Norvegia, venti anni prima.
Magdalene stava redigendo la giornaliera cronaca delle attività della sua cacciatrice. Era stata una notte movimentata, ma la ragazza si era comportata particolarmente bene. Erano solo cinque mesi che la conosceva, l’aveva raggiunta dopo la chiamata, ma si era creato già un legame profondo tra loro due. L’inizio era stato difficile, tra la diffidenza che la ragazza dimostrava verso il mondo soprannaturale, a cui era completamente estranea, e alle parole di Marlin. Lene le aveva data una sola possibilità di dimostrarle che tutto quello fosse vero.
Era bastato l’incontro con un vero vampiro perché la ragazza capisse che l’osservatrice diceva il vero, di parola la ragazza aveva cominciato l’addestramento il giorno stesso.
Passando le ore insieme avevano cominciato a conoscersi, contro le proprie aspettative Magdalene aveva trovato Lene simpatica, estroversa, competitiva ma anche, quando voleva, profonda e gentile, le ricordava come voleva essere alla sua età.
Improvvisamente la porta del suo ufficio, pochi metri quadrati arredati con mobili vecchi ma confortevoli, si aprì. Sulla soglia un uomo sulla quarantina che richiuse la porta dietro di sé mentre squadrava con evidente sufficienza sia lei che la stanza.
-La signorina Marlin?
Le chiese in inglese, evidentemente la lingua natale dell’uomo.
-Sono io, signor…
-Travers, vengo da parte del concilio degli osservatori per prestarle aiuto…
Non c’era bisogno di aggiungere “e giudicarla” , Magdalene era una delle più giovani osservatrici mai poste al fianco di una cacciatrice. Molte la consideravano ancora una ragazzina impertinente, che ricopriva un incarico troppo importante, qualcosa che doveva essere affidato a spalle più grandi. Strano anzi che avessero aspettato così tanto prima di cercare un modo per toglierle la cacciatrice e rispedirla in patria magari dentro un archivio polveroso.
Questo sebbene la sua protetta sopravivesse da ben cinque mesi, molto, per una cacciatrice giudicata di “transizione”, la cui speranza di vita non avrebbe dovuto superare la settimana. E la vita media di una cacciatrice “forte” si aggirava sui diciotto mesi.
Le sembrava di aver letto qualcosa su questo osservatore. Veniva reputato capace ma anche freddo, del tutto incapace di emozioni. Lo accolse con un sorriso di circostanza.
-Prego, si accomodi pure.
Cornovaglia, Inghilterra.
John stava guidando piano, attento a rispettare i limiti di velocità. Dietro Magdalene guardava pensierosa la notte oltre il finestrino. Era una notte senza stelle né luna. Una notte morta.
Si accorse dell’altra macchina solo quando gli abbaglianti illuminarono il lunotto posteriore della sua vettura. Infastidita dalla luce accecante si rivolse a John.
-Ti dispiace accelerare e lasciare indietro l’auto dietro di noi?
Ma non era una domanda a cui potesse rispondere di no.
-Come vuole signora.
La mercedes grigia accelerò nel tentativo di lasciare indietro l’altra auto, che però li raggiunse immediatamente tallonandoli per i minuti successivi. Magdalene, un po’ infastidita dalla reazione dell’altro conducente, si chiese cosa stesse accadendo. Non era normale e lo sapeva. Mantenne come sempre la calma, il panico non serve. Era la prima cosa che aveva insegnato alla sua cacciatrice.
-Per favore John rallenta di parecchio così ci supereranno. –la sua voce era un po’ seccata.
La mercedes rallentò ma non ci fu il sorpasso da parte dell’altra vettura. “Ma chi sono?”
Uscirono dal centro abitato con la seconda macchina sempre incollata dietro. Poi, improvvisamente, Magdalene sentì un urto. Li avevano tamponati. Si allacciò la cintura di sicurezza.
-Ma che stanno facendo?
John accelerò per allontanarsi ma venne raggiunto facilmente. Le due auto ingaggiarono un duello di velocità sfrecciando nelle deserte strade extra urbane. Entrambe di grossa cilindrata, raggiunsero e superarono in breve i centocinquanta chilometri orari. I lampioni scorrevano a fianco delle vetture illuminandole per un solo istante ad intervalli sempre più brevi. L’asfalto nero scorreva sotto di loro come una pista, il paesaggio reso invisibile dalla velocità e dall’oscurità.
Ci fu un altro scontro. La macchina sconosciuta li affiancò cercando di spingerli fuori strada. Il conducente della mercedes ebbe difficoltà a tenere la macchina in carreggiata ma rispose d’istinto, spingendo a propria volta l’aggressore verso il lato opposto. Il clangore metallico delle due carrozzerie, che sfregavano e si deformavano, ed il rombo dei motori sotto sforzo erano gli unici rumori della notte.
Magdalene guardando, quasi incuriosita, fuori dal finestrino, tentando di riconoscere i passeggeri dell’altra auto, notò i vetri oscurati. E fu certa che non fosse un incontro casuale. E lei aveva un solo nemico abbastanza potente da organizzare un agguato notturno come questo. Ci furono altri scontri che si rivelarono ancora una volta infruttuosi. La corsa continuò.
Poi il finestrino posteriore venne abbassato. La canna di una mitraglietta sporse dall’abitacolo della vettura pirata. Ci fu una raffica contro i vetri della mercedes.
Non si frantumarono, limitandosi a incrinarsi appena. All’insaputa di molti Magdalene aveva fatto montare cristalli antiproiettile. La mitraglietta venne ritirata ed il finestrino chiuso.
Il paesaggio era cambiato. Erano entrati in un’altra cittadina, i palazzi si facevano sempre più fitti e le macchine parcheggiate al lato della strada più numerose, con esse aumentava la possibilità di incontrare traffico locale, ignaro di questa corsa per la vita. Ad ogni curva le ruote fischiavano e le auto perdendo aderenza sbandavano leggermente di lato toccandosi ancora una volta. Nessuno dei due conducenti rallentò.
Dalla direzione opposta sbucò una macchina in traiettoria per uno scontro frontale con l’auto non identificata.
Con una veloce manovra l’inseguitore si gettò sul marciapiede, passando nello spazio lasciato libero tra due vetture parcheggiate, per poi tornare nella strada principale approfittando di un incrocio. Il clacson dell’ignaro automobilista si perse nell’oscurità. Aveva perso solo un centinaio di metri. Non riuscendo più a raggiungerli cominciarono a sparare nuovamente. Alcuni colpi raggiunsero il lunotto posteriore.
Dopo pochi secondi riuscirono a colpire le ruote. La mercedes sbandò, andando a finire contro una serranda che si deformò a causa del violento impatto.
L’auto pirata si fermò dietro di loro sulla strada per evitare manovre di fuga, comunque impossibili a causa del motore, da cui si levava una poco rassicurate voluta di fumo. Scesero quattro uomini che si avvicinarono cautamente alla mercedes, armi in pugno.
Marlin ancora senza fiato a causa dell’impatto armeggiò concitatamente con la cintura di sicurezza per liberarsi ed estrarre la propria arma. Riuscì a sganciarla in tempo perché il primo uomo aprisse il suo sportello. Fu ucciso da un colpo quasi a bruciapelo al torace. Magdalene, con ancora la pistola in mano, cominciò a respirare profondamente cercando un po’ di ossigeno e sperando che il martellare del suo cuore nelle orecchie si attenuasse.
Sentito lo sparo, e visto l’amico cadere gli altri commando si allontanarono dal mercedes per cercare un rifugio. Si posizionarono a ventaglio aprendo il fuoco contro la vettura.
Nel frattempo anche John si era ripreso, sanguinava appena da un taglio sulla fronte, sembrava decisamente arrabbiato. Estrasse la sua P-6 dalla fondina e si mise a sparare contro gli avversari.
Sia Magdalene che John finirono un caricatore senza riuscire a colpire nessuno. Dovevano trovare una via di uscita. I commando rimanevano bene al coperto, facendo fuoco di sbarramento. Non dovevano certo avere problemi di munizioni, loro.
Marlin cercò una soluzione.
La trovò velocemente nonostante sentisse la fatica di pensare lucidamente pesare su di lei. Il rumore a bassi regimi del motore dell’auto inseguitrice arrivava chiaro nonostante le pallottole che fischiavano nell’aria. La distanza fra le due vetture era meno di una decina di metri, molti, ma ce la potevano fare se non fosse stato per la capacità di fuoco della mitraglietta. Anche quel problema poteva essere risolto.
-John? Al mio via scattiamo e raggiungiamo la macchina.
L’uomo si limitò ad annuire, continuando a sparare appena vedeva un bersaglio.
Passò qualche istante, lunghi come ore. Poi, quando sentì che il caricatore della mitraglietta era finito, Magdalene uscì di corsa dall’auto correndo bassa verso l’auto abbandonata continuando a sparare. Al suo fianco, proteggendo in ugual modo il lato destro, John.
Boston, otto mesi prima.
I vicoli erano esattamente come li ricordava. Fetidi, deserti e bui. Il posto non era cambiato di una virgola nel tempo in cui era mancata, stesse strade, stessi locali, stesse facce. Faith continuava a camminare indecisa su dove passare la notte.
Di certo quella non era una zona sicura, ed i motel dei dintorni erano poco meglio delle strade. La cosa migliore sarebbe stata non dormire affatto, ma si sentiva stanca e sapeva per esperienza che dormire era il modo migliore per permettere al suo corpo di guarire i danni che aveva. Anche se a pensarci bene non sapeva se la cosa l’avrebbe aiutata ora.
In una delle discussioni con la sua osservatrice avevano parlato proprio di questo. Le capacità rigenerative che le cacciatrici possedevano.
Catherine le aveva spiegato, semplificando il concetto senza renderlo banale, che per sostenere le alte prestazioni atletiche quanto quelle di rigenerazione dei tessuti, le prescelte dovevano avere grandi fonti di energia a cui attingere. In parole povere calorie, il che significava mangiare tanto, e la cosa andava benissimo per Faith ora che aveva da mangiare.
Spiegava anche l’appetito con cui divorava tutto quello che le capitava a tiro.
Ampliando il discorso Catherine le aveva anche spiegato che le cacciatrici possedevano anche una sorta di autoregolazione, in pratica erano ancora in grado di rallentare inconsciamente il metabolismo in caso di necessità, come carenza di cibo, a patto della riduzione delle attività, come i neonati.
Faith sospettava che il coma fosse stato affrontato così dal suo corpo. Si era svegliata decisamente troppo in forma per essere rimasta otto mesi in coma. Muscoli che dovevano essersi atrofizzati si erano semplicemente indeboliti.
Per quello stesso motivo Catherine le aveva sempre consigliato dopo essere stata ferita di mangiare qualcosa di sostanzioso (“che so… ad esempio della cioccolata può andare bene Faith…” la cacciatrice aveva sorriso alla notizia ) e poi di dormire il più a lungo possibile, per dare al suo corpo il tempo di recupero necessario.
Il problema era che Faith non riusciva più a mangiare. Niente cibo, niente energia, niente guarigione. Avrebbe dovuto risolvere il problema in qualche modo ed lo avrebbe dovuto fare in fretta. Domani avrebbe provato a prendere una cioccolata calda, era un’idea come un’altra, e sarebbe stata sicuramente più sostanziosa di un tè o di un brodo.
Rimaneva il problema di dove passare la notte.
Faith, anche se persa nei suoi pensieri, appena superato l’ennesimo angolo buio si bloccò sui suoi passi, imprecando a bassa voce per la sfortuna. Nella penombra poteva distinguere due figure, vampiri, che avevano tutta l’aria di essere lì ad aspettare la loro cena.
Cercando di apparire poco appetitosa e completamente ignara della minaccia, Faith sfilò lentamente le mani dalle tasche e cominciò a cercare con lo sguardo una qualche arma utile tra i cassonetti sulla sua destra.
Ovviamente non c’era un pezzo di legno, soltanto qualche scatolone, puzza di cibo marcito e plastica bruciata. “Perfetto, ora ho la certezza di essere una completa sfigata”. Del resto anche con un paletto la situazione non sarebbe migliorata di molto. Faith non riusciva quasi a camminare, combattere sarebbe stata una scommessa.
Con molta fortuna sarebbe potuta durare dieci secondi.
I due si mossero dopo averla studiata per qualche secondo. Ovviamente anche loro avevano capito che si reggeva a stento in piedi, l’incertezza del passo, la sua lentezza, probabilmente percepivano anche il lieve tremore dei suoi muscoli. Erano cacciatori, sopravvivevano proprio in base alla scelta della preda.
Ed una ragazza sola, una specie di scheletro che faticava a camminare, lontano da occhi ed orecchie indiscrete, era la perfezione. La speranza di Faith era semplicemente che i due avessero già mangiato e la lasciassero perdere, ignorandola. Una possibilità praticamente uguale a zero.
Uno di loro, un nero alto con le spalle di un giocatore di football le si portò davanti bloccandole il passaggio, mentre l’altro, un biondo dalla faccia slavata, ancora nascosto dalle ombre le si portò sulla destra leggermente indietro.
Faith non aveva speranze, lo sapeva perfettamente. Il che per lei non era un motivo sufficiente per rinunciare a combattere. Lei voleva vivere. L’unica cosa di cui era stata sempre certa. Che le probabilità fossero tutte contro di lei non era un problema. Le avrebbe cambiate o almeno ci avrebbe provato.
Faith aveva sempre desiderato vivere, andare avanti e vedere un altro giorno, e lo aveva sempre fatto cercando di sfruttare al meglio le sue possibilità, qualsiasi esse fossero. Non perché avesse paura della morte, altrimenti non sarebbe mai stata in grado di combattere come faceva, con quell’abbandono e quell’aggressività rischiando quanto faceva. Il che non toglieva che per salvare una persona a cui teneva avrebbe dato volentieri la sua esistenza.
Semplicemente lei non voleva rinunciare alla sua vita, perché era annoiata o perché era diventata troppo difficile.
Non concepiva il desiderio di lasciarsi morire.
Faith non perse tempo cercando di parlare con i vampiri, nel vano tentativo di convincerli a lasciarla stare o per guadagnare una manciata di secondi in più, che non le sarebbero serviti a nulla. Si mise in posizione di difesa, aspettando l’attacco dei due.
Il piano era semplice.
Cercare di sopravvivere ai loro attacchi fino a quando si fosse aperta una via di fuga. Poi correre. Era sempre stata molto più veloce dei vampiri, e questa sera le servivano giusto una manciata di secondi di vantaggio, abbastanza da infilarsi nella prima casa abitata. Era la sua migliore chance.
Il nero la guardò divertito mentre notava il cambiamento di postura.
Sorrise mentre il suo volto si trasformava.
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