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IV

September 4 2005 at 12:56 AM
  (Login Silea)


Response to L'ultimo giorno. Parte Prima: Sangue

 




Da qualche parte negli Stati Uniti. Domenica 2.




-William il sanguinario o come preferisci negli ultimi anni solamente Spike.
Le catene erano pesanti e ben fissate. Il vampiro non aveva alcuna possibilità di spezzarle, soprattutto ora. Stava sdraiato a terra, cercando di recuperare le forze e di capire cosa gli fosse successo. Malditesta, torpore diffuso, sapore amaro in bocca, senso di nausea. Non erano i postumi di una sbornia, i sintomi somigliavano inquietantemente a quelli che aveva avuto quando il suo organismo cercava di assorbire i rimasugli di anestetico che quei soldatini gli avevano iniettato.
La luce che arrivava dalla porta gli feriva gli occhi, costringendolo a tenerli socchiusi. Non riusciva a capire se fosse giorno o notte.
Ringhiò verso l’uomo cercando di liberarsi di almeno un po’ della frustrazione che provava, la risposta che ebbe lo fece solo arrabbiare di più.
-Pessimo carattere. Si, le cronache riportano anche questo.
Spike non disse niente, preferendo chiudersi in un testardo silenzio. Che andasse pure al diavolo il diligente scolaretto.
-Sono qui per proporti un affare.
Niente. Sopprimendo perfettamente un sospiro di irritazione l’uomo continuò.
-Ti posso far togliere quel chip dalla testa in cambio di una paio di favori. Oppure mi saresti inutile. –Le implicazioni lasciate in sospeso erano chiare.
Alla menzione del chip Spike si era improvvisamente interessato. Cercò di mettere meglio a fuoco la persona che gli stava davanti, la sua vista non era granché al momento ed il malditesta che voleva spaccargli a metà il cranio non lo aiutava a concentrarsi. Probabilmente era un uomo non troppo alto, piuttosto tarchiato. I capelli erano chiari, forse grigi.
-Di che si tratta?
La voce era rauca a causa della gola secca. Cosa avrebbe dato per una sorsata di sangue umano ancora pulsante in quel momento.
-Qualche essere umano da uccidere. Una cacciatrice da eliminare… so che sei un esperto nel settore.
Lo disse con totale noncuranza. Il vampiro aveva sentito persone recitare la lista della spesa più emotivamente di quanto quest’uomo condannava a morte. Sorrise felice fra sé. Finalmente non era più circondato da gente che si scandalizzava se davi un pugno. Era una sensazione decisamente rinfrescante.
-L’unico esperto. –Precisò Spike mentre si passava la lingua sulle labbra screpolate, deglutendo un paio di volte e finalmente ottenendo una voce vagamente simile alla sua in condizioni normali. Ci teneva a precisarlo. Non tutti si potevano vantare di aver ucciso due cacciatrici. -Ma voglio anche del denaro. Molto denaro. Le cacciatrici sono pericolose.
Travers finse di pensarci. Aveva messo in conto da parecchio tempo il costo monetario dell’accordo, e grazie a certi accorgimenti non avrebbe avuto problemi nell’avere i fondi necessari. I demoni non erano altro che essere corrotti ed immorali, sempre alla ricerca di un facile guadagno, aveva sperato di poter comprare la fedeltà di Spike. Voleva però che fosse il vampiro a proporlo per primo. Così da avere un’arma in più per controllarlo.
-Va bene. Cinquantamila a bersaglio, più centomila per la cacciatrice. Tutto a lavoro finito.
Spike sorrise.
-Hai fatto un affare, amico.







Cornovaglia, Inghilterra. Il Concilio degli osservatori. Giovedì 13, pomeriggio.







Il sistema di sicurezza era uno dei migliori. Non era mai stato perfetto, Jason lo aveva sempre saputo.
Sicuro, la perfezione non esisteva nella realtà, ma ci si poteva avvicinare di più. Avrebbe potuto modificarlo e farlo diventare ancora migliore, “perfetto”, anche se paradossalmente non lo sarebbe mai stato. Per farlo avrebbe dovuto coinvolgere in maniera diversa la componente umana, creare strati di sicurezza di vari livelli, compartimenti stagni. Il tutto sarebbe costato ingenti quantità di denaro e non avrebbe comunque risolto in maniera definitiva il problema. Per la solita incognita, a dir poco annosa, di trovare la risposta alla domanda “chi controlla i controllori?”.
Così aveva lasciato stare, aveva ignorato i punti migliorabili. Una negligenza dettata non dall’incuranza ma dalla prudenza. A lui non era di nessuna utilità il sistema perfetto. In un sistema perfetto tutto è sostituibile e niente è indispensabile. Ed in un posto in cui la speranza di vita non raggiungeva i venti anni, non era salutare essere sostituibili.
Così Jason aveva provveduto a rivedere il sistema di sicurezza rendendolo migliore del precedente, in modo da garantire una buona protezione. Per questo non si era stupito del fatto che un vampiro fosse potuto entrare, fosse riuscito ad uccidere un uomo e fosse uscito indisturbato. Le zone di ombra che aveva lasciato erano poche, difficilmente rintracciabili (anche se qualcuno ci era riuscito, qualcuno che non era lui… e questo non andava bene) e non potevano essere collegate a lui in alcun modo.
Jason non avrebbe voluto mai trovarsi nel lato sbagliato di una fortezza dopo averne costruita una.
Era difficile battersi allo stesso gioco. Come giocare a scacchi contro sé stessi.
Il problema ora era trovare cosa non avesse funzionato e perché. Lui era il capo della sicurezza di quel posto e toccava a lui trovare la soluzione all’enigma. Preferibilmente prima che Miller perdesse completamente la pazienza e lo allontanasse dall’incarico.
E questo era da evitare.
Il capo del Concilio lo aveva già chiamato diverse volte, senza neppure prendersi la briga di nascondere le minacce che gli aveva fatto durante le conversazioni con allusioni o cordiali frasi. Jason aveva una scadenza con cui confrontarsi. Gli aveva dato cinque giorni, non un minuto di più per risolvere tutto.
Cinque giorni, ed erano già passate dieci ore.
Ore in cui non aveva trovato nessuna prova. I video, che erano stati visionati da una squadra di venti uomini (scelti tra gli analisti interni del concilio, non aveva tempo di trovare uomini altrettanto fidati), erano accatastati sul suo scrittoio. Non si trattava di videocassette, ma di una ordinata pila di dvd a bassa risoluzione. Il concilio si era convertito da tempo all’uso della tecnologia digitale, migliorie tecniche considerate di una qualche importanza dagli ingegneri preposti a quella roba (di cui lui non si interessava).
Jason aveva appena finito di leggere il rapporto che aveva ricevuto con i dischi, tre pagine scarse, battute in fretta con un carattere piuttosto grande ed una pessima impaginazione.
Parlavano chiaro. Nelle cento ore di nastro (che coprivano un arco di tempo di dieci ore) visionate, non si vedevano entrare nell’edificio persone sconosciute o non rintracciabili. Non c’erano mancanze di ore nelle registrazioni, i dvd contenevano l’esatta quantità di minuti che dovevano contenere e nessuna apparente alterazione era stata rilevata.
Le guardie, interrogate da altre squadre ed i loro comandanti, con cui aveva parlato personalmente, avevano riferito di non aver visto nessuno.
La falla della sicurezza era ancora sconosciuta.
Jason si lasciò andare contro la poltrona di pelle. Questa assenza di tracce poteva significare tante cose. Si grattò pensieroso un sopracciglio. Lo faceva solo quando era solo, si lasciava andare abbastanza da permettersi un’abitudine non necessaria, giusto rilassante.
C’erano tante possibili spiegazioni a quello che era successo.
Uno degli analisti era complice dell’omicidio (dando per scontato che fosse riuscito ad avere assegnata la registrazione dell’ingresso da esaminare), probabilmente assieme ad alcune guardie. Si permise di considerarla una ipotesi marginale. Attuare un piano del genere era pericoloso, perchè mantenerlo segreto era fondamentale. E più persone si coinvolgevano più era probabile una diffusione di indiscrezioni o di un errore.
C’era stata una manomissione delle registrazioni, tale da non essere individuata ad una prima e superficiale verifica. Ed il colpevole, il complice, diventava uno dei tecnici della sala controllo. Oppure una delle persone che lavorava negli archivi con le necessarie conoscenze tecniche. In totale più di quaranta persone da esaminare.
Si poteva ipotizzare anche che uno degli interni fosse stato trasformato in un vampiro, ed usato per l’omicidio. Poteva essere rimasto in casa ad aspettare la chiamata di controllo per poi sparire nel nulla. Non c’era modo di accertarsene. Un nuovo giro di telefonate non avrebbe di nuovo dato l’assoluta certezza in un senso od in un altro. Andare in casa di ognuno a controllare fisicamente era logisticamente impensabile, a causa delle ingenti risorse, sia di uomini che di tempo (e non aveva nessuno dei due), che sarebbero state necessarie.
Oppure si poteva supporre che il vampiro assomigliasse a qualcuno che lavorava lì, qualcuno che entrava ed usciva dall’edificio molto spesso, e fosse stato scelto per questo. Anche se Faith era sicura che si trattasse di William il sanguinario in persona. Non gli aveva spiegato perché lo riteneva così probabile, modus operandi a parte.
Certo, il rituale dell’omicidio era peculiare di quell’individuo, ma poteva essere replicato, lui non aveva i mezzi per saperlo con certezza, non era mica uno della squadra scientifica, né poteva consultare esperti che fossero stati inviati ad indagare in casi di uccisioni con lo stesso modus operandi in cui era certo il coinvolgimento del sanguinario.
Si parlava di casi di decine di anni prima se non cinquanta. Ed allora non si pensava certo ad analizzare scientificamente il luogo del delitto. E comunque era probabile che le registrazioni e gli incartamenti fossero andati persi.
Quindi Jason non poteva avere alcuna certezza a meno che la ragazza non ne avesse sentito l’odore, o qualcosa del genere (ed ora lei si trovava da qualche parte in America od ancora in volo sull’Atlantico, irraggiungibile telefonicamente), oppure conoscesse fatti che lo individuavano come colpevole certo (che non gli aveva riferito prima di partire).
Trovava tutto questo frustrante, miliardi di “se” e decisamente troppi pochi fatti che potevano essere interpretati in modo opposti e contraddittori.
Ma il capo della sicurezza non voleva correre rischi. Quella di William il sanguinario era la migliore pista che aveva finora (e se si fermava a riflettere che la sua migliore pista non era sostenuta dal minimo elemento di certezza se non dei chiodi, si sentiva del tutto impotente e di conseguenza rabbioso…). Gli analisti avevano cercato il volto del vampiro con particolare attenzione mentre esaminavano i nastri.
Ancora senza successo.
Un'altra eventualità era che la finestra di orario esaminato, fosse sballata, proprio perché non era stato William il sanguinario a commettere quell’omicidio. Sarebbero bastati pochi minuti di scarto. Un errore nel determinare il momento della morte. Quanto era esperto il medico che aveva fatto la stima, e di quanto poteva essersi sbagliato?
Ed altre ipotesi era possibili, seppure meno probabili. Rimaneva la certezza del fatto che almeno un interno aveva aiutato l’operazione. Altrimenti tutto sarebbe stato impossibile. Ed il suo compito era trovarlo. Per quanto riguardava rintracciare e uccidere il vampiro c’era tempo.
Jason era un esperto tattico, non un investigatore. Lui era abituato ad avere le informazioni prima di stendere un piano. Non che non avesse mai fatto ricerche prima, ma non era un analista dannazione! C’erano altri per quel lavoro. A lui non piaceva affatto svolgerlo. Non amava affrontare decine di possibili “se” e “ma”, lui voleva problemi reali, con incognite possibili in una determinata gamma, che avrebbe potuto affrontare subito. Che avrebbe dovuto affrontare e risolvere (in un modo od in un altro) immediatamente.
Lui prendeva decisioni in istanti, lavorava su modelli più semplici rispetto a quello a cui si trovava di fronte questa volta. Trovava il problema troppo complesso per essere certo di non dimenticare nulla, un effetto collaterale od una variabile che non riusciva a vedere. Ed il fatto di non essere abituato a quel genere di lavoro implicava che non conosceva i mezzi per poter diminuire drasticamente il numero di quelle opzioni in maniera corretta, poteva ignorale su una base di esperienza ma questo poteva anche non bastare. Per questo era un ottimo tattico ed un mediocre stratega.
E tra gli analisti spiccava una figura diventata ormai mitica. Marlin, Magdalene Marlin.
I suoi successi dentro il concilio, proprio come capo del settore analisti, e fuori, in campo economico, erano diventati leggendari. Si diceva che fosse in grado di prevedere tutte le eventualità e prevenirle. Era grazie a queste sue capacità che era arrivata così in alto. La prima analista a diventare dirigente.
Jason si alzò. Doveva andare a parlarle, non era il suo superiore diretto, ma per quello che voleva fare era necessario il suo consenso, od almeno doveva informala per una questione di cortesia (che non era affatto cortesia), anche se aveva l’autorizzazione di Miller nel condurre le indagini ai massimi livelli.






New York, appartamento di Eliza Sinless. Giovedì 13.






Faith attraversò l'ampio ingresso dell'appartamento di Liz senza fermarsi. Non sapeva quanto l'immortale avesse speso per arredarlo, sicuramente tanto, ma era riuscita a renderlo un posto davvero speciale. Qualcosa che Faith era andata vicino a chiamare casa. Sentendosi completamente a proprio agio, aveva vissuto lì per alcuni mesi, la cacciatrice si tolse la giacca scura e la ripose assieme alla sua borsa da viaggio nel guardaroba attiguo all’ingresso principale prima di proseguire per il salone.
Dalla porta vide Eliza, sedeva placidamente nella sua poltrona preferita, la più vicina al caminetto e quella da cui si poteva vedere la soglia. Appena entrata nella stanza Faith sentì la presenza di un vampiro. Si tese d’istinto, gli occhi che cercavano discretamente ma velocemente nella stanza fino a notare un braccio poggiato sul bracciolo della seconda poltrona.
A quanto pareva Liz aveva ospiti. La cacciatrice, tra il sorpreso e l’indifferente, alzò un sopracciglio in una muta domanda mentre continuava a camminare. Le fu risposto con un sorriso solo accennato, calmo e rilassato, da parte dell’immortale. Sembrava non ci fossero problemi. Meglio così.
Superata la poltrona e raggiunto il centro della stanza, Faith girò la testa per vedere in faccia l’altro ospite, incuriosita. Non accadeva spesso che trovasse altri nell’appartamento di Eliza. Soprattutto vampiri. Ma Faith non si aspettava certo di vedere proprio “lui” con la sua amica. La sua sorpresa durò un attimo, subito sostituita da l’apparire di un sorriso sarcastico.
Perché, seduto placidamente sulla poltrona, c'era Angel, che la stava fissando intensamente.
-Ma guarda un po’ chi si vede. Il redento… di nuovo redivivo… con questa… quanto fanno? …Tre? …Sta diventando un vizio il tuo, eh? –lo attaccò senza neanche disturbarsi a salutarlo e a fingersi educata per un momento. Vederlo fu sufficiente per ricordarle immediatamente perché si trovava lì. E non era per piacere. –Sa, si fa un gran parlare della tua morte in certi ambienti. Fiato sprecato sembra. Hanno addirittura tirato fuori profezie, testi sacri. Sono anche state pagate un bel po’ di scommesse.
Angel non si scompose minimamente alle parole.
-Faith. –Replicò condiscendente, salutandola, e lei continuò, beffarda. Era arrabbiata e lui forniva un buon bersaglio, uno decisamente a portata di mano, tra l’altro non del tutto innocente. Quasi la perfezione.
-Loquace come sempre… di sicuro l’ultimo vampiro che mi aspettavo di trovare qui… beh, il penultimo, a dire la verità… Mi dispiace… -Rispose con una scrollata di spalle ed un’aria fintamente malinconica alla domanda silenziosa di Angel. –…ma al primo posto per il momento c’è Spike… -Si notò che il vampiro era sorpreso. –Esatto. –Annuì Faith. –Il childe ti ha rubato la scena. Anche se a pensarci bene credo che sia ancora nella vecchia Europa… Hum…Dellah lo ha ammazzato in Inghilterra meno di ventiquattro ore fa.. Chissà… forse soffriva di nostalgia di casa, e vuole rimanerci per un po’.
La risposta di Angel fu calma e ragionata. Non era la prima volta che una cacciatrice gli sciorinava addosso quella che credeva la verità in un lungo e tedioso monologo. Doveva ammettere però che almeno il sarcasmo di Faith era migliore dell’ultima volta.
-Spike non può uccidere esseri umani. Ha un chip in testa che glielo impedisce.
“Una lezione facile da imparare anche per una cacciatrice stupida come te.” Pensò con disprezzo il vampiro ma non lo aggiunse. La mora non gli era mai stata simpatica. Da subito non aveva potuto fare a meno di pensare che aveva troppa potenzialità di diventare una ribelle anarchica, una vena di imprevedibilità troppo profonda per essere controllata efficacemente. Aveva avuto ragione.
-Strano. Allora il cadavere dissanguato che ho trovato sul mio letto, con tanto di morso sul collo, in bella vista, e chiodi piantati nelle mani deve esserci finito per caso.
-Non puoi sapere se sia stato lui o no.
Le fece notare, con il tono annoiato da professore pedante. “Una testa calda sempre pronta a saltare alle conclusioni, ecco cos’è… non che mi stupisca, visto che la prima volta che mi ha incontrato ha tentato di farmi fuori, basandosi sulle parole di una persona che conosceva da si e no due giorni”.
-No, non lo so… Io lo sento. –Faith sorrise, cattiva, da predatore, una luce strana negli occhi. Angel si fece più attento, raddrizzò schiena e spalle mentre alzava il mento, fissando i suoi occhi nel volto di lei. Stava cominciando ad arrabbiarsi, al momento non aveva voglia di ascoltare le farneticazioni di quest’esaltata. –So che mi sta dando la caccia. E so che Dellah è finito cadavere su quel letto solo perché c’era già stato.
Angel continuò a sostenere il suo punto, certo di avere ragione. Conosceva l’altro vampiro abbastanza da sapere che non poteva essere vero.
-Non è nello stile di Spike.
-Ma è stato lui.
Incalzò ancora Faith.
-Lui non tortura le cacciatrici uccidendo chi gli sta intorno. Le studia, a lungo a volte, poi le affronta direttamente in uno scontro uno contro uno.
Una spiegazione assennata abbastanza da far desistere la maggior parte degli accusatori. Un sorriso apparve appena sulle labbra di Angel, compiaciuto per aver sottolineato così bene il perché avesse ragione e non da ultimo di aver fatto passare l’altra per un’idiota. Faith non fece passare neanche un secondo prima di rispondere.
-Ma tu lo facevi, Angel, vero? –Lui non disse niente, né si mosse. Continuava a fissarla, duro. Ora lo stava davvero seccando. Ci fu un attimo di silenzio e quando proseguì a parlare il tono della cacciatrice era cambiato, diventando improvvisamente serio. –Io non gioco a rimpiattino passeggiando nei cimiteri con un paletto in mano mentre canticchio spensierata, Angel, facendo solo attenzione a non rompermi un’unghia. Io ho voglia di vivere.
Un attimo.
Angel era scattato e ora torreggiava su Faith, superandola di tutta la testa, imponente, il volto trasformato e rabbioso, le dita ad artiglio a pochi centimetri dalla gola scoperta della cacciatrice. Anche lei era in piedi, teneva un pugnale contro il petto del vampiro, esattamente sopra il cuore.
-Sai… -lo disse sibilando. -…anche il mio coltello ha un’anima… La sua è di legno, come la punta. Ironico non trovi?
Rimasero immobili a fronteggiarsi, in stallo.
-Tu non lo ucciderai.
Da poco tempo Angel si era riconciliato con l’idea che neanche dopo un secolo passato con un’anima era diminuita in alcun modo la sua voglia e necessità di proteggere la sua famiglia da attacchi esterni. Certo, avrebbe ucciso uno dei suoi se si fosse sentito minacciato personalmente, oppure se fosse scoppiata una faida interna in famiglia od in caso qualcuno tentasse di porre termine all’esistenza dell’intero pianeta. Altrimenti loro erano una famiglia, e la famiglia andava protetta.
Dopo i decenni passati in solitudine, quando Angel aveva cercato di negare il fatto che considerava tutt’ora vampiri senza anima come parte della sua famiglia, aveva accettato la netta divisione della realtà in buoni e cattivi dettata da una certa bionda. Lo aveva fatto perchè gli aveva che fornito un alibi per semplificare delle scelte difficili. Ma alla fine non era più riuscito a negare qualcosa del genere, qualcosa che gli avevano insegnato fin dall’infanzia e in cui aveva creduto per più di un secolo, ed era tornato ad accettare anche l’esistenza del grigio. Così aveva deciso di seguire il proprio impulso naturale, soprattutto ora che non aveva più determinate persone a ricordargli quanto fosse sbagliato non vedere tutto in bianco e nero.
-A scegliere tra me e lui non esiterei un attimo.
Fu l’immediata risposta della cacciatrice.
Nessuno dei due respirava, completamente concentrato sull’altro. Sarebbe bastato un movimento per farli scattare.
-Angel il tuo tè si sta freddando. Faith accomodati pure sul divano mentre ti porto qualcosa.
La voce di Liz era tranquilla come se gli altri due non stessero che scambiandosi banalità di circostanza, invece di minacciarsi di morte. La tensione che si era creata nella sala cominciò a diminuire.
Lentamente, entrambi si allontanarono, senza smettere di fissarsi. Sapevano che era stupido, che non c’era alcun motivo in realtà nelle attuali circostanze per volersi uccidere, se non il fatto che entrambi si sentivano esposti e non vedevano l’ora di far pagare qualcuno per la loro vulnerabilità.
Faith tornò a sedersi contemporaneamente al vampiro, per poi rilassarsi contro lo schienale e rivolgersi con voce casuale e perfettamente controllata a Liz, facendo però attenzione che Angel rimanesse nella periferia del proprio campo visivo. Erano entrambi ancora piuttosto agitati e lei non avrebbe fatto l’errore di abbassare la guardia ora.
-Hai ancora nella tua riserva di tè rari lo Yin Zhen?
Angel piegò la testa un po’ di lato come per vedere la cacciatrice da un altro punto di vista. Per la prima volta, il vampiro era rimasto stupito da Faith. Non avrebbe creduto che la cacciatrice fosse un’estimatrice di miscele rare. A dire la verità fino a pochi attimi fa era stato certo che Faith non sapesse nemmeno che esistessero diversi tipi di tè.
Eliza sorrise appena all’espressione del vampiro, annuendo impercettibilmente verso la cacciatrice. Si alzò ed uscì tranquilla dalla stanza portando con sé la sua tazza, ora vuota.
L’aveva finita mentre gli altri discutevano, impegnata a riflettere sull’inaspettata situazione che aveva davanti e contemporaneamente a seguire la loro conversazione, o, più correttamente forse, il loro confronto.
Avesse potuto scegliere Eliza avrebbe preferito di gran lunga evitare che quei due si incontrassero, soprattutto così a quel modo, completamente di sorpresa, rendendo palese il fatto che erano entrambi sue strette conoscenze.
“Dannazione fosse per me avrei preferito che non sapessero nemmeno dell’esistenza l’uno dell’altro, tanto meno farli scontrare così in un momento in cui entrambi vogliono il sangue di qualcuno per sentirsi appagati.”.
Per un momento aveva temuto veramente che si sarebbero saltati addosso. Ma con quell’intervento era riuscita a calmare la situazione almeno un po’. Eliza sapeva che in caso estremo aveva una profonda influenza su Faith ma Angel sarebbe stato molto più difficile da controllare.
Il che non faceva che sottolineare ancora una volta quanto ora avrebbe dovuto lavorare per rimediare alla situazione che si era creata in pochi istanti. Praticamente il loro incontro non poteva capitare in un momento peggiore.
“Deve essere una sorta di scherzo cosmico…” decise sospirando Eliza mentre apriva la vetrina dove teneva il servizio da tè per prendere tre nuove tazze. Anche lei aveva bisogno di qualcosa da sorseggiare mentre trovava una soluzione a questo pasticcio. Con un po’ di fortuna la bevanda avrebbe calmato un po’ anche gli altri due.
Imprecò ancora tra sé.
Era stato il giorno in cui Faith se ne era andata a vivere per conto suo, dopo essere rimasta quasi un anno ad abitare lì con lei, che Eliza le aveva detto di tenere le chiavi dell’attico che le aveva dato tempo prima.
Quel giorno le aveva detto che quella era anche casa sua, che poteva venire in qualsiasi momento senza avvertire, che era sempre la benvenuta e lo sarebbe rimasta a prescindere da qualsiasi cosa fosse accaduto. Semplicemente per il fatto che era una di famiglia.
Forse quello era stato uno dei momenti più critici del loro rapporto. Era andato bene.
Era stato così palese, sin dal loro primo incontro a Boston, quanto Faith diffidasse degli altri. Le difficoltà della ragazza erano così tremendamente evidenti che spesso Eliza si era trovata a chiedersi come il resto del mondo potesse non accorgersene. Tutti i segni erano lì. Ma non era quello l’importante. Fortunatamente Faith era stata costretta a fidarsi di lei nelle condizioni fisiche in cui si era trovata. Doveva essere stato un inferno di uno scontro. La ragazza sembrava appena uscita da un tritacarne. La cacciatrice aveva fatto domande all’ipotetica amica di Catherine però, per avere la conferma di quanto affermava la donna. Il fatto che Eliza fosse a conoscenza di alcuni particolari della vita dell’osservatrice probabilmente era stata l’unica cosa a fermarla dal tentare di scappare.
L’immortale aveva comunque atteso più di un mese e fondato le basi di un’amicizia prima di far leggere a Faith una lettera autografa di Catherine in cui l’osservatrice le chiedeva di badare a sua figlia adottiva in caso le fosse successo qualcosa. Eliza aveva fatto passare ancora più tempo prima di rivelare a Faith il fatto che aveva considerato Catherine una sorella. La cacciatrice non aveva avuto difficoltà a credere che per Eliza non fosse un problema non avere del sangue in comune con qualcuno per considerarlo di famiglia. In fondo, le aveva rivelato la ragazza, era il suo stesso metodo.
L’ovvia conclusione di quella conversazione, quella che nessuna delle due aveva espresso, era che Faith stessa ora faceva parte della famiglia di Eliza. Per questo le aveva dato le chiavi dell’attico. Eppure la cacciatrice le aveva sempre telefonato prima di passare a trovarla, oppure era andata ad aspettarla alla palestra che possedeva per vederla.
Ed oggi, che per la prima volta aveva accettato quell’offerta, che aveva usato quelle chiavi, si era ritrovata davanti il sire del vampiro che aveva ucciso qualcuno che conosceva meno di ventiquattrore fa. “Perfetto, veramente perfetto… qualcuno lassù se la starà ridendo alle mie spalle”. Eliza sperava che la cosa non avrebbe avuto eccessive ripercussioni sul suo rapporto con la cacciatrice. Non si erano mai messe a tavolino a discutere la cosa ma sperava che Faith la considerasse parte della sua famiglia come lei considerava la ragazza.
Tutto per una semplice incuranza poi. “…sempre l’inizio degli errori peggiori”. Eliza non aveva neanche pensato ad avvertire Faith di evitare di passare da lei per i prossimi tempi.
Ed ora aveva perso anche buona parte del proprio vantaggio su Angel.
Il vampiro sapeva che la cacciatrice era almeno una sua alleata, probabilmente che era qualcosa di più. Questo gli dava più potere di quanto piacesse ad Eliza. Sicuramente ora l’immortale avrebbe dovuto trattare molto più cautamente con lui. Sarebbe stato difficile che lui si fidasse ora.
Probabilmente Eliza avrebbe dovuto cambiare completamente tipo di approccio.
Senza considerare il fatto che Spike stesso complicava considerevolmente la situazione. L’immortale non aveva creduto che riuscissero a reclutare qualcuno di simile. Chiunque l’avesse reclutato. Tutta quella faccenda stava precipitando a velocità pazzesca.
“Ormai è fatta. Cerchiamo di trarre il massimo vantaggio dalla cosa.”








    
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