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V

July 3 2005 at 10:44 PM
  (Login solichan)
Avvoltoi


Response to Alpha

 


Buffy si rigirò nervosamente nel letto. Il movimento le fece urtare la guancia contro il cuscino e la staffilata di puro dolore ricevuto in conseguenza la fece rialzare di scatto.

Aveva mentito. Non stava bene.

Non era una ferita molto grave, però aveva una caratteristica. Era dolorosissima.
Dopo giorni, il dolore non accennava a diminuire. Peggiorava, semmai. Fitte sorde e continue alla bocca che, quando si coricava, si trasformavano in un pulsare torpido esteso anche alla testa e al collo.
Le impediva del tutto di dormire. Già dormiva poco di natura, da quando era rimasta ferita non riusciva a riposare.
Non riusciva nemmeno a mangiare. Riusciva a malapena a bere e inghiottire qualcosa di freddo e molle

Si alzò e andò in bagno. Nell’armadietto, nascosto da cosmetici e boccette di profumo, c’era un angolo pieno di flaconi di diverso genere.
Ingoiò due pastiglie di Tylenol, poi si appoggiò al lavabo, guardandosi allo specchio. I tagli spiccavano scuri sulla carne rossa e tumefatta. Sollevò il labbro. All’interno della bocca la situazione era anche peggiore e i due denti interessati non erano più saldi negli alveoli dilaniati.
Premette leggermente i bordi delle ferite e dai tagli sgorgò un po’ di sangue misto a siero, accompagnato da una nuova sferzata di dolore bruciante che arrivò ad intorpidirle la radice del naso. Nonostante questo, nessuna traccia d’infezione. Il sangue era pulito.
Non riusciva a smettere di tormentare le ferite, con la lingua o anche toccandole.
Avevano un aspetto disgustoso.
Chissà se i segni sarebbero rimasti. Non le restavano mai cicatrici. Magari ci volevano anni, ma sparivano tutte perfettamente.
Questa volta sarebbe stata disposta ad accettare di restare sfregiata, purché la bocca le tornasse a posto e i denti si ricementificassero e non andassero in necrosi.

Non era sicura che le pastiglie le avrebbero fatto effetto.
All’inizio sì ma, quasi da subito, l’effetto era diminuito fino a sparire e aveva dovuto aumentare le dosi che stavano a loro volta perdendo efficacia.
Avrebbe dovuto cambiare farmaco ma era sicura che, in ogni caso, la situazione si sarebbe ripetuta.
Il suo organismo si adattava in tempi brevissimi pressoché a qualsiasi condizione, annullando ogni elemento estraneo, compresi gli effetti farmacologici.
Una cosa che condivideva con i suoi nemici. Giles le aveva detto che era praticamente impossibile tenere sedato un vampiro per lungo tempo, a meno che non si cambiasse continuamente tipo di sedativo, ma non aveva detto che anche le Cacciatrici condividevano quella particolarità.
Forse non lo sapeva. Non c’erano molte Cacciatrici su cui sperimentare, in fondo.
Però era una conseguenza prevedibile, un effetto collaterale delle capacità di guarigione, le stesse che le impedivano di avere cicatrici. Anche se al momento le sue capacità sembravano essersi messe in anno sabbatico, almeno per quanto riguardava il dolore.
Forse era stata colpita in un punto particolarmente sensibile o semplicemente era quella la sua velocità di risanamento di una profonda ferita da taglio.
Non lo sapeva.

Prese altre due pastiglie di antidolorifico e, dopo un attimo di esitazione, ne aggiunse una terza.

Nonostante quello che aveva detto a Giles, non aveva mai ricevuto ferite degne di questo nome.
Era stata artigliata innumerevoli volte, ma erano sempre stati graffi superficiali e mai in volto. Era sempre stata attenta a non scoprirsi. Miravano alla faccia e avrebbero potuto strapparle gli occhi con facilità.
Il Maestro l’aveva morsa, ma erano stati shock e sorpresa e un qualche assurdo stato d’animo a metterla fuori combattimento molto più di una ferita oggettivamente insignificante. Un morso poco profondo dato ad una spalla, neanche alla gola.
Le ferite più gravi gliele aveva inferte Angel, quel giorno in cui era stata malata e abbastanza stupida da decidere di affrontarlo. Ma, anche allora, i danni si erano limitati a lividi e un braccio slogato. Il peggio lo aveva fatto un banale virus.

La verità è che non aveva la più pallida idea di quali fossero le sue capacità e i suoi limiti.
Una cosa però l’aveva scoperta. I limiti c’erano. Erano diversi da quelli degli altri, ma non erano inesistenti.
Non era indistruttibile.
Poteva ammalarsi. Poteva stancarsi. Poteva distrarsi.

Tornò a letto, questa volta usando due cuscini per tenere la testa e il busto in posizione sollevata, e aspettò (sperò) che le pastiglie facessero effetto.
Tanto non si sarebbe riaddormentata.
Ecco, anche questa faccenda del sonno…
Come era possibile che dormisse sempre meno?

Giles le aveva rinfacciato una sgradevole realtà.
Se fosse stata sola, la vampira avrebbe potuto ucciderla.
Questo era un fatto.
Lei si era comportata con sufficienza e così era stata colpita.
Anche questo era un fatto.
Poi, il dolore l’aveva scioccata e la sua nemica avrebbe potuto approfittarne, se solo non fosse stata presa dagli altri due.
Questo era un altro fatto. Un fatto doloroso e umiliante.

Stava diventando… non disattenta o debole, come diceva l’Osservatore. Era altro il suo difetto.
Era la presunzione, l’arroganza.
Aveva dimenticato il basilare rispetto che doveva a tutti coloro con cui si scontrava.
Aveva sottovalutato la sua avversaria che era giovane, inesperta e sola. Una ragazzina neppure tanto sveglia da vivere insieme agli altri. Non valeva la sua attenzione.
Ma il colpo fortuito di un ragazzino poteva fare quello che nemici più abili non erano riusciti a compire.
Anche lei era una ragazzina. I suoi compagni erano ragazzini. Eppure avevano ucciso gente molto più anziana di loro, molto più esperta. Non era pensabile credere che la cosa non potesse essere reciproca.
Non sarebbe stata fortunata una seconda volta. Non si trattava più di affrontare il Maestro. Al momento in città non c’erano vampiri fanatici religiosi. Il giorno in cui uno di loro fosse riuscito ad avvicinarla tanto da morderla ed ad immobilizzarla il tempo sufficiente a farlo, l’avrebbe uccisa.
Così, ora doveva la vita a due… (nullità?)

Adesso, se non fosse stata attenta, mancanza di sonno e cibo avrebbero potuto realmente causare la sua fine. Avrebbero potuto essere causa di quel lieve rallentamento, quella lieve fatica che avrebbe fatto la differenza.
Il dolore poteva distrarla. Gli antidolorifici, in dosi sufficienti ad eliminarlo, potevano intorpidita.
Non era proprio il momento giusto per non essere in piena forma.
Non poteva restarsene a casa.
Doveva fare qualcosa e doveva farlo al più presto. Non sapeva fino a che punto la minaccia di Giles sarebbe rimasta solo una minaccia. Non era stato solo un bluff, ne era sicura.
Era lei la causa per cui l’uomo non chiamava il Consiglio, di questo ne era più che consapevole.
Giles si preoccupava per lei. Diventava sempre più preoccupato.
Non per qualcosa in particolare, solo… solo per il tempo. Un tempo che non sarebbe dovuto esserci.
Le Cacciatrici vivevano poco. Quanto poco, non lo sapeva, ma poco. Sapeva anche che stava avvicinandosi al limite. Forse lo aveva anche superato. E allora, se nessuna della sua stirpe era mai sopravvissuta oltre quei pochi anni, perché doveva riuscirci proprio lei?
L’Osservatore temeva ogni giorno, perché ogni giorno era preso in prestito. Cercava di evitarle tutto quello che avrebbe potuto farle del male, quello che avrebbe potuto renderla nervosa. Il Consiglio rientrava a pieno titolo nella categoria delle cose che la innervosivano e non era tanto stupida o ingenua da credere che Giles non se ne fosse reso conto.
Non era neanche tanto stupida o ingenua da non capire che un simile comportamento non sarebbe stato di sicuro gradito al Consiglio e che Giles aveva quindi più di una buona ragione per non rivolgersi a Loro.
Ma era un Osservatore e faceva violenza su se stesso ad agire in quel modo. E odiava ferocemente Angel.
La combinazione di odio e rabbia e quello che succedeva in città avrebbe potuto vincere paura e ansia e farlo decidere.

Aveva sperato che cacciare i vampiri di giorno, quando erano tanto vulnerabili, li avrebbe scossi. Aveva sperato che fosse un’azione abbastanza rilevante proprio perché non l’aveva mai compiuta.
Un altro errore di valutazione.
Un’occhiata ai giornali era bastato a confermarlo e se si ritrovava almeno un morto dopo ogni notte, significava che ce n’erano molti di più, perché a Sunnydale la maggior parte dei cadaveri spariva in fretta.
La carne non si sprecava e non si rifiutava un pasto gratuito.

C’era sempre un errore da parte sua.

Come aspettarsi che in pieno pomeriggio i suoi nemici dormissero profondamente.
Era quello che Giles le aveva detto. Durante il giorno tornavano alla morte.
Non aveva mai visto un vampiro dormire. Neppure Angel aveva mai dormito di fronte a lei. Anche quando lo vedeva durante il giorno, era sempre sveglio.
Forse non dormivano affatto.
Si era fidata della parola di Giles, senza nulla a suffragare i fatti.
Questo voleva dire che Giles non lo sapeva.
Questo voleva dire che lui non sapeva tutto, che potevano esserci altre cose che non conosceva.
Quante altre cose?

(Perché io non dormo?)

Peggio. Voleva dire che era stata stupida.

Neppure ricordava quando si era messa a osservare i suoi nemici.
Poco dopo che Angel l’aveva lasciata, immaginava. Poco dopo quei primi, frenetici mesi di panico, quando le cose si erano riassestate, quando avevano preso il ritmo indolente di una routine.
Studiarli le serviva per riuscire a combatterli meglio, si era detta, eppure non sapeva abbastanza e non applicava quello che sapeva. Invece, continuava a dipendere dagli Osservatori.

Andava avanti a caso, senza un punto di partenza, senza uno scopo che non fosse segnare una nuova tacca sul suo metaforico fucile da caccia.

(Uno squalo… ecco cosa sono. Una macchina demente che uccide solo per riflesso. No… non sono ai livelli di uno squalo. Uno squalo uccide per sopravvivere… io probabilmente morirò per uccidere…)

Vagava per la città, uccidendo quello che incontrava incidentalmente.
Anche gli ordini di Giles e del Consiglio, quell’intenzionalità nello scegliere i bersagli, erano solo apparenza. L’idea che uccidendo i capi i gruppi si disperdessero… su cosa era basata, se non sapevano?

(Un cane. Un cane rabbioso…)

Non sapere, o sapere le cose sbagliate, portava ad errori gravissimi.
Quando aveva risparmiato Spike, aveva creduto che l’inimicizia ai vertici della loro comunità si sarebbe ripercossa anche al loro comportamento ‘esterno’ rendendoli nervosi e meno attenti.
Invece pareva che la cosa non turbasse più di tanto i loro compagni. Perlomeno, non li turbava in quelle cose che la interessavano.
Se il ragionamento fatto da Giles e dal Consiglio, e anche da lei, fosse stato corretto, in questo momento l’instabilità avrebbe dovuto raggiungere i livelli massimi ma, visto che l’uscita di scena di Angel aveva coinciso con l’inizio di quella serie di attacchi, sembrava semmai che il risultato fosse il contrario.

Eppure avrebbero potuto pensarci.
Anche quando aveva ucciso il Maestro la crisi era durata si e no un paio di mesi e non era neanche sicura se fosse stata provocata da quella ‘morte eccellente’ o dal fatto che, insieme al Maestro, erano morti molti dei componenti del gruppo.
Eppure il Maestro aveva esercitato sui suoi un dominio ben più ferreo di quello di Angel e di Spike.
In tutta onestà, non capiva come funzionassero le cose fra i vampiri. Sembrava che tutto si basasse su una serie di coalizioni e alleanze, su un delicato equilibrio mantenuto fra i membri del gruppo, piuttosto che su una vera e propria gerarchia, ma non ci capiva nulla.

Adesso non poteva più andare avanti in modo tanto casuale.
C’erano gli Osservatori.
C’era Spike.

Spike voleva ucciderla.
Lo aveva detto per interrompere la predica di Giles, eppure aveva visto più giusto di quanto avesse pensato lei stessa.
Voleva ucciderla e, il giorno in cui si fosse deciso a fare sul serio, aveva buone possibilità di riuscirci.
La prima volta l’aveva sconfitta in pochi istanti ma era l’altra sconfitta, quella recente, che bruciava di più. Lo aveva preso eppure, per quanto gravemente ferito, le era sfuggito. Non era solo forza, la sua. Era abilità. Oppure era una sua mancanza.
Ad ogni modo, in scontro diretto Spike era più capace, doveva ammetterlo.

Dal suo punto di vista, era una gran brutta prospettiva.

Angel le aveva detto che Spike braccava le Cacciatrici.
Non era un comportamento comune. La maggior parte dei vampiri le attaccavano solo se le trovavano sulla loro strada. Ma Spike le cercava intenzionalmente.
Questo voleva dire che aveva dei motivi suoi particolari.
La soddisfazione di farlo, d’accordo, ma quale era la radice di quella soddisfazione?
Odio?
Possibile, ma non credeva che Spike la odiasse. Non attaccava lei in quanto Buffy. La attaccava perché era una Cacciatrice.
Come il Maestro. Anche lui voleva ucciderla per quello che lei rappresentava, non per chi era.
Ai vampiri piaceva uccidere ma c’era una differenza sostanziale con gli esseri umani. La soddisfazione che provavano non sembrava avere nulla a che fare con la soggettività della preda. La sola cosa importante era che fosse una preda, qualcosa da cacciare e catturare. Non cercavano il brivido o il confronto. Non erano ‘uccisori sportivi’.
Sembravano ottenere la stessa soddisfazione nell’uccidere un uomo o un ratto.
Sceglievano attentamente le prede, ma non le cercavano in quanto individui. Non erano legati loro da altro che la necessità. Il loro sistema di selezione si basava sulla pura opportunità. Volevano quelle più facili.
Aveva visto troppi vampiri lasciare la preda designata se solo si intrometteva un fattore imprevisto o se c’era la possibilità di fallire e andarsene senza mostrare particolare disappunto.
Uccidevano gli umani per sopravvivere. Che poi provassero piacere nel farlo, era un effetto collaterale. Lo scopo era trovare cibo.
Ma lei… lei era diversa. Lei non era solo cibo o un gioco.
Quello che Spike voleva da lei era diverso. In un certo senso, la sceglieva per motivi opposti a quelli degli altri vampiri.

Ma perché affrontare un nemico pericoloso o una preda potenzialmente letale?
Perché gli esseri umani praticavano la caccia grossa?

Lei, una volta, si era sentita orgogliosa della sua forza. A quel tempo provava una strana sensazione nel vincere i suoi nemici.
Non appagamento, quello lo provava sempre e, semmai, sempre più intenso.
No, era una cosa diversa. Era più la sensazione che, poiché lei ‘doveva’ vincere, la vittoria confermasse la giustizia di quello che era, di quello che faceva. Confermasse il suo essere bene.
Come tutti i bambini, credeva che ci fosse qualcosa di sostanzialmente nobile nell’essere… forti. Nell’essere capace di sopraffare un nemico fisicamente.
I primitivi risolvevano le loro questioni con un bel duello. Il vincitore aveva vinto perché era più forte ed era più forte perché aveva la ragione dalla sua parte e l’appoggio di dio. Tanti saluti allo sconfitto e al raziocinio.
Ma un camion guidato da un conducente ubriaco che le fosse passato sopra mentre lei camminava sulle strisce pedonali si sarebbe mostrato molto più forte di lei. Tanti saluti a chi aveva ragione.

Che fosse quello?
Forse anche Spike ragionava come un bambino. Io sono più forte, io sono più bravo. Io sono più forte, io valgo di più.
E gli Osservatori… Gli Osservatori che avevano preteso che lei affrontasse un avversario in condizioni sfavorevoli…
Solo che loro non erano i bambini.

Conferme.
Della propria ragione, del proprio valore, della propria esistenza…
Sempre conferme.

Le conferme occorrevano dove non bastava la sicurezza.

Ecco cosa stava facendo Spike. Appariva.
Non ai suoi occhi, naturalmente. Lei era solo una bestia.
Non agli occhi degli umani, quelli erano solo un gregge.
Agli occhi degli altri vampiri.
Agli occhi di se stesso.

In un certo senso, questo rendeva Spike simile a lei. Lo rendeva più comprensibile.
Ora era sicura di essere realmente in grave pericolo.

L’avrebbe uccisa appena avrebbe avuto strada libera. Appena si fosse liberato di Angel.
La presenza di quest’ultimo era un deterrente. Angel non voleva ucciderla, in questo Giles aveva tutte le ragioni.
Perché avrebbe dovuto? Lei non voleva uccidere lui e lui non aveva ragione di eliminarla e magari trovarsi fra i piedi una nuova Cacciatrice senza gli stessi scrupoli.
Angel non voleva affrontare nemici pericolosi. Non gli interessava appendere il trofeo al muro. A lui non servivano conferme. Gli importava solo del suo benessere e della sua incolumità e lei era una garanzia.

Si lasciò sprofondare tra i cuscini.
Il dolore si era calmato. Non sparito completamente, ma era come se fosse solo il ricordo di un dolore. Si sentiva anche del tutto intorpidita e… il termine più adatto a descrivere quello che provava era ‘fluttuare’. La quantità industriale di codeina assimilata aveva fatto effetto, ma stava agendo come un narcotico.
Non era una sensazione sgradevole.

Angel non si batteva mai, se possibile. Sfogava la sua naturale aggressività in modo molto meno diretto e con prede più deboli e inermi possibili.
In quel modo, era sopravvissuto un secolo in condizioni spaventose.
Non affrontando. Risolvendo.

… E le Cacciatrici vivevano pochi anni.
Non risolvendo. Affrontando.
Mordevano e abbaiavano e si lanciavano a testa bassa contro il nemico…

Ma adesso Angel non si faceva trovare.
Poteva avere abbandonato o essere stato scacciato dal clan ma, per quanto ne sapeva lei, poteva anche essere già morto.
Giles non aveva preso in considerazione quell’eventualità, come se uno come Angel potesse venire ucciso solo da Buffy stessa o dal Consiglio o da qualcosa di… ordine superiore.
Idiozie.
Poteva essere stato ucciso da un sacco di cose del tutto ordinarie, compresi dei comuni umani.
Però era certa che lo avrebbe saputo, se fosse morto.
Qualche settimana prima, quella parte della sua coscienza che appartenevacondivideva con lui era stata attraversata da leggere increspature di sofferenza. Ma ora nulla la turbava. Era serena. Fiduciosa, avrebbe detto.

Sentiva la mancanza di Willow.
Con lei non era uno scontro senza fine. Non doveva continuamente difendersi. Willow l’avrebbe aiutata a trovare una soluzione.

I vampiri erano tutt’altro che invincibili, ma erano impensabilmente adattabili e tenaci. Sembravano capaci di superare qualsiasi trauma.
Forse erano solo tanto stupidi da non avere capito significato e conseguenze del suo gesto. Ma con ogni probabilità aveva sbagliato mezzo. Aveva usato quello che credeva avrebbe potuto terrorizzarli perché era quello che avrebbe terrorizzato lei e quelli che lei conosceva, ma non era detto che quello che dovesse impressionasse anche loro.
Non era neanche detto che avessero punti deboli. Quanto bisognava essere forti, quando ci si aspettava di vivere non decenni, ma secoli, nel modo in cui vivevano loro?
Non temevano la morte, questo era chiaro. Ne erano troppo assuefatti. Se l’avessero temuta come gli uomini avrebbero dovuto raggomitolarsi in un angolo a tremare, senza più nemmeno osare muoversi.
Lei li aveva cacciati e uccisi in ogni modo, eppure ancora non la temevano. Avevano paura, ovviamente, e facevano del loro meglio per evitarla, ma non vivevano nel terrore a causa sua.
La sua presenza non rendeva la loro vita molto più precaria o difficile di quanto non sarebbe stata anche senza di lei. Non perdevano tempo a temere un nemico che in fin dei conti era solo una dei tanti.
Anche avere ucciso quella ragazza in pieno giorno, entrando in casa sua… forse era solo una cosa che essi mettevano in preventivo. Al diavolo, persino nei vecchi film si uccidevano i vampiri sorprendendoli di giorno.
Non erano sconvolti neanche dalla violenza. Non si aspettavano mai niente altro da nessuno ed erano i primi ad applicarla su loro stessi.

Sopprimevano quelli che restavano menomati, quelli inutili. Non avevano considerazione per nessuno.

Così le avevano insegnato. Come le avevano insegnato che di giorno dormivano.
Darla…
Darla non aveva ucciso Angel quando era diventato peggio che menomato, peggio che inutile.
Angel non faceva del male a Drusilla, adesso che era di nuovo debole e aveva visto di persona Drusilla prendersi cura di Spike e viceversa.
Spike aveva addirittura rinunciando ad uccidere lei, pur di salvare Drusilla.
Angel aveva portato Spike nella nuova casa quando Giles aveva distrutto la fabbrica, anche sapendo quanti problemi gli avrebbe causato. Quella era la cosa più assurda. Spike era suo nemico. Avrebbe dovuto avvalersi del fatto che era paralizzato e inerme per eliminarlo.
Del pugno di vampiri di cui conosceva qualche frammento di vita, almeno quattro avevano compiuto azioni che, secondo le sue credenze, rappresentavano delle impossibilità. E quello che ne aveva compiute di più, forse era solo perché lei lo conosceva meglio degli altri.
Quattro… Tutti.
Quante altre eccezioni alla regola potevano esserci? Forse ognuno era un’eccezione.
Non aveva ragione logica di credere che quei quattro fossero diversi dagli altri.

(Se ognuno è un’eccezione, che fine fanno le regole?)

Sembrava proprio che quando si trattava della loro progenie, del loro sangue, fossero molto meno feroci e decisi di quanto gli Osservatori li pretendessero. I vampiri erano creature passionali. I legami che si formavano tra i membri delle famiglie dovevano essere molto più vincolanti di quanto avesse inizialmente immaginato.

(Io non sono un cane. Non devo morire prima dei vent’anni. E’ solo una faccenda di circostanze, non di natura…)

Chiuse inutilmente gli occhi. Nonostante il torpore, non aveva per niente sonno.


 
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