si era chiesto se dentro di sé non avrebbe trovato ancora un po’ di forza per cercare di tenere in piedi…
Non era riuscito neanche a definire ciò che li univa e se non riusciva neanche a definire ciò che li univa, che senso poteva avere proseguire a lottare?
Aveva continuato a radunare le sue cose. Rispondendo in quel modo a quella domanda.
Non era passato un giorno in cui non si fosse chiesto cosa sarebbe accaduto, se non avesse dato la sua parola a Joyce di lasciare Sunnydale.
Amarra era l’opportunità che gli permetteva finalmente di scoprirlo.
Uscì, chiuse la porta e si diresse verso il college di Buffy.
This message has been edited by strixmisia on Jul 1, 2005 8:06 AM This message has been edited by strixmisia on Feb 1, 2004 3:18 AM
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