In ordinie cronologico è il secondo racconto dell'A.U.
Questa volta è un vero rieditato, colpa di Misia, mi influenza con le sue cattive abitudini.
Tre persone possono custodire un segreto, se due di loro sono morte.
Benjamin Franklin.
Dal diario dell’osservatrice Catherine Parker.
Oggi ho preso contatto diretto con la potenziale cacciatrice localizzata nell’area di Boston.
La ragazza è un’orfana, dei genitori naturali si è persa ogni traccia, al momento si trova in una delle strutture statali per ragazzi senza famiglia. Condizione che ritengo favorevole per un mio coinvolgimento completo nella sua vita, in veste di tutore legale, oppure di genitore affidatario, una volta creati falsi certificati di parentela.
Mi sono presentata come l’impiegata di collegamento tra l’ufficio adozioni ed i servizi sociali, la carica che ricopro come copertura.
La potenziale ha reagito mostrando un comportamento di vigile indifferenza, senza far trapelare sorpresa o irritazione alla notizia della sua futura adozione, rimanendo per tutto il colloquio sulla difensiva, pronta a diventare aggressiva al minimo segno di minaccia da parte mia, ugualmente fisica o verbale.
Prima di parlarle in privato, l’ho osservata per diversi giorni, ed ho studiato la sua scheda.
E’ una persona molto silenziosa, che in genere risponde per monosillabi o attraverso battute sarcastiche. Questo modo di parlare è una semplice scelta, fatta per mantenersi coerente con la sua facciata di ragazza “ribelle”, come dimostra la sua estesa capacità dialettica, quando vuole mostrarla.
Gli stessi risultati scolastici, si è diplomata con due anni di anticipo con il massimo dei voti, ed i suoi punteggi ai test fatti per calcolare il quoziente intellettivo che sfiorano livelli geniali, confermano grandi capacità cognitive. Le materie in cui eccelleva erano storia, geografia, matematica e scienze.
E’ una ragazza solitaria, descritta come aggressiva dal personale dell’orfanotrofio, isolata dagli altri ragazzi, che la ignorano per la maggior parte del tempo.
Generalmente siede in disparte, sia nel cortile che nella mensa dove spesso è sola al tavolo. A lezione siede in fondo all’aula, ed il suo letto è l’unico singolo della stanza. Gli altri la evitano, ma la rispettano, nessuno la infastidisce o la sfida, e le rare volte in cui è stata coinvolta in sfide o discussioni ne è risultata vincente, è una potenziale leader.
E’ facile intuire che soffre per la sua condizione di isolamento, anche se non sono visibili debolezze nella maschera agguerrita che porta, e che il suo comportamento aggressivo è dettato dalla paura.
Condurrò altre ricerche sulla causa di queste paure, sebbene sembra che siano spariti i fascicoli che riguardano i primi otto anni di vita della ragazza, prima che venisse trasferita in questo istituto da un altro orfanotrofio statale di cui non ho trovato il nome né alcuna informazione.
Sospetto che il suo atteggiamento sia dovuto ad un trauma infantile, non necessariamente causato da abusi ripetuti, di natura fisica o psicologica.
Anche fisicamente dimostra una forza superiore della media, eccellendo nell’atletica leggera sulle medie distanze e nei giochi di coordinazione.
Le capacità iniziali delle ragazza sono alte, anche per gli standard di una potenziale, e strettamente connesse agli ambiti necessari all’addestramento.
Le probabilità di sopravvivenza e di riuscita come cacciatrice sono molto alte.
Catherine Parker.
Cornovaglia, Inghilterra.
Travers sedeva quasi al buio nel suo ufficio. Stava riflettendo sugli ultimi avvenimenti. Doveva trovare un modo per uccidere almeno una delle due cacciatrici, meglio se all’insaputa del concilio. Così si sarebbe attivata la prossima prescelta, la ragazza che controllava lui.
Prese il bicchiere di whisky e ne osservò i cubetti di ghiaccio coperti dal liquore. Cominciavano a sciogliersi.
Le cose non erano andate per niente bene. La squadra incaricata di uccidere Faith aveva miseramente fallito ed ora la cacciatrice era scomparsa senza lasciare la minima traccia. Nessuna delle ombre del consiglio e nessun informatore l’aveva vista. Si stava muovendo con intelligenza. Troppa intelligenza per i suoi gusti. Era pericolosa, avrebbe potuto aver scoperto qualcosa da Lawerence prima che lui l’avesse fatto uccidere.
Lawerence. In realtà lui non sapeva quanto le aveva detto. Un sospetto improvviso gli si presentò, un qualcosa che poteva seriamente minare tutto il suo lavoro. Qualcosa che prima gli era sfuggito. Che non aveva valutato. Potevano esserci state delle manipolazioni alle fonti a lui sconosciute.
Lawerence poteva essere stato influenzato da qualcun altro all’interno del concilio. Qualcuno che avesse previsto le mosse della cacciatrice più accuratamente di lui, che senza la telefonata dello stesso Lawerence, sapeva casa sarebbe accaduto. Qualcuno a cui il diretto interessato doveva un favore importante, come la vita.
Marlin, doveva essere stata lei. Aveva giocato con astuzia e lui non se ne era accorto se non quando era troppo tardi. Ed ora il vero problema era sapere cosa aveva fatto arrivare alle orecchie della cacciatrice. Doveva anche riflettere sul fatto che forse Lawerence aveva tradito anche lei ed aveva giocato solo per interesse personale. Probabilmente aveva chiesto soldi, o più soldi, in cambio di certe informazioni. Ci rifletté un attimo. Probabilmente Magdalene aveva fatto indicare lui come colpevole della morte dell’osservatrice, di Parker.
Loro due erano gli unici ancora in vita a conoscere tutta la verità su quel segreto. Che era meglio lasciare sepolto. Quel segreto sarebbe dovuto rimanere definitivamente tale. Non poteva permettere che tornasse alla luce. Sarebbe stato disastroso per lui. Il terzo che ne era a conoscenza, Lawerence, appunto, era… dipartito miseramente, schiacciato anni prima dalla sua potenza e salvato da Marlin, che aveva acquisito un alleato allora inutile, che era rimasto tale per anni. E che ora si era rivelata una pedina di fondamentale importanza.
Imprecò fra sé e sé. Avere una cacciatrice alle calcagna che ti vuole uccidere non è piacevole. Domattina stessa avrebbe aumentato la sua scorta, con discrezione, poteva farlo senza autorizzazione, era lui il capo dei progetti speciali, la persona che decideva come impiegare squadre speciali ed ombre.
Così avrebbe risolto il problema della cacciatrice fin quando non fosse morta. Anzi sarebbe stato più facile ucciderla ora che era nel suo terreno. In caso di attacco i suoi uomini avrebbero conosciuto il campo meglio di lei. Avrebbe scelto i migliori, in fondo era un periodo abbastanza tranquillo.
Rimaneva un problema.
Magdalene Marlin. Era troppo potente, e troppo contro di lui. Cosa sarebbe successo se avesse rivelato la verità sulla morte di Parker alla cacciatrice? O se lo avesse detto a Miller? Avevano interessi divergenti, tendenzialmente contrastanti. Andava, come dire, gentilmente fermata. Non era una donna che si lasciava persuadere, lo sapeva, la conosceva bene. Ma doveva essere fermata. Era già tardi, ma, forse, poteva ancora salvare tutto.
Posò il bicchiere sul tavolo notando che il ghiaccio si era completamente sciolto e che ormai il liquore era caldo, imbevibile. Lo ignorò alzando il telefono alla sua destra.
Compose il numero dell’interno sette.
-Sono Travers. Vieni nel mio ufficio. Temo che uno dei dirigenti stia per avere un incidente.
Non poté trattenersi dall’ammirare la sua avversaria per come aveva agito. Mettergli contro una cacciatrice.
New York, Immortals’ body building.
Faith si stava scaldando nella piccola saletta privata di Eliza. Era tornata il giorno precedente e sentiva il bisogno di lavorare un po’, aveva passato molte ore in aereo e si sentiva decisamente legata.
Dopo aver lasciato Sunnydale era tornata a Angels Falls per interrogare nuovamente Lawerence, portando con sé un po’ di denaro, ideale per far sentire a proprio agio gli informatori. Aveva scoperto che Lawerence era morto. La polizia locale aveva chiuso l’inchiesta come un regolamento di conti tra bande (tra l’altro del tutto inesistenti in quello sperduto luogo). Lei conosceva la verità, o perlomeno poteva intuirla quasi completamente. Lawerence era stato ucciso per quello che sapeva dal consiglio. O da qualcuno molto vicino al consiglio.
Aveva perso il suo unico contatto.
Era decisamente arrabbiata. Questo le impediva di cercare riscontri a quello che già sapeva. Si domandava perché era stato ucciso. Avevano scoperto che aveva parlato con lei? Potevano aver fatto delle ricerche per sapere se si era mossa da Sunnydale. Oppure l’idiota poteva aver chiamato qualcuno all’interno, per fare il doppio gioco e l’avevano ucciso. O nella più rosea delle possibilità sapevano che lui era facilmente raggiungibile e l’avevano ucciso per non farlo parlare con lei senza sapere che lo aveva già fatto.
Continuò a riscaldarsi rabbiosa di non sapere ridurre le possibilità in modo da poter agire. Provò alcune serie di calci e pugni combinati chiedendosi cosa doveva fare. Voleva una soluzione, voleva agire.
La porta si aprì ed Eliza entrò nella stanza portando con sé la propria spada e un pugnale.
-Serve una mano per allenarti?
Faith la guardò un istante. Eliza che era un’immortale in giro dal mille, anno più anno meno, a quanto le aveva raccontato, e conosceva l’arte della scherma come pochi altri data la sua…lunga esperienza. Non possedeva forza o velocità soprannaturali ma le tecniche che padroneggiava le permettevano di vincere praticamente tutti gli scontri con la cacciatrice nonostante gli sforzi della ragazza.
Faith sorrise ed andò a prendere dalla sua sacca le sue armi preferite mentre Eliza si preparava dall’altro capo della stanza.
La cacciatrice aveva sempre amato coltelli e spade ma le armi di cui aveva più esperienza e che l’affascinavano di più erano le doppie spade uncinate (Shuang kou) che venivano usate nelle arti marziali. Le usava relativamente da poco tempo ma era diventata brava a maneggiarle.
Eliza invece aveva sfoderato una Katana ed un pugnale piuttosto anonimo con una lama di acciaio lucente.
Le due si prepararono allo scontro.
Cominciarono piano scambiandosi affondi e parate non particolarmente insidiosi. Poi Faith cominciò ad attaccare più a fondo mentre Eliza si limitava a difendersi senza cercare improbabili aperture nella guardia della cacciatrice che non si esponeva.
In poco tempo la bruna aveva imparato a difendersi molto bene, stupendo Liz con la velocità con cui apprendeva, le ultime pecche del suo stile erano ormai nell’attacco. Le mancava ancora il tempismo per cogliere alcune occasioni e l’esperienza per crearne a sufficienza per riuscire a colpire l’avversario. All’immortale piaceva il modo istintivo con cui la ragazza combatteva. Si vedeva che aveva il combattimento nel sangue.
Lo scontro andò avanti per alcuni minuti con Faith sempre più arrabbiata dal frustrante esito dei suoi attacchi. Esasperata affondò la spada destra verso la spalla dell’avversaria. Invece di deviare semplicemente l’arma o spostarsi Eliza fece scattare qualcosa sull’impugnatura del suo pugnale. La lama si divise in tre parti. Con una veloce mossa riuscì ad agganciare la punta uncinata della spada tra due sezioni del pugnale e con una violenta trazione la tolse dalla mano di Faith causando uno sbilanciamento della cacciatrice.
Approfittando dell’apertura Eliza puntò la Katana al collo dell’avversaria.
-Un’altra volta, mi hai battuto un’altra volta. –ringhiò Faith.
-Ti ho dimostrato uno dei fondamentali punti deboli delle tue armi.
-Grazie per la dimostrazione. – rispose ironicamente la cacciatrice, più per ripicca che intenzionalmente.- Non sapevo però che tu usassi le misericordie. –si riferiva al pugnale trilama.
-So adoperare tutte le armi e utilizzo quelle che servono. –Faith la guardò di sbieco con un po’ di irritazione negli occhi. Eliza continuò scherzosamente dopo la serietà delle parole precedenti. -Andiamo a pranzo che è meglio. Offri tu visto che hai perso.
Cornovaglia, Inghilterra.
Entrando Jason accese le luci dell’ufficio di Travers. Notò che la poltrona del suo superiore era girata verso l’ampia finestra che, generalmente coperta da pesanti tende scure, questa sera era aperta.
Quando lo studio si illuminò Quentin girò sulla sedia per guardare l’uomo davanti a sé, il capo del suo “esecutivo”, l’addestratore dei migliori agenti del concilio. Era un uomo che rispettava e che svolgeva sempre con efficienza i compiti affidatigli. Anche se in realtà non lo conosceva veramente, gli bastava il fatto che fosse fedele al concilio.
-C’è un problema.
L’altro annuì grave. Non amava il suo lavoro, si limitava a farlo al meglio delle sue possibilità.
-Dei problemi con Marlin.
Così era cominciato. Tutti sapevano che ci sarebbe stata una guerra di potere tra loro due, per decidere il successore del capo del concilio. Nessun altro avrebbe potuto osare competere con loro e sperare di uscirne vincitore. Si chiese se questa era la prima mossa o solamente la prima di cui lui veniva a conoscenza. Non amava le lotte intestine, ma non le riteneva nocive fino a quando non avrebbero spinto all’autodistruzione. Se si fosse accorto che le mosse di Travers si fossero solo avvicinate a quel limite lo avrebbe ucciso lui stesso. Senza rimpianti.
-Cosa devo fare?
-La voglio morta. Se possibile deve sembrare un incidente. –Una soluzione diretta e definitiva. Jason apprezzò la decisione dimostrata da Travers. Non ci sarebbe stata pietà in questo scontro.
Il premio della vittoria era la vita ed il potere.
Gli occhi verdi di Jason guardavano fuori cercando di distinguere le forme oltre l’oscurità senza riuscirci. La notte era meravigliosa. Scorse i rami degli alberi nel parco muoversi appena ad una leggera brezza estiva che doveva essere molto piacevole da sentire sulla pelle. Quando parlò la sua voce era atona e priva di intonazione.
-Come vuole signore. Quando devo agire?
-Questa sera. E’ ancora qui.
Jason non si chiese come faceva a saperlo. Non lo riguardava. Si voltò, imbastendo piani per arrivare ad una morte il più “accidentale” possibile. Una morte che non sarebbe dovuta ricadere sulle sue spalle.
Boston, otto mesi prima.
La testa sbatté contro il vetro, abbastanza forte da svegliarla. Faith aprì faticosamente gli occhi guardandosi attorno senza capire dove si trovasse. Mise a fuoco il sedile davanti a lei, quello a fianco, vuoto, e poi la fila dall’altra parte del corridoio, dove una signora stava parlando con un ragazzo gesticolando abbondantemente.
Il pullman doveva aver preso una buca, la prima di una serie, a giudicare dagli scossoni della vettura. L’interfono gracchiò un momento prima che la voce sgradevole dell’autista riuscisse ad informarli che tra cinque minuti sarebbero arrivati a Boston, il capolinea.
Faith doveva aver dormito per tutto il viaggio. Ricordava appena di essere salita sul pullman, aver fatto vedere il biglietto al conducente ed essere sprofondata in una sorta di dormiveglia nel primo sedile vuoto che aveva visto.
Si sentiva il cervello completamente addormentato. Era difficile formulare un pensiero coerente, si passò la mano sul collo massaggiandolo leggermente. Provò a fare mente locale, non aveva molto altro da fare, cercare di rendersi presentabile era inutile, non con quello che indossava, pantaloni troppo larghi e una maglietta in cui sprofondava dentro, anche se erano abiti suoi.
Per non parlare dei capelli sporchi, e della carnagione cadaverica. Non aveva perso tempo a guardarsi in uno specchio, ma il riflesso del vetro era abbastanza eloquente.
Otto mesi di coma fanno anche questo. Aveva perso peso, i muscoli si erano praticamente atrofizzati, era lenta e scoordinata nei movimenti e le sembrava di avere il cervello avvolto da nebbia perenne.
Dire che non si sentiva in forma era un eufemismo.
Per fortuna non aveva perso la memoria. Anche se le ci era voluto circa un quarto d’ora semplicemente per alzarsi da letto, raggiungere l’armadio di fronte e vestirsi, almeno sapeva cosa fare.
Niente patetiche scene della serie “oddio, chi sono? Quale è il mio nome?”, che amavano far accadere nei film, con tanto di incontro a “sorpresa” con qualcuno del tuo passato (sempre un orribile passato poi…) che non riconoscevi.
Almeno quello le era stato risparmiato.
Così si era trascinata fuori dalla stanza, poi verso l’ascensore, le scale non erano un opzione, si sentiva le gambe così gelatinose che fare i tre piani necessari l’avrebbe solo portata in ortopedia, ed una volta fuori dall’ospedale aveva pagato un taxi per portarla direttamente all’ufficio postale.
Ricordava come il tassista l’aveva guardata, dicendole che la corsa sarebbe costata tra dollari, da pagare in anticipo. Senza scomporsi minimamente Faith aveva pescato dalla tasca le monete necessarie per poi allungargliele, soddisfatto, l’uomo era partito.
Sembrava che nessuno avesse toccato gli spiccioli né il piccolo mazzo di chiavi, giusto quattro, che Faith aveva con sé al momento del ricovero. Non poteva dire altrettanto del Rolex e dei cinquanta dollari in banconote, scomparsi assieme al portafoglio.
All’ufficio postale era scesa, ed appena chiusa la portiera il taxi era ripartito, sarebbe stato inutile chiedergli di fermarsi ad aspettare.
Faith aveva usato una delle chiavi per entrare nella stanza dove si trovavano le cassette postali, accessibili ventiquattro ore al giorno. Non erano certamente cassette di sicurezza ma il posto era decisamente più sorvegliato di una stazione degli autobus, e per aprire uno degli armadietti dovevi avere la chiave giusta, oltre a quella della porta esterna.
Una sicurezza minima, sicuramente, ma non erano in molti a lasciare del denaro in una cassetta postale, quelle dovevano semplicemente servire per recapitare posta che non si voleva arrivasse a casa.
Era un trucco a cui Faith aveva pensato tempo prima. Aveva sempre avuto bisogno di un posto sicuro per tenere qualcosa di valore, ed arrivare alle cassette di sicurezza di una banca era troppo costoso e necessitava di troppi documenti. Aprire una cassetta postale invece… così aveva pensato di usarne una per tenere qualcosa da parte.
Era stato un rischio, ma ci aveva lasciato i documenti assieme a duecento dollari, praticamente quasi tutto quello che aveva quando era arrivata a Sunnydale. Aprì l’armadietto e ritrovò il portafoglio che aveva depositato chiuso dentro la busta gialla sigillata.
Fece un sospiro di sollievo. Almeno adesso aveva abbastanza denaro per andarsene da questa maledetta città. Prese il portafoglio e buttò la busta.
Uscì dall’ufficio postale per dirigersi verso la stazione degli autobus, poco costosi e decisamente anonimi. Le facevano male tutte le gambe, come se avesse corso per quindici chilometri e non camminato per qualche minuto, ma proseguì ugualmente, avrebbe riposato dopo. Prima voleva lasciare questa maledetta città.
Raggiunse la stazione in una ventina di minuti. Ora tutto quello che le rimaneva da fare era decidere dove andare, e per lei una città valeva l’altra. Le bastava allontanarsi da questo buco infernale il più in fretta possibile. Aveva buttato abbastanza del suo tempo lì, compreso il coma, passato in un dannato letto... ci era rimasta per più di un anno. Una volta letta la data odierna non le ci era voluto molto a capire il perché si trovasse in terapia intensiva e perché non ricordava nulla di otto mesi. La sola spiegazione possibile era il coma.
Una volta alla biglietteria notò l’orario di partenza del diretto verso Boston. Guardò l’orologio alla parete, mancavano dieci minuti. Acquistò il biglietto.
Almeno avrebbe conosciuto il posto.
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