Alexandra aveva passato tutti i pomeriggi della sua prima settimana dal rientro a fare piazza pulita di ogni cosa che aveva fieramente detestato nella casa di sua madre. Essendo l’unica Black rimasta di quel ramo, la casa era sua. Non così l’eredità, tutta di Sirius. Dannazione alla famiglia e alla tradizione della discendenza maschile.
Passando di fronte al ritratto della madre, dovette combattere contro il desiderio di bruciarlo e quello di mantenerlo al suo posto. Nel bene o nel male, quella donna era sua madre… anche se sapeva per certo che avrebbe desiderato affogarla appena nata, se avesse saputo cos’avrebbe fatto da adulta. Ed essere Direttrice del Dipartimento Auror, e soprattutto single a trentatré anni, erano due motivi ottimi.
La stanza di Ninfadora era stata la prima ad essere smantellata. Era la stanza padronale, e Alex la voleva per sé. Quella di Andromeda era diventata il suo studio, e quelle di Bellatrix e Narcissa ora ospitavano la sua collezione di spade, stiletti, pugnali, e ogni altra cosa affilata che fosse un’arma antica. La sua vecchia stanza era rimasta tale e quale. C’era stato un tempo in cui quella stanza era stato il suo santuario, e voleva che restasse tale.
Gli elfi domestici avevano protestato fieramente contro quello che stava facendo, ma Alex aveva continuato imperterrita. E, alla fine, aveva distribuito una cesta di vestiti vecchi a quella massa urlante, dicendogli di andare a cercare fortuna altrove e di non presentarsi più lì, se ci tenevano alla testa.
Sistemate le cose nella sua nuova casa, decise di riallacciare un paio di vecchie amicizie, nella speranza che si ricordassero ancora di lei. Aveva imparato la lezione, alla fine: mai tagliare i ponti con qualcuno, non sai mai quel che può succedere.
E la prima persona che aveva intenzione di vedere, era a Hogwarts.
Non aveva voglia di passare a vedere il Preside, o che altri la vedessero, così prese uno dei passaggi segreti che aveva scoperto spiando il quartetto dei Malandrini ed entrò nel castello.
Da quello che aveva sentito, il professor Greenleaf era morto d’infarto molti anni prima, e la cattedra era stata presa dall’unico che poteva essere il suo erede, dopo gli anni spesi a essere il suo assistente: Severus Piton.
Alexandra aprì piano la porta del suo ufficio, e lo trovò seduto alla scrivania intento a correggere una pila di compiti. L’aria estremamente bastarda lasciava intendere che stava correggendo compiti di Grifondoro.
“Ha un momento, professore?”
“Le servono un paio di occhi nuovi per caso? Ritorni più tardi!” rispose lui senza neanche alzare gli occhi.
“Greenleaf ti ha dato il permesso di usare il suo marchio di fabbrica? Caspita … io l’ho implorato in ginocchio ma quel bastardo non ha mai ceduto!”
Severus fissò di sottecchi la ragazza appoggiata allo stipite della porta.
“Se non ti ricordi della tua eroina, quella che ha dato una lezione per te a quel pallone gonfiato di James Potter, giuro che ti butto nel lago e ti lascio annegare.”
“Mi sembravi una faccia conosciuta. Ciao, Black.”
“Quindici anni che non mi vedi e mi dici solo questo? Vorrei qualcosa di più se non ti spiace!”
Severus le fece un sorrisetto obliquo e si alzò per abbracciarla.
“È bello rivederti, Alexandra.”
“È bello essere a casa, Severus. Allora… segui l’esempio del nostro mentore, ovvero una politica di schifoso favoritismo per il Serpeverde e di calci sui denti al resto?”
“Tu che dici?”
“Che ti ricordo durante gli ultimi miei due anni di scuola. Poveri studenti, non li invidio.”
Severus gettò un’occhiata dall’alto in basso“Sei un Auror. Ce l’hai fatta.”
“Tra pochi mesi comanderò la baracca. Sarò praticamente intoccabile.”
“Sei sempre stata molto ambiziosa.”
“Non sarei capitata nel Serpeverde se mi fossi voluta accontentare. Dai, raccontami un po’ come è andata a te.”
D’un tratto, Severus cambiò espressione.
“Credo tu lo sappia benissimo.”
“Ho solo sentito delle voci.”
“Anch’io, su di te.”
“Se le hai sentite da Lucius o Narcissa, credo di sapere anche che dicono. Ma non me ne frega niente. Lucius ha solo da provare a mettersi di nuovo sulla mia strada. Solo da provare.”
“Suona minaccioso.”
“Non ho più diciotto anni, ora so difendermi benissimo. Riguardo a quel che ho sentito… se ti dico deposizioni dell’Alta Corte tu che mi rispondi?”
“Che hai un quadro preciso della parte della mia vita prima di insegnare qui.”
“Perché lo hai fatto?”
“Proprio tu mi fai questa domanda?”
Alex sospirò “Non c’è cosa più tremenda e più affascinante che lasciarsi sedurre dal potere. E Lucius… beh, lo sai anche tu. Se riesce ad attirarti abbastanza vicino a sé, poi non riuscirai più a liberarti fino a quando lui non deciderà di farlo.”
“È un gioco complicato da condurre. Un minuto prima hai il controllo, e poi è lui a controllare te.”
“Verissimo. Ma stiamo parlando ancora solo di lui? Perché questa definizione calza a pennello anche con…”
“Sì, con l’altra cosa che vedo abbiamo in comune. Tu quand’è che tu sei resa conto di essere drogata del tuo lavoro?”
“È così evidente?”
“Direi di sì.”
Alex aggrottò le sopracciglia. Poi si diede un’occhiata e si rese conto che era uscita di casa con l’uniforme.
“Ah.”
E accennò una risata.
“Quando ho ricevuto la mia prima promozione sul campo dieci anni fa. Non sono drogata del mio lavoro. Molto peggio, ho sposato il mio lavoro… come qualcun altro in questa stanza.”
“Deduco tu non abbia nessuno.”
“E tu, folle sciupafemmine?”
“Credo tu mi confonda con qualcuno della tua famiglia.”
“Con qualcuno evaso della mia famiglia. Ho sentito che per poco non lo hai riportato ad Azkaban, due anni fa.”
“Silente l'ha aiutato, e quel moccioso di Potter… Ma me la pagherà.”
“Harry Potter? Il nostro futuro messia? Dimmi che non è uguale a suo padre.”
“La sua esatta copia.”
“Oh poveri noi.”
“Che fai per cena?”
“Saremo io, un panino e un libro in quel mausoleo della mia dimora. Altre proposte?”
Sì, Severus aveva altre proposte. E una proposta seria da farle, come Alex costatò alla fine della serata ai Tre Manici di Scopa.
“Non è Silente a chiedertelo, sono io.”
“L’uomo che mi ha salvato dall’ultimo anno di Pozioni, quando ero troppo fusa e stanca per riuscire a impegnarmi un ultimo anno. E per questo hai la mia eterna riconoscenza. Ma non chiedermi una cosa del genere. Dannazione, ma lo sai in che posizione mi metti?”
“Sei abbastanza in gamba da riuscire a non far sospettare nessuno. Avrai fatto missioni sotto copertura, in tutta la tua carriera di Auror.”
Alex accarezzò distrattamente il braccio destro, dove sotto la manica nera dell’uniforme c’erano tre bracciali celtici tatuati.
“Tre. Un inferno tutte le volte. Ma non è questo il punto. Non voglio essere coinvolta nelle faccende dell’Ordine.”
“Non lo sarai. Non completamente.”
“Perché mi stai dicendo questo?”
“Se la tua reputazione è vera e non una leggenda, puoi darci una mano contro l’Oscuro Signore.”
“Ehi, sono un Auror, una mano ve la sto già dando! O credi che conti le graffette, quando sto in ufficio?”
Perché Severus stava cercando di convincerla a tutti i costi? Che sapesse…? No, impossibile. Era stata estremamente discreta. Iniziò a giocare distrattamente con il ciondolo che portava al collo, una stella a otto punte con al centro una pietra dura lavorata a immagine.
“Cos’è, il Santo Patrono degli Auror?”
“No, è San Cristoforo. Patrono dei viaggiatori” sussurrò con aria assente.
Era quanto conteneva la busta che Remus le aveva fatto avere quella notte di quindici anni prima. Alex l’aveva aperta dopo il massacro avvenuto in Romania, e da allora non l’aveva mai tolta.
“Mi pare di averla vista al collo di qualcun’altro.”
Uno sguardo dritto negli occhi, e Alex capì dove voleva andare a parare.
“È stata l’ultima persona a vedermi prima che partissi per la Russia. Nel biglietto c’era scritto che il santo e la stella polare prima o poi mi avrebbero mostrato di nuovo la rotta di casa. L’hanno fatto.”
“Voi due. Se me l’avessero detto…”
“Non c’è mai stato un ‘noi due’. E non credo proprio ci sarà mai.”
“Anche lui è parte dell’Ordine. “
Alex alzò di nuovo lo sguardo, sorpresa.
“Questa vedo che non la sapevi” commentò asciutto Severus, bevendo l’ultimo sorso di whisky.
“E ora tu sarai così carino da dirmi come, dove, quando, perché e chi.”
“Te lo puoi scordare” disse alzandosi dal tavolo e facendo per andarsene. Poi le mise un biglietto in mano.
“Se vuoi il seguito della storia, credo che troverai questo indirizzo molto interessante. A presto, Alexandra. Almeno spero. Ah, e ad ogni modo Silente non sapeva niente di questo incontro, ma puoi stare sicura che adesso lo saprà.”
Alexandra aspettò che se ne fosse andato per leggere il biglietto, molto sgualcito e stropicciato, come se fosse stato aperto molte volte. Quello che vide subito è che non era la calligrafia veloce e spigolosa di Severus, bensì quella leggera e antiquata di Silente. La seconda cosa era l’indirizzo.
Numero dodici, Grimmauld Place. Quartier generale dell’Ordine della Fenice.
Alex stritolò il biglietto nella mano, desiderando di poterlo fare con la testa di Piton.
***
L’interlocutore di Alex si produsse nella sua seconda vera risata dall’inizio di quella conversazione.
“Va all’inferno.”
“Sempre dopo di te, mia cara.”
Alex fece il gesto di prendere lo slancio per tirargli un pugno. Il braccio ricadde sul bracciolo della poltrona, e si risollevò a reggere la sua testa.
“E così ti sei ritrovata a bussare a quella porta.”
“Ho beccato il giorno in cui c’erano solo tre persone in casa. Una di loro era Albus Silente, che subito ha preso la palla al balzo per incastrarmi. Era così dannatamente sicuro di sé che che lo avrei preso a pugni, pur di levargli quel sorriso!”
“A volte dà veramente sui nervi quel suo modo di fare, lo so. Ecco un altro che questo pensiero l’ha avuto, e più di una volta.”
“Questa me la segno e riferirò.”
“Serpe.”
“Puoi dirlo forte.”
***
“Alexandra Black. Quanto tempo è passato dall’ultima volta che ci siamo visti?” disse Silente, facendo cenno alla giovane donna di sedersi nella poltrona di fronte a dove era seduto lui. La casa, che Alex non vedeva da secoli, era esattamente uguale a come la ricordava. E non era un complimento.
“Dal diploma, Silente.”
“Severus mi ha detto del vostro incontro. In verità non pensavo fosse riuscito a convincerti.”
“Diciamo che mi ha dato una ragione per venire, e mi dispiace dirlo non sei tu.”
“Non ti porterò via molto tempo, Alexandra. So quanto sia prezioso. Immagino tu abbia saputo del ritorno di Lord Voldemort.”
“Sì. E credo alla versione tua e del ragazzo. Ma come ho detto, non sono qui per te.”
“Ti prego ugualmente di ascoltarmi. Saprai anche che Voldemort sta reclutando più creature oscure che può, per incrementare il suo esercito.”
“Continuo a non capire cosa c’entro.”
“Ho raccolto alcune voci sul tuo conto.”
E quel sorriso voleva dire che sapeva della sua rete di spie, composta da una gamma infinita di maghi e di creature magiche.
“Immagino. Ma non credere a tutto quello che senti su di me.”
“Con i giganti sarà difficile. I centauri non si schiereranno. Le altre creature hanno già deciso da che parte stare, e mi dispiace ammettere che non abbiamo avuto fortuna. Rimangono da contattare solo licantropi e vampiri, i più importanti dal punto di vista numerico.”
Un altro sorriso, e gli occhi chiari del suo ex Preside si fissarono nei suoi. Ad Alex prese un colpo. L’aveva capito.
“Credo di sapere anche chi tu voglia che io avvicini.”
“Non intendo costringerti. Ho custodito per anni il segreto di Remus, che immagino tu ora abbia intuito, e custodirò anche il tuo.”
“A proposito. Severus mi ha detto che anche lui è invischiato in questa loggia massonica.”
“Fin dal primo Ordine della Fenice.”
“Chissà perché non ne sono stupita… quindi c’erano sicuramente anche Sirius, Peter e James. James è morto, e Sirius fuggitivo. L’incognita è Peter… sai che è vivo, no? Vivo e servo umilissimo di sua Signoria Illustrissima l’Oscuro Signore.”
“I tuoi amici sono ben inseriti.”
“I miei amici sanno che in caso di guai li tirerò fuori e garantirò loro l’immunità in cambio di informazioni. Non li definirei amici, ad ogni modo.”
“Capisco.”
“Quanto è brutta, stavolta? Nel mio semi isolamento siberiano il finale della guerra e gli strascichi successivi non mi hanno neanche sfiorato.”
“Questa volta abbiamo più informazioni e alleati.”
“Felice per te, ma non mi hai risposto. Non saranno amici, ma non mi piace sacrificare i miei informatori e infiltrati se il gioco non vale la candela.”
“Comprendo bene. Posso sapere se…?”
“Potrei spargere la voce. Ma i vampiri sono sempre stati al di sopra di queste… uhm, chiamiamole beghe tra mortali. Probabilmente se mai lo facessi vorranno poi qualcosa in cambio, e sono pronta a scommettere che mi chiederanno la testa d’anfibio di Dolores Umbridge su un vassoio d’argento. Quella ha una tale paura che ha fatto passare un disegno di legge per marchiarli tutti… sono solo io, o questo non ricorda qualcosa anche a te, Silente?”
“Fai quanto in tuo potere, Alexandra. Ti sarò grato in ogni caso.”
Silente si era alzato dal divano, l’aveva salutata, e poi aveva lasciato la casa. Alex aveva appoggiato la testa allo schienale, e aveva coperto la faccia con le mani maledicendo se stessa per aver deciso di venire in quel posto.
L’istante successivo scattò a sedere, la mano destra aveva afferrato il pugnale che portava sempre con sé e con lo sguardo perquisiva la stanza.
Effetto collaterale della sua ‘condizione’. Ogni minimo rumore la mandava in paranoia.
“Quando Piton stamattina me l'ha detto, non volevo crederci.”
Alex mise via il pugnale, ma non si rilassò. Osservò Sirius sedersi dove prima si trovava Silente, e ricambiò il suo sguardo. Io e Severus dovremo fare una bella chiacchierata, pensò Alex.
“Ciao, avanzo di galera.”
“Sei qui per arrestarmi?”
“Solo per mancanza di buon gusto nel vestire, una cosa che ti affligge da quando ti conosco. Scherzi a parte, come va?”
“Credo di essere io a doverlo chiedere a te.”
“Se qualcun altro prova a domandarmelo, urlo.”
“Per carità, basta il ritratto di mia madre.”
“Ne so qualcosa. Io passo di fronte al ritratto di Elladora tutte le sere. Così inizia a vomitarmi ingiurie, come quando ero bambina, e io sono sicura di addormentarmi come un sasso. Il risveglio però è proprio traumatico.”
“Contenta tu.”
“Sai perché sono qui?”
“Perché sei la famosa Alexandra Black eccetera eccetera.”
“Oh, e io che pensavo ad una riunione di famiglia tra gli unici due Black rimasti. Com’è che non hai usato la fortuna che ti ritrovi per comprarti la grazia e qualche testa del Ministero? Vivresti più tranquillo e non murato in questa casa, che tra l’altro odi.”
“Ci sono modi migliori di usarla. E comunque Caramell non saprebbe che farsene, con le vagonate d’oro che gli passa sottobanco tuo cognato.”
“E non lo so, secondo te? Come credi che sia finita in Russia, con un colpo di vento?”
“No, da quanto ne so con una bella letterina di trasferimento.”
“Anche Remus ha la lingua più lunga di quel che pensavo...”
“Non ti ho mai chiesto favori, Lex, ma ora tu sarai così gentile da farmene uno senza chiedermi niente in cambio.”
“Solo perché sei l’ultimo parente appena decente che mi resta.”
“Lascia perdere.”
“Scusa?”
“Lascia perdere Lunastorta.”
“Perché non va bene per me?”
“No, perché sei tu ad essere sbagliata per lui.”
“E da dove ti viene tutta questa saggezza? Da te non accetto certe prediche.”
“Remus è l’ultimo amico che mi è rimasto.”
“È da un bel pezzo l’unico amico che ti è rimasto.”
“Che stai dicendo?”
“Che hai smesso di essere un amico fraterno per James quando ti sei innamorato di Lily. Quando è successo, al quinto anno o…?”
Alex si portò una mano alla guancia arrossata. Lo schiaffo di Sirius era stato molto forte, e l’espressione che aveva in viso fece capire ad Alex di aver oltrepassato il segno.
“Non ti azzardare mai più a nominare James e Lily di fronte a me, Alexandra. Sono stato chiaro?”
Ma non cambiava la realtà. Sirius aveva sperato fino all’ultimo di conquistare Lily, ma James era arrivato per primo. E lui si era dovuto fare da parte, accettare il ruolo marginale nella sua vita come testimone e padrino di suo figlio… ma non cambiava la realtà dei fatti. E Sirius ricordava esattamente che quando era giunto alla casa dei Potter, a Godric’s Hollow, aveva pensato con rabbia che, se avesse sposato lui, Lily sarebbe stata ancora viva. E aveva odiato James per questo.
Alex si alzò dalla poltrona e si rimise il mantello da viaggio. Di nuovo quella fitta di dispiacere e rimorso. Non la sentiva più da anni.
“Scusa se ho toccato un tasto dolente, Sirius.”
“Scuse da Alexandra Elektra Black?” mormorò sarcasticamente Sirius. “Che avrò fatto mai per meritare tale onore?”
“Mi farai un enorme favore, cugino” rispose Alex, riguadagnato subito il controllo. “Ti farai gli affaracci tuoi e non ti intrometterai nella mia vita. O in quella di Remus.”
“È una minaccia?”
“Come ti pare, Sirius. Dì a Silente che non ho cambiato idea su niente dopo quindici minuti dal colloquio con lui, quindi di contare sulla mia collaborazione. Addio.”
Agganciò il mantello, buttò della polvere nel fuoco del camino, e sparì diretta al soggiorno di casa sua.
***
“È stata l’ultima volta che l’ho visto vivo. Prima che Bellatrix, la mia cara sorellina, lo uccidesse.”
“Che sai di quel che è successo nell’Ufficio Misteri?”
“Quello che sanno tutti. E per una che ne ha sempre saputo una più del diavolo, è snervante. Comunque, il vecchio Direttore aveva avuto un attacco di gotta quella notte, così supervisionai io gli arresti e la scena del crimine.”
Alexandra si versò un altro bicchiere di vino. Quanti ne aveva bevuti quella sera? Quattro? Cinque? Di più? Non lo sapeva, ad ogni modo stava iniziando a sentirsi alticcia. Meglio così. Se chi aveva davanti voleva tutta la storia, in questo modo avrebbe parlato in modo più disinvolto.
“Che macello… Arrivai poco dopo la sortita di Bellatrix e Voldemort, ma in tempo per vedere l’arresto degli altri. Ammetto di aver goduto nel vedere Lucius portato via. Lui però non mi ha visto, ed ero troppo occupata con i suoi compagni Mangiamorte per andare a salutarlo come si conviene.”
“Poi?”
“E poi ho dovuto raccogliere le deposizioni, e fare tutta la trafila. Il mio nome però non figura nelle indagini. Dopotutto, me ne sono occupata solo in via ufficiosa. Ed è anche il motivo per cui Narcissa e Bellatrix, che si è andata a nascondere a palazzo Malfoy, hanno chiesto il mio intervento.”
“Narcissa e Bellatrix hanno chiesto il tuo aiuto?”
“Narcissa si sarebbe gettata da un dirupo piuttosto di farlo, facendo onore al suo secondo nome. Bellatrix è venuta a casa mia, e si è umiliata di fronte a me chiedendomi aiuto. Dio, avevo vissuto tutta la vita per quel momento.”
Alex sorrise al ricordo di Bellatrix nel suo soggiorno, alle parole che si erano scambiate. Bellatrix non lo avrebbe ammesso neanche allo specchio, ma l’odiata sorella minore aveva nelle sue mani le chiavi della libertà di Lucius e della sua, e lo sapeva benissimo.
“Hai accettato di incontrarle?”
“Solo perché speravo che a Narcissa prendesse un colpo vedendomi di nuovo in quella casa. Non è successo. Che peccato.”
“Continuo a non capire. Non è un mistero, vi odiate a morte.”
“Perché sono iscritta in quell’albero genealogico. Ma è stato l’ultimo favore che ho fatto ad un membro della famiglia, quello di incontrare Narcissa. Dopodiché, mi sono sentita libera da ogni obbligo verso quelle due.”
“Un secondo scisma?”
“Diciamo di sì. La famiglia non mi ha buttato fuori come ha fatto con Sirius, mi ha sempre e solo tenuto ai margini. Ero allo stesso tempo un motivo di orgoglio e di vergogna, non so se mi spiego… Mi sono semplicemente stufata di quella terra di nessuno, ci avevo vissuto per troppo tempo. Comunque ti ho già raccontato del nostro incontro.”
“Raccontami di quello che hai avuto con Lucius.”
“Perché sarei dovuta andare da Lucius?”
“Perché eri tu ad avere il coltello dalla parte del manico, e volevi che lui lo sapesse.”
“Mi ritieni veramente una persona del genere?”
“Sì.”
“E fai bene. É stata la prima cosa che ho fatto il mattino successivo.”
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