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Marzo 1980

July 20 2005 at 3:56 PM
  (Login Nachan84)


Response to Calende

 
Marzo 1980 Chaste Moon

Nymphadora

Li sento gridare appena mi sveglio.
Quando urlano so che litigano, ma solitamente mamma e papà non litigano spesso. Meglio dire che non litigano mai per tanto tempo, però a volte succede, ed io mi spavento.
Mi alzo dal letto senza mettere le pantofole e corro alla porta. La apro un po’ per sentire meglio. Stanno parlando a voce alta al piano di sotto ma non capisco le parole. Parlano come in una di quelle strane lingue che ci sono nelle storie degli elfi del bosco, per esempio.
La mamma sembra essere più arrabbiata di papà. E’ sempre la mamma che urla di più perchè ha una voce più forte.
Chiudo la porta piano piano e torno a mettermi sotto le coperte perché fa ancora freddo. Il sole non è ancora venuto fuori tutti, anche gli uccellini sull’albero dormono ancora.
Da quando siamo state a pattinare sul lago ghiacciato mamma è diventata strana. Fa cose strane. Versa l’acqua nel bicchiere e la fa uscire di fuori, si dimentica la cena nel forno, mi mette i calzini di due colori diversi. Se glielo dico sorride, ma poi ha sempre un’espressione triste e seria.
Credo le sia successo qualcosa di brutto, ma non vuole dirlo.
Forse l’ha detto al papà stamattina ed ora stanno alzando la voce.
Spero solo non sia una cosa grave. Le cose gravi, per quello che so, sono quelle che capitano quando nessuno se lo aspetta e, dopo le cose gravi, la vita delle persone, dei papà, delle mamma e dei bambini, cambia molto. La gente può anche non essere più felice dopo una di queste cose. Quando accade una cosa grave molto grande, si dice che quelle persone sono state sfortunate, e si piange pensando a loro e alle loro cose gravi. E ognuno, in segreto, spera anche che una di quelle cose brutte non capiti nella propria famiglia.
E’ come se io perdessi la mamma ed il papà e non vivessi più nella mia casa e non avessi più la mia cameretta, tutto all’improvviso, in un solo giorno.
Ecco, sarebbe veramente brutto e piangerei moltissimo. Non ci voglio pensare!
Mi tiro la coperta fin sulla testa e rimango ad ascoltare. Dopo un po’ i miei genitori smettono di litigare fortunatamente, e non si sente più nessun rumore.
Ora sono più tranquilla. Rimango a letto con gli occhi chiusi così aspetto che la mamma venga a svegliarmi dandomi un bacio come fa ogni mattina.
Dal bacio mi accorgo se è arrabbiata o no…

Rabastan

E’ il fottuto tempo inglese. Sono nato e cresciuto in questa dannata isola che va alla deriva nell’oceano con tutta la sua presunta grandezza, eppure ancora non ho imparato che non si può far affidamento sul cielo che vedi la mattina appena apri la finestra.
Sole a colazione e diluvio a mezzogiorno, diceva mia zia. Possa io andare in cielo dopo morto, se non è vero! E marzo è un mese che detesto. Né inverno né primavera. Trentuno estenuanti giorni di passaggio, come una corsa verso il nulla.
E questo fottuto temporale improvviso con l’acqua che mi incolla i capelli alla testa e mi scivola nel colletto della camicia mi sta facendo impazzire. Ho il cappotto zuppo e mi bruciano gli occhi.
Mi fermo due volte sul ciglio della strada cercando di smaterializzarmi, ma sono così nervoso che non ci riesco. Quando sono nervoso non riesco mai a fare nessuna magia. Sono un maledetto stupido quando mi innervosisco. E se c’è qualcosa che mi fa saltare i nervi, quella è la pioggia.
Arrivo a casa di mio fratello in uno stato di semi annegamento. Ho le scarpe infangate e lascio una striscia nerastra sul tappeto blu, vecchio e spelacchiato dell’ingresso.
Entro nel salotto spingendo la porta socchiusa con un ginocchio, e loro tre sono lì. Si voltano sorpresi, come se non mi stessero aspettando.
“Rabastan, stai bagnando il pavimento” mi punzecchia subito la mia adorata cognatina voltandosi a metà dalla finestra, alla quale sta contemplando la pioggia come la drammatica eroina di qualche storiella da quattro soldi.
Ha un viso pallido, smunto e serio, non addolorato, ma stizzito.
“Hai bisogno di asciugarti, fatti portare qualcosa dall’elfo…” suggerisce Lucius Malfoy alzandosi dalla poltrona, un bicchiere vuoto in mano. Mi guarda con una certa commiserazione, come se fossi un povero malato di mente. Lo so che prova un neanche tanto velato disprezzo per me, e non serve che abbia questo atteggiamento gentile e disponibile. Riesco a leggere nelle sue falsità ed ipocrisie meglio che in un libro.
Mi asciugo con la manica bagnata il naso gocciolante cercando di avere un aspetto dignitoso.
“Come sta?” chiedo impaziente.
“Come stava ieri” risponde freddamente Bellatrix e sospira, le braccia incrociate sul ventre magro.
“Perché non ti sei materializzato direttamente, Rabastan?” mi chiede Severus Piton sollevando un sopracciglio nero. E’ seduto su una sedia, di fianco al tavolo, tiene anche lui un bicchiere con entrambe le mani, come se temesse di lasciarlo cadere.
Non gli rispondo neanche e faccio per uscire dalla stanza, ma Lucius Malfoy tende una mano a prendermi il gomito.
“C’è Narcissa con lui. Lo vedrai dopo, non deve affaticarsi…” inizia a dire con voce accondiscendente.
“Volete che paghi un biglietto per far visita a mio fratello?” dico a voce alta strattonando il gomito dalla mano di Lucius.Vedo tre espressioni molto simili comparire sui loro tre volti: sorpresa, sconcerto, ironico disprezzo.
D’accordo, sto esagerando, sono nervoso, preoccupato, bagnato fino alle ossa. Ho bisogno di prendere fiato e cercare di cominciare da capo.
“Prendi uno di quelli” dice Bellatrix indicando col mento gli asciugamani bianchi portati dal piccolo e stranamente solerte elfo domestico. Sta lì di fianco alla porta, tremante come un dolce di gelatina, sul punto di piangere, una pila di asciugamani posati sulle braccia.
Ne prendo uno e la sua espressione si rasserena.
Che esseri patetici sono gli elfi domestici. Fanno tutto il possibile per compiacerci anche se li maltrattiamo in modo umiliante per noi stessi e per la nostra così detta umanità, e se non diamo loro degli ordini da eseguire quasi muoiono di dolore.
“Siediti un po’ Rabastan” mi invita Lucius come se questa fosse casa sua, abbozzando un leggero sorriso con quella sua bella bocca sottile, e devo dominare l’istinto di dargli un pugno.
“Bagnerò il divano” ribatto e resto in piedi di fianco alla porta strofinandomi i capelli con l’asciugamano. Servirà a poco. Ho acqua che mi rotola ovunque, lungo la schiena, nei pantaloni, fin nelle scarpe!
Bellatrix si accosta al tavolo e versa qualcosa da bere da una bottiglia di cristallo, poi mi si avvicina e mi porge il bicchiere senza sorridere. Conoscendola potrebbe darmi da bere del veleno senza flettere un muscolo del volto.
“Come sta?” chiedo di nuovo prendendo meccanicamente il bicchiere, ma senza neanche pensare di accostarlo alla bocca.
Bellatrix solleva le sopracciglia “Non credevo fossi tanto interessato alla salute di tuo fratello, Rabastan. Non vorrei sbagliarmi, ma negli ultimi anni non vi siete scambiati poi molte parole che, per lo più, erano velati insulti…”
“Stronzate! E perché non me lo avete detto prima? Perché sono stato l’ultimo a saperlo?” urlo ancora. Una goccia d’acqua, da chissà dove, mi cade direttamente in bocca.
“Perché sapevamo che avresti reagito in questo modo” dice seccamente Piton con aria stanca e si porta il bicchiere alla bocca. Ha indosso ancora il cappotto e la sciarpa.
“Non serve agitarsi” aggiunge Bellatrix e mi toglie il bicchiere da mano, capendo che non ho intenzione di bere. Guardo i suoi occhi scuri, venati di viola, e mi accorgo che sono leggermente arrossati. Forse ha pianto, anche se mi sembra difficile crederlo.
Sono tutti così incredibilmente calmi che credo mi stiano prendendo in giro. Rodolphus non è affatto ammalato (ripenso alla bugia che ho raccontato a Roxane qualche sera fa, e non posso fare a meno di rabbrividire pensando che in un certo senso si è trasformata in realtà), e stanno tutti complottando per farmi uno scherzo.
“Siediti” mi invita di nuovo Lucius e, stancamente, decido di accontentarlo. Non sopporterei che me lo dicesse per una terza volta.
Mi accomodo in una poltrona e occupo anche i braccioli sentendo le braccia, così la mia bella cognata dopo si troverà una altrettanto bella tappezzeria fradicia da buttare.
Torno a scrutare le espressioni dei miei compagni e mi accorgo che sono meno sereni di quanto vogliano farmi credere.
Bellatrix, che indossa un lungo vestito bianco, torna a guardare fuori dalla finestra, e le sue dita lunghe e sottili stringono inconsciamente il gomito dell’altro braccio piegato di traverso sul petto.
Lucius Malfoy fissa il fondo del suo bicchiere corrugando leggermente la fronte, ed una delle gambe di Piton trema leggermente, come avviene in certi soggetti nervosi ed ansiosi.
Restiamo in silenzio ad ascoltare il rumore della pioggia, intensa e fredda, che batte sui tetti e sui vetri, sulle cime degli alberi e sul terreno molle.
“Da quanto tempo Narcissa è con lui?” chiedo passandomi una mano fra i capelli.
“Da circa venti minuti…” risponde Lucius scrollando le spalle.
“E perché non c’è Bellatrix di sopra? Rodolphus è suo marito non…” inizio ferocemente, Bellatrix scrolla la testa roteando gli occhi al cielo e sussurrando qualcosa sotto voce, probabilmente qualche maledizione, e Lucius mi ferma “Bellatrix è stata sveglia tutta la notte, aveva bisogno di riposarsi, e poi…” si ferma un attimo deglutendo a vuoto “C’è dell’altro. Lord Voldemort. Vuole vederci questa sera, tutti” fa un cenno col capo, come per assicurarsi che io abbia capito.
Vedo con la coda dell’occhio le spalle di Severus irrigidirsi. E’ solo un momento, poi torna a rilassarsi e la sua bocca si piega in una smorfia, parodia di un sorriso.
“Bene, magnifico”
Appoggio la nuca contro lo schienale della poltrona, la tappezzeria è da buttare, definitivamente. Ho ancora l’asciugamano umido attorno al collo.
Continua a piovere. Penso al biglietto che ho scarabocchiato per Roxane quella mattina. L’ho lasciato sul suo comodino. Credo che quest’ora l’abbia già trovato.
Spero che non avrà il buon gusto di raggiungerci, altrimenti avremo dei problemi per dopo.
Sto esaurendo la mia scorta di bugie da propinarle. E poi mi dispiace.
Bellatrix si allontana dalla finestra, attraversa la stanza con lunghi passi (si muove sempre in questo modo, come una regina fra i suoi mesti sudditi) e viene a sedersi sul divano, di fianco a Lucius. La guardo passarsi le mani sul viso e fra i capelli. Sembra davvero stanca, adesso. Ha delle leggere occhiaie azzurre scavate sugli zigomi.
Restiamo ancora in silenzio.
“Devo andare via” annuncia dopo un po’ Severus Piton e si alza lentamente in piedi. Ha il viso pallido come gesso, e per un attimo temo che si senta male anche lui.
Dei, se stiamo andando in disgrazia!
“Ho un impegno, non posso rimandarlo…” spiega brevemente con espressione che forse vorrebbe essere rammaricata ma che appare solo acida.
Lucius Malfoy gli fa un cenno col mento.
“Le pozioni sono sul tavolo in cucina. Fatemi sapere se ci sono novità” dice prima di uscire dalla stanza, poi ci saluta tutti con un cenno del capo, i capelli che avrebbero bisogno di essere lavati, ed anche urgentemente, gli scivolano ai lati del viso, e si smaterializza a metà corridoio con una naturalezza che mi fa invidia.
Certo che dobbiamo essere un bello spettacolo noi tre, ora! Due uomini ed una donna seduti nella stessa stanza, che nemmeno si guardano e che neanche per caso intendono parlarsi. Se qualcuno ci vedesse, che so, di scorcio da una finestra, potrebbe iniziare a ricamare chissà quale sconveniente storia di tradimenti ed impossibili relazioni fra di noi. Succede sempre così, no? A tutti piace fantasticare sulla vita di quelli che vediamo per caso, anche solo di sfuggita camminando per strada. E’ un modo per sentirsi meno soli. Come fanno gli scrittori, costruiscono solitudini più grandi delle loro nei libri, solo per farsi coraggio.
Inutile che cerchi di distrarmi. Voglio solo vedere Rodolphus, sapere come sta. Sentirlo parlare.
“Non c’è nessun reale pericolo, Rabastan, davvero” mi conforta un po’ rigidamente Lucius Malfoy, forse indovinando dall’espressione del mio viso quello a cui sto pensando.
E cosa vuol dire, poi? Nessun reale pericolo. Esistono forse pericoli non reali?
Esiste forse una buona ragione per cui non debba mandare tutto al diavolo?
L’acqua continua a gocciolare sul pavimento dalle falde del mio cappotto che un tempo era color sabbia, e che ora non so più di che tinta è.
In effetti, ora, io non so più niente.

Narcissa

La pioggia è grigia, incolore. Scorre sui vetri in rivi sottili. Che destino crudele quello delle gocce d’acqua: scendere pure dal cielo per sporcarsi in terra. Morire, venire assorbite dal terreno, annegare in altre enormi distese d’acqua, e poi, attraverso interminabili e misteriosi cicli, tornare lì da dove sono arrivate. Che destino spietato.
Il destino. Quanto di quello che ci succede è opera del fato, e quanto dipende solo dalle nostra scelte e decisioni? Se penso alla nostra attuale situazione (che, per quanto tutti cerchiamo di consolarci con il pensiero che sia solo momentanea, non è affatto positiva nè incoraggiante), non posso che sorridere amaramente.
Se è stato il destino a tessere questa trama, bè, è stato molto crudele. Ironico, arguto e crudele.
Se siamo stati noi con le nostre stesse mani a costruirci la strada sulla quale camminiamo, allora siamo stati degli stupidi. Dei folli e degli stupidi.
A volte finisco per pensarci con una tale intensità che la testa inizia a dolermi. Inizio a rivedere frammenti e scene della mia vita sullo schermo nero della mente, a ritroso.
Se quel giorno non avessi fatto questo, se non mi fossi comportata in quel modo, se avessi risposto con altre parole, mi ripeto instancabilmente. Se, se, e se. Fino alla nausea.
Bellatrix è mia sorella, in fin dei conti. Non siamo state noi a sceglierlo. Che sia un caso, una combinazione, che sia la scelta di una volontà superiore, questo io non posso saperlo, ma fatto sta che mi sono ritrovata a condividere la vita con delle persone, e non posso tirarmi indietro ora.
Non voglio tirarmi indietro, ad essere sincera.
Sarebbe come abbandonare la festa prima dell’ultimo ballo. Prima del gran finale. E, confessiamolo, tutti siamo curiosi. Tutti vogliamo sapere come termina la storia. Chi sopravvive. Chi muore.
Sono solo una donna. Guardo il mio riflesso pallido e scomposto sul vetro rigato di acqua e mi rendo conto che, a dispetto di tutti i miei desideri, a dispetto di ogni mia piccola speranza di rivalsa, io non sono altro che una donna, e non c’è poi molto che possa fare.
Dare consigli silenziosi che resteranno inascoltati, tenere mani fredde d’ansia, camminare per casa come uno spettro, aspettare.
Aspettare fingendo che vada tutto bene.
Ecco tutto quello che posso fare. Mi sento piccola e frastornata, come se un forte vento urlasse nella mia testa e non ci fosse modo di metterlo a tacere.
Non sono pentita, no. E non voglio accusare nessuno, né il destino né qualcun altro, anche se a volte resistere alla tentazione è difficile.
Vorrei solo avere la capacità di cambiare le cose.
In fin dei conti il corso dei fiumi, anche di quelli più impetuosi, può essere arginato e deviato dalle dighe, no?
Se io, solo una donna sciocca ed illusa, riuscissi a gettare le basi delle dighe che cambieranno il fluire delle nostre esistenze, dopo, non potrei essere finalmente orgogliosa di me stessa?
Lo so che mio marito è già fiero di me, me lo dice ogni suo sguardo ed ogni sua parola, anche quelle che non dice e che io solo immagino di sentirgli pronunciare, ma io vorrei poter fare di più. Forse perché mi illudo di sapere cosa c’è da fare.
Se la vita, tutto ciò che facciamo, fosse una goccia d’acqua che scivola su un vetro, io potrei decidere la sua direzione con niente di più grande di un soffio.
Ma non è così, e noi moriremo prigionieri delle nostre stesse trappole.
“A cosa pensi?”
La voce di Rodolphus mi fa sobbalzare leggermente. Guardo il suo riflesso nel vetro della finestra e mi accorgo che mi sta guardando dal letto. Ero convinta stesse dormendo.
“Non credevo che fossi sveglio!” dico sorridendo e voltando le spalle alla pioggia, in modo da guardarlo direttamente.
Lui solleva leggermente un sopracciglio.
“A cosa stavi pensando?” chiede di nuovo. Ha la voce bassa ed un po’ roca, come se avesse gridato molto, il viso pallido ed il contorno degli occhi livido, ma nel complesso credo stia meglio di stamattina presto, quando io e Lucius siamo venuti qui.
“A nulla di particolare. Stavo solo guardando la pioggia” rispondo accostandomi al letto, e non mentendo. Almeno non del tutto.
Guardo mio cognato, e lui guarda me, la testa un po’ rovesciata all’indietro sui cuscini. Lo conosco da più di dieci anni, lo conosco da quando eravamo entrambi bambini mentre adesso ci ritroviamo sorprendentemente ad essere un uomo ed una donna adulti. Credo di sapere abbastanza bene com’è fatto, eppure a volte riesce a mettermi ancora in imbarazzo coi suoi sguardi.
Col suo orribilmente innocente modo di fissarmi.
Questo accade forse perché, da qualche parte, molto in fondo, so che io e lui guardiamo il mondo e le persone che ci circondano con occhi non del tutto dissimili. Il pensiero a volte mi conforta, a volte mi spaventa.
“Come ti senti?” domando mentre, un po’ in imbarazzo, distolgo l’attenzione dal suo viso e gli verso un bicchiere d’acqua dalla brocca posata sul comodino.
Lui si tira a sedere un po’ a fatica. Respira ancora piuttosto male, con sensibile dolore, ma non tossisce da circa due ore, e credo che la cosa sia un bene.
“Se potessi avere una sigaretta starei meglio…” azzarda lui corrugando un po’ la fronte in un’espressione accorata e speranzosa insieme.
Lo so che questo è da anni ed anni il suo metodo preferito per commuovere il mondo ostile che lo circonda ed ottenere le attenzioni che, ovviamente, gli fa piacere ricevere, ma non mi smuoverà.
Non cederò, non io!
“Assolutamente no. Nessuna sigaretta” dico con tono serio eppure incapace di trattenere un piccolo sorriso mentre gli porgo il bicchiere.
Lui lo prende ubbidiente poi rimane a guardarmi.
“Non deve essere facile per te, Narcissa” dice dopo tornando ad adagiarsi contro i cuscini.
“Cosa? Versare un bicchiere d’acqua?” domando fingendomi sorpresa. Riesco a disegnargli un mezzo sorriso in volto.
“Sai a cosa mi riferisco” Rodolphus beve un sorso dal bicchiere che è di vetro azzurro, col bordo doppio, un bicchiere da liquore, credo, poi me lo restituisce. Io lo poso sul comodino e mi risiedo piano sull’orlo della poltrona accostata al letto.
“Non è facile per nessuno” dico dopo un attimo, a voce bassa, sicura però che lui possa sentirmi.
“Mi sento… Mi sento in colpa. Per essermi ammalato” ribatte lui strofinandosi stancamente una mano sulla fronte e sul volto. Arriccia le labbra chiaramente a causa del dolore.
“Non dire sciocchezze. Non è colpa tua…” lo rassicuro.
Poso una mano sulla sua spalla che è curiosamente piccola e sottile sotto la stoffa della camicia.
“Ho sposato la sorella sbagliata…” commenta lui guardando dove sono posate le mie dita e mi fa sorridere, inevitabilmente.
E’ una frase stupida questa che dice di tanto in tanto quando mi dimostro gentile o affettuosa con lui. Ha ragione mia madre: Rodolphus è proprio quel tipo di uomo che inavvertitamente sa come far arrossire di piacere una donna con una semplice frase. Lucius non ha neanche la metà della sua inconscia spontaneità. Ed è per questo che la mamma l’ha sempre guardato, diciamo così, tenendo le sopracciglia corrugate.
“Stavo pensando a qualcosa che potrebbe avere a che fare con questa sciocchezza che dici” affermo poi, senza togliere ancora la mano dalla sua spalla.
“Allora hai detto una bugia, non stavi solo guardando la pioggia” ci tiene a rimproverarmi mio cognato e sorride di nuovo, stancamente. Mi accorgo che sembra persino essere invecchiato in questi pochi giorni. E’ sempre stato così fatalmente destinato alla rovina…
“Stavo pensando al destino. A come ho incontrato tutte le persone che ora fanno parte della mia vita… A come sono arrivata a sposare Lucius…”
“E pensavi a come sarebbe stato tutto più bello se avessi sposato me, vero?” chiede con aria di scherzo lui.
“Certo che no! Era una riflessione molto più profonda!”
“Temo di non essere nelle condizioni adatte per sostenere un simile discorso…” commenta Rodolphus roteando gli occhi, fingendosi deluso.
“Non sei mai in condizione di fare un discorso serio” gli faccio notare leggermente piccata, e tolgo la mano dalla sua spalla.
Restiamo in silenzio per un po’, entrambi con un mezzo sorriso sospeso sulle labbra. Lui tossisce un paio di volte, girando il capo dall’altro lato, poi torna a parlare, con voce meno sicura di prima.
“Dov’è Bellatrix?”
“E’ giù, a riposare un po’. Vuoi che la chiami?” domando pensando che avrei dovuto farlo subito, e faccio per alzarmi dalla poltrona, ma Rodolphus mi ferma con un piccolo cenno del capo.
“No, non ancora” dice a voce bassa, e poi aggiunge come soprappensiero “Credo che lei sia arrabbiata con me”
“Arrabbiata, e perché mai?” domando sinceramente meravigliata e torno a sedermi sulla poltrona.
So che mia sorella non è in collera con suo marito per nessun motivo, anzi, è solo preoccupata per lui, è stanca e spaventata, nonostante si sforzi di non darlo a vedere, nonostante cerchi disperatamente di non ammetterlo neanche a se stessa.
D’altra parte mia sorella ha sempre avuto dei notevoli problemi nell’esprimere i propri stati d’animo. E’ facile fraintenderla, anche quando è armata delle migliori intenzioni.
Rodolphus scuote lentamente il capo (sono sicura che se ripetesse il gesto con un po’ di energia in più rabbrividirebbe dal dolore) e rimane in silenzio.
Sto per chiedergli di nuovo perché abbia pensato una cosa simile, quando, con un paio di colpetti discreti, qualcuno bussa alla porta.

Lucius

“Avanti” dice Narcissa dall’interno della stanza ed io spingo il battente aprendo la porta. Guardo dentro e appena la mia testa fa capolino nella stanza, mia moglie riconoscendomi mi sorride.
E’ seduta sulla poltrona accanto al letto di Rodolphus che è sveglio e mi fa un cenno di saluto sollevando solo tre dita di una mano.
“Come va?” domando pensando che c’è un brutto odore nella stanza, e che non mi piace poi tanto che mia moglie stia in un posto con un’aria così mefitica.
“Ho avuto giornate migliori…” mi risponde mio cognato e Narcissa fa un piccolo gesto con le spalle, come a sottolineare che è vero.
“C’è Rabastan, sta facendo il diavolo a quattro per vederti…” aggiungo mentre lei si alza dalla poltrona e cammina verso di me lisciando le pieghe del vestito grigio.
“Sapevo che prima o poi avrei dovuto dargli udienza. Fallo salire” dice Rodolphus con voce lamentosa.
“E’ tuo fratello!” esclama Narcissa leggermente indignata, ma soprattutto divertita, voltandosi a guardarlo, e Rodolphus fa una smorfia come di fastidio.
Rabastan, che stava aspettando in cima alle scale mordicchiandosi le labbra, entra nella camera da letto (ha ancora i capelli bagnati, ma si è tolto il soprabito zuppo) e si chiude la porta alle spalle. Noi restiamo nel corridoio buio.
Narcissa prende una delle mie mani e la stringe. Ho la sgradevole sensazione che voglia assicurarsi che io sia ancora vivo e che abbia dei riflessi.
“Rabastan l’ha presa male, vero?” mi chiede e, mentre i miei occhi si abituano alla semioscurità del corridoio, spezzata solo da una leggera e velata luminescenza che sale dalla vicina tromba delle scale, vedo il luccichio delle sue iridi volgersi verso di me.
“Abbastanza”
Le tengo ancora la mano. Ha dita piccole e sottili, ma forti, salde.
A volte ho la sensazione di star spingendola via, di allontanarla, inevitabilmente, da me. Non voglio che questo accada, ma è l’unico modo che conosco per proteggerla.
“Narcissa… Lord Voldemort ci ha convocato, per questa sera” dico a voce bassa (e non c’è nessuno al mondo che possa capire quanto mi fa male pronunciare queste parole), chinandomi un po’ verso di lei. Indossa un vestito grigio, si seta, con un ricamo di merletto bianco sullo scollo.
Narcissa abbassa il viso, pensierosa e chiaramente addolorata, per un attimo.
Sa che la convocazione non è stata estesa anche a lei. E’ da molto che il Nostro Signore non ha più bisogno di mia moglie per svolgere i suoi compiti, per condurre i suoi affari.
Lei ne ha preso silenziosamente atto.
“Credo che dovrai rimanere qui. Mi spiace” aggiungo e con la mano che non tengo stretta alla sua vado a sfiorarle il mento invitandola ad alzare di nuovo il volto. Voglio vedere la sua espressione, la piega delle sue labbra, i suoi occhi.
“Non c’è problema. Sai che sono affezionata a Rodolphus, non mi preoccupa restare qui…” risponde e sorride sinceramente.
Sa che il mio Mi dispiace bisbigliato con voce soffocata non era rivolto a quello.
Sa, ma preferisce fingere di aver frainteso.
In fin dei conti tutto questo è un malinteso, tutta la nostra vita. E credo che arrivati a questo punto sia praticamente impossibile porvi rimedio.
“Andiamo da Bellatrix”dice piano lasciando la mia mano, sempre con quella gentilezza, quella delicatezza spontanea che la contraddistingue. Sorride ancora dimostrandomi che, fra noi, è senza dubbio lei la più coraggiosa.

Severus

Come tutti i giorni a quest’ora lui non c’è e lei esce per andare a ritirare la posta.
Si tratta di posta recapitata tramite il metodo babbano, lettere bianche e gialle che vengono messe nella cassetta verniciata di verde in fondo al giardino.
Esce sotto il portico, guarda fuori. Piove ancora abbastanza forte e ciò che rimane della neve al margine del marciapiede, è simile ad una fanghiglia grigia ed incolore, butterata dalle gocce d’acqua. Lei ha un maglione di filo azzurro, le maniche tirate fin sulle nocche. Apre un ombrello rosso e attraversa il giardino a passo veloce.
Sembra stia venendo a verso di me, quasi correndo. E non lo sa.
Più l’osservo più mi rendo conto che non è cambiata poi molto. No. Il tempo per lei sembra essersi fermato. E’ piccola, minuta, ha gli occhi lucidi e vivi come un tempo. Se mi soffermo a pensare scopro di avere una quantità di ricordi legati ai suoi occhi, non del tutto piacevoli.
Non mi è mai piaciuto che qualcuno mi fissasse, mi scrutasse. E lei lo faceva, persino deliberatamente. Non so quante volte l’ho sorpresa nell’ora di Erbologia intenta a fissarmi la nuca come se volesse trapassarmi da parte a parte. Credo che la cosa la divertisse molto allora.
Non mi ha mai chiesto scusa per questo suo comportamento sfacciato ed ingiustificabile, questi suoi modi poco educati. Non è nella sua natura chiedere scusa, credo. E’ orgogliosa.
L’osservo aprire la cassetta della posta e prendere le lettere. Le gira, legge qualcosa sul retro dove dev’esserci scritto il mittente e assume un’aria leggermente pensierosa.
Mi chiedo cosa farebbe se scoprisse che sono qui, praticamente dall’altro lato della strada. Cerco di immaginare una sua reazione, ma ogni ipotesi (paura, sorpresa, persino un’ incomprensibile felicità) mi sembra tremendamente inverosimile. E’ che non la conosco in realtà, io non so davvero lei chi sia, adesso più che mai. Non la conosco davvero e quindi non posso prevedere le sue reazioni, non posso cercare di intuire quello che pensa. Questo mi rende ancora più nervoso, mi fa ghiacciare le mani strette a pungo. Mi ferisce più dei suoi occhi fissi sulla nuca.
Qualcuno, alle mie spalle, chiama il suo nome e lei, di scatto, persino un po’ spaventata, solleva il viso dalle lettere e i suoi occhi si posano precisamente nel punto in cui, reso invisibile dall’incantesimo, ci sono io.
Ci guardiamo anche se lei non lo sa.
Per un attimo mi sembra di scorgere un’espressione di sorpresa mista a confusione sul suo viso (possibile che mi abbia visto), ma è solo un istante, poi sorride e solleva una mano, quella che regge il manico dell’ombrello rosso, a salutare la sua amica che l’ha chiamata dall’altro lato del marciapiede.
Lei, una donnina piccola e bruna di cui ignoro il nome come qualsiasi altra cosa, attraversa la strada correndo (ha degli stivali da pioggia viola) e le si avvicina. Bisbigliano qualcosa con fare cospiratorio, come fanno sempre le donne quando dicono qualcosa che secondo loro è importante, poi si dirigono, strette sotto lo stesso ombrello, verso casa.
Prima di richiudersi la porta alle spalle, lei si volta e guarda in fondo alla strada. Non sta guardando me, è impossibile che possa avvertire la mia presenza, ne sono certo, eppure un brivido mi percorre la schiena.
Resto immobile sotto la pioggia anche se la porta della sua casa è ormai stata richiusa.
E’ finito, di nuovo. Credo che per oggi non la rivedrò più.

Narcissa

Ci sono momenti in cui il tempo sembra non passare mai.
E’ una cosa buffa. Il tempo.Questa antichissima convenzione voluta dagli uomini per dare un senso al trascorrere del giorno e della notte. Forse, un tempo, gli uomini credevano di padroneggiarlo, il tempo, ma a lungo andare i ruoli si sono decisamente invertiti… E’ il tempo che tiranneggia noi. Può divorarti, può arricciarsi su se stesso, e può dilatarsi all’infinito a suo piacimento.
Può ucciderti d’impazienza e poi liberarti.
Il pensiero di un’altra notte che sta per calare, lunga, intatta, fredda e silenziosa, mi stringe lo stomaco come un pugno.
Sto seduta sulla poltrona cercando di non pensare a nulla, una gamba accavallata, il piede che dondola sospeso a qualche centimetro dal pavimento.
Guardo pigramente Rodolphus che gioca col gatto.
Mi stupisce sempre vedere come un’animale riesca ad affezionarsi a tal punto ad un essere umano, e viceversa. Credo che questo povero gatto sopporterebbe di buonumore qualsiasi tipo di tortura purchè sia il suo padrone ad infliggergliela. Ora, pazientemente si fa tenere su per le zampe anteriori, in posizione quasi eretta, e non smette un attimo di miagolare di gioia.
Mi strappa un sorriso a metà fra la tenerezza e la pietà.
“Smettila di tormentarlo, Rodolphus…” non posso fare a meno di dire e lui mi guarda un po’ risentito, poi lascia andare le zampe del gatto che subito va ad accoccolarglisi sullo stomaco ed emette un prolungato gorgoglio di piacere. Un’altra qualità degli animali che mi stupisce è la loro capacità di sapersi accontentare di poco e nulla, piccoli gesti che non costano niente. Una carezza fra le orecchie, un buffetto sul muso, un paio di paroline affettuose. E’ la piccola dimensione del loro essere che quasi me li fa invidiare.
Se fossi un gatto anche io ora, probabilmente, me ne starei acciambellata nel mio cesto davanti al caminetto acceso, senza un pensiero al mondo.
Invece sono seduta qui, sulla vecchia poltrona di fianco al letto, curiosamente triste. Mi sento abbandonata. Usata e poi dimenticata.
E so che anche Rodolphus deve sentirsi come me, in parte. Ha gli occhi di chi sta guardando dentro di sé e di tanto in tanto si rosicchia l’unghia dell’indice, come faceva da ragazzino.
E non ha un bell’aspetto questa sera.
Nel pomeriggio è stato di nuovo piuttosto male, e per l’occasione Rabastan ha fatto una gran scenata a Bellatrix. Comprensibile quanto inutile.
Ho mal di testa, sono stanca, e sento crescere un leggero senso di nausea. La stanza è fredda nonostante abbia acceso il camino. Di tanto in tanto sento il vento entrare dai vecchi infissi della finestra. Non mi stupisce che ci si possa ammalare in un posto simile.
“Perché non torni a casa, Narcissa?” mi domanda ad un certo punto Rodolphus. Parla senza guardarmi. Tiene gli occhi bassi, fissi sul gatto. Con una mano gli accarezza la testa.
“Sarai stanca. Io sto bene, non…”
“Rimango qui” lo fermo prima che continui “Non ho niente di importante da fare a casa , e resterei da sola… Poi non sono per niente stanca!” mento sorridendo al meglio delle mie possibilità. Non che serva a molto fingere. Rodolphus sa quello che sto pensando.
E’ quello che sta pensando anche lui.
Mi rivolge un sorriso un po’ tirato, le labbra strette che sembrano i lembi di uno strappo sul volto pallido, poi torna a giocare col gatto.
“Dobbiamo trovarci qualcosa da fare” suggerisco “Il tempo passerà più in fretta!”
E noi saremo anche un po’ meno tristi, aggiungo silenziosamente.
“E cosa facciamo?” domanda mio cognato sollevando di nuovo il viso.
Mi stringo nelle spalle e punto i gomiti sui braccioli della mia poltrona.
“Potremmo parlare di qualcosa…”
No, non è la cosa giusta da fare. Finiremmo, dopo interminabili apologie e giri di parole, per parlare proprio di quelle cose che tanto disperatamente ci sforziamo invece di dimenticare.
Rodolphus mi guarda in attesa sbattendo le palpebre. Ha delle ciglia lunghissime, un’espressione ansiosa ed insieme contrariata.
“Anzi, possiamo raccontarci qualcosa… Raccontiamoci delle storie, forza!”
Quella mi sembra una buona idea. Mi accomodo contro lo schienale ben imbottito della mia poltrona e faccio un gesto con la mano verso mio cognato, come per invitarlo ad iniziare.
“Oh, no! Non sono capace di raccontare storie!” si schernisce subito e, persino un po’ imbarazzato torna ad affondare le dita nel pelo del gatto, come se fosse l’unica cosa materialmente consistente al mondo.
“Dai, non c’è nulla di che vergognarsi! Raccontami quello che vuoi!” insisto.
“Non conosco nessuna storia che ti piacerebbe ascoltare…” sbotta lui piccato. Persino il gatto, un po’ innervosito scatta sulle zampe liberandosi dalle sue mani.
“Da piccolo tuo padre non ti raccontava le favole? Va bene anche un favola!” ritento.
Rodolphus sospira e si appoggia contro i cuscini del letto.
“Mio padre conosceva solo una favola, su un orco o un mostro… Uno di quelli che usciva dagli armadi o da posti simili per mangiare la gente… A me piaceva abbastanza, ma a Rabastan faceva paura e non voleva mai sentirla… Quindi, no, sono cresciuto senza favole della buona notte, mi spiace!” conclude con un mezzo sorriso sarcastico e sorrido anche io sentendo quasi la pelle del viso pizzicare a quella piccola contrazione muscolare.
Ecco, ora credo di essere ancora più triste di prima e non so perché.
“Siete proprio simili tu e Bellatrix. Anche a lei da bambina piacevano le favole spaventose…” dico ripensando alle notti d’inverno, quando eravamo solo delle bambine e nostro padre veniva a sedersi di fianco al grande letto con la testiera d’ottone lucido, e ci raccontava qualche favola, di quelle antiche che mi piacevano tanto, con draghi, stregoni e principesse prigioniere in grotte nascoste nelle profondità marine. Li ricordo abbastanza bene quegli episodi, comunque meglio di tanti altri avvenimenti legati alla mia infanzia. Ricordo che c’era anche Andromeda con noi. Lei era la più grande, ma adorava le favole di papà, e ascoltava con le labbra dischiuse e i grandi occhi spalancati, come per non lasciarsi sfuggire niente.
Le mie labbra si incurvano inconsciamente in una sorta di sorriso, ma mi scuoto in fretta.
Ho bisogno di non pensare.
“Magari possiamo leggere un libro. E’ la cosa migliore da fare per passare il tempo e per distrarsi un po’. Nei libri succedono tante di quelle cose che leggendoli si finisce per dimenticare anche gli affari propri…” propongo e credo sia la mia ultima risorsa sensata.
“Non mi piace leggere!” ci tiene a sottolineare Rodolphus arricciando il naso. Il gatto, nel frattempo, salta su e giù dal letto e gioca con la mia ombra adagiata dalla luce del camino sul pavimento di legno.
“Bè, io leggo, tu ascolti, d’accordo?” stabilisco e non sono disposta ad accettare un rifiuto.
Mio cognato lo intuisce e non replica oltre anche se aggrotta un po’ dubbioso la fronte alta e pallida. Avrebbe bisogno di mangiare qualcosa, e di smettere di pensare, anche lui.
Mi alzo dalla poltrona facendo leva sui braccioli ed il gatto, sorpreso dal mio movimento, rimane fermo a guardarmi col musetto appuntito levato verso di me.
“Vado in biblioteca a prendere qualcosa…”
“Guarda prima lì” dice Rodolphus e con un gesto della mano indica il grande armadio di ciliegio addossato alla parete dall’altra parte della stanza.
Che casa assurda, tengono i libri nell’armadio, penso.
Seguendo le direttive di Rodolphus mi metto a scavare in un angolo, in basso a destra, sposto un paio di maglioni ed altri capi di abbigliamento non bene identificati, e trovo in effetti una piccola pila di volumi piuttosto vecchi, con le copertine macchiate, i dorsi sbucciati e parte dei fili della rilegatura che pendono dagli angoli.
“Non conosco nessuno dei titoli…” commento dopo aver dato una rapida scorsa. Ne prendo uno ed inizio a sfogliarlo velocemente. Le pagine sono molto sottili ma hanno conservato un buon odore, come di gelsomino o di altri fiori.
“Sono libri… romanzi babbani” dice Rodolphus a voce bassa, quasi vergognandosi ed io ho un piccolo sussulto.
Mi volto verso il letto, a guardarlo con aria interrogativa e lui si stringe nelle spalle, un gesto che lo fa apparire più stanco e sofferente di quanto non sia “Erano di mia madre, li ho trovati in soffitta tempo fa. Non mi andava di buttarli via, ma pensavo che avrebbe potuto farlo Bellatrix trovandoli, così li ho nascosti…” confessa come farebbe un bambino colto sul fatto e messo alle strette. Si mordicchia un po’ il labbro inferiore, poi si passa una mano sul viso. Tiene le ginocchia piegate al di sotto della coperta, lo guardo e mi sembra piccolo e sofferente. Penso che è molto più infelice di me questa sera.
Torno a guardare i libri, ed improvvisamente mi sembra ovvio che siano appartenuti ad una donna. Ne hanno l’aspetto, pulito anche se consumato. Ne hanno il profumo. Accarezzo una copertina col palmo aperto: è liscia e ruvida allo stesso tempo, chissà come.
Se mia madre morisse anche io conserverei in un posto che conosco io sola ogni sua più piccola cosa. Le forcine per i capelli, forse. I fazzolettini. Le spille.
Prendo un altro libro dalla pila e lo apro più delicatamente. Sulla prima pagina che sta per sfuggire dalla rilegatura, ci sono scritte delle poche parole in un inchiostro che un tempo doveva essere nero e brillante, ma che ora è solo grigio e sbiadito. La calligrafia è dritta, precisa, elegante ma un po’ infantile.
Camille riesco a leggere, con le gambette della m tutte precisamente allineate, gli anelli delle l precisamente ovali, e poi, più in basso, un’altra frase: Un amore simile alle rocce. Che arreca minor diletto. Ma che dura per sempre.
Rileggo un paio di volte quelle semplici righe che sembrano essersi interrotte di colpo, come se la mano che reggeva la penna fosse stata recisa, e scopro che le trovo terribilmente belle. E vere.
“Proviamo a leggere questo” decido con un certo entusiasmo, ricopro con i vestiti gli altri libri nascosti sul fondo dell’armadio, perché restino nel loro nido segreto, e mi dirigo verso il letto.
Mi tolgo le scarpe con un certo sollievo e mi siedo sul letto di fianco a Rodolphus che mi guarda ancora leggermente diffidente, le sopracciglia alzate. Ha la stessa espressione che aveva quando a scuola Severus si proponeva di spiegargli qualcosa, garantendogli che avrebbe capito:desiderosa ed insieme terrorizzata. Non posso fare a meno di sorridere.
“Coraggio, non farà male!” lo rassicuro e sorride anche lui incrociando le braccia sul petto.
“Mi tratti come se fossi uno stupido!”
“No, solo come se fossi un bambino…” lo metto a tacere, apro il libro le cui pagine scricchiolano leggermente, ed inizio a leggere a voce alta.
Il gatto, come se desiderasse anche lui ascoltare meglio la storia, salta di nuovo sul letto e si accoccola sulle ginocchia di Rodolphus. Lui posa la testa sulla mia spalla (sento il calore dalla sua fronte raggiungermi anche attraverso la stoffa del vestito) e resta in ascolto.
Mi sento vagamente importante con accanto questo strano e sparuto auditorio.
I superstiti devono prendersi cura l’uno dell’altro, no? Se non si tendessero la mano a vicenda non sarebbe tutto ancora più terribile?
Superstiti che volevano morire, abbandonati e soli, eppure condannati a vivere, come meglio possono.
Spero che la mia voce non tremi troppo mentre leggo e spero che almeno per un’oretta riusciremo entrambi a pensare a qualcos’altro.
Ho sempre trovato interessante la lettura, anche quella a voce alta. Da piccola, se non c’era mio padre a raccontarmele, leggevo le favole da sola. Ma la vera divoratrice di libri in famiglia era Andromeda. Distesa sul pavimento di legno, nella pozza di luce che cadeva dalla finestra, me la ricordo intenta a leggere col viso posato fra le mani. Dondolava un piccolo piede scalzo e la sua ombra sul pavimento si muoveva a sua volta.
Devo smetterla di lasciare la mia mente libera in questo modo. Non ho bisogno di ricordare cose che diventano facilmente spiacevoli. E soprattutto non ho bisogno di ricordare Andromeda.
Faccio una piccola pausa nella lettura, poi riprendo cercando di concentrarmi solo ed esclusivamente sulla storia.
Fortunatamente il libro scorre piacevolmente e c’è una prima parte decisamente movimentata in cui il narratore ha una brutta avventura con un cane, mentre si trova in visita alla vecchia casa del suo affittuario.
Trovo leggermente imbarazzante il fatto che ci siano alcuni nomi di oggetti babbani che devono essere di uso comune e di cui non conosco assolutamente il significato. Nessuno di noi ha mai seguito Babbanologia ad Hogwarts, materia da sempre considerata inutile e di secondaria importanza, ma ora un po’ mi rincresce.
Ogni tanto sposto lo sguardo su Rodolphus e mi fa piacere vedere che sembra essere parecchio attento al libro. Il gatto, di controparte, si è quasi addormentato con il muso posato sulla sua spalla.
A margine di un foglio trovo una nota scritta a penna, nella stessa calligrafia delle frasi e del nome riportate sulla prima pagina. Dice semplicemente, con una sorta di innocente entusiasmo Appena farà bel tempo andrò a passeggiare nella brughiera. Voglio vedere tutti i posti che sono descritti nel romanzo.
Mi spezza il cuore pensare che, probabilmente, la precedente padrona di quel libro (e si tratta davvero di Camille Lestrange, la stessa signora Lestrange di cui a casa mia, quando ero piccola, si parlava a voce bassa e con un certo, doloroso, imbarazzo) non è mai riuscita ad andare nella brughiera, e, ancora di più, mi fa male immaginarla camminare spaesata nell’erba alta ed informe, rendendosi conto che non c’è un posto del libro che si possa riconoscere nella realtà.
Mi trattengo dal sospirare.
Arrivo circa ad un quarto del romanzo in un tempo che mi sembra relativamente breve, e quando alzo gli occhi dalla pagina stampata sono totalmente presa (proprio quello che volevo) dalla storia tormentata della giovane ed irrequieta protagonista, divisa fra l’amore e l’orgoglio, tanto che impiego qualche secondo di troppo per rendermi conto che è passata più di un’ora da quando abbiamo iniziato a leggere.
“Facciamo una pausa” suggerisco e faccio per richiudere il libro.
“Bè, potremmo almeno arrivare alla fine del capitolo”mi blocca Rodolphus con tono che vuole essere vago e disinteressato, ma capisco che si è lasciato prendere a sua volta dalla storia. Non lo confesserà mai di doversi ricredere riguardo ad un libro, è orgoglioso a modo suo.
“Vado a preparare un po’ di tè, poi continuiamo” decido.
“Hai voglia di tè a quest’ora di sera?” chiede mio cognato sollevando un sopracciglio.
“Sì, e ne berrai anche tu!”
Infilo di nuovo le scarpe, mi alzo e distendo un po’ le pieghe del vestito. Ho tenuto le ginocchia piegate troppo a lungo ed ora mi tremano un po’.
Esco nel corridoio, e subito mi colpisce una sorta di respiro freddo che sembra provenire dal fondo della casa. Resto per un attimo ferma, una mano ancora posata sulla maniglia della porta, valutando se ho davvero voglia di andare dabbasso a preparare il tè.
Potrei chiederlo all’elfo domestico, ma sono sicura che ci porterebbe qualcosa di imbevibile: è ormai troppo vecchio e troppo stupido per restare a servizio, non so quante volte ho detto a Bellatrix che farebbe meglio a regalargli un guanto o un altro straccio qualsiasi ed a liberarlo. E poi, particolare di non secondaria importanza, non ho idea di dove si sia nascosto. Probabilmente si è sepolto sotto un’asse del pavimento!
Il corridoio e le scale sono molto buie.
E’ un autentico peccato che questa casa sia così trascurata. E’ molto grande, forse troppo grande solo per mia sorella e suo marito, più della metà delle stanze sono chiuse, e l’ala est è del tutto disabitata credo da più di dieci anni.
Sento il legno del corrimano liscio e consumato sotto le dita mentre scendo le scale molto lentamente, cercando di non inciampare.
C’è una leggera luminescenza azzurrina che arriva dal basso.
Possibile che non ci sia una lampada o una candela da accendere.
Al piano inferiore l’aria è ancora più fredda. Trattengo il respiro aspettandomi di vedere una nuvoletta di condensa uscirmi dalle narici.
La cucina si trova a destra, in fondo ad un altro corridoio molto lungo.
Mi chiedo come possano muoversi Bellatrix e Rodolphus in questa casa così perfettamente buia senza andare a sbattere contro porte, angoli, sedie ed armadi. Devono aver sviluppato una di quelle straordinarie doti da animali notturni che consente loro di muoversi in assenza di luce evitando tutti i possibili ostacoli, e senza produrre il minimo rumore.
Avrei dovuto portarmi dietro la bacchetta, o perlomeno una candela dalla camera da letto! Non posso credere di essere stata così stupida da non pensarci! Il pensiero di dover tornare indietro mi scoraggia: non sono sicura di riuscire a ripercorrere la scala senza inciampare rovinosamente. Forse le lampade sono nel salotto, e potrei andare a prenderle, ma se non fossero lì dovrei poi fare il percorso all’indietro, sempre al buio, e perderei ancora più tempo.
In cucina ci sarà sicuramente una luce da accendere, insomma! Alla fine decido di arrivare alla cucina e di ritornare di sopra prendendo una lampada o delle candele da lì.
Con le braccia intrecciate sullo stomaco, un po’ curva nelle spalle, come cercando di raccogliere calore, mi incammino lungo lo stretto corridoio.
I miei occhi iniziano ad abituarsi all’oscurità e distinguo abbastanza bene le sagome dei quadri alle pareti ed i rettangoli delle porte.
Sono a metà corridoio quando sento un rumore, come di qualcosa di metallico che tocca il pavimento. Non sono sicura che il suono provenga dalle mie spalle, ma d’istinto mi volgo, i nervi d’improvviso tesi.
Mi volto in fretta e mi rendo conto, un attimo troppo tardi, che c’è qualcun altro lì con
me. Un braccio mi arpiona la vita ed una mano mi copre la bocca soffocando il mio sussulto di sorpresa.

Antonin

Ha un bel corpicino. Vita sottile, fianchi alti. E si dimena come se avesse i carboni ardenti sotto i piedi. E non è tutto.
Uno dei suoi graziosi pugnetti mi raggiunge al naso mentre la trascino, in modo assolutamente gentile, verso la porta socchiusa della cucina. Non si è fatta prendere totalmente dal panico ed è ancora capace di lottare, è ammirevole.
Cerca persino di mordermi un dito sforzandosi di aprire quelle belle labbra rosse, ma non ci riesce! Tra poco inizierà a spaventarsi sul serio…
Quasi mi dispiace mettere fine al gioco, Narcissa Malfoy è una preda interessante, l’ho sempre sostenuto, ma, purtroppo, devo.
“Non ho intenzione di farle del male, signora Malfoy. Promette che non urlerà quando le toglierò la mano dalla bocca?” le bisbiglio all’orecchio e sento le sue spalle rilassarsi un po’, le sue braccia ricadere lungo i fianchi, non ancora del tutto distese.
La lascio andare e lei si scosta rapidamente da me (peccato, credo che mi mancherà il suo fondoschiena premuto contro la mia pancia…).
“Doholov? Per tutti gli Dei, ma cosa fa? E’ impazzito?” chiede con un sibilo pieno di veleno, incredula. Ha riconosciuto la mia voce, sono sinceramente lusingato.
C’è una lampada sul tavolo, lei l’accende con dita nervose, e mi guarda tenendo gli occhi sbarrati.
Le faccio un piccolo inchino gentile mentre la luce giallastra rischiara la cucina.
“Per servirla, signora Malfoy”
Lei mi fissa con le labbra crudelmente serrate, è pallida e trema leggermente, di nervosismo e di paura, ma non ha perso del tutto il controllo. E’ una di quelle che non si scompongono mai, evidentemente.
“Come diavolo è entrato qui?” chiede per prima cosa. Ha del senso pratico, molto più di sua sorella.
“Ho bussato un paio di volte, ma non mi ha risposto nessuno. Mi sono persino preoccupato che fosse accaduto qualcosa…Così sono entrato dalla porta sul retro e sono finito in quel dannato corridoio! Non sapevo dove andare, è stata una autentica fortuna incontrarla!” spiego sorridendo. Parliamo entrambi a voce più o meno bassa, anche se ci sono scarse possibilità che Lestrange possa sentirci dal piano superiore. Questa casa è davvero un labirinto.
Lei corruga le sopracciglia e riflette velocemente. Sa che la mia è solo una bugia, ma non ha nessun appiglio valido per ribaltarla e deve cedere. Mi squadra da capo a piedi, il tavolo tra di noi come garanzia che non la toccherò di nuovo, e sono contento di aver coperto il mio occhio ferito stasera.
Mi sistemo la sciarpa attorno al collo, ancora senza smettere di sorridere. E’ lei che mi mette di buon umore.
Se solo Lucius Malfoy sapesse che sono nella stessa stanza con sua moglie! Gli si rovescerebbero gli occhi. Conto sul buon senso di Narcissa, non glielo dirà che ci siamo incontrati e toccati nel corridoio, con la luce spenta. No, no.
“Mi ha spaventato!” sibila premendo una mano stretta a pugno sul ripiano di legno del tavolo.
Respira in fretta ed il suo seno si alza e si abbassa sotto la stoffa del vestito.
“Mi dispiace, non volevo!”
Continuiamo a darci del lei, come se ci fossimo scontrati per caso all’angolo di strada e stessimo strategicamente perdendo tempo in convenevoli. Adorabile.
“Perché è qui?” chiede di nuovo ed ha un tono tremendamente acido ed autoritario.
Mi getterei ai suoi piedi se avessi la certezza di poterla stringere altri cinque minuti, ma credo non se ne farà niente, quindi mi limito a sorridere un po’ vagamente passandomi una mano sui capelli.
Narcissa Malfoy.
Ho sempre stimato la signora Malfoy come una donna di grande carattere e di grande intelligenza.
Aveva una certa dinamicità ed un buon intuito anche quando lavorava (ma ha sempre fatto poco, ed è stato un vero spreco a mio parere…) per il Nostro Signore, ed io l’ho sempre sinceramente ammirata.
E’ un vero spreco che abbia sposato Lucius Malfoy.
Per lei ci sarebbe voluto un uomo diverso. Come dire, un uomo energico, intraprendente, con le idee chiare. Pieno di risorse!
Ha proprio un visino singolare, pallido, delicato, serioso ma bellissimo.
Ha l’aria di chi ha bisogno di essere amata, a lungo e per bene.
“Perché è venuto qui?” chiede più incisiva, più tagliente, sibilando le parole.
So cosa sta pensando:
a)Sono l’assassino di suo cugino, il povero, pazzo, Regulus Black
b)Se sono qui, forse, è perché è successo qualcosa al suo adorato marito
c)Se sono qui forse è per togliere di mezzo Rodolphus Lestrange
d)Se sono qui forse e per togliere di mezzo proprio lei
Mi si spezza il cuore al pensiero di doverla deludere con una risposta così banale, lei meriterebbe di più, molto di più. Non vorrei che arrivasse davvero a detestarmi…
“Sono qui per parlare con Rodolphus” ammetto stringendomi un po’ nelle spalle.
La vedo prima impallidire, poi arrossire, poi impallidire di nuovo. Apre le labbra e non riesce a parlare, poi deglutisce e ricomincia da capo.
“Mio cognato è ammalato. Non sta bene e non può vedere nessuno” dice in fretta.
E perché può vedere te, mia piccola bambolina?
Senza smettere di sorridere mi scosto piano una sedia dal fondo di paglia e stoffa azzurra, e mi accomodo ad un’estremità del tavolo.
Lei distoglie lo sguardo e a sua volta si muove dalla posa altera ed imperiosa nella quale era rimasta irrigidita per qualche minuto.
Apre l’anta di legno di un mobile e prende una vecchia teiera d’argento. Ne apre un altro e prende un barattolo di latta rosso.
“Come le ho già detto, ora non può vedere Rodolphus. Se questo è il motivo della sua presenza qui, non è il caso che resti” dice, senza guardarmi, con grande calma e serietà.
Dei, se ha carattere! Mi ha ridotto al silenzio.
“Sono qui per conto di Lord Voldemort. Vuole notizie sulla salute del signor Lestrange” riprovo dopo un po’, con tono volutamente mite, innocente. Lei nel frattempo ha riempito la teiera con l’acqua, ha preso un paio di tazze ed ha affondato un cucchiaio nel barattolo che contiene foglie di tè.
“Può dire a Lord Voldemort che il signor Lestrange non è in condizione di vedere nessuno. Quando guarirà si presenterà immediatamente al suo… cospetto” indugia un attimo sull’ultima parola, come se non fosse del tutto sicura di doverla pronunciare.
Com’è commovente, lo sta difendendo! Sta difendendo il suo sfortunato cognato da quello che dev’essere l’uomo più disgustoso che conosce.
Mi chiedo se non ci sia un qualche altro tipo di relazione interpersonale fra la signora Malfoy ed il signor Lestrange. Non mi meraviglierebbe del tutto, ma credo che proverei ancora maggior pena per Narcissa. Non c’è un uomo degno di questo nome nella sua vita!
Accavallo una gamba, molto lentamente, e tamburello con le dita sul ripiano del tavolo. Lei continua a darmi le spalle, si finge tranquillamente indaffarata a preparare il tè.
“Non per contraddirla, Signora Malfoy, ma lei, fino a poco fa, era in compagnia di suo cognato, o sbaglio?”
Le rivolgo il mio più largo e cortese sorriso mentre lei si volta.
Sorride a sua volta (è davvero una donna piena di risorse!) ma vedo che stringe il bordo di marmo del mobile della cucina con tanta forza che le sbiancano le nocche.
Credo che darebbe qualsiasi cosa pur di avere sottomano la sua bacchetta da puntarmi in faccia.
“Mio cognato può vedere solo i suoi familiari” mi risponde affettando gentilezza. Ha delle belle labbra, rosse come bucce di ciliegia.
Solo i familiari, dunque? Vuole farmi arrabbiare, evidentemente.
Mia piccola puttana, sappi che non c’è una goccia del sangue dei Lestrange nelle tue vene, quindi neppure tu sei un familiare diretto, nè, fino a prova contraria, sei tu la moglie, ma tale onerosa carica spetta alla tua bella sorellina e tutto questo, in verità, a meno che la mia teoria, e cioè che tu ed il signor Lestrange condividete un certo tipo di non spiacevole intimità, non ti darebbe più diritto di me di vederlo.
Vorrei urlarglielo in faccia, per il gusto di vederla arrossire di nuovo, ma, ovviamente, taccio.
Mi passo una mano sul mento, pensieroso. Lei regge il mio sguardo (è avvantaggiata, lei ha due occhi, io al momento solo uno…) e continua a sorridere, le gambe incrociate all’altezza delle caviglie. Nella luce fioca della lampada i suoi capelli hanno un colore più scuro del solito, come di oro antico.
Non cederà, lo so.
“Bene…” mi alzo piano dalla sedia spolverandomi pensosamente le maniche del cappotto “… Evidentemente sarò costretto a riferire a Lord Voldemort che la signora Malfoy non ha voluto che io vedessi il signor Lestrange!”
Non credo che la cara Narcissa abbia intuito che sono qui solo ed esclusivamente per mia volontà e che non ho ricevuto nessun mandato da Lord Voldemort. E’ perspicace, ma non fino a questo punto. E poi è spaventata anche se si sforza di non dimostrarlo, e la mente annebbiata dalla paura gioca brutti scherzi.
“Dica a Lord Voldemort che la signora Malfoy ha fatto solo il suo dovere.” Sorride ancora.
Restiamo in silenzio, poi la teiera fischia e lei, povera, sussulta di autentico terrore. Fa un balzo in avanti con una mano premuta contro il petto. Siamo un po’ tese, vero?
“E’ pronto il tè” commento.
“Mi scuserà se non gliene offro una tazza…” dice lei sarcasticamente, ricomponendosi e prendendo delicatamente la teiera per il manico di legno.
“Porti i miei saluti a suo cognato” dico. Purtroppo è arrivato il momento di congedarmi.
“Non si presenti mai più d’improvviso come ha fatto questa sera, signor Doholov. Non è stato affatto piacevole” mi lancia l’ultima stilettata mentre rigira la bevanda nelle tazze e colpisce giusto al cuore.
E’ intraprendente, fin troppo per i miei gusti.
Disgustosa, piccola cagna, non lo sai che come ho ucciso tuo cugino potrei sbarazzarmi anche di te? Non ci vorrebbe molto, e saresti un cadavere fra le mie braccia. Prima ti staccherei quella bella lingua impertinente che non sai tenere a freno, e poi penserei al resto.
Sarebbe un autentico peccato porre fine all’attività vitale di un così bel corpo, ma credo che potrei sopravvivere al dolore.
Quindi, mia cara signora Malfoy, stai attenta a quello che fai ed a quello che dici, perché la mia devozione e la mia pazienza sono molto limitate, e questa sera tu mi hai sfidato.
Riconosco però di essermi divertito, e non lo dimenticherò.
Respiro a fondo un paio di volte, il mio respiro torna regolare.
“E’ stato un autentico piacere anche per me, signora” la saluto, mi inchino a metà, e prima che lei si sia voltata del tutto, con un’evidente espressione di fastidio, terrore e disgusto in volto, mi sono già smaterializzato completamente.

Walden

E’ la peggior serata della mia vita, credo. Ho passato un’ora a mangiucchiarmi la pelle attorno all’unghia dell’indice destro come una ragazzino nevrotico, cercando di reprimere gli sbadigli.
Non posso farci niente: non sono fatto per starmene seduto qui alla luce delle candele, con tutto questo fumo che brucia agli occhi, a pensare, ascoltare, a dire cose inutili, e soprattutto non riesco a starmene fermo, come se niente fosse, ad aspettare il diavolo solo sa cosa.
Mi prudono le mani, ed è troppo tempo che non faccio schioccare i polsi.
Avrei io una mezza idea su come risolvere questa questione dei Potter di cui sta parlando Piton…
“E lui, suo marito, l’hai visto?” chiede Lord Voldemort sprofondato nella sua poltrona tappezzata di stoffa nera. Sta in ombra. Di suo si scorge a stento una mano dalle dita lunghe e pallide, e di tanto in tanto il luccichio rossastro degli occhi.
“No, mio Signore” risponde Piton, che sta in ginocchio davanti a lui, la testa piegata tanto che il mento gli tocca il petto.
Io non mi inginocchierei mai così. Cazzo, è una posa da decapitazione, io lo so bene!
Attimo di silenzio. Qualcuno tossisce un po’ in imbarazzo. Mi gratto un orecchio.
Vedo le dita di Voldemort battere sul bracciolo della poltrona, sembra spazientito.
Lo sappiamo tutti che inizia ad avere dubbi su Piton e sul suo ruolo fra di noi.
Sì, inizio ad annoiarmi anche io, e non me ne importa di ammettere candidamente che desidererei essere in un qualsiasi altro posto in questo momento.
Sentiamo un piccolo scoppio e ci voltiamo tutti verso il fondo della sala.
Ah, questo si che è un bel colpo di scena! E’ quel figlio di puttana di Doholov che si presenta qui a quest’ora, come se fosse il capo indiscusso di tutti, uno che può permettersi di entrare in scena quando gli pare e piace, sicuro di raccogliere sempre un sacco di applausi…
“Antonin!” esclama Lord Voldemort e sembra rianimarsi. Allunga una mano sottile e stanca verso Doholov, come se stesse chiamando un cane particolarmente intelligente.
“Perdonatemi per il ritardo, mio Signore, ma sono stato trattenuto” si scusa lui mentre si getta ai piedi di Voldemort scansando Piton che silenziosamente ritorna nell’ombra, e bacia tre volte l’orlo della sua veste nera.
L’Oscuro Signore ride, una risata un po’ ferina, simile ad un sibilo. Insomma, non crede neanche lui a quello che dice Doholov (ormai non gli crede nessuno, è un gran pezzo di bugiardo oltre che un bastardo), ma, d’altra parte, sembra anche divertirsi.
“E cosa ti ha trattenuto?” domanda oziosamente Voldemort.
“Una donna, mio Signore” risponde Doholov ancora inginocchiato ai suoi piedi.
Devo riconoscerglielo, questa è bella. Fa effetto.
Nott si esibisce nella sua delicata risata da iena finchè qualcuno non gli da una gomitata nelle costole. Bellatrix Lestrange, seduta al mio fianco emette un verso simile ad un ringhio. Neanche lei ama Doholov, lo so. Come darle torto?
E’ così sfacciato, onnipresente, servile, dannatamente importante per Lord Voldemort che anche ora ride di gusto alla sua battuta, che è impossibile non detestarlo.
A volte mi chiedo chi comandi chi in questa farsa che stiamo portando avanti tirando con i denti, oramai.
Per un po’ la stanza è riempita dal suono delle risa del Nostro Signore che di colpo si bloccano lasciando posto ad una sorta di imbarazzato silenzio. Riprendo a mordicchiarmi il dito.
“Basta, basta così…” sbuffa Voldemort ed allontana Doholov con un gesto, insieme autoritario e gentile del ginocchio piegato.
Doholov scodinzola via, sempre servile e devoto e scompare nell’ombra.
Ancora silenzio.
Chissà quand’è che potrò alzare il culo da questa sedia ed andarmene a casa. Possibile che nessuno si renda conto che stiamo solo perdendo tempo? Stiamo sprecando giorni, ore, minuti preziosi perdendoci in cavillatici giochi intellettuali. E mentre noi sediamo in cerchio come al circolo degli scacchi magici, ci sono dei maledetti traditori lì fuori che cercano di metterci in pericolo.
Ho voglia di urlare, ma per impedirmelo mi mordo ancora più forte il dito.
“Rabastan” chiama ad un certo punto Lord Voldemort, proprio quando pensavo che fosse sprofondato in qualche contorto pensiero astratto, dimentico della nostra presenza “Come sta tuo fratello?”
L’ha già chiesto all’inizio della riunione, ma probabilmente vuole sentirselo ripetere.
“Crediamo che guarirà entro breve, mio Signore” risponde Rabastan Lestrange alzandosi in piedi e mimando un piccolo inchino.
“Lo spero. Noi tutti sappiamo quanto Rodolphus sia importante per la nostra causa”
Devo trattenermi dal ridere io, questa volta.
Sì, importante come lo era Regulus Black, quel piccolo ragazzino mezzo matto, vero? Quello che proprio il fido Doholov ha tolto di mezzo con tanto amore.
Noto che anche Bellatrix e Lucius hanno colto la spiacevole assonanza perché le spalle di entrambi subiscono un piccolo sussulto, le mascelle si irrigidiscono.
Diavolo, siamo ridotti allo stremo. Un branco di patetici, fottuti, assassini paranoici!
Restiamo in silenzio di nuovo ed io commisero me stesso ed il mio dito che brucia come l’inferno.
Qualcuno si alza, parla, non capisco neanche cosa stia dicendo, sto pensando a qualcos’altro, o forse semplicemente non sto pensando a niente, c’è un telo nero spiegato nella mia testa.
Viene consegnato un rotolo a Lord Voldemort, lui lo legge in fretta, poi fa cenno a Lucius ed a Rabastan di avvicinarsi.
Bellatrix rimane seduta al suo posto, di fianco a me e so perfettamente che è furiosa perché non è stato richiesto anche il suo parere.
Doholov sta seduto dietro di lei, le fissa i capelli come se vi avesse perso qualcosa nel mezzo, e sorride con quella sua bocca che sembra una ferita mal risanata.
Serata di merda.
Inizio a mangiucchiarmi un altro dito.

 
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