Passarono tre giorni, e di Hermione nessuna traccia. Tutti l’avevano cercata in tutti i luoghi possibili, ma secondo Harry era talmente sconvolta che lei stessa non aveva la minima idea di dove stesse andando. Potevano solo aspettare…
Harry era ormai al limite della sopportazione. Non poter aiutare Hermione in quel frangente, non esserle vicino, lo stava uccidendo.
E il tempo era sempre più brutto. Pregava che dovunque fosse, Hermione non fosse rimasta all’addiaccio per tre notti di fila. Ormai meccanicamente guardò fuori dalla finestra. Lo faceva, aveva notato, ogni dieci minuti, neanche sperasse sul serio di vederla arrivare.
Basta, aveva passato il limite. Harry si infilò il mantello e uscì di casa. Aveva promesso di restare lì, ma questo di sicuro non gli avrebbe impedito di fare un giro di perlustrazione nei dintorni.
Fu per caso che a terra notò un ciondolo con un opale. Chinandosi per osservarlo, lo riconobbe come il ciondolo che Hermione aveva regalato alla madre anni prima. Glielo aveva mostrato durante una delle loro conversazioni al focolare, ed era così felice di aver trovato quel gioiello, sicurissima che la madre l’avrebbe adorato…
Si rialzò velocemente in piedi, e iniziò a scandagliare con lo sguardo i dintorni del giardino. Fu dopo qualche minuto di ricerca che vide un braccio inerte spuntare da dietro un cespuglio. Correndo in quella direzione, Harry trovò Hermione, seduta a terra contro il tronco e quasi semisvenuta. Accorgendosi lentamente di essere osservata, Hermione voltò gli occhi verdi su Harry, fissandolo con espressione vacua.
“Harry…”
Harry la prese in braccio e correndo la portò in casa. Hermione stava tremando come una foglia, e aveva la febbre altissima. Trovandosi faccia a faccia con l’elfo Perseus, gli disse di avvisare immediatamente Madeline e Ginny, e salendo le scale quattro gradini per volta portò l’amica in una delle stanze libere, levandole gli abiti fradici e mettendola sotto le coperte. Fu solo dopo essersi accertato che stesse bene, che si fermò finalmente ad osservarla.
Era incredibile osservarla, e pensare che fosse la stessa persona di prima, perché quasi non si sarebbe detto. I suoi occhi poi erano una fedele rappresentazione degli occhi del traditore Evan Rosier. I primi tempi, in accademia, avevano spesso punzecchiato anche lui dicendo che anche i suoi occhi erano dello stessa identica sfumatura di verde del ritratto che campeggiava in un’ala in disuso della scuola. Sapeva così poco della sua famiglia, che per un periodo, a fasi alterne, ci aveva quasi creduto. Ma non era reale, erano solo fantasie. Per Hermione invece era vero l’opposto, povera amica sua. Lei, così leale e dalla parte di Silente, figlia di quei due traditori dei Rosier. Per i suoi amici non sarebbe cambiato niente, loro sapevano chi era dentro di sé… ma gli altri? Come l’avrebbero giudicata da quel giorno in avanti, riconoscendola come membro di quella famiglia, e come figlia di un Mangiamorte riconosciuto e ucciso?
Ginny arrivò di corsa poco dopo, insieme a Madeline, trascinandosi appresso un Guaritore del San Mungo che subito si mise all’opera cacciando tutti fuori dalla stanza.
“Come sta?”
“Male” disse Harry senza staccare gli occhi dalla porta. “Ha la febbre, ed era fradicia… e continuava a fare discorsi incoerenti quando riprendeva conoscenza…”
“Giuro” sibilò Maddy “se non si riprende quei bastardi dei Granger me la pagano… e poi certa gente si stupisce che alcuni maghi odiano i Babbani. Non ne hanno motivo?”
“Maddy, dai, non iniziare” tentò di calmarla Harry. Maddy però era ancora agitata, per l’amica e per quello che era successo, e non voleva saperne. Alla fine optò per una scappata a casa, per prendere anche alcune cose di cui Hermione poteva avere bisogno.
Appena uscito, il guaritore si trovò di fronte Ginny e Harry, e spiegò loro la situazione, ovvero che Hermione aveva la polmonite.
“Probabilmente era già malata prima, e l’aver vagato sotto questa pioggia torrenziale per giorni ha aggravato la situazione. Ma quello che mi preoccupa maggiormente è il suo stato psichico. Come la tirocinante Weasley mi ha accennato prima, la signorina Granger ha subito un forte shock emotivo a causa della famiglia… ed è tuttora sconvolta. Potrebbe cadere in depressione, quindi statele vicino, evitate che si chiuda in sé stessa. Guaritrice tirocinante Weasley, mi raccomando, se nota qualcosa di insolito mi avverta subito.”
“Certo, Guaritore Sheldon.”
L’uomo rispose con un cenno del capo, e salutato anche Harry se ne andò anche lui.
Dimostrarle affetto e comprensione. Harry chiamò a raccolta tutti gli amici, spiegando la situazione, e di comune accordo si decise che a turno, durante la malattia e la convalescenza, sarebbero stati con lei. Con un forte shock da parte di tutti, fece la sua comparsa un giorno con Madeline perfino sua Eccellenza Victoria Wellington, giudice giovane dell’Alta Corte.
Con Maddy e Victoria Hermione riusciva a parlare. Erano le uniche a non assillarla con domande idiote, a non trattarla da malata. E se doveva scegliere tra loro e Calì e Lavanda, non aveva dubbi.
Però, dopo un po’ di giorni in cui la sua stanza batteva, per visitatori, il santuario di Lourdes, anche le due ragazze iniziarono a risultare moleste. Victoria, che lo aveva capito, si tolse elegantemente di torno prima che le venisse chiesto, gentilmente o no.
Non credeva realmente di essere d’aiuto, ma non avrebbe augurato a nessuno un’onta del genere sull’albero genealogico. Onta, tra l’altro, di cui Harry non aveva parlato. Ma c’era sempre un’amica di una conoscente di un’altra amica informata dei fatti, il passaparola… e il pettegolezzo che si era formato era giunto perfino alle sue orecchie. E lei non si circondava di persone che amavano i pettegolezzi.
Stessa storia era successa per Liberty. Se non fosse stata il membro rispettabile e in vista del Ministero che era, un tale scandalo avrebbe potuto seppellire lei, e anche Charity.
Scusandosi, se ne andò diretta al suo studio. Doveva riprendere le ricerche di Liberty.
Da quella sera all’Infierno, non l’aveva più rivista. Dall’inizio delle sue ricerche, aveva scoperto cose della sorella che non avrebbe mai voluto sapere.
Ad esempio che era una prostituta, anche se d’alto bordo. E che con tutta probabilità il figlio che aspettava, oltre che un incidente, era figlio di uno dei suoi innumerevoli clienti.
Appena scoperta la verità, Charity aveva inveito per ore contro quella creatura ingrata e degenerata, maledicendo il suo nome e incapacitandosi di come fosse realmente imparentata con lei e figlia dell’adorato nipote Ermes. Era una frecciata neanche troppo velata rivolta a sua madre Lauren, e Victoria aveva cercato di trattenersi e di non mostrarsi troppo stizzita. Del bambino di Liberty non aveva parlato. Prima doveva trovare quella disgraziata, che si era ridotta, da quanto sapeva, a vivere per strada come una barbona babbana nei dintorni di Londra. E poi menzionare l’esistenza di quella creatura le faceva più male di quanto potesse immaginare.
***
Entrando nel salone, Rodolphus vide subito una figura di donna seduta preso una finestra. Anche se sulla soglia della sessantina, Sarah Lestrange era ancora bellissima. Aveva mantenuto il nero perfetto dei suoi capelli e l'incarnato di porcellana. Lo sguardo era posato sul libro che stava leggendo, ma sapeva che se lo avesse alzato avrebbe visto due occhi scuri uguali ai suoi, eredità paterna.
“Perdona il mio ritardo.”
Sarah alzò il capo. Vedendo chi c’era sulla soglia si alzò in piedi, radiosa di gioia nel rivedere Rodolphus, e muovendosi svelta verso di lui lo abbracciò stretto.
“Quanto ho atteso questo momento. Finalmente sei tornato da me.”
Rodolphus si sciolse un poco dall'abbraccio per guardare la donna, e ricambiare il sorriso. Erano soli in casa, poteva anche smettere la recita assurda che mantenevano di fronte al mondo. Rodolphus sorrise ancora, felice.
“Non me ne andrò stavolta. Te lo giuro… madre.”
***
A differenza di Victoria però, Madeline era abituata a ignorare quel che Hermione diceva, faceva e voleva, se riteneva che la ragazza avesse torto marcio, o anche se non ce l’aveva. Da parecchio.
“Quindi, bella mia” disse mentre le sprimacciava i cuscini “Te lo sogni. Ti sorbirai la sottoscritta fino all’inferno, anzi, mi sono già fatta prenotare una villa di venti camere, otto bagni, sauna, idromassaggio, palestra e personal trainer svedese. Lui però con te non lo divido! E appurato quest’ultima cosa fondamentale, vuoi che ti porti qualcosa sottobanco e fuori dal radar della Guaritrice Ginevra ‘Bacchettona’ Weasley? Dolci, caffé, riviste vietate, qualcos’altro…”
O qualcun altro, si corresse mentalmente. La relazione con Draco era ancora agli inizi, ed era un segreto che Madeline non si sentiva di spiattellare a quella banda di Grifondoro. A malapena tolleravano lei e avevano tollerato Victoria solo perché era importante. Ma, forse, Hermione…
“No. E non dire niente a Draco.”
“Non l’ho nominato.”
“E io sono la McGranitt. Non sto abbastanza bene per affrontarlo… non ancora…”
“Tesoro, non sa niente. Non sa neanche dove sei… e comunque non l’ho ancora rivisto.”
“Tieni. Quella. Boccaccia. Chiusa” sibilò Hermione, gli occhi chiusi, la testa abbandonata contro i cuscini. Era incredibile quanto si sentisse debole, ma la febbre non le dava tregua, anche se ora era più bassa di quella che aveva in principio. Di quei tre giorni aveva ricordi molto nebulosi, non ricordava niente di quel che aveva fatto o detto, o di dove era andata. Amnesia da shock. Magari l’avesse anche di quello che l’aveva provocata.
Dopo Madeline, il record delle visite era quella dei padroni di casa, Harry e Ginny, ma Hermione li liquidava il più delle volte dicendo che era stanca. Dovette passare un mese prima che tutti più il medico, dopo un consulto, decidessero che poteva alzarsi dal letto. E altre due settimane prima di dichiararla in via di guarigione. Per quel tempo, Hermione aveva sostituito la depressione con la stizza. Non ne poteva più!
Indipendente com’era, scalpitava per la sua libertà. Al tempo stesso però, ne aveva quasi paura. Ora che non aveva più le sue radici, ed era da sola, con il peso di tutto quanto aveva scoperto.
Ora che non c’era più una casa a cui tornare.
Se poi Hermione riuscì a dare una scossa alla situazione stagnante dei suoi pensieri, fu solo merito dell’unico visitatore inaspettato e inannunciato che venne da lei.
Draco, di ritorno dalla missione, era passato da lei e non trovandola aveva chiesto a Maddy e Victoria, non ricavandone niente. Sondò il terreno anche con gli altri… e a quel punto, comparando le versioni e vedendo che non collimavano, decise che qualcuno mentiva. E tornò alla ricerca di Maddy.
“Dobbiamo parlare.”
Madeline per poco non sputò il caffé che aveva appena comprato. E pregò che il suolo la inghiottisse all’istante.
“Ciao, Draco, come stai?”
“Piantala. Dov’è Hermione?”
“Te l’ho detto, non lo so!”
“Lo sai di sicuro, e sai come lo so? Perché puntuale come un orologio ogni giorno sparisci per ore, e nessuno sa dove vai.”
“Sono l’amante di Silente, e quello è l’unico momento libero che ha. Non diresti che è quasi centenario, da come mi sbatte sulla sua scrivania.”
“Ed è una storia che dura già da un mese e mezzo? Oh, mio Dio, sei diventata monogama! Presto i sali, mi sento svenire…”
“Stupido idiota.”
“Ecco, grazie di avermelo ricordato. Non la vedo dal giorno del suo compleanno, e mi sono comportato da idiota, e… senti, non mi vuole proprio vedere?”
Madeline ci pensò per un attimo. Sorrise.
“Le dirai che sei un’idiota?”
“Se prometto di farlo e poi non lo faccio ho il vago sospetto che me la farai pagare.”
“Quant’è vero Iddio.”
“D’accordo, meglio non rischiare. Dov’è?”
Madeline tirò fuori dalla borsa il rossetto, e tenendo fermo l’avambraccio di Draco scrisse l’indirizzo della casa di Harry e il nome del villaggio del Devon dove si trovava.
“Vedi di non farla agitare, o giuro che te le suono. È ancora debole per la polmonite, e poi…”
“E poi cosa?”
“E poi niente, accidenti a me e alla lingua lunga che mi ritrovo” disse Maddy, passandosi il rossetto sulle labbra e poi rimettendolo a posto.
“Madeline…”
“Se vuole te lo dirà lei. E ora vattene, su, coraggio!”
Decidendo che litigare con Maddy non era esattamente la cosa di cui più aveva voglia al momento, Draco andò via guardandosi il braccio e Smaterializzandosi nel primo angolo appartato che riuscì a trovare.
Arrivato alla residenza del suo eterno rivale, si dedicò ad un accurato esame del giardino e della casa, seguita da comparazione con tutte le varie proprietà e castelli della sua famiglia.
Conclusione: si difendeva bene. Era perfino antica. Ma non abbastanza per reggere il confronto. E gli elfi poi in casa sua non avrebbero retto due secondi.
Introdotto in soggiorno, notò che Hermione era semidistesa sul divano, con un libro in grembo, e che stava leggendo. Rimase a bocca aperta quando registrò il suo mutamento d’aspetto. Non aveva sbagliato, allora, c’erano realmente dei cambiamenti in atto… e ora era bella da togliere il fiato.
Accorgendosi di essere fissata, senza levare gli occhi dal libro disse a ‘Madeline’ che non doveva temere si suicidasse, e che poteva smettere di venire a trovarla due volte al giorno.
“Non sapevo avessi manie suicide.”
Gli occhi verdi di Hermione saettarono subito verso chi aveva parlato.
“Draco?”
“Sei sempre difficile da trovare, Granger.”
“Fa parte del mio charme.”
“Indubbiamente. Sai, mi avevano detto che alle donne in vista dei compleanni piace rifarsi da capo a piedi, ma non ti pare di esagerare?”
Hermione gli scoccò un’occhiataccia, e Draco si avvicinò fino a sedersi accanto a lei.
“Dimmi che ti è successo, a partire dal perché hai la polmonite. O potrei decidere che è più divertente scagliare un Imperio a Maddy…”
“Ti prego, vorrei proprio vederlo! Ad ogni modo, inizia prima della polmonite. Quella è un effetto conseguente.”
“E come…?”
“È una storia lunga.”
“Dammi la versione breve.”
“Breve… La mia famiglia mi ha buttato fuori, dicendomi che sono una bastarda mai voluta. E mi hanno bruciato tutto. Ah, non sono la mia vera famiglia, comunque, quella vera è morta più o meno quando sono nata… erano i Rosier, Evan e Annabeth.”
Draco rimase a bocca aperta nel sentire quelle rivelazioni. Negli occhi c’era quell’espressione che tutti avevano appena la sentivano menzionare i nomi dei genitori biologici.
Già la odiava.
“Non mi guardare così. Non voglio la pietà di nessuno!”
“Non ne avrai da me. Sono solo un attimo sorpreso, tutto qui… Annabeth era la mia madrina, oltre che la migliore amica di mia madre. E Evan, beh… diciamo che era un collega di mio padre. Frequentavano molto la nostra casa, e i miei la loro. Le nostre famiglie erano legate.”
“Traditori, ecco cosa sono.”
“Hanno mandato al diavolo le tue certezze, eh? E scommetto che stare in questa tana di leoni e grifoni coraggiosi non ti aiuta. Loro non lo sanno cosa vuol dire appartenere ad una famiglia antica e nobile, con tutti gli obblighi che comporta avere un blasone, oppure cosa vuol dire avere un genitore con un teschio sul braccio, o sapere già da bambino che il mondo non è come tutti se lo immaginano a quell’età, anche se si fa finta di non saperlo. Noi sì però, vero Hermione? È per questo che ci siamo trovati, in primo luogo. Solo che ignoravamo le reali implicazioni…”
“Di cosa?”
“Di tutto quanto. Ah, quasi dimenticavo. Sono un idiota.”
Hermione, perplessa, alzò un sopracciglio.
“Non che già non lo pensi, Draco, ma come mai un’ammissione tanto spontanea?”
“Niente che tu voglia sentire.”
“Sì, Madeline le sa suonare di santa ragione, lo so bene anch’io.”
“L’ho sentito dire. Vuoi che torni?”
Hermione, sollevata come non si sentiva da giorni, rispose di sì subito. In quel momento, disse, era da sola, una cosa più unica che rara. Draco si mostrò soddisfatto, e prima di andarsene le mise al collo il suo regalo di compleanno.
“Estremo tentativo di farti perdonare?”
“Se funziona, sì.”
“Draco, te lo ricordi che sono ancora convalescente per una polmonite che poteva uccidermi?”
“Per quanto mi piacciano i nostri incontri movimentati, credo che potrei anche accontentarmi e fare io tutto il lavoro… ma cercherò di resistere.”
“Grazie.”
“Ma tu sbrigati” sussurrò, dandole un bacio sulla fronte per poi andarsene.
Di nuovo sola, ma un po’ più felice, Hermione decise di tornare nella sua stanza, giocherellando con la splendida collana che Draco le aveva appena regolato.
Era appena salita al piano di sopra, quando aveva sentito rumore di passi. Conoscendo la tabella dei sorveglianti, toccava a Calì Patil e Justin come-si-chiamava di Tassorosso.
“Ma l’avresti mai detto? Hermione, una Rosier…”
Hermione, sentendo Justin parlare di lei, si fermò e si sedette in cima alle scale. La conversazione prometteva di essere interessante.
“Beh, ammettilo” continuò Calì “è sempre stata un po’ strana. E poi arrogante, come se solo lei a Hogwarts avesse tutte le risposte. Mi hanno detto che Evan era esattamente così. E poi le amicizie… Tutti gli amici di Rosier sono stati accusati almeno una volta di essere Mangiamorte. Alcuni anche condannati e uccisi.”
“Io mi sarei ammazzato piuttosto che vivere con questa macchia. Nessuno vorrà avere più a che fare con lei appena si saprà… ma Hermione dov’è?”
“Seduta qui in cima alle scale che vi ascolta, brutti ipocriti” disse gelidamente Hermione, alzandosi e scendendo lentamente le scale. I due si pietrificarono nel vederla.
“H-Hermione, cara… non ti avevamo vista…”
“Questo era ovvio, Calì. Ma non vi trattengo. Non sia mai che il mio lato oscuro riemerga in questo istante e vi uccida… quell’assassino traditore di mio padre potrebbe avermelo trasmesso con il suo aspetto.”
“Hermione, non volevamo… noi…”
“FUORI, MALEDETTI! FUORI!”
Calì e Justin non se lo fecero ripetere. Hermione furente, stringeva fortissimo il corrimano delle scale, e continuò a farlo per un po’ dopo che i due se ne furono andati. Era stata ad un passo dal lanciare una maledizione senza perdono su quei due. Le era mancato davvero pochissimo. E non avrebbe avuto sensi di colpa in seguito.
D’un tratto realizzò che quello non era il suo posto. Realizzò anche che non tutta la famiglia era morta, e che l’ultimo parente ancora in vita era a Hogwarts, e si chiamava Severus Piton.
Non era ancora perfettamente guarita, ma si sentiva abbastanza forte per viaggiare, a patto di prendere le medicine per la febbre e quella pozione tranquillante che le aveva dato il guaritore e che lei non aveva mai toccato. Ma ne avrebbe avuto bisogno solo in seguito, perché non voleva scontare niente della sua ira a Silente. Non avrebbe dovuto giocare con la sua vita, e se ne sarebbe pentito amaramente.
Oh, se l’avrebbe fatto.
Decise che poteva partire il giorno dopo. Sarebbe stato sufficiente per fare un bagaglio leggero, riposarsi, e prepararsi ad un incontro che sarebbe stato più una battaglia.
Sì, il giorno dopo.
31 Ottobre, festa di Halloween.
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