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He knows he should not [HP]

March 18 2005 at 4:03 PM
Eve  (Login Evuccia)

 
Purtroppo la frase tra asterischi, al posto di diventare corsivo, come segnalato nelle opzioni, rimane tra asterischi.
E' orribile, lo so, ma mi tocca lasciarlo così=_=


He knows he should not

“*Who has not, a hundred times, found himself committing a vile or silly action, for no other reason than because he knows he should not?*”
Edgar Allan Poe, “*The black cat*”


*Ginevra*: ha sempre pensato che quello della giovane donna che s’appresta a diventare sua moglie sia un nome splendido. Evocativo, antico.
E dire che, anni prima, c’era stato un periodo in cui lui era perfettamente convinto che si chiamasse Virginia. Dopotutto, ad Hogwarts, era conosciuta come Ginny Weasley. Semplicemente Ginny.
Lei avanza con lo sguardo basso, un vago sorriso dipinto sulle labbra rosee.
Il padre Arthur le cinge amorevolmente un braccio: sembra quasi timoroso di sfiorarla, quasi abbia paura di intaccare la perfezione di quella bambola vestita di stoffa nivea.
*Ginevra*: sì, Ginevra è una pura dama d’altri tempi, che, con un’espressione di pudica gioia dipinta sul volto, va incontro al suo sposo, al suo re.
Il giovane uomo che l’attende all’altare solleva improvvisamente un sopracciglio: paragonare la propria compagna a quella di Artù non è propriamente di buon auspicio.
Draco Malfoy deglutisce a vuoto, andando istintivamente ad allentarsi il nodo della cravatta.
*Ma come cazzo ci sono finito, io, a prendere in moglie Ginny Weasley?!*
Fa scorrere lo sguardo, considerevolmente agitato, sulle persone che affollano le prima file delle panche poste ai due lati della navata centrale della chiesa.
E’ quasi felice di notare gli sguardi furenti che gli rivolgono Harry Potter e il suo quasi-cognato, Ron Weasley, soprattutto paragonandoli all’espressione commossa e gioiosa che è dipinta (stampata, si corregge Draco, stampata) sul volto di Molly.
Arthur ha dato il suo sostanziale contributo a quella scena già di per sé insostenibilmente grottesca, insistendo affinché, al posto della consueta marcia nuziale, venisse eseguita “Hallelujah”: quella di Buckley.
L’unico Malfoy presente alla celebrazione (leggasi lo sposo), comincia ad immaginarsi fuggire da quella trappola color carota.
Sì, se la sua vita fosse un film babbano, di quelli tanto cari al suo quasi-suocero, il tormentato protagonista, dopo un celere e poco sentito scusa alla ragazza, se la darebbe a gambe incontro al tramonto che filtra dall’alto portone, incontro alla libertà.
Con un sottofondo musicale trionfante e glorioso, tipo un Alleluia. Quello di Haendel.
E invece, Draco, che è tutto fuorché il protagonista di un film babbano, rimane lì, fermo sulle sue –per quanto malferme- gambe.
Si chiede quand’è che avrebbe dovuto compiere una scelta diversa, quand’è che aveva mancato di cogliere l’opportunità di spezzare quella disgraziata concatenazione di sfighe e stronzate di dimensioni bibliche.


La topaia di Hagrid

In fondo, era stata tutta colpa di Pansy Parkinson. O forse delle digressioni, ad opera di Crabbe e Goyle, a proposito del naso della strega, che allora, così come Draco, frequentava il sesto anno. Chissà: fatto stava che, se il suddetto naso fosse stato un tantino più grazioso, la relazione tra i due giovani Serpeverde non si sarebbe interrotta.
“Certo che Pansy” aveva grugnito Goyle –o Crabbe, ma non era rilevante-, un giorno, durante uno dei consueti pranzi in Sala Grande “se la tira proprio tanto!”
*Ah sì?* Pensò Draco, remore di quanto poco il soggetto in questione se la fosse tirata la notte trascorsa.
“Farebbe meglio a scendere da quel trono! Insomma, ha, tipo… quel naso strano… sembra la torre di Astronomia, va in verticale!” concluse il corpulento galoppino di Malfoy.
Crabbe –o Goyle, insomma, chi tra i due era rimasto zitto- scoppiò a ridere: Draco, dal canto suo, alzò entrambe le sopracciglia.
*Ma che battuta del cazzo. Era una battuta?*
Posò il suo sguardo grigio sulla Parkinson, e, in particolare, su un dato particolare del suo volto.
*A me pare più simile alla topaia di Hagrid*, meditò Draco, per poi scrollare le spalle, ridendo piano. Considerò seriamente l’idea di smettere di sbattersela.
D’altro canto aveva bisogno di qualcuno che allietasse le sue serate, altrimenti la noia l’avrebbe ucciso: Hogwarts non offriva chissà quali possibilità di svago, escludendo l’improponibile eventualità di unirsi alla Granger, Potter e Weasley, che escogitavano divertenti modi di farsi espellere una notte sì e l’altra anche.
Il problema sorgeva dal fatto che, a dispetto di quanto il suo altisonante cognome potesse lasciar intuire, Draco non aveva molto successo con le ragazze. *Naturalmente per colpa delle ragazze.*
Tutte, letteralmente tutte le fanciulle che popolavano Hogwarts, sembravano essere prede di una sorta di alienazione collettiva: pareva infatti che l’archetipo dell’uomo ideale fosse divenuto, d’un tratto, il romantico (*?!*), tormentato (*?!*) e al contempo sanguineo Harry Potter, dal terribile passato e l’incerto futuro.
*Neanche fosse un cazzo di eroe Byroniano.*
E Draco –*grazie al cielo*-, era l’esatto contrario del Ragazzo Sopravvissuto.
Draco era il Ragazzo Indicibilmente Ricco, ma questo non pareva far più presa sui cuori delle sue compagne di scuola. E il RIR continuava a necessitare di qualcuno con cui trascorre le sue serate.
Calunniando chicchessia, progettando come scialacquare le ingenti paghette nella prossima uscita ad Hogsmeade, organizzando scherzi ai danni di certi suicidi sociali che lasciavano annunci matrimoniali nell’apposita sezione della Gazzetta del Profeta, fumando un po’ d’erba, magari.
E sciocchezze limitrofe. Effettivamente, più che d’una donna, Draco aveva bisogno di un cobelligerante: Blaise Zabini sarebbe stato l’unico, per affinità di carattere e lignaggio, ad essere ritenuto degno di tal compito dal giovane mago.
Ma Blaise era troppo preso da sé stesso: era strano, quel ragazzo.
Tra l’altro, diceva di detestare qualsiasi cosa emanasse un odore anche vagamente spiacevole, e l’erba dell’amico, a suo avviso, era assolutamente mefitica.
Draco sospirò. In fondo, avrebbe dovuto scegliere una ragazza: le cose si sarebbero fatte senz’altro più allettanti, e gli sarebbe stato infinitamente semplice soprassedere sulla mancanza di particolari affinità di carattere o lignaggio.
Lasciò scivolare lo sguardo sulla sala, chiedendosi chi, ad Hogwarts, si facesse le canne.


A proposito di Virginia Weasley

Non avrebbe saputo dire, cosa, di preciso, l’avesse colpito in Ginny Weasley.
Era arrivato alla conclusione che, probabilmente, sarebbe rimasto uno degli insoluti misteri del mondo della magia. Tipo perché mai Sirius Black avesse impiegato dodici anni per fuggire da Azkaban, mentre suo padre, Lucius, se la fosse cavata in capo a qualche mese. In effetti quello non era proprio un mistero insoluto: Black era un’idiota, Lucius Malfoy era schifosamente ricco.
Ad ogni modo, successe che un giorno Draco e la piccola Weasley si baciarono.
Suo padre glielo diceva sempre –memore della disastrosa punizione ricevuta a suo tempo, a seguito di un festino organizzato all’insaputa dei professori-: “*Non farti mai sorprendere a combinare guai con un Gryffindor, Draco. Non farti mai mettere in castigo in compagnia di un Gryffindor.
Tendono ad espandersi, a tentare di coinvolgerti nelle loro tediose digressioni mentali… dammi retta, lo dico per te.*”
E invece, a causa di un quantomai innocente battibecco d’ordinanza, avvenuto mentre gli Slytherin del sesto anno lasciavano la serra e i Gryffindor del quinto vi entravano, la Sprout aveva cacciato lui e Ginny a fare le pulizie.
La serra lo aveva sempre terrorizzato. Era piena d’insetti, puzzava di Hufflepuff e si diceva che fosse il teatro degli strani avvenimenti del castello per antonomasia.
Draco usava rispondere a tali asserzioni -con una certa malizia- che chi sosteneva ciò non aveva mai seguito la McGonogall in presidenza (naturalmente lui stesso si era sempre ben guardato dal farlo), eppure, in quel primo Aprile del 1996, dovette riconoscere la veridicità delle dicerie di cui sopra.
La serra portava scalogna.
Lo strano avvenimento del giorno fu, appunto, il loro bacio.
Una volta rimasti soli, il giovane mago s’era messo a dar fastidio alla Weasley, come di consueto: si aspettava una delle solite risposte saccenti e sarcastiche della ragazza, invece lei aveva pestato i piedi come una bambina capricciosa, imbronciato la bocca e… pianto.
Si mordeva il labbro inferiore per non singhiozzare.
Draco sgranò gli occhi, rimanendo immobile per qualche interminabile secondo, vagamente nel panico. Poi Ginny incrociò le braccia al petto e scostò lo sguardo.
*E’ incazzata nera.*
La voce della sua coscienza, che per qualche strano motivo somigliava molto a quella di suo padre, gli suggerì di cominciare a deriderla senza pietà. Invece lo sciagurato mago sorrise nervosamente, corrugando le sopracciglia bionde, per poi avvicinarsi all’altra.
“Ma dai, Virginia…”
“Ginevra!” sbottò lei.
E così si baciarono.



He knows he should not

Si rese conto, col senno del poi, che Ginny Weasley era tutto fuorché stupida: insopportabile, sanguinea, fastidiosamente saccente, impulsiva, sgradevolmente ottimista, Gryffindor.
Ma non stupida.
L’aveva perfettamente dimostrato pochi giorni dopo il bacio, con una semplice domanda.
Una domanda che, invece di illuminarlo, aveva destato tenerezza nel giovane, stupido –lui sì- Draco Malfoy.
Ginny si era avvicinata a lui con lo sguardo basso, le gote imporporate, portandosi una ciocca di capelli rossi dietro l’orecchio. Aveva una vaghissimo sorriso dipinto sul volto impercettibilmente truccato. Era una palese quanto impeccabile strategia di guerra.
Il colpo di grazia fu la gonna piuttosto succinta, a pieghette, portata con le scarpe basse ed un corto cappottino allacciato da alamari. Da perfetta collegiale.
Draco ci cascò in pieno.
“L’hai fatto solo perché sapevi di non poterlo fare, vero…?” gli chiese, mordendosi il labbro inferiore.
*Faina!* Avrebbe dovuto urlare il giovane mago.
“*Oh…*” mugugnò invece, sgranando gli occhi. Sbatté le palpebre un paio di volte, incredulo.
“Certo che no” disse “l’ho fatto perché mi piaci, Ginevra!”
La voce della sua coscienza minacciò di diseredarlo.


Lucius Malfoy era notoriamente un genio del male

Draco Malfoy conosceva suo padre.
Sapeva che non avrebbe sbraitato, che non avrebbe minacciato chissà quali punizioni, che non avrebbe mosso mari e monti –probabilmente neanche un dito- per impedirgli di fare quanto intendeva fare, che non l’avrebbe tacciato di essere un figlio degenere o la cagione del suo primo, ipotetico infarto. Non l’avrebbe certamente picchiato, né ridotto ad un vegetale a forza di maledizioni Cruciatus, né tantomeno ucciso. Non l’avrebbe spedito a Durmstrang quanto prima o costretto a vivere con la zia.
Suo padre avrebbe escogitato qualcosa di molto peggio.
Lucius Malfoy sollevò un sopracciglio.
“Che cosa?” chiese la madre di Draco, Narcissa, sorridendo nervosamente “Stai scherzando, non è vero?”
Il giovane mago, che aveva concluso la scuola da ormai due anni, scosse la testa.
“No mamma, sono serio. Non sono mai stato così serio, anzi.
Sposerò Ginevra Weasley.”
La donna parve rabbrividire, per poi andarsi a sedere accanto al marito, lasciandosi cadere a peso morto sul divanetto color malva. Si portò una mano alla fronte, sospirando.
“Lucius, caro, tuo figlio è impazzito” disse, andando a guardare l’altro in tralice.
“Sì, sono impazzito” Draco strinse i pugni “sono pazzo di lei!”
Suo padre, per la prima volta da che quel colloquio era iniziato, parve sul punto di scomporsi: impallidì, sgranando per una frazione di secondo gli occhi chiari. Poi espirò profondamente.
E alzò di nuovo un sopracciglio.
“Draco, stai portando avanti qualche strana lettura, ultimamente? Non ti ho mai sentito dire nulla di tanto patetico…” sembrava vagamente turbato.
Il ragazzo non poté impedirsi di asserire timidamente, provocando un sorriso fiducioso nella madre; poi scrollò le spalle, come a volersi destare.
“Papà, non è questo il punto! Io la amo, capisci? E non m’importa se questo andrà ad influire sulla tua reputazione, non m’importa se in futuro ci sarà un piccolo Malfoy con i capelli rossi…”
Narcissa alzò gli occhi al cielo, scuotendo debolmente il capo.
“Tesoro” disse a mezza voce, rivolgendosi al marito “nostro figlio è un’egoista…”
“Dopotutto l’abbiamo cresciuto così. Anche se ammetto che le mie erano ben altre mire…”
“Mamma! Papà!” sbottò basito il giovane mago “Non mi state ascoltando! Che cosa devo fare per farmi prendere sul serio…?!”
“Sposala” sentenziò Lucius Malfoy.
“C-che cosa…?” biascicò Draco “Ho… il tuo consenso?”
“Non essere ridicolo” rispose l’altro, sollevando per la terza volta nell’arco di pochi minuti il sopracciglio sinistro “è la mia punizione. Sposala.”
Il ragazzo era inebetito. Annuì impercettibilmente, prima di girarsi e, lentamente, ripercorre a ritroso i propri passi, verso l’uscita di Malfoy Manor.
“Dimenticavo, Draco…” lo richiamò l’uomo, sedendosi di nuovo accanto alla moglie “…ovviamente né io né tua madre abbiamo intenzione di incontrare… lei e… *quelli*…” disse, con una smorfia che palesava appieno la sua ben nota idiosincrasia nei confronti della famiglia Weasley.
“Neppure quando… neppure quando diventerete nonni?” chiese l’altro, aggrottando le sopracciglia.
“Per la barba di Merlino!” sbottò sua madre, andando istintivamente a controllare la propria immagine –ancora splendida, nonostante l’età- in un grande specchio posto dietro al divanetto “Non dire quella parola!”
Draco lasciò in fretta il castello dov’era nato, percorrendone i corridoi quasi di corsa: dopo la reazione dei suoi genitori, non si sarebbe più stupito di nulla.
Meglio affrettarsi a lasciare Malfoy Manor, onde evitare che suo padre cambiasse idea, e che decidesse di esporre la testa del figlio assieme a quelle dei vecchi Elfi Domestici nelle cucine, alla maniera della cara zia Elladora.

Se le parole di Lucius Malfoy non avessero causato nel giovane mago dei così gravi scompensi, forse questo, ripensandoci, avrebbe capito che l’uomo, come di consueto, aveva agito nel modo che riteneva migliore. Ossia nel più lungimirante, sadico e crudele modo possibile.
Da tempo, ormai, Draco stesso si chiedeva se davvero Ginny valesse i Weasley.
Già, perché, nel giro di un paio d’anni, la loro relazione era degenerata verso una sorta di non troppo metaforica ultima discesa, ossia quella che conduceva alla Tana.
La ragazza aveva insistito affinché il compagno si trasferisse in casa sua –aveva ben immaginato come si sarebbe concluso il dialogo di Draco con i genitori, in fondo, come si diceva sopra, Ginny era tutto fuorché stupida-, e lui aveva accettato.
Non proprio di buon grado, ma aveva accettato.
La Tana era comparabile, sostanzialmente, a null’altro che un grande, eccentrico, cencioso albergo.
Non solo vi abitavano i coniugi Weasley con la loro numerosa progenie, ma il fantastico trio (oltre colui che avrebbe comunque risieduto lì) pareva essersi trasferito in pianta stabile. Draco non immaginava, e non voleva immaginare, che razza di legame potesse esserci tra tre individui (Potter, Ron Weasley e la Granger, appunto), che condividevano la stessa stanza. Draco preferiva non farsi domande, per quanto concerne la Tana e i suoi occupanti.
Tra questi, almeno per quattro o cinque pomeriggi la settimana, poteva annoverarsi anche un gruppo di discutibili elementi –tra i quali spiccavano Lupin, suo ex professore di Difesa, Silente e niente meno che Severus Snape- che usavano riunirsi a confabulare riguardo qualcosa a proposito di bazzecole quali un’utopica ideocrazia che avrebbero voluto raggiungere, la Seconda Guerra, i Mangiamorte, Lord Voldemort… qualcosa a proposito.
“Parliamoci chiaro, Malfoy!” gli aveva detto un giorno Ron, subito dopo cena “Cos’hai capito, riguardo alle riunioni?”
*Tutto, lenticchia*.
“Quali riunioni, Ron?” aveva chiesto candidamente Draco. Si era rassegnato a chiamare il fratello della sua fidanzata per nome. Ragioni logistiche.
E di lì era scoppiato il tremendo putiferio che, in capo ad un paio di giorni, l’aveva portato –*costretto*- ad accettare la proposta –*l’ordine*- di Ginny, leggasi tentare di superare assieme a lei l’esame per ottenere la qualifica ad Auror.
“Meglio tenerlo in pugno dentro l’Ordine della Fenice, che libero di gironzolare sul confine…” aveva ringhiato Moody “…anche se dubito che questa sottospecie di furetto pallido ed emaciato potrà esserci d’aiuto. Mi aspettavo di meglio da Ginny!”

Draco giunse, infine, all’entrata della Tana. Spinse con entrambe le mani il cancello in legno che delimitava le incolte proprietà dei Weasley, nelle quali gnomi, erbacce e certe strane creature (Potter, ad esempio) prosperavano indisturbate.
Percorse a passi lenti la discesa che conduceva al cortile attiguo alla casa (se così poteva chiamarsi), dove il signor Weasley e Bill stavano cercando di far funzionare uno strano marchingegno di natura babbana.
Il più giovane dei due gli sorrise.
In tutta onestà, a Draco Bill non dispiaceva affatto: pareva aver preso il ragazzo di sua sorella in simpatia, e gli usava un certo riguardo. Non avevano mai avuto modo di approfondire la loro conoscenza, ma il maggiore dei Weasley pareva capire il suo disagio, e gli andava incontro con un rispettoso silenzio. Si vestiva come un pazzo furioso, ma, in fondo, doveva essere quello con più sale in zucca, alla Tana.
“Ben arrivato, Draco!” lo salutò entusiasta il signor Weasley.
Malfoy sorrise, aggrottando tuttavia le sopracciglia: cominciò a sudare freddo.
A chi aveva il coraggio di lamentarsi di Lord Voldemort, il giovane mago avrebbe volentieri presentato Arthur Weasley.
Era il male.
Adorava il piccolo, sventurato Draco –“*Poverino, bisogna capirlo! Con il padre che si ritrova…*” aveva detto una volta ai gemelli-, ed aveva categoricamente deciso, da che il ragazzo aveva cominciato a recarsi alla Tana, di prenderlo sotto la sua ala protettrice, tutelandolo dalle frecciatine di Ron, dagli scherzi di Fred e George, dalle insinuazioni di Moody.
Di tanto in tanto, provava persino a coinvolgerlo in uno dei suoi folli esperimenti con gli elettrodomestici babbani che tanto adorava.
“Frequenti *l’istituto professionale Weasley*, Malfoy?” lo aveva provocato una volta la Granger, cogliendolo intento a cercare di capire come riparare una lavatrice.
“Guarda qui!” disse il signor Weasley, mostrandogli l’aggeggio sul quale stavano armeggiando lui e Bill fino ad un secondo prima.
“Che cos’è?” chiese con scarso entusiasmo Draco.
“Una radio! Prova a spingere quel pulsante!”
Indicò un tasto nero, con sopra raffigurata, in verde, una piccola scritta ON.
“Ma… io dovrei andare da Ginny, e…” il ragazzo ridacchiava nervosamente.
“Su, coraggio, non fare complimenti!” insistette l’altro. Draco cercò con lo sguardo l’aiuto di Bill, che, però, fece spallucce.
Così non poté far altro che premere il bottone.
“*But love is not a victory march
It's a cold and it's a broken hallelujah…*” canto una voce proveniente dal marchingegno che il signor Weasley aveva chiamato radio.
“Quant’è vero…” mugugnò Draco, entrando in casa.

“*Tu*!” urlò Ginny, puntandogli l’indice contro, non appena il ragazzo ebbe chiuso la porta di casa alle sue spalle.
“*Io*?” chiese l’altro, sgranando gli occhi.
“Si, tu!” la strega era paonazza.
In piedi dinanzi a lui, con le gambe leggermente divaricate e ben piantate a terra, gli sventolava sotto il naso una busta di pergamena chiusa da un sigillo in ceralacca cremisi.
Il sigillo riportava lo stemma del Ministero della Magia, una stilizzata miniatura rappresentante un mago, una strega e un Elfo Domestico che puntavano al cielo sguardi e bacchette.
Draco fece per chiedersi chi avesse ideato un simbolo tanto idiota ed antiestetico, quando, improvvisamente, collegò la lettera all’ira funesta della sua ragazza.
“Oh cazzo…” mormorò, indietreggiando di un passo.
“Esattamente, Draco Malfoy, esattamente un cazzo.
Non sei stato capace di rimediare un benemerito cazzo di risultato!”
“L’esame… me ne ero completamente dimenticato…”
“Evidentemente te n’eri dimenticato anche durante il mese nel quale avresti dovuto studiare! Bocciato, sei stato bocciato!”
La ragazza si sedette pesantemente sul divano posto accanto al camino spento, continuando a tenere la lettera in mano. Tirò fuori la bacchetta, e, dopo aver lanciato in aria i fogli contenenti il responso, gridò la parola incendio con quanto fiato aveva in corpo.
La cenere planò lenta sul pavimento in legno.
*Metterà al rogo anche me*.
“Sei un coglione” mugugnò lei, incrociando le braccia al petto. Draco, non sapendo come comportarsi, assentì con un cenno del capo.
“Almeno hai parlato con i tuoi?” proseguì Ginny.
“Sì… mio padre ha detto che lui non interferirà. Beh, non è certo entusiasta, ma…”
“Oh, lui non è entusiasta di noi Weasley?!” sbottò la ragazza, sollevandosi di scatto “E mio padre cosa dovrebbe dire?! Malfoy…” concluse, alzando gli occhi al cielo.
Draco alzò entrambe le sopracciglia.
“Come, prego?”
“Lascia perdere… sono solo nervosa per questa faccenda dell’esame…”
“Andiamo” cercò di rassicurarla lui, portandole un braccio attorno alle spalle “intraprenderò un’altra carriera. A parte Moody…” lasciò cadere la frase, con un sorriso ironico dipinto sul volto “…beh, a parte Moody nessuno riteneva fondamentale che io entrassi a far parte dell’Ordine…”
L’altra annuì con un cenno del capo.
“Hai ragione. Male che vada mio padre può sempre rimediarti un posticino al Ministero, nel dipartimento dove lavora lui…”
Draco percepì nitidamente un tonfo.
Il tonfo di qualcosa che piombava metaforicamente sul pavimento: le sue braccia, per non scadere nel triviale. Assentì nuovamente senza un motivo preciso.
“E dire che mamma ti aveva persino fatto un regalo…” disse Ginny.
“Che regalo…?”
La strega indicò il tavolo, sopra il quale, piegato in maniera impeccabile, c’era un maglione color ocra con su raffigurata, in rosso cupo, una grossa D.
Il giovane mago sbattè le palpebre, mentre una smorfia di pura disperazione andava a segnargli i tratti del volto. Ebbe come l’impressione che qualcosa gli stesse pizzicando gli occhi.
Sbatté così più volte le palpebre.


_He knows he should not
(Errare è umano)_

“Malfoy?” chiede la ragazza, perplessa, chinando il capo da un lato.
L’altro continua a sbattere le palpebre. Lo sta facendo da almeno quaranta secondi.
“Ginevra!” sbotta lui, improvvisamente, indietreggiando di un passo. La ragazza solleva un sopracciglio: Draco Malfoy, dal canto suo, sgrana gli occhi.
Non si trova certo alla Tana, ma bensì nel centro di Hogsmeade, e quella che gli si para dinanzi è una Ginny Weasley di quindi o sedici anni d’età, con addosso una corta gonna ed un cappottino allacciato d’alamari.
“Va tutto bene?” gli chiede, appoggiandogli una mano sull’avambraccio, che l’altro ritira prontamente, come se le dita della giovane strega brucino.
“Che… che cosa mi stavi dicendo?” le chiede, con una mano davanti alle labbra per lo stupore.
“Sei sicuro di sentirti bene?” si interessa lei, incerta. Il ragazzo annuisce.
“Beh, ti avevo chiesto” prosegue l’altra “perché mi avevi baciata.”
“Le parole esatte...?” gli occhi chiari del ragazzo brillano. Ginny indugia, ma poi formula nuovamente la sua domanda, ripetendo le medesime parole usate.
“L’hai fatto solo perché sapevi di non poterlo fare, vero…?”
Draco assente senza pensarci due volte.
“Esattamente” dice, per poi voltarsi ed andarsene quanto più in fretta può.
Sì, se la sua vita fosse un film babbano, di quelli tanto cari a quell’Arthur Weasley che non sarebbe mai diventato suo suocero, quella scena potrebbe vantare un sottofondo musicale trionfante e glorioso, tipo un Alleluia. Quello di Haendel.

“Dov’eri finito?” gli chiede Blaise Zabini, riponendo con nonchalance un piccolo specchietto profilato d’argento nella tasca dei propri costosi pantaloni “Mi ero quasi seccato di contemplare il mio bellissimo viso, nell’aspettarti…”
“Ho avuto un breve ma quantomai intenso rendez-vous con la Weasley” Draco prende posto al tavolo dei Tre Manici di Scopa, seduto al quale lo attendeva l’amico.
“Con chi?!” trasale l’altro, sgranando gli occhi chiari.
“Non preoccuparti, Blaise” sentenzia Draco, assentendo solennemente “nulla che possa ripetersi. Se usassi applicarmi in Divinazione, direi che ho avuto una sorta di… premonizione…” conclude, con aria trasognata.
“Se usassi applicarmi in Divinazione” commenta secco Zabini “sono certo che, sul fondo della tua tazza di tè, potrei tranquillamente riconoscere l’insegna del San Mungo…” dà una veloce occhiata alla propria tazza, increspando le labbra carnose “…questo invece dev’essere il decoro di una seta damascata...” conclude, soddisfatto.
Improvvisamente, il fantastico trio al completo fa il suo ingresso nel locale.
Draco va a guardarli in tralice, con una smorfia disgustata, che, però, si tramuta subito in un compiaciuto interesse, nel notare, come, quel giorno, la Granger ha avuto l’ottima idea di indossare un maglioncino dalla scollatura discretamente generosa.
Blaise Zabini tossisce, attirando l’attenzione dell’amico.
“Draco Malfoy… errare è umano” dice con severità.
“…e perseverare è diabolico” conclude l’altro lamentosamente, portandosi le mani al volto.

 
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