… una pianura desolata i cui limiti si perdono alla vista. Terra come ruggine e ocra bruciata. La luce rossastra del crepuscolo oscura l’aria rarefatta. Nuvole basse, pesanti, con luminosi orli sanguigni. Non ci sono alberi o erba o altro. Solo una montagna, una guglia altissima e ripida, interrompe l’uniformità della pianura. Una presenza si muove oltre l’orizzonte, in cammino verso di lei. Il vento comincia a soffiare, sibila contro la montagna…
Buffy aprì gli occhi, ritrovandosi a fissare il soffitto di casa sua.
Era la prima volta che sognava, dopo tanti anni. Uno di quei sogni speciali che avevano più concretezza della realtà.
Sospirò stancamente e si girò nel letto.
Era presto.
La luce entrava dalle fessure fra le tende e accendeva le particelle di polvere che galleggiavano nell’aria.
Un rumore sordo. Un ticchettio scandito e monotono da metronomo.
La sveglia sul comodino.
Era una di quelle vecchie, con le lancette.
La lancetta dei secondi si spostava a scatti e ogni scatto era un battito, ogni battito più intenso del precedente.
Prese la sveglia e restò a guardarla con il braccio semisollevato.
Vedeva i suoni.
Bolle concentriche che nascevano dalla sveglia a ogni ticchettio e si allargavano riempiendo la stanza, diventando sempre più trasparenti e inconsistenti man mano che si gonfiavano, finché non scomparivano.
Una dentro l’altra.
Anche se chiudeva gli occhi, continuava a vederle. In negativo, impresse sulle retine.
Forse avrebbe dovuto essere spaventata.
Non esistevano. Il loro passaggio non turbava il fluttuare della polvere.
Forse questo era il motivo migliore per essere spaventata.
Rimise la sveglia sul tavolo dopo aver tolto la pila.
Almeno fosse riuscita a definire quello che provava.
Un’insofferenza continua
Il cuore che cominciava a picchiare a ritmo tachicardico
I muscoli tesi
E quello che vedeva, quello che sentiva, inevitabilmente, irrimediabilmente… sbagliato.
Si rigirò ancora e chiuse gli occhi, cercando di riprendere sonno e annullare il tempo che la separava dalla sera.
* * * * * * *
Era arrivata al parco e si era nascosta il più lontano possibile da dove si erano fermati a parlare.
Angel era lì, accanto allo stesso albero.
Sembrava immerso nei suoi pensieri, ma girò subito la testa nella direzione di lei, allarmato.
(… bene. E’ un piacere sapere che in questi anni non gli ho dato il modo di abbassare la guardia…)
Almeno aveva la soddisfazione di sapere che erano in due a non avere dormito sonni tranquilli.
Uscì dal suo rifugio e si diresse verso di lui che, appena la vide, riprese la consueta espressione tra il divertito e l’indifferente, come se il mondo intero esistesse solo a suo uso.
“Ancora qui?” gli chiese.
“Ancora. Ti aspettavo. Tu, invece? Passi per caso?”
Buffy era a disagio.
Era felice di essere qui, con lui, e la consapevolezza di questa felicità la disturbava. Soprattutto, la disturbava il non poter far nulla per impedirsi di essere felice.
“Tutto questo non ha senso.” brontolò la ragazza.
“Cosa intendi?”
“Vengo qui, parlo con te… E poi? Ci salutiamo e ognuno per la sua strada, a… a fare quello che facciamo sempre?”
“A uccidere. Non avere paura delle parole, se non hai paura dei fatti.”
“Non ha alcun senso…” ripeté Buffy.
“Chi lo dice? E’ scritto nel tuo libretto di istruzioni?”
“Cominci a perdere la memoria? Noi dovremmo combatterci. Non incontrarci, non chiacchierare.”
Per un attimo, era sembrata la Buffy di una volta. La Buffy adolescente, ironica e sicura, cancellata dal peso degli anni.
“Perché no, se è quello che vuoi?” chiese Angel.
“E’ tutto quello che conta per te, vero?”
Ma era una domanda senza senso e, di conseguenza, non c’era senso nel darle una risposta.
Lei cominciò a camminare avanti e indietro.
Il prato invernale era più fitto e lussureggiante di quanto non fosse nell’aridità estiva.
Una specie di mare verde.
C’erano onde, come nel mare, e c’erano isole, ciuffi di erba più alta e fitta che emergevano con vitale esuberanza dal terreno.
Buffy si fermò davanti a un ciuffetto particolarmente rigoglioso.
Con la punta di un piede, schiacciò il piccolo groviglio vegetale, insistendo fino a ridurlo a una poltiglia informe di linfa e fibre disfatte.
“Non abbiamo finito il discorso, l’altra notte.” disse Angel, non appena lei ebbe portato a termine la sua opera distruttiva “Io so cosa voglio. Tu, invece? Te l’ho già detto una volta. Non lo sai.”
“Ero una bambina. Ora sono cresciuta.”
“Sì, certo. Almeno adesso sai quello che non vuoi. Mi sembri più confusa ora di quando avevi sedici anni.”
“Perché?”
“Non dovremmo incontrarci, non dovremmo parlare… Però il fatto è che sei qui, con me, a parlare.”
Buffy gli si riavvicinò.
“E cosa dovrei fare, secondo te?”
“Dipende da quello che vuoi.”
“Al momento, credo che tutto mi sia indifferente.”
“Allora è indifferente fare una cosa piuttosto che un’altra.”
Lei si mise a ridere.
“Stai giocando a fare il gatto del Cheshire con me?”
Angel la guardò in modo strano, con la testa un po’ inclinata e un’espressione freddamente inquisitiva, come se si trovasse davanti a una cosa bizzarra, ma non del tutto degna del suo pieno interesse, poi afferrò il ramo sopra di lui e si issò sull’albero.
La ragazza seguì tutta quella strana manovra senza fiatare.
“Ma si può sapere che stai facendo?” chiese alla fine.
“Mi immedesimo nella parte.”
Buffy cercò disperatamente di non ridere di nuovo. Perché la situazione era ridicola e, al tempo stesso, non c’era proprio niente di divertente.
“Ti prego, scendi. Mi fai venire il torcicollo.”
“C’è un magnifico panorama da qui, e, a quanto ne so, tu non puoi avere il torcicollo. Allora, continuiamo. Perché non mi rispondi? Cosa vuoi?”
Lei smise subito di sorridere.
(… ricominci?…)
D’altra parte, era impossibile che lui dimenticasse e inconcepibile che lasciasse perdere.
“Io… Vorrei essere lasciata in pace.”
“Se dici ‘vorrei’, implichi che siano gli altri a doverti concedere qualcosa. Le cose devi volerle da sola. Prenderle, se occorre. Non chiedere.”
Il disagio di Buffy era diventato vero e proprio panico.
“E poi il tuo desiderio…” continuò Angel “Pace. Un po’ generico. Che intendi? Vuoi startene a casa a guardare la TV?”
“No… Voglio stare io in pace… Smettila di farmi domande.”
“Smettila di darmi risposte, allora. Io non posso costringerti a restare, se non vuoi. Voltati e vattene. Oppure salta su e fammi tacere. O sta li a guardarmi. O mettiti a cantare. Visto quante cose puoi fare? La scelta è tua. Io continuerò con le domande. Eravamo arrivati alla pace. Non ti stai spiegando, Buffy. Mi sembra di capire che vuoi la pace interiore. Se la cerchi significa che per ora ti manca. Perché?”
“Ti stai divertendo? Oppure sei solo stupido? Non riesci a capirlo da solo?”
“No, non capisco. Spiegami tu. Cosa, non funziona? Il fatto che ti ritrovi a dormire di giorno? E’ uccidere? Ti sconvolge uccidere?”
La ragazza lo guardò con odio. Angel la ignorò.
“E’ questo? Se potessi, faresti altro? Pensaci bene. Non te ne andresti più in giro di notte a cercare qualcuno da uccidere?”
Buffy sentiva la nausea alla sola idea di rispondergli, ma mentirgli era completamente inutile. Se ne sarebbe accorto subito. Non avrebbe neppure fatto caso alle parole, se fossero state in contrasto con quello che sentiva. Per lui le parole erano solo un corollario, neanche tanto importante, di un insieme di fattori che costituivano una vera comunicazione. Quindi, inutile mentire.
“No, io… io credo che lo farei lo stesso.”
“Lo credo anch’io. Dunque, al momento fai esattamente quello che vuoi fare, però ti manca la pace. In cosa dovrebbe essere diversa la tua vita, per avere la pace?”
“Se potessi! Hai detto bene. Ecco in cosa sarebbe diversa. Io ‘potrei’, ma ‘potrei’ anche non farlo.”
“Invece non puoi, perché c’è qualcosa o qualcuno che ti costringe. Ti obbliga. Scusa, ma che qualcuno possa obbligarti a fare quello che non vuoi è difficile da credere.”
“E che dovrei fare? Ci sono tutti gli altri. La mia famiglia, il mio Osservatore…”
“Il tuo Osservatore? Sbagli. Sei tu la sua cacciatrice. Da premiare o punire se si comporta male. Spiega, Buffy, perché io continuo a non capire. Perché credi che la tua volontà venga sempre al secondo posto? Perché credi di essere qualcosa di meno importante di un essere umano? Perché se tu dovessi morire sarebbe accettabile, nell’ordine naturale delle cose? E accettabile per chi? Per loro? Per loro sì, certo, ma per te? E’ questo che vuoi? Essere una merce di scambio?”
Era sceso dall’albero, quasi scivolando davanti a lei.
“Li ringrazi? Ringrazi Giles per quello che ti permette? Ti senti una privilegiata per la libertà che ti lasciano? Nel momento in cui qualcuno può concederti, permetterti, darti libertà… allora è tuo padrone e tu nient’altro che una schiava. Non esiste un buon padrone, Buffy. Chi ti possiede è tuo nemico, comunque si comporti con te. Spiega, perché proprio non capisco come puoi lasciarti rubare la completezza della vita e considerarti fortunata per quei pochi frammenti che ti restituiscono.”
Buffy si posò le mani sugli occhi.
Angel era riuscito a condurla su una strada che aveva sempre evitato di percorrere, tenendola per mano come una bambina, passo a passo… però la strada non l’aveva costruita lui. L’aveva solo resa accessibile, impossibile da ignorare, ma la strada esisteva già. Era vecchia di anni, a essere onesti.
Non avrebbe avuto paura, altrimenti.
“Non lo so.”
“Forse è un’altra cosa. A certa gente piace fare prendere le decisioni agli altri. E’ facile, nessuna responsabilità. I deboli, ad esempio, o gli incapaci. O i bambini, che devono rimettersi alle decisioni dei genitori. Nel loro caso però è una fase naturale. Una volta cresciuti passa. Ma non tutti crescono, vero? Alcuni preferiscono la confortevole culla. Tu cosa vuoi?”
Buffy esitava.
Lui doveva solo farla respirare, darle tempo.
Si sedette per terra, aspettando con pazienza.
“Anch’io sono stato un prescelto, lo sai?”
La ragazza lo guardò perplessa. Si avvicinò e gli si sedette di fronte.
Angel sospirò.
“Ero stato scelto dal Maestro per essere…” si interruppe, cercando un termine giusto. Qualcosa che per lei avesse un significato.
“Il suo successore?” disse Buffy.
Almeno, se lo avesse assecondato, avrebbe smesso di tormentarla. E, suo malgrado, la cosa la interessava.
Non sapeva nulla del suo passato.
Era irlandese, era il compagno di Darla, aveva ucciso un sacco di gente ed era stato maledetto.
Tutto qui, in quattro parole.
Ma non poteva essere ridotto a così poco.
Poteva anche pretendere che Angel avesse cominciato a esistere solo nel momento in cui l’aveva incontrata, però c’era una vita, prima di quel momento.
Lui scosse la testa.
“Più che altro una specie di suo rappresentante. La sua longa manus. La sua faccia rivolta all’esterno. Il suo killer di fiducia…”
“Ma…?”
“Ma… nessuno aveva chiesto la mia opinione.”
Ora non la guardava più. I suoi occhi erano fuori fuoco, a osservare qualcosa di distante.
Sembrava rabbrividire un po’.
“Hai visto dove, e come, viveva il Maestro? Rinchiudermi in una specie di corte medioevale, in mezzo a libri ammuffiti e ridicole profezie, con gente che ti dice quello che puoi o non puoi fare, vincolato da regole senza senso, e alzare gli occhi e vedere il soffitto di una fogna, invece di questo.” Con un cenno del capo indicò la volta stellata “E fuori un mondo intero, mai uguale a sé stesso… Perché avrei dovuto accettare una cosa che non avevo deciso io?”
“Cosa hai fatto?”
“Ho preso Darla e me ne sono andato, lasciando il mio venerabile nonno nel suo antro.”
“Come l’ha presa?”
“Non molto bene. Ma avrebbe dovuto uccidermi per fermarmi e cosa avrebbe ottenuto? Naturalmente poteva farlo, ma, in ogni caso, la scelta di essere libero è sempre stata solo mia.”
Buffy teneva gli occhi fissi sulle mani, sul paletto che rigirava fra le dita.
Un racconto talmente familiare…
Sentì la mano di Angel sollevarle il mento, le sue dita passarle sulle labbra, la sua voce…
“Il destino ha su di te il potere che tu gli concedi, finché tu glielo concedi e, allora, ti chiedo ancora… cosa vuoi?”
Stavolta lei cedette.
“Voglio che la smettano.” mormorò “Voglio che smettano di dirmi cosa fare. Voglio cominciare a vivere per me, non per loro. Voglio andarmene da qui. Voglio essere libera…”
“E cosa te lo impedisce?”
“Cosa? Il mio…” (… il mio?…)
“Ti prego, non essere banale.”
“Se non è il dovere, allora…”
“Allora cosa? Forza Alice, scegli. Il biscotto o la bottiglietta. Cresci! Oppure diventa piccola piccola e nasconditi.”
La ragazza non riusciva a guardarlo.
(… perché devi sempre essere così complicato? Perché non dici mai chiaramente quello che pensi, ma ci giri intorno, ci giochi? Cosa vuoi, da me?…)
“Io non lo so!”
(… sì che lo so. L’abitudine, è solo l’abitudine. Sono io, solo io, che mi sono legata e ho gettato via la chiave delle catene. La colpa è mia e ora non so che fare. Ho paura. Ho paura di non essere più in grado di liberarmi. Ho paura di non sapere combattere me stessa…)
“Tu non vuoi essere libera.”
“Non posso…”
“Non vuoi!” ripeté lui con durezza “Se si può fare una cosa e non la si fa, è perché non si vuole.”
Due Buffy si combattevano, da molto tempo, e il loro conflitto stava per arrivare a una conclusione. Non sarebbe mai tornata quella di prima, ma cosa sarebbe diventata non era ancora deciso. Ondeggiava al limite di due possibilità. La nuova Buffy che voleva a tutti i costi vivere, contrastata da quella che si adagiava nei sicuri binari della consuetudine. Era forte, questa Buffy, gli anni la facevano forte, ma l’altra era diventata sempre più presente e sfacciata di giorno in giorno, e ora il loro potere si equivaleva e sarebbe bastata una piccola spinta per dare la vittoria all’una o all’altra.
“Io ho un mio posto al mondo!” gridò lei, alzandosi e allontanandosi di qualche passo.
“Oh, Buff. Al mondo non importa niente di noi. Se morissimo in questo istante, il mondo andrebbe avanti, come ieri, come sempre. Se ci uccidessimo a vicenda, avrebbe importanza solo per noi. E’ un gioco, tesoro mio, con il più imparziale degli arbitri e nessuna regola. Chi perde finisce nel secchio dell’immondizia della vita. Uno dei tanti scarti. Non importa. Il mondo non fa favoritismi e, di solito, va come vuole, non come si vorrebbe.”
Buffy chiuse gli occhi per un attimo. Quando li riaprì, Angel era in piedi accanto a lei.
“Allora non contiamo proprio niente per nessuno?” gli chiese.
“Contiamo per noi stessi. Per chi ci sceglie liberamente di amare.”
“Il tuo è un mondo spaventoso, senza speranza…”
“Senza sbarre.”
“Senza felicità…”
“Sbagli. Con tutta la felicità che ti permetti di provare.”
Allungò la mano verso il suo volto, ma, prima di toccarla, la lasciò ricadere.
E lei stava correndo via.
“Bentornata dal Paese delle Meraviglie, Alice.”
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