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V

March 4 2004 at 7:50 PM
  (Login _Jade_)


Response to L'attesa di Elektra [HP]

 
***

Gli Auror erano morti.
I suoi compagni erano morti.
Katya era morta…
Non stava succedendo davvero. No, non era possibile.
E invece sì, si costrinse a dire. Era tutto vero. E tra non molto li avrebbe raggiunti. Sapeva difendersi, ma non avrebbe potuto farlo a lungo. E nessuno sarebbe venuto a salvarla.
Peccato, le sarebbe vivere ancora qualche anno.
“Ma guarda, è rimasta proprio lei.”
“Sì, si sono raccomandati di trattarla con ogni riguardo…”
“Non ti preoccupare, ragazzina. Faremo in un attimo. Se non lo sappiamo noi che ci siamo passati…”
I vampiri intorno a lei sghignazzarono, e iniziarono a stringere il cerchio.
L’avevano attaccata, ma solo uno, l’ultimo che aveva parlato e probabilmente il loro capo, l’aveva morsa. Poi… Che era successo poi?
Ricordava solo che ad un certo punto qualcuno aveva urlato, poi c’erano stati rumori come di combattimento, e qualcuno che le aveva sentito il battito, l’aveva presa e portata via.

Aveva riaperto gli occhi una settimana più tardi. Quando vide il calendario nella stanza dove si era risvegliata, le prese un colpo. Una settimana!
Poi, realizzò di avere dolori dappertutto, come se le dolesse ogni muscolo del corpo, e si toccò subito il collo. Tolse la medicazione, e sfiorò molte volte con le dita la ferita in via di rimarginazione come se lei potesse dirle esattamente quel che le era successo.

‘la mia forza per la tua debolezza’ </p>

Ma dov’era?
Rumori dietro la porta. Entrò quella che sembrava una guaritrice. Allora doveva trovarsi in un ospedale rumeno. Che gli Auror di quel paese avessero cambiato idea?
La donna parlava un inglese stentato, e sembrava contrita. Per cosa? Era giorno e non era diventata polvere, e a parte qualche dolore stava benissimo…
“Cos’ho che non va?”
“Io… Io molto spiacente di dare questa notizia a te ora.”
“Che notizia?”
“Tuo bambino non ce l’ha fatta.”
Alexandra sbatté gli occhi un paio di volte. Doveva aver capito male.
“Quale bambino?”
“Non sapevi? Oh, io credevo…”
“Vada via” sussurrò Alexandra, finalmente collegando tutti i malesseri che aveva avuto fin da quando era arrivata a Novosibirsk.
“Ma…”
“VADA VIA!”
La donna quasi scappò fuori dalla porta. Alex invece rimase seduta a letto, con la schiena appoggiata ad un cuscino, come pietrificata.
Un figlio.
Lei aveva perso un figlio che neanche sapeva di aspettare.

***

Il calice del suo interlocutore si ruppe al suolo.
Alex chiuse gli occhi e respirò a fondo per calmarsi, ricacciando indietro le lacrime come aveva fatto quel giorno, e tutte le volte che pensava a quel giorno.
Anche il suo interlocutore respirò a fondo. Doveva trovare il coraggio per formulare una certa domanda.
“Era… Era di Lucius?”
“No.”
“Quindi…?”
“Sì.”
“Dannazione, Alexandra!”
“E la sai un’altra cosa? Ero quasi felice. Che razza di madre sarei stata? Ho sempre messo me stessa prima di tutto. Non sarei cambiata… questa caratteristica è insita nella mia famiglia. Al tempo stesso però, stavo male. Non pensavo si potesse stare così male. Fu in quello stato che mi trovarono Gabriel e una ex Auror francese di nome Caroline Muscat.”

***

Alexandra guardava fuori, senza realmente vedere niente. Sentiva di nuovo le lacrime montarle agli occhi, e le ricacciò indietro. Piangere non sarebbe servito a niente. Non avrebbe riportato indietro Katya. Non avrebbe salvato i suoi amici.
Non le avrebbe ridato suo figlio.
Lucius, Narcissa e Bellatrix, e tutta la sua famiglia sarebbero stati estremamente felici di vederla in quello stato, sola e intenta a macerare nell’autocommiserazione. Si guardava allo specchio, e non si riconosceva più. Sembrava che un’altra avesse preso il suo posto, una creatura fragile, lacrimevole, e meritevole solo del suo disprezzo.
Poi, un giorno, arrivarono visite. Alexandra li degnò di un’occhiata distratta e tornò a guardare fuori, seduta presso la finestra.
Rumore di passi che si stavano avvicinando. Alexandra girò lo sguardo, e si alzò in piedi, osservando l’uomo alto e dai capelli scuri che torreggiava su di lei. Le aveva dato un’occhiata, e poi le aveva dato un ceffone.
Alex lo guardò, ma non aveva reagito.

‘la mia forza per la tua debolezza’</p>

Anzi. Quell’uomo le era familiare. Perché?
“Non ti ho salvato la vita perché tu ti riducessi così.”
D’un tratto, la frase che sentiva in testa quando pensava al massacro le ritornò in mente completa.

‘la mia forza per la tua debolezza, la mia vita per la tua vita’</p>

Si sfiorò di nuovo la cicatrice. E di colpo realizzò cosa l’uomo di fronte a sé aveva fatto, dopo averla portata via.
“Cosa mi hai fatto diventare? Che cosa mi hai fatto?”
“L’unica cosa che ti avrebbe permesso di vivere.”
Quelle parole, e il tono calmo con cui lui le aveva pronunciate, fecero scattare qualcosa dentro Alexandra. Di colpo, il suo alter ego patetico si dissolse, appena il succo del discorso fece breccia nella sua testa.
“IO NON LA VOLEVO!” urlò, scagliandosi contro di lui.
Gabriel l’afferrò per le braccia, e la spinse contro il muro.
“Zitta e ascoltami. Quello succede solo ai mortali. I maghi e le streghe reagiscono in maniera diversa. In caso contrario, saresti già polvere.”
“Che consolazione. Allora che mi hai fatto?” sussurrò Alexandra, cercando di calmarsi.
“Devi innanzitutto guarire. Capirai una volta ristabilita.”

Alex iniziò a comprendere qualche giorno proprio la prima visita di Gabriel. A parte il fatto che era guarita in tempi estremamente brevi, aveva notato come tutti i suoi sensi si fossero acuiti.
Questo le rendeva impossibile dormire, nonostante le pozioni soporifere.
Ma la cosa che la spaventò di più avvenne quando si guardò allo specchio dopo l’ennesima nottata insonne, e vide i suoi canini.
Gabriel arrivò senza preavviso il giorno dopo, e Alexandra gli riversò contro altre urla.
“Prima lo accetterai, prima potrai tornare alla tua vita.”
“Quale vita? Io non ho più una vita!”
“Essere un Auror, la migliore di tutti. Tornare nel tuo paese. Vendicarti di due donne e di un uomo dai lunghi capelli biondi. Rivedere un uomo dagli occhi grigi. Non vuoi fare nessuna di queste cose?”
“E tu che diavolo ne sai?”
“Io niente.” E indicò una donna dai capelli castani rimasta in silenzio vicino alla porta. “Ma lei tutto. Caroline, viens ici.”
La ragazza chiamata Caroline mosse qualche passo per avvicinarsi a Gabriel, e sorrise timidamente ad Alexandra.
“Caroline era un Auror, tempo fa. Una Veggente. Credo che voi due abbiate bisogno di parlare.”

Caroline però aveva un difetto. Era dannatamente timida.
“Quando eri un Auror?”
“Una decina di anni fa.”
Di nuovo silenzio. Alex si concentrò per farle un’altra domanda.
“E… E quello che ti è successo è capitato in servizio?”
“Una rappresaglia. Al ritorno in Normandia ci sono venuti a cercare uno per uno, e ci hanno ucciso con le nostre famiglie. A differenza di te, hanno cercato di rendermi sul serio una demone.”
Oh, finalmente, sospirò Alex. Caroline si stava sciogliendo.
“Gabriel mi ha salvato da loro e da me stessa. Le parole che hai sentito sono una sorta di magia. Sai… come prendere solo i lati positivi di questa situazione.”
“Ti dispiace essere più precisa?”
“Per renderti uguale a lui un vampiro deve bere il tuo sangue e poi farti bere il suo. Per i mortali non è che ci sia molto da fare, ma quando si viene ai maghi… Gabriel, con il suo sangue e quell’incantesimo ti ha salvato la vita, non ti ha reso una demone.”
“Lo conosci da parecchio?”
“Abbastanza. Io e lui siamo amici. Non ho più avuto visioni, su creature magiche o su altri Auror… fino a dodici giorni fa. Ho visto te, quello che hai fatto e che dovevi ancora fare, e ho pregato Gabriel di salvarti.”
“Caroline, forse non ci siamo capite. Io non ho preso solo i ‘lati positivi’, come li chiami tu. Ho i canini come i vampiri!”
“Non ho detto che non ci siano effetti collaterali. Li avrai già notati… sensibilità alla luce, i sensi che diventano più acuti, eccetera. Ma esistono anche rimedi.”
E il rimedio che le aveva portato era una pozione. Disgustosa e impossibile da addolcire, ma i denti le ritornarono normali e riuscì a dormire per una notte intera.
La notte di sonno addolcì anche leggermente il carattere di Alex, come Caroline constatò il giorno dopo, quando venne a trovarla.
“Me la dici una cosa, Caroline?”
“Se posso…”
“Perché hai mollato gli Auror?”
“Ho visto dov’erano i miei limiti. Probabilmente se quel vampiro mi avesse solo attaccato e non quasi ucciso sarei ancora in Francia a fare il mio lavoro. Niente mi avrebbe impedito di farlo. Tecnicamente, potrei ancora tornare in servizio. Un po’ sento la mancanza di quel mix di pazzia e adrenalina che si prova durante le missioni, era la mia droga preferita… Ma ho paura. Questo è quanto.”
“La paura serve.”
“Fino ad un certo punto. È vero che solo i folli non ne hanno… ma per essere un Auror devi avere una punta di follia. Altrimenti lavoreresti dietro una scrivania del Ministero e non rischieresti la vita per dare la caccia ai maghi e alle creature oscure… o per altri motivi tuoi personali.”
“Mi piacerebbe proprio sapere che sai di me.”
“Quello che mi è stato permesso di vedere.”
“Una risposta da vero Oracolo. Ti dispiace tradurre?”
“I motivi per cui sei qui, e quello che provi per chi c’è dietro a quei motivi, e quello che ti ha detto Gabriel.”
“Quando si arriva al lavoro sei una che non si sbottona, eh?”
Caroline si limitò a sorriderle.


***
“Ti prego, parlami.”
L’interlocutore di Alex aveva riparato con una magia il bicchiere, ma non l’aveva più guardata negli occhi.
“Perché non hai detto niente?”
“Perché avevo altro a cui pensare. Sai, l’essere diventata un quasi vampiro e averlo scoperto in contemporanea all’aborto. Dovevo pensare a me.”
“Una cosa che sai fare egregiamente” commentò lui freddamente.
“Come tutti i Serpeverde. I Tassorosso sono degli ingenui imbranati, i Corvonero degli spocchiosi arroganti, e i Grifondoro… anche, ma aggravati dal complesso del Buon Samaritano e della Nobiltà d’Animo. Noi siamo egoisti, ambiziosi e affetti da una punta di egocentrismo. Quindi perdonami se non ho pensato a te, ma è nella mia natura. E poi quel figlio era mio. Mio e di nessun altro.”
Detto questo, Alexandra si alzò di nuovo e stavolta lasciò la stanza.

§§§§§§

“Odio la gente che mi arriva alle spalle” disse all’uomo rimasto sulla soglia della stanza dove si trovava in quel momento.
“E ora credo di sapere anche il motivo.”
Alexandra continuava a dargli le spalle, e a guardare il nulla fuori dalla finestra a cui era appoggiata con le braccia. “Senti, mi dispiace. Lo so che avrei dovuto parlare prima, e che così forse ho peggiorato le cose, ma anche tu eri abbastanza preso in quegli anni. Impegnato a fare cose… diciamo poco chiare, con qualcuno che non nominerò tra queste mura.”
“E tu che ne sai?”
“Sono un Auror, so come procurarmi le informazioni che voglio. Ammetto che una volta ci ho provato, a contattarti. Subito dopo quel che mi era successo. Non ti ho trovato, e non ho più avuto il coraggio di tentare una seconda volta.”
L’uomo mosse qualche passo verso di lei e l’abbracciò. Alex scoprì che ne aveva un bisogno disperato.
“Mi dispiace.”
“Dispiace anche a me. Smettiamola qui. Ho fatto fin troppi danni per una sola notte, e tu sei l’ultima persona che...”
“Questo fallo giudicare a me. E così, l’ultima discendente dei Black, famiglia di nobili e fieri purosangue, è una mezzosangue. ”
Alex accennò una risata senza allegria “Se mia madre Elladora potesse tornare viva per vedermi, morirebbe di vergogna l’istante dopo. Ad ogni modo, ho deciso molti anni fa di trattare la mia nuova ‘condizione’ come una malattia da cui non sarei mai potuta guarire, ma che avrei potuto tenere a bada grazie a quella pozione. Quello che non ti uccide, rende più forte. E quel che mi era successo, me ne rendevo conto giorno dopo giorno, mi stava rendendo sempre più forte.”
“Sei ritornata a Novosibirsk?”
“Qualche giorno più tardi. Il Ministero rumeno si occupò di tutto e in fretta. Che ipocriti.”
“Come ti hanno accolta?”
“Come una che è tornata indietro dal regno dei morti. Una sensazione fantastica. Nessuno ha osato più toccarmi per l’intero periodo rimanente del mio addestramento.”
“E poi sei rimasta in Russia?”
“No. Chiesi di essere trasferita e me ne andai in Malesia. E a Bali. In India. In Nepal. In Australia. Nella Russia europea. In Africa. Negli Stati Uniti. In Argentina, fino alla Terra del Fuoco. E…”
“Basta, ho capito. Hai girato il mondo dai ventuno anni in poi, vero?”
“Senza fermarmi mai. L’ho visto tutto. E ricominciai a pensare alla mia famiglia, ma solo dopo anni. Troppo occupata da una carriera fulminante.”
“Immagino tu abbia iniziato a preparare il terreno per il tuo ritorno in patria molto tempo prima di pensarci sul serio.”
“E l’ho fatto. Una cosa qui, un’altra là… e chi si è accorto di niente?”
“Hai rivisto Gabriel e Caroline?”
“Li rivedo ogni anno. In quindici anni li ho frequentati per l’equivalente di un mese e mezzo, e mi conoscono meglio loro della mia famiglia.”
“Perché non mi hai detto niente, almeno di questo? Non ero il tuo grande amico Goyle, ma ti sarei stato a sentire.”
“Come ti ho detto prima, scusami, ma appartenevi ad una parte della vita che avevo chiuso. E poi a stento lo ammettevo con me stessa, figurati se lo ammettevo con qualcuno! Temevo come mi avrebbero guardata... o forse temevo come mi avresti guardata tu.”
“Tu che hai paura dei pregiudizi?”
“Lo so. Ma è andata così. Sono cresciuta, mi sono creata una reputazione impeccabile, e quando ho deciso di fare ritorno, nove mesi fa, mi hanno fatto ponti d’oro pur di avere l’onore di avere la famosa Alexandra Black come direttrice del Dipartimento.”
“E Lucius? Lo ha saputo?”
“È stato il primo. Anche se credo pensasse di aver visto un fantasma.”
“Perché un fantasma?”
“Torniamo in soggiorno e te lo dirò.”
***

Camminare per il ministero le faceva uno strano effetto.
L’ultima volta che lo aveva fatto aveva appena compiuto diciotto anni e aveva iniziato l’addestramento da poco. Appena prima di ricevere una lettera da sua madre, che le imponeva di prendere un congedo per andare a fare la dama di compagnia di Narcissa.
Praticamente una vita fa. Ora aveva trentatré anni, ed era tornata per comandare l’intero Dipartimento. Il vecchio Direttore era venuto ad accoglierla appena arrivata nell’edificio, e le aveva dimostrato ancora una volta quanto fosse felice di averla là.
Alex però sapeva che il suo aspetto esteriore gli incuteva un minimo di timore. A parte gli occhi neri, che negli ultimi anni costringevano sistematicamente tutti ad abbassare lo sguardo, e il colorito esangue, all’orecchio destro portava sei orecchini, (ognuno con un significato preciso, come tutti i colleghi Cacciatori, in modo da evitare noiose presentazioni ogni volta). L’uniforme, ma per questo lei non poteva fare granché, con il nero e l’argento contribuiva alla sua aria intimidatoria. Le sue mani erano decorate da sottili tatuaggi berberi, che aveva deciso di adottare per nascondere delle cicatrici, e una era sempre chiusa intorno all’impugnatura di una katana. Nonostante l’indubbia abilità con la magia, alle volte dove la magia falliva, la lama affilatissima della sua spada riusciva a colpire con estrema efficacia.
C’era chi diceva che fosse un trofeo che si era presa dopo una missione. Altri dicevano che era stato un dono da parte di un non ben identificato Auror giapponese, con cui la sua reputazione rivaleggiava… La verità era che il suo soggiorno in Oriente le aveva fatto nascere l’amore per le katane e aveva iniziato a collezionarle. Tutto qui. Quella che portava con sé era il suo orgoglio e la sua gioia, una katana con lama decorata con l’incisione di un dragone, che aveva visto tranciare un tronco d’albero come un capello portato dal vento.
Mentre il vecchio parlava, illustrandole la dislocazione dei vari uffici del Ministero ignorando che lei lo sapeva già, Alexandra vide tra la gente un paio di occhi azzurri e gelidi. Si fermò all’istante.
Sapeva che anche lui l’aveva riconosciuta.
Bene, ci siamo, si disse.
Nell’arco di tre secondi, si ritrovò di fronte a Lucius Malfoy. Alex colse il lampo di sorpresa che era passato negli occhi del cognato. Ritrovarsi faccia a faccia con la sua ex amante al Ministero dopo quindici anni non era una cosa che aveva previsto.
Passarono un minuto a studiarsi. Alexandra sapeva che il cognato stava soppesando gli orecchini che portava, che la qualificavano come una Cacciatrice di alto livello, l’uniforme nera e argento propria di chi ricopriva una posizione importante, e la katana al suo fianco, insieme alla mano sfregiata e ricoperta di leggeri disegni neri.
“Alexandra. Quanto tempo.”
Anche Alexandra aveva passato in rassegna l’aspetto di Lucius. Il mantello verde scuro, il bastone con l’impugnatura d’argento a forma di serpente con due smeraldi per occhi, gli occhi azzurri che scrutavano il suo viso come alla ricerca di qualcosa da usare contro di lei. Immutato, uguale a come lo ricordava. Sapeva invece che lui di lei stava pensando l’esatto contrario.
“Quindici anni. E Narcissa dov’è?”
“Credevo fossi più intelligente, Alexandra.”
“Credevo fossi più potente, Lucius. Lo sai che mi hanno supplicata di accettare di venire qui? Caramell mi ha fatto, professionalmente parlando, la corte più serrata che qualcuno mi avesse mai fatto. Neanche il Ministro bulgaro era arrivato a tanto, e pensare che stava per buttarsi ai miei piedi. Tornando alla mia domanda, Narcissa dov’è?”
“Al castello.”
“Bene. Che resti pure a fare la calza, se le piace.”
“Ma che cosa credi di fare?”
“Aspetta e vedrai.”
Alex fece per allontanarsi, ma poi ci ripensò e si avvicinò a Lucius.
“Ah, Lucius, dimenticavo, un piccolo appunto per il futuro” sussurrò al suo orecchio. “La prossima volta che tenterai di uccidermi, non farlo attraverso intermediari. Se vuoi una cosa fatta bene, fattela da solo.”
Detto questo si allontanò a grandi passi diretta al suo nuovo ufficio.
Ufficio che sarebbe stato ufficialmente suo tra nove mesi, a essere precisi. Per il momento avrebbe affiancato il Direttore uscente, e poi si sarebbe insediata al suo posto.

***
“Nove mesi di semi libertà. E chi l’aveva mai avuto tanto tempo libero… In pratica non sapevo che fare della mia vita!” disse Alexandra ridendo.
“Che intendevi quando hai detto a Lucius ‘la prossima volta che tenterai di uccidermi’? Non vorrai forse dire che…?”
“Sai, non è stato un caso che finissi a fare l’addestramento proprio in quel posto dimenticato da Dio. Ma a diciotto anni non avevo le basi per fare tutti i collegamenti. L’ho scoperto con certezza solo un paio di anni fa. I vampiri che hanno massacrato Katya e tutti gli altri in Romania, in realtà dovevano uccidere me. Erano stati assoldati da un mago, a sua volta agli ordini di un mago di nome Karkaroff.”
“Karkaroff era un Mangiamorte…”
“Non mi riferisco a lui. Lucius ha sì espresso l’idea a lui, ma è stato suo fratello a mettere in moto tutto. E suo fratello, mio caro, era uno degli Auror designati all’addestramento dell’accademia a Novosibirsk.”
“Perché ucciderti?”
“Forse perché mi riteneva un problema. Forse perché sapeva che prima o poi sarei tornata. Mi era quasi sembrato sorpreso di vedermi… quasi, bada bene. Quell’uomo è diventato più imperscrutabile che mai.”
“Mi hai detto di essere rimasta in un ospedale per quasi quindici giorni, più una settimana priva di conoscenza. Ti avevano di sicuro data per morta.”
“E il caso ha voluto che la talpa morisse durante una missione in quel periodo. Praticamente al mio ritorno ero una morta vivente di nome, e quasi di fatto.”
“Non scherzare.”
“Lucius deve aver creduto alla parola di Karkaroff. Sul posto avevano anche ritrovato il mio anello, quello con lo stemma di famiglia. Dio solo sa perché lo portavo. Ad ogni modo ha creduto che il problema fosse risolto, e ha smesso di preoccuparsi.”
“Fino a nove mesi fa.”
“Fino a nove mesi fa. Comunque avrei voluto tanto vedere la faccia di Narcissa e Bellatrix nel vedermi non solo viva e vegeta, ma anche praticamente a capo del Dipartimento. Ho visto quella di Andromeda, però. Beh, quasi. Sua figlia è la sua immagine sputata, eccetto per quei capelli rosa.”
“Parli di Ninfadora Tonks, vero?”
“E chi altri? Solo Andromeda poteva chiamare sua figlia a quel modo.”
“Andromeda non ti ha mai odiato.”
“Andromeda era talmente buona da risultarmi odiosa. Ma dico, eri a Hogwarts con me, non te la ricordi?”
“Non particolarmente.”
“So che vuoi farmi una domanda. Stavolta risponderò.”
“Tuo cugino te la rivolgeva a ritmo continuo. Perché Andromeda non ti piace?”
“Questione genetica. Andromeda non è mia sorella.”
“Scusa?”
“Mia madre era la sua madrina. Una sua amica è scappata con un babbano, è nata lei, loro sono morti in un incidente, Andromeda è capitata nella nostra famiglia e mia madre si è presa la santa missione di raddrizzare il marcio che aveva dentro, parole sue. Direi che non ce l’ha fatta, visto che ha sposato un mezzosangue. Sirius diceva che era la sua cugina preferita. Con me si limitava a parlare, ma andava bene così. Non credo avrei sopportato un rapporto più stretto con un Grifondoro.”
L’interlocutore alzò un sopracciglio.
“Beh, con le dovute eccezioni…”
“Perché siamo finiti a parlare di questo?”
Alex guardò da un’altra parte, improvvisamente interessata al camino di pietra.
“Tentativo penoso, Alex.”
“Vedo che non ci sono riuscita, ma dovevo provarci. Allora, dove siamo rimasti?”
“Alla tua semi libertà in attesa di levare la poltrona da sotto al sedere al Direttore uscente.”
“Beh, lo sai da te che è successo in questi mesi. Voldemort che ritorna, Silente che viene diffamato dalla Gazzetta del Profeta che gli da del vecchio arteriosclerotico, il figlio di James Potter che viene ritenuto uno squilibrato, tutti a dare la caccia al mio cugino fuggitivo e nessuno a preoccuparsi dei Mangiamorte fuggiti. Pure io che ero scettica sul ritorno di Voldemort, dopo la fuga di Bellatrix e Rodolphus mi sono dovuta ricredere. E mi sono ricreduta anche su Sirius… mai nella vita avrebbe mosso un dito per aiutare quei due.”
“Che hai fatto?”
“Ho messo al lavoro le mie spie. A furia di passare il mio tempo a combattere le Magie Oscure, ho trovato parecchie persone desiderose di salvarsi la pelle in cambio di informazioni. Sono efficienti, e sanno che se mi tradiscono finiranno molto, molto male. Non perdono il tradimento.”
“Suona spietato.”
“Lo è. Ad ogni modo, sono stata informata di strani movimenti nel Dipartimento Misteri… immagina la mia sorpresa quando una notte sono passata di lì e ho trovato un paio di facce conosciute a montare la guardia alla porta.”
“Chi erano?”
“Kingsley e Tonks. Non mi hanno visto, ma io sono rimasta a osservarli. Molto strano. Così ho sguinzagliato le mie spie di nuovo, e mi hanno parlato dell’Ordine della Fenice, una società segreta legata spesso al nome di Silente.”
“Tanto segreta non è, mi pare.”
“Non è più segreta dalla prima guerra contro Voldemort. Ma è temuta, oh sì. Non so se il mio informatore tremasse di più a sentire il nome di Voldemort, di Silente, o dell’Ordine. E non è un pusillanime, se è questo che ti stai chiedendo.”
“E che hai deciso di fare?”
“Lo sai, che ho deciso di fare!”
L’interlocutore rise. La sua prima vera risata dall’inizio di quella lunga conversazione.


 
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