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§ Capitolo I

July 24 2005 at 11:35 PM
  (Login FidelityMalfoy)


Response to Vanità (HP)

 
Capitolo I - Al di là di Hogwarts




Il tempo può avere un parto difficile, ma non abortisce mai
(Robert de Lamennais)



Londra, Settembre 1976




Il sole stava morendo in quella tiepida giornata settembrina, mentre Sirius Black bighellonava per Hyde Park. Il rock passava lento, come portato dal vento, e gli scompigliava i capelli, entrandogli nelle orecchie, senza che potesse smettere di sentire, nella sua testa, quel ritornello.

Il ritmo dei bonghi, in lontananza, sembrava modellarsi su quello racchiuso nel suo cervello. Una coppia discuteva poco più in là: lei sembrava davvero arrabbiata, mentre lui, gli occhi bassi, non aveva intenzione di replicare.
Forse un tradimento. Dei ragazzi cantavano a squarciagola una canzone, stonando, accoccolati su plaids rossi. Alcuni bambini avevano improvvisato una partita di rugby proprio davanti alla Serpentine. Sirius inspirò, come se quell’aria entrandogli nei polmoni potesse liberarlo da tutte le sue preoccupazioni, da tutte le ore in cui non era riuscito a dormire, come se la serenità di quel luogo potesse pervaderlo. Sapeva che non era così, che tutto quello che vedeva intorno a sè era un’illusione. Che sarebbe dovuto tornare a casa ed allora sarebbe stato solo, nuovamente.

Gli piaceva quel mondo. Gli sembrava perfetto, idilliaco, nella sua ignoranza di ciò che accadeva ad appena pochi metri da lì. Non che le armi dei muggles fossero meno violente o devastanti di quelle di cui disponeva Voldemort, se ne rendeva perfettamente conto. Eppure il conflitto di cui si preoccupava quella gente era lontano, era carta stampata, un’ignobile intrusione nei giornali del mattino. Non era la vita, quella. Non per i londinesi che si aggiravano per Hyde Park.

Ogni tanto pensava che gli sarebbe piaciuto far parte di quel mondo, avrebbe avuto una famiglia diversa, avrebbe avuto una casa nella quale tornare e non un appartamento malconcio in cui viveva con il demone della paura. Avrebbe pensato alle ragazze, ai concerti, avrebbe lottato per degli ideali, come loro. Ma i suoi non erano più ideali, ormai, era sopravvivenza. L’aveva sentito nettamente quel cambiamento: non appena aveva smesso di frequentare Hogwarts aveva avvertito chiaramente di essere passato dalle parole ai fatti, dal sonnacchioso mondo delle idee, seppur brucianti e violente, al mondo reale. Era come se prima il fuoco fosse stato dentro di lui, mentre ora ardeva tutt’attorno a lui e l’individuo, in qualche modo, doveva lottare per non bruciarsi, per rimanere vivo.

Ne erano cambiate di cose da allora. I suoi amici non erano più gli stessi. James s’era sposato, Remus s’era rassegnato, Peter era sfuggente.
Persino i suoi nemici stavano cambiando. Suo fratello si era diplomato, Narcissa era convolata a giuste quanto auspicate nozze con l’erede dei Malfoy e l’indomani anche Bellatrix avrebbe fatto il grande passo. Già, Bellatrix. C’era sempre stato qualcosa di malato in sua cugina, qualcosa che non poteva fare a meno di trascinarti in un vortice febbrile, lucidamente delirante. Lui aveva resistito finchè c’era riuscito. Poi, sotto lo sguardo feroce di lei, era capitolato. L’aveva amata. In un modo perverso, compiacendosi del proprio sangue che scorreva nelle vene di lei. La detestava, ma non poteva fare a meno di sentire quella pelle scivolare come seta tra le sue dita. Odiava Rodulphus, anche se sapeva che non era stato lui a portargliela via, che era lei a non volerlo. Era lei a non amarlo. Nè lui sarebbe stato in grado di amarla.

Avrebbe potuto ripetere con esattezza tutte le parole, descrivere ogni sguardo, ogni gesto, della loro ultima conversazione.
La classe era quasi buia, il sole era appena tramontato e le candele non erano ancora state accese. Entrando, aveva sentito il profumo di lei ancor prima di vederla. Se ne stava seduta sulla cattedra, le gambe accavallate, il volto appena piegato da un lato, i capelli scuri che ricadevano in ciocche ordinate sulle spalle. Sapeva che quello sarebbe stato l’ultimo incontro furtivo. Lo leggeva nello sguardo di lei, nel movimento ritmico ed impaziente delle sue dita sul legno.

“Sei ancora in tempo” gli aveva detto.

In tempo per cosa? Per averla o per unirsi a Voldemort?

Sirius aveva scosso la testa, risoluto. Non avrebbe tradito i Marauders.
Nemmeno per lei. Doveva essere Bellatrix ad arrendersi.

“Anche tu” le aveva detto.

Ma sapeva che non avrebbe ceduto, non per lui, non per Rodulphus, nè per nessun altro.




Bellatrix Black guardava la sua immagine riflessa nel grande specchio in ferro battuto e se ne compiaceva. Non era mai stata vanitosa, non era mai andata, come sua sorella, in visibilio per un paio di scarpe o un cappello. Ma il suo corpo era bello e lei lo sapeva. Sapeva che era un’arma di potere e sapeva come usarlo per i propri scopi.

A pensarci bene, sposarsi non era mai stato uno dei suoi scopi.
Credeva che solo Narcissa avrebbe indossato il vestito bianco, forse aveva creduto l’avrebbe fatto Andromeda , ma ora Andromeda era morta e qualunque cosa si fosse pensata a suo riguardo aveva cessato di avere importanza. Eppure eccolo lì il suo corpo snello dalle linee essenziali, le sue gambe lunghe, avvolti in quell’abito d’organza color avorio. E l’indomani, la marcia di Wagner sarebbe stata suonata per lei e suo padre l’avrebbe consegnata nelle mani di Rodulphus.

Lui l’aveva travolta, come un vortice, dapprima lentamente, in sordina, per poi risucchiarla, totalmente. E trascinarla all’altare.

Non si sarebbe dovuta sposare, avrebbero potuto vivere semplicemente insieme. Non avrebbe dovuto indossare un vestito bianco, non ne aveva il diritto, non di fronte a Dio.

Ma Bellatrix non credeva nè in Dio nè tantomeno nei suoi ministri, dunque poco le importava di come e su quali basi la loro unione venisse sancita di fronte ad un altare. D’altronde, far parte di un ceto come il proprio le imponeva di seguire una certa etichetta e non avrebbe potuto, nè voluto, esimersi dagli obblighi della sua razza.

“Devi proprio andartene?” Lestrange, coperto solo da un lenzuolo, fumava una sigaretta mollemente abbandonato sui guanciali.

La ragazza gli si era avvicinata, sedendosi sul bordo de letto e facendogli segno di riallacciarle la veste, uno di quegli abiti estivi abbottonati sulla schiena, tremendamente scomodi quando hai fretta di rivestirti.

“Devo tornare a casa, è tardi”.

Lui si era infilato la sigaretta tra le labbra, ammiccando perchè il fumo non gli entrasse negli occhi, e le aveva allacciato il vestito. La finestra era aperta e le tende danzavano, agitate dal vento di quella primavera che stava volgendo al termine. Faceva caldo. Rodulphus aveva tirato un’ampia boccata di fumo, aveva chiuso gli occhi, poi li aveva riaperti, posandole una mano sull’avambraccio per costringerla a girarsi.

“Dovrai sposarmi, Bellatrix” mal sopportava l’idea di non poter disporre di lei in ogni momento.

“Già” aveva detto lei, semplicemente. Lui l’aveva baciata. In fondo, si amavano molto più di quanto non fossero ancora in grado di capire.




Remus Lupin guardò l’orologio. Si sporse sulla banchina: il treno era in ritardo. Camminava avanti e indietro, gli occhi chiari fissi sull’asfalto, i capelli in disordine. Il suo abbigliamento era quello di sempre, piuttosto trasandato, incurante com’era dell’impressione che dava al mondo esterno. Come se poi l’apparenza avesse minimamente a che fare con l’essenza. Quello per lui era un dato di fatto, invariabile, da sempre. Da quando era diventato un lupo mannaro, probabilmente. La sua doppia essenza. Isabella l’avrebbe sgridato per una riflessione del genere, come se lui, trovandosi diviso tra due essenze differenti, potesse trovare anche il tempo per curarsi dell’apparenza. Sorrise: era una di quelle risposte che avrebbe sicuramente dato ai tempi della scuola, ad Hogwarts. Del resto, Isabella rappresentava ancora Hogwarts per lui.

Un uomo leggeva il giornale al contrario: era evidente che non lo trovava per nulla interessante. Una bambina che doveva aver poco più di due anni gli sorrise e lui la salutò con la mano, sicché lei si strinse al corpo della madre, guardandolo di sottecchi con espressione divertita. Avrebbe giurato che un minuto prima gli occhi di lei fossero grigi, ma si accorgeva ora che erano di un verde acceso. La madre la prese in braccio e Remus ebbe la netta sensazione di conoscerla. Ci mise una manciata di secondi a capire.
“Andromeda” ma era troppo tardi: si stava facendo largo tra la folla, sempre più lontano da lui.

Il fischio del treno lo costrinse a girarsi e la perse di vista. Cercò di far capolino tra le teste che si succedevano in fretta davanti a lui, senza lasciargli visuale alcuna delle porte del treno. Scosse la testa e si appoggiò ad un pilastro, le mani affondate nelle tasche della giacca in velluto a coste marrone.

Poi, la vide ed in qualche modo gli parve uno spettacolo: lo spettacolo del tempo che gli concedeva di tornare indietro, per un attimo, ai suoi 17 anni.
La ragazza trascinava una valigia in pelle dall’aspetto pesante, leggermente consunta ai lati, le cui deformazioni lasciavano intuire come Isabella, secondo le proprie consuetudini, non avesse risparmiato di portarsi dietro quante più paia di scarpe possibile. Aveva lunghi capelli ramati che scendevano ben oltre le spalle, leggermente mossi sulle punte. La pelle delle braccia, innaturalmente candida, era lasciata nuda da una maglietta verde a maniche corte e i jeans a vita bassa, che la fasciavano come una seconda pelle, lasciavano ben poco all’immaginazione. Vide Remus e alzò la mano per salutarlo, lasciando cadere la valigia che, inesorabilmente, si rovesciò, aprendosi e facendo rotolare fuori qualche indumento. La ragazza corrugò la fronte, mormorando qualcosa di decisamente poco carino in tedesco. Remus si mosse velocemente verso di lei, appena in tempo per dissuaderla dal tirare fuori la bacchetta ed evitarle di infrangere tutte le regole riguardanti la restrizione sull’uso della magia.

La ragazza, come lui le si avvicinò, si alzò sulle punte dei piedi per abbracciarlo, dimentica per un secondo del proprio capitale di vestiti sparpagliati qua e là per King’s Cross. Poi si girò verso la valigia con aria affranta.

“Sono il solito disastro” miagolò, rialzando gli occhi su Remus, senza riuscire a non sorridere.



Hogwarts, 1974


I MAGO sembravano essere stati, per James e Sirius, anche meno impegnativi del semplice bere un bicchiere di succo di zucca. Ed ora erano fuori, sul prato, ridendo ed alzando la voce più di quanto non fosse necessario, strafacendo, come al solito. Lily, in piedi di fronte a loro, guardava James e sembrava divertita, per quanto avrebbe preferito che avessero fatto meno chiasso. Quando Remus li aveva raggiunti, lei aveva sorriso e gli si era avvicinata per chiedere com’era andata.

“Bene” aveva risposto lui. Oltre ogni previsione, sul serio.

C’era sempre stata una certa affinità tra di loro e Remus non aveva mai potuto fare a meno di percepirla, anche se l’aveva negato, tanto a lei quanto a se stesso, per anni. La pacatezza li caratterizzava entrambi, così come la sottile ironia, la malinconia innata dei loro sguardi. Era una simpatia reciproca nel senso greco del termine. Si capivano, senza troppe parole, in maniera profonda, simbiotica sotto certi aspetti. Molto più di quanto riuscissero a comprendere James, sebbene lo ammirassero, sebbene lui li affascinasse. Poi, c’era Peter. Il suo sorrisetto appena abbozzato aveva lasciato intendere quanto le cose, a lui, non fossero andate così lisce. Non che non fosse bravo a scuola, faceva solo più fatica e mal sopportava il fatto che i suoi amici sembravano ottenere il massimo con il minimo sforzo. Remus gli posò una mano sulla spalla ed il ragazzo sospirò.

“Fatta anche questa” disse, accasciandosi sull’erba. Forse lui comprendeva che l’essersi tolti la preoccupazione degli esami, per quanto fosse motivo di sollievo, significava anche la fine della scuola e con essa, la fine di un periodo importante della loro vita. Del più bel periodo della loro vita, ma questo, ancora, non potevano saperlo. Ed infine era arrivata Isabella, insieme ad una ragazzina che sembrava particolarmente interessata a Sirius. “Il mio anti-stress pre-esame” la chiamava lui, ma in realtà Remus sapeva che era l’ultimo tentativo dell’amico di dimenticare, o non pensare, o forse, in un modo quasi teneramente quanto stupidamente infantile, far ingelosire Bellatrix.

Isabella gli si era avvicinata, e lui le aveva cinto la vita con un braccio.
“Non mi piace l’idea che tu te ne vada” gli aveva sussurrato, con quella leggera inflessione germanica, inconfondibile, che aveva la voce di lei quando si arrochiva, quando parlava piano e non voleva che gli altri la udissero. No, nemmeno a lui piaceva l’idea di andarsene. Non gli piaceva affatto l’idea di affrontare il mondo, di essere solo nelle notti di luna piena, senza nessuna Stamberga in cui rifugiarsi, senza nessun Dumbledore pronto a proteggerlo. E poi non gli piaceva sapere che Isabella non sarebbe andata via con lui, ma sarebbe tornata a casa sua, in Baviera, per l’estate e poi avrebbe fatto di nuovo ritorno ad Hogwarts, per il sesto anno.
Si era chinato su di lei e l’aveva baciata, prima che lei capisse quanto tutto questo lo rattristasse. Non era mai stato capace di vivere i sentimenti a metà, c’era sempre stata coerenza nel suo sentire, per quanto nulla in lui apparisse mai violento, o solo esagerato. Niente dichiarazioni struggenti, niente grandi gesti, niente mosse teatrali. Per lui era tutto troppo delicato per poter essere urlato al mondo. Proteggeva quello in cui credeva, senza rimorsi, senza incertezze.

Poche ore dopo, in una stanza del Leaky Cauldron, al confine tra mondo magico e babbano, mente Remus accarezzava i capelli di lei e si sforzava di sembrare allegro, mentre lei progettava tutte le occasioni in cui sarebbero riusciti a vedersi, a stare ancora insieme, aveva inteso nettamente come tutto questo gli facesse paura. Avrebbe abbassato la testa, certo, e sarebbe andato avanti, sebbene capisse che, anche se quella non sarebbe stata l’ultima volta che facevano l’amore, certamente loro non sarebbero mai più stati gli stessi, e lei non avrebbe più avuto quindici anni.


 
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  • Capitolo II - Fides on Nov 13, 2005, 12:15 AM
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