Capitolo Primo
I said: "Please don't slow me down if I'm going too fast"
You're in a strange part of our town.
“Ah, la neve!”
Bellatrix sembrava felice come una bambina, nel sapere che, fuori, i fiocchi candidi stavano imbiancando il castello, nel crepuscolo che andava a farsi sempre più scuro.
Tornò a sedersi, in maniera piuttosto scomposta, sul divanetto dinanzi al fuoco della Sala Comune, appoggiando la schiena al braccio di Rodolphus, stendendo le lunghe gambe oltre il morbido bracciolo: sembrava del tutto incurante del fatto che, la sua gonna, avesse deciso per volontà propria si sollevarsi più del dovuto, nel farlo.
Per un attimo, Severus aveva visto l’orlo delle calze autoreggenti nere, che a lei, alta com’era, arrivavano poco sopra metà della coscia.
Un paio di centimetri della sua pelle bianchissima avevano fatto capolino, subito coperti nuovamente dal tweed grigio e pesante della gonna a pieghe della divisa.
Lucius sedeva solo su una poltroncina, la più vicina al fuoco, dando la schiena ad esso.
Infine, Severus, si era accomodato direttamente sul pavimento, appoggiandosi ad un angolo del camino, con un ginocchio portato al petto.
Avvertiva il piacevole calore delle fiamme crepitanti, la loro luce dorata a riflettersi negli occhi degli altri ragazzi.
Rodolphus fece spallucce.
“Come se potessimo vederla, da qui, la neve.”
“Non fare il guastafeste.”
“La neve porterà solo un freddo cane a lezione di Cura delle Creature Magiche ed Astronomia, punto.
Come se quelle ore non fossero già abbastanza insopportabili.”
Lucius intervenne, alzando un sopracciglio.
“Tu trovi tutte le ore insopportabili, Rodolphus.”
L’altro rise sommessamente, sardonico.
“Che vuoi farci, sono scemo.”
Severus, dal canto suo, preferì non commentare: non che Rodolphus fosse veramente scemo, lungi da lui pensarlo, ma la sua insofferenza per tutto quanto riguardasse il dovere era più che rinomata.
Probabilmente sarebbe stato uno studente eccellente, se solo gli fosse stato permesso prendersi un paio di libertà. Come fumare in classe, scegliere date di compiti ed interrogazioni, annullare gli esercizi, rispondere a tono ai professori, ed una serie più o meno infinita di altre sciocchezze.
Andò a rivolgersi proprio a lui, con la sua voce cronicamente arrochita.
“A proposito, Severus… Narcissa mi ha detto che stamattina hai preso il tuo quarto Eccellente in Difesa… considerando che i compiti in classe sono stati altrettanti, direi che hai cominciato in pompa magna, mh?”
“Oh, non era davvero nulla di trascendentale.”
Bellatrix sbuffò.
“Tu scherzi, o fai il modesto. Quattro Eccellente in Difesa, io, li ho presi nel corso degli ultimi due anni. Credo, anzi, spero, almeno.”
Fece per ribattere, ma Lucius lo interruppe, sollevando l’angolo destro della bocca.
“Hai mai pensato ad una cattedra, per il futuro? Magari proprio in Difesa.”
“Ma dai!” Bellatrix sembrava scandalizzata “Gli insegnanti non prendono nulla, Severus può puntare più in alto, con le sue capacità.”
Il biondo alzò un sopracciglio, portandosi il dorso della mano sotto il mento affilato.
“E cosa c’è di più alto che plagiare giovani menti?”
“Se la metti così” Severus rideva sommessamente, con il capo leggermente chino “prometto che plagerò egregiamente la giovane mente di tuo figlio.”
Rodolphus sgranò gli occhi.
“Figlio? Lucius con un figlio? Che immagine raccapricciante: scommetto che lo educherebbe per metà da piccolo lord e per metà da tiranno. Magari per poi ritrovarsi con un figlio degenere, che sembra non avere la benché minima spina dorsale per dispetto.”
“Vogliamo parlare del tuo? Probabilmente al posto del latte e delle pappe gli rifileresti un pacchetto di sigarette.”
“Già” infierì Bellatrix, con un sorriso sarcastico “e poi dove la troviamo, una donna tanto coraggiosa da lasciarsi ingravidare?”
Il soggetto in causa alzò un sopracciglio. Tutto sommato, sembrava divertito.
“Di ragazze che si lascerebbero fare un mucchio di cose, da me, ce ne sono parecchie...”
“Ho detto ingravidare, infatti…”
Lucius fece spallucce.
“D’accordo, prendiamolo come dato di fatto: sarà meglio per entrambi non mettere al mondo eredi, e, se non altro, non farlo prima del… novantatrè.”
“Tempo vent’anni per maturare abbastanza?”
“Esatto, Rodolphus. Anche se saremo decrepiti, per l’epoca.”
“A neppure quarant’anni tu sarai decrepito?
Se non altro avremo una scusa per cercarci una sposina ventenne, non è bene che una donna avanti con gli anni metta al mondo un figlio, no?”
“Umh” Bellatrix sembrava sempre più divertita, da quell’ironico disquisire sul futuro “Allora, quale nata nel cinquantasei, posso ritenermi salva.”
Lucius assunse un’espressione mordacemente affranta.
“Bella, come sarebbe a dire? Non lo faresti, un figlio con me?”
La ragazza, di tutta risposta, scosse la testa, ridendo sommessamente: poi, dopo aver spostato il suo sguardo corvino sul fuoco, si fece più seria.
“A proposito di piani per il futuro...” andò a fissarsi distrattamente le unghie, perfettamente ovali “… vi ho già detto di quel tizio appena arrivato dall’estero, che pare abbia già trovato un certo riscontro in Francia? Lì sono cambiate parecchie cose, addirittura si vocifera che i Mezzosangue fatichino ad entrare a Beauxbatons... pensate, se anche da noi accadesse una cosa del genere sarebbe meraviglioso!”
Severus scosse la testa, sorridendo come rassegnato.
“Meraviglioso davvero, ma, con il nuovo preside, temo che questo illustre signore dovrà diventare come minimo Primo Ministro per mettere le mani su Hogwarts.
Con quell’idiota di Dippett le cose sarebbero state diverse.”
Rodolphus si portò una mano alla nuca, insinuando le proprie dita sottili tra i capelli corvini leggermente lunghi, che portava tirati indietro.
“Beh? Silente non è un idiota?”
“Proprio no, a mio avviso: certamente ha un suo modo di pensare, che... personalmente, mi da parecchio sui nervi, ma da qui a dargli dell’idiota..”
“Già...” Lucius annuì, per poi rivolgersi a Bellatrix, che aveva ricominciato a fissarsi le unghie. “Ma chi ci assicura che questo tizio sia interessato a scomodarsi per l’istruzione anche qui in Inghilterra?”
“Punta molto sui giovani… la sua politica è tutta centrata sulle nuove generazioni, sulla costruzione di un mondo migliore fatto apposta per favorire i giovani Purosangue che vogliono arrivare in alto, nella vita… senza essere ostruiti dai Mezzosangue, o dalla politica moderata di quelle mummie che sono al governo da prima della guerra…”
Le iridi nere di Severus sembrarono brillare, nel pallore del suo volto dai tratti decisi ed affilati, quasi tanto da sembrare sgraziati.
“Vuole rivoluzionare il sistema, allora…”
La ragazza pareva compiaciuta.
“Esattamente.”
“Senti, Bella…” Rodolphus aveva schiuso leggermente le labbra, perplesso “come fai a sapere tutte queste cose? Leggo giornalmente la Gazzetta, ma...”
“Oh, la Gazzetta non c’entra. Mi ha scritto Rabastan, sai, questa cosa che, in famiglia, siete mezzi Francesi, l’ha agevolato con l’incarico che ha ottenuto al Ministero, e gli è stato proprio affidato di supportare, qui in Inghilterra, il tizio che vi dicevo prima...”
L’altro alzò gli occhi al cielo, serrando le labbra carnose: era più che palese che non gradiva il fatto che l’amica ed il fratello corrispondessero, da che lui aveva lasciato Hogwarts, l’anno prima.
Palese per la stessa Bellatrix, che fece per intrecciare le sue dita con quelle del ragazzo, che, tuttavia, si alzò di scatto. Estrasse l’ormai vuoto pacchetto di sigarette dalla tasca posteriore dei pantaloni, andando ad accenderne con l’ausilio di una semplice magia.
“Bella…” Severus alzò lo sguardo sulla ragazza, di un anno più grande di lui, che aveva imbronciato leggermente le labbra, lo sguardo posato sulla schiena di Rodolphus “... come si chiama?”
L’altra chiuse per un secondo gli occhi, come concentrandosi, per poi riaprirli lentamente, le lunghe ciglia, che, all’unica luce del fuoco, creavano ombre sulle sue gote diafane.
“Lord Voldemort. Impressionante, vero?”
***
Bellatrix aveva ragione.
Il parco era del tutto coperto da una fitta coltre di neve immacolata, che non sembrava, tra l’altro, avvezza a smettere di cadere dal cielo cinereo.
Lenta. Lentissima: non più della soporifera cadenza del professor Ruf nello spiegare, ad ogni modo.
Oh, quell’uomo era un insulto alla sua volontà di prestare attenzione; più si sforzava di seguire e prendere appunti, più il docente gli sembrava fortemente intenzionato a farsi più flemmatico del sopportabile.
Abbandonò la penna sul banco, portandosi nervosamente il palmo della mano sinistra sotto la linea della mascella, puntando poi il gomito su tavolo, direttamente contro la pergamena.
La litania del professore continuava imperterrita, incurante del fatto che persino il suo alunno più diligente avesse categoricamente deciso di ignorare i suoi cavilli perlopiù inutili a proposito delle influenze che la Rivoluzione Francese babbana (con, a seguito, una piccola parentesi sul periodo del Terrore, che definire lunga sarebbe stato un eufemismo) aveva avuto sulla vita dei Maghi Inglesi (già, neppure su quelli Francesi...) dell’ultima decade del diciottesimo secolo.
Un incubo.
Severus, comunque, non era certo l’unico studente a non prestare attenzione, anzi, certamente era tra i più discreti: Potter e Lupin, per esempio, nella fila immediatamente accanto alla sua, parlottavano rumorosamente. Il ragazzo dai capelli castani sembrava accigliato.
“Sirius non si è presentato a lezione…”
“Ma beato lui!” sbottò Potter, a voce talmente alta che persino Ruf si curò di alzare un sopracciglio: abbassò notevolmente il tono, ma Severus poteva sentirlo comunque. “Avrà avuto da fare con una ragazza, magari.”
“Tanto per cambiare.”
“Invidia?”
Lupin rise sommessamente. Sembrava al di sopra delle parti, come al solito.
“Ma figurati.”
Al suono della campanella, il Serpeverde si portò in piedi quasi di scatto, e, dopo aver raccolto le sue cose, si affrettò all’uscita, inserendosi nella fila degli altri studenti, che sembravano propensi almeno quanto lui a scappare, più che uscire, da quell’aula.
Due o tre studentesse Grifondoro lo separavano da Potter, che, alle sue spalle, continuava ad inveire contro Ruf, il tempo, il Quidditch, Lupin stesso, e almeno un’altra quindicina di cose.
Aveva l’aria di chi è incazzato col mondo, quella mattina.
E poi, lei.
Potter la guardava, lei guardava Severus.
E Severus, fissava il pavimento: conosceva già, alla perfezione, l’espressione che, ci avrebbe scommesso tutto ciò che aveva, doveva essere dipinta, in quel momento, su quel bel viso.
Tuttavia, non poté impedirsi di alzare lo sguardo, andando ad incontrare quegli occhi grandi, dal taglio obliquo, di quel verde intenso che sembrava brillare di luce propria.
Seppure fossero naturalmente lisci, i capelli rossi di Lily Evans non erano mai del tutto in ordine.
Incorniciavano, accarezzandone i tratti, quel volto dalle fattezze da bambola: certe volte, Severus, guardando quelle labbra carnose imbronciarsi, quel piccolo mento tondeggiante, quel naso a scivolo punteggiato di efelidi, credeva di trovarsi davanti ad una vera e propria bambina, dall’espressione dolcemente malinconica, di chi sembra sentire la mancanza di qualcosa.
Era stata quasi sul punto si sorridere, ma, forse scoraggiata dall’aria impassibile di lui, aveva semplicemente abbassato lo sguardo, ed aveva proseguito, scomparendo tra la piccola folla di studenti in uscita dall’aula.
Vista la maniera in cui stava inveendo contro di lui, anche Potter doveva essersi accorto del fugace scambio di sguardi tra Lily e Severus: Lupin aveva preso ad intimargli di calmarsi, finendo persino a dirgli che non poteva certo decidere chi Evans dovesse guardare, visto che non era la sua ragazza, e neppure sembrava propensa a diventarlo.
“Magari questo no” Potter era furente: Severus immaginò che, se solo si fosse voltato, avrebbe visto le sue mani strette a pugno, le nocche sbiancate “ma posso sempre spaccare la faccia allo stronzo che si lascia guardare.”
Persino Lupin, di solito l’unico, assieme a Black, che riuscisse a far ragionare il sanguineo Grifondoro, si limitò a sospirare.
Severus non aveva paura. Considerava Potter come un fastidio, un insetto irritante, certe volte persino come una piaga. Ma mai, mai si era lasciato spaventare dalle sue continue minacce, dalla loro rivalità, dalla tensione che arrivava ai massimi picchi ogni qual volta i loro sguardi s’incrociavano.
Solo, avrebbe voluto che la cosa rimanesse tra loro due, che la loro non diventasse una tacita contesa per il possesso di Evans.
Un possesso che Severus non bramava. Non razionalmente.
Certe volte, desiderava quasi farle del male.
***
“E allora? Alla fine quel coglione ha fatto qualcosa?”
Severus scosse la testa, andando poi a stringersi il mantello nero sulle spalle.
La neve, grazie al cielo, aveva dato loro tregua almeno per gli allenamenti settimanali di Quidditch: un appuntamento costante sia per chi tra loro giocava, Lucius e Regulus, sia per chi faceva da spettatore, come, quel giorno, Bellatrix, Severus e Rodolphus.
Quest’ultimo, in quel preciso istante, stava incitando Regulus, con le guance del tutto congestionate dal freddo, dalle gradinate più alte. Teneva la consueta sigaretta tra le dita, che stava atteggiando come un megafono attorno alle labbra, urlando al ragazzino del quarto anno direttive ben poco utili su come acciuffare la Pluffa prima che finisse dentro uno degli anelli.
In verità, Regulus Black, al contrario del fratello maggiore, era dotato di un talento naturale per il Quidditch, tanto da aver ottenuto già dall’anno precedente il posto di portiere nella squadra Serpeverde.
“Comunque…” Severus si voltò di scatto, sorpreso, verso Bellatrix, che aveva ricominciato a parlare. La sua voce era piacevolmente flautata, pastosa, come se le parole le scivolassero fuori dalle labbra, languidamente “... secondo me Potter era su di giri perché Black è sparito senza dirgli nulla.
Lui e mio cugino sono praticamente in simbiosi, lo sai...”
L’altro alzò un sopracciglio.
“Come fai a sapere di Black?”
Bellatrix non rispose: tornò a fissare il campo da Quidditch, dove Lucius aveva preso a rincorrere il Boccino.
Le dita eleganti della ragazza, guantate di nero, erano appoggiate sul parapetto, decorato dalla bandiera verde e argento della loro Casa: una folata di vento gelido, improvvisa, fece sollevare la stoffa leggera, così come i capelli corvini di Bellatrix, scoprendo per un attimo il suo profilo bianco.
Aveva un naso a dir poco perfetto, delicato, sottile, leggermente all’insù: gli zigomi, alti e tondi, contribuivano a dare ulteriore grazia ad un volto, che già di per sé, era tanto bello da sembrare dipinto.
L’unico difetto che riusciva a trovarle era la linea della mascella un po’ troppo sfuggente, che le rendeva il volto magro, esageratamente esile.
Eppure, chiamarlo difetto, sarebbe stata un insulto ai difetti veri e propri.
No, semplicemente quell’imperfezione le dava un fascino particolare, un che di etereo alla sua altrimenti carnale bellezza.
La trovava meravigliosa, così come, dopotutto, la trovavano gli altri. Si trovò a chiedersi se lei lo sapeva.
Se sapeva che, se solo avesse voluto, avrebbe potuto avere qualsiasi uomo ai suoi piedi: eppure, l’aveva sempre pensato, ciò che lo rendeva ulteriormente affascinato da Bellatrix Black, era il fatto che lei, come una ninfa capricciosa, dava l’idea di essere del tutto incosciente del suo potere.
Tanto da usarlo, spesso, a sproposito.
Rodolphus scese in fretta le gradinate, rischiando un paio di volte di scivolare sulla neve che le copriva.
Arrivato illeso alla fine degli spalti, si appoggiò a sua volta al parapetto, tra Bellatrix e Severus.
Aveva le guance e le labbra arrossate, e sembrava più piccolo di quanto in realtà non fosse, in quel momento: un ragazzino che gioca con le sigarette del padre.
Si voltò verso la ragazza, sorridendole.
“Regulus è proprio bravo: ce l’ha nel sangue, questa roba.”
L’altra rise sommessamente, scuotendo leggermente la testa.
“Oh, è certamente portato, ma cosa potrai mai capirne, tu, di Quidditch, che come sport accendi sigarette e incanti per dispetto gli Elfi Domestici?”
“Ma come siamo impertinenti…”
Cercò di mantenere un’espressione seria, al limite dell’indignazione, ma poi scoppiò a ridere a sua volta, circondandole quasi istintivamente la vita con un braccio.
Lei sembrò non accorgersene.
Severus, dal canto suo, pensò che persino lui, si sarebbe lasciato prendere in giro da Bellatrix.
***
Le nove dovevano essere passate da un pezzo. Da un bel pezzo.
L’unico rumore che avvertiva era quello dell’acqua che scorreva, direttamente giù nello scarico.
Quel bastardo gli aveva lasciato un bel livido.
Lui e James Potter si erano incontrati nel corridoio del castello subito seguenti il salone d’entrata, mentre il Serpeverde era di ritorno dal campo di Quidditch, solo.
Aveva preferito lasciare a Rodolphus e Bellatrix, visto che non sembravano intenzionati a smettere di sfiorarsi accidentalmente.
Potter, invece, tutto aveva fatto fuorché sfiorarlo accidentalmente: poteva tranquillamente dire che l’avesse colpito volontariamente. Severus non si era neppure dato il tempo di sfiorarsi lo zigomo dolorante, e si era lanciato addosso all’altro, rispondendo al colpo in maniera talmente violenta che gli occhiali del Grifondoro erano volati sul pavimento.
Mentre quello erano chino a recuperarli, Severus aveva fatto per andarsene.
“Dove cazzo vai?!”
“Che cosa vuoi, adesso, Potter?”
“Sapere perché diavolo fissi sempre Evans, Mocciosus.”
Severus, dinanzi allo specchio, non riusciva a staccare gli occhi dal piccolo sbafo di sangue che gli macchiava l’angolo destro delle labbra.
Si portò una mano allo stomaco, direttamente sulla pelle, sotto la stoffa leggera della camicia, che in quel momento recava l’impronta confusa e scura della suola di Potter.
Lo stronzo gli aveva assestato un bel calcio.
”Non è roba per te!”
Severus non riuscì a riprende subito a parlare, il dolore, ancora troppo vicino, gli aveva mozzato il fiato.
“Non è roba per te!”
“Non m’importa nulla di Evans, Potter! Pensavo l’avessi capito lo scorso Giugno, quando le ho dato pubblicamente della Mezzosangue. Mi fa schifo.”
L’altro si era chinato su di lui, ancora a terra per il colpo subito.
“E allora che hai da guardarla?”
“La guardo perché lei guarda me. E perché so che la cosa fa dare di matto ai cretini senza cervello come te.
Non ti vorrebbe neppure se fossi l’ultimo uomo sulla terra.”
Ora che ci pensava, aveva provato una certa soddisfazione, nel rispondergli in quel modo: gli aveva sbattuto in faccia la verità.
Per Evans lui non contava nulla, indipendentemente da Severus.
E da quello che Lily stessa potesse provare.
Si slacciò il cravattino, che gli stava dando una strana sensazione di soffocamento, così come fece con i primi bottoni della camicia.
Quasi non si riconosceva. Senza il maglione grigio, così dimesso, con i capelli sul volto e un vistoso livido a segnargli uno zigomo. Forse non si rese neppure conto, del fatto che, improvvisamente, per il lasso di tempo di una frazione di secondo, si interrogò su cos’avrebbe detto Evans, vedendolo così.
Fece per mettere mano alla maniglia, ma qualcuno aprì la porta prima di lui, con veemenza, tanto da costringerlo a fare un passo indietro, per evitare di venir colpito.
E, neppure a dirlo, sull’uscio c’era lei, con i capelli rossi in disordine, le lentiggini a tempestarle il volto, le labbra schiuse, e gli occhi talmente vivi da fargli male.
Sembrava agitata.
“Lui... lui...” gesticolava vistosamente, in quel momento, nel parlare “... è entrato in Sala Comune, Potter, ovviamente, e mi ha detto qualcosa di strano su di te… aveva un livido quasi pari al tuo, e… beh, non c’è voluto molto a capire cosa fosse successo… io…” alzò gli occhi si scatto, deglutendo a vuoto “come stai?”
Severus alzò entrambe le sopracciglia.
“Bene.”
Lily incrociò la braccia al petto, abbassando lo sguardo su un punto a caso dello stipite della porta.
Era più che evidente: quella risposta l’aveva messa in condizione di non replicare. Non tanto perché non ci fosse nulla da dire, visto che il livido e l’aria provata confutavano innegabilmente il sentirsi bene di Severus, ma l’aria gelida del ragazzo non lasciava certo presupporre la sua volontà di proseguire la conversazione.
Eppure, quella conosciuta sensazione, l’aveva colto, arrivando violenta alla sua mente, nel momento stesso in cui aveva visto Lily: la medesima sensazione che aveva provato la mattina stessa alla fine dell’ora di Storia della Magia.
La pulsione a farle dal male. A farle del male nell’abbracciarla.
Mosse istintivamente un piccolo passo verso di lei, che alzò il volto di scatto, per poi passare oltre l’uscio del bagno, proseguendo per i corridoi, nella familiare strada che conduceva ai dormitori Serpeverde.
Lei non aveva certo desistito, anzi, il rumore dei suoi passi celeri aveva subito turbato il silenzio degli ampi corridoi di pietra.
E poi, dopo la serie di gradini, che la ragazza scese due a due, le pareti si fecero più scure, le fiaccole più rade, gli spazi più stretti. E i serpenti decoravano i muri.
Proprio davanti all’entrata, Severus si fermò di scatto, voltandosi verso Lily.
“Vuoi seguirmi fin dentro la Sala Comune o posso sperare che, se ti invito a tornare nel tuo buco Grifondoro, mi darai retta?”
Sapeva diventare padrone di un sarcasmo pungente, se voleva.
Lei portò le mani ai fianchi, protendendo leggermente il busto verso di lui. I capelli rossi le ondeggiarono leggeri attorno al viso, per un attimo.
“Proprio no.” Aveva serrato le labbra, e sembrava più decisa che mai “Abbiamo di che parlare, io e te!”
“Parlare? Evans, ma sei scema? Di cosa potremo mai parlare io e te, mh?
Delle nostre reciproche differenze? Del fatto che tu sei una rompiscatole Grifondoro Mezzosangue e del fatto che io sono un Serpeverde che proprio della tua pietà non sa cosa farsene?!”
L’altra si morse il labbro inferiore. Sembrava più colpita dal fatto che lui avesse parlato di pietà, che non dall’insulto appena ricevuto.
“Potremmo parlare di quello che è successo poco fa, magari!
Voglio sapere perché Potter continua a darti fastidio!”
“Curiosa?”
Lei sbatté un piede a terra, come una bambina.
“Stufa!”
“Stufa... “ Severus era sinceramente basito “…tu?!
Tu, che molto probabilmente hai una discreta parte di responsabilità nella faccenda?”
Si appoggiò, quasi lasciandosi cadere, contro la parete, incrociando le braccia al petto.
“Che cosa devo fare, Evans, per convincerti a rinunciare?” si morse il labbro inferiore “… per capire cosa vuoi?”
Ed eccole, le lacrime.
Lily doveva avere gli occhi lucidi da un pezzo, ma lui non ci aveva fatto caso. E adesso gli zigomi della ragazza erano umidi. E lei non faceva nulla per nasconderlo.
Protese una mano verso il suo volto: aveva le dita piccole, sottili, la pelle chiara e rosea.
I polsi gracili, attorno ai quali Severus serrò i palmi prima che potesse avvertire il tocco dei polpastrelli di Lily sul suo zigomo segnato.
Adesso era vicini. E lei aveva le labbra schiuse.
La ventina di centimetri che separavano le loro bocche gli sembrarono una distanza interminabile da percorrere, chinandosi su di lei.
Invece, in una effettiva frazione di secondo, aveva già stretto il labbro inferiore della ragazza, leggermente più prominente dell’altro, per poi lasciarlo andare, con una lentezza quasi esasperante, per tornare poi subito su quella bocca, avvertendone l’interno umido contro le sue labbra asciutte, i denti, la lingua. Stava baciando Lily Evans.
E gli piaceva.
Lei cercò di portargli le braccia attorno al collo, ma l’altro non sembrò disposto ad allentare la presa sui suoi polsi, non finchè non l’ebbe costretta al muro, dove lasciò che le sue mani, quelle sue dita lunghe e sottili, pallide, andassero a cingere i fianchi di Lily, la destra direttamente a contatto con la sua pelle morbida, il dorso solleticato dalla stoffa della camicia.
Si separò di poco dalle labbra della ragazza, avvertendola deglutire a vuoto.
Severus inarcò leggermente le sopracciglia.
“Facinorosi verae laudis gustatum non habent.”
Al suono delle parole d’ordine, la porta nascosta dei dormitori Serpeverde si spalancò, rivelando loro la Sala Comune, deserta, illuminata solo dalla flebile luce del fuoco ormai spento nel camino.
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