New York Appartamento di Eliza. Venerdì 14.
La finestra era grande, molto grande, ma non era una di quelle gigantesche vetrate panoramiche grandi quanto l’intera parete, che gli americani amano tanto.
Angel contemplava le luci della strada, i fari delle auto, i lampioni, le insegne colorate con i loro neon luminosi, la confusione del traffico e di masse di gente che camminavano lungo i marciapiedi.
New York era più luminosa della prima volta che l’aveva vista. Forse quella era la più grande differenza tra il passato e il presente. Luce. Gli uomini oramai riuscivano ad illuminare tutto, sempre.
Toglieva fascino alla notte, ma faceva risaltare di più le zone d’ombra.
Sul tappeto persiano risuonarono attutiti i passi leggeri di Eliza.
Angel non dubitava che lei potesse essere completamente silenziosa se voleva. Ne era stranamente sicuro. Ma non riusciva a capire se quel rumore che faceva nell’avvicinarsi era un segno di stima oppure un sottile insulto nei suoi confronti.
Liz si fermò vicino a lui porgendogli una tazza, poi prese a guardare assentemente l’orizzonte e i grattacieli che si stagliavano in lontananza. Non si sentivano rumori da fuori, qualche anno fa Eliza aveva fatto cambiare i vetri con altri insonorizzati.
Strano quel silenzio.
Liz beveva serafica la sua cioccolata bollente anche lei guardando verso la strada. Angel strinse nelle mani la tazza calda per qualche secondo prima di assaggiarne il contenuto. Socchiuse gli occhi al piacere del sapore.
-E’ sangue umano.
Era solo vagamente sorpreso dalla cosa.
-Ho alcune conoscenze. – Liz si voltò e gli sorrise, sorrideva spesso, al contrario di lui. –Credevo fossi più bravo.
Angel inarcò un sopracciglio, aspettandosi che lei ampliasse il suo pensiero. Non lo fece. Passarono diversi minuti in silenzio, fino a quando la curiosità spinse il vampiro a parlare. Angel aveva scoperto qualcuno più paziente di lui per la prima volta in più di un secolo. Lo incuriosiva quella donna. Un mistero che non riusciva ancora a decifrare. Arguta, intelligente e così sicura di sé. Era da tanto tempo che non incontrava qualcuno del genere. Sorrise fra sé, non lo avrebbe mai ammesso, ma avere un simile puzzle da risolvere tra le mani lo divertiva enormemente.
-A cosa ti riferisci?
Chiese infine.
-Da quanto tempo vivi? Duecentocinquanta anni più o meno, giusto? Inferno a parte. –Lo sguardo stupito di lui fu divertente da vedere. Lei sorrise di nuovo, misteriosa. –Le voci girano Angel, soprattutto riguardo i segreti. Non hai idea di quanto. Ed in certi circoli le novità sorprendenti sono così rare. Tu sei stato un buon argomento da salotto per qualche settimana, temo. –Una pausa. –Tutto questo tempo ed ancora non riesci ad aspettare senza sapere di aver fatto tutto quello che era in tuo potere per cambiare le cose.
-E’ che ho un problema con il Destino. Insiste a cercare di farmi fare cose che io non voglio. –Il vampiro non aveva mai capito le persone che si sedevano ed aspettavano in maniera fatalista il corso degli eventi. Non era per lui, affatto, era contro la sua stessa natura. Se una cosa non gli piaceva la cambiava. E Spike solo contro Faith non gli piaceva. –E poi è una cosa tanto grave cercare di forgiare il proprio futuro e quello di quelli che ti stanno attorno? –Gli ci era voluto tempo per domare i propri istinti, decenni, per poterli usare a proprio favore. Eppure ancora oggi a volte era difficile resistere alla propria indole. Cacciare, uccidere. Voleva agire e voleva farlo ora. Ma Liz aveva ragione. Per adesso doveva aspettare. Il che non gli toglieva la possibilità di lanciarle una frecciata più o meno amichevolmente sarcastica. –Come se non lo facessi anche tu.
Eliza non si prese neanche la briga di fingere che non fosse così. Era vero e lo sapevano entrambi.
-No, non per la maggior parte del tempo. –Angel alzò un sopraciglio perplesso alla risposta. Non amava le persone che lo criticavano. Non le aveva mai amate. E più passava il tempo e meno le amava. “Saranno i primi segni di senilità” pensò divertito. –Certo che se poi cerchi ancora di proteggere un vampiro di più di cento anni da qualsiasi situazione pericolosa, considerando che spesso lui se le va a cercare con gusto, allora è completamente un’altra storia.
Angel scrollò le spalle.
-Ho semplicemente fatto una telefonata. Mi deve un favore. Se il messaggio gli arriverà in tempo lascerà perdere Faith e non succederà nulla.
Il vampiro sperava che quella comunicazione gli arrivasse in tempo. Era l’unico modo che aveva per contattarlo e chiedergli di fare qualcosa senza avere la certezza che avrebbe fatto il contrario. Dannata anima rendeva tutto sempre più complesso.
-Ti deve un favore? –Liz lo stuzzicò tra il serio e il faceto. –Come funzionano esattamente le cose fra voi? Lui cerca di ammazzarti, ed ogni volta che non ci riesce ti deve un favore?
Angel, sapendo di essere più o meno gentilmente preso in giro sorrise, mentre le spiegava la situazione con un tono appena ironico.
-Oh, non lo deve a me, –Lanciò uno sguardo divertito a Liz che continuava a sorridergli di rimando aspettando pazientemente la sua spiegazione. –ma ad una misteriosa quanto affidabile persona che anni fa gli ha fatto una soffiata su quando allontanarsi da un Parigi. All’epoca aveva un cacciatore di demoni piuttosto accanito alle calcagna. Da allora continuano a scambiarsi informazioni, ma Spike gli deve ancora la pelle per quella volta.
Liz continuò il discorso con lo stesso tono leggero anche se quello che voleva dire era serio.
-Ah, ah, ed io dovrei credere che non vorresti essere lì a trattenerlo fisicamente da attaccare Faith? O a trattenere lei?
Angel si girò a guardarla perplesso. Decise di prendere tempo.
-Esattamente cosa ti fa credere che in questo momento io voglia andare a proteggere Spike dalle conseguenze delle sue scelte azzardate?
Liz sorrise.
-Forse semplicemente perché è uno di famiglia… -Angel la guardò stupito. L’aveva sottovalutata di nuovo. Non era cieca quanto gli altri anche se negli ultimi giorni lui aveva fatto veramente un pessimo lavoro nel nascondere il fatto che teneva a quanto accadesse a Spike. La morte di doyle lo aveva lasciato più “sensibile” di fronte a certi argomenti, gli ci sarebbe voluto un po’ di tempo per tornare ad essere come sempre. La donna scoppiò a ridere alla sua espressione. –Sai, forse passi troppo tempo con gente troppo giovane. Non tutti sono facili da capire e da prevedere quanto loro. Inoltre il tuo attaccamento a lui è piuttosto evidente sai? Insomma per quanta gente al mondo salteresti alla gola di una cacciatrice e rischieresti di inimicarti un’alleata?
Angel rimase in silenzio per qualche secondo, pensieroso. Non sapeva se voleva parlare della cosa con Liz, non sapeva neanche se voleva parlarne del tutto. –Qualche volta la mia famiglia mi manca.
Lo disse a voce bassa, quasi vergognandosene. Per lungo tempo lo aveva fatto.
-E’ naturale. –Lo rassicurò Liz, con uno sguardo negli occhi di chi aveva già provato la cosa in prima persona. –Quanto tempo hai passato con Darla? Cento anni? Cento cinquanta? E lei ti ha insegnato le regole del clan, vero? Le sue gerarchie, le regole da rispettare, i legami di sangue o meno che si potevano stabilire, le tue responsabilità… -Non accadeva spesso ad Angel di sentirsi spiegare cosa poteva motivare le sua azioni che lui stesso considerava del tutto naturali. –E poi tu ovviamente hai trasportato parte di quel modello con te, e visto che non te ne sei mai potuto liberare, lo hai applicato, con differenze senza dubbio, al resto della tua vita… -L’immortale strinse un po’ di più la tazza fra le mani mentre faceva silenzio. –Ed ora… ora rimpiangi quanto hai perduto. –Il suo sguardo divenne sfocato. –Soffri. –La donna si riscosse, prima di continuare. –Credevi davvero che non ne avresti mai provato nostalgia? Darla, ma anche Drusilla, persino Spike. Adesso anche Doyle. Ti stava simpatico. E per tua scelta Cordelia e Wesley. Ma come sempre hai tutta l’intenzione di andare avanti e di vivere. Sei sempre stato quello che è sopravvissuto vero?
Non che Angel lo potesse negare. Dubitava che molti altri vampiri avrebbero resistito con un’anima senza almeno impazzire. E dopo un periodo quasi impassibilmente duro lui si era adatto ed aveva ricominciato a vivere invece di limitarsi a sopravvivere. Era fiero di essere riuscito a rialzarsi ancora una volta, soprattutto quando tutti, compresa la sua famiglia, lo avevano dato per spacciato.
–Ti basterà un po’ di tempo. –Proseguì fredda Eliza. –Ti costruirai una nuova vita. Da qualche altra parte. Magari lontano. Con gente totalmente diversa. Supererai la cosa e vivrai felice. Lo sappiamo entrambi. –Angel avrebbe potuto urlare che era falso, che il dolore non se ne sarebbe mai andato, arrabbiarsi a questa dimostrazione di cinismo. Avrebbe potuto. Ma sapeva che quello che Liz aveva detto era vero. Inutile perdere tempo a negarlo. Lei proseguì imperterrita. Il vampiro non sapeva cosa stesse cercando di ottenere, la sua rabbia? Fargli superare un brutto momento? O semplicemente stava parlando di se stessa? Angel sapeva perfettamente di star ancora soffrendo per la morte di Doyle. Era ben lontano dall’aver elaborato il lutto. Ma lo sapeva solo razionalmente. Si rendeva conto che al momento stava agendo in maniera molto più emotiva del solito ma non poteva farci nulla. Era difficile controllarsi in situazioni come queste. –Ma ricorderai. Ed immagino che qualche volta i ricordi diventino troppi. E tu speri di dimenticare. Te lo auguri. –Un sorriso triste questa volta ed una scrollata delle spalle. –Mi dispiace informarti che non succederà. Certi ricordi non se ne vanno mai, come i rimpianti. –un’altra pausa. Le sue labbra si piegarono in un sorriso. –Sai? Mi ricordi tanto qualcuno.
-Chi?
Angel si stava incuriosendo. Era vero, da tanto tempo non parlava con qualcuno che potesse davvero capire, e quello che ci era andato più vicino, Doyle, ora se ne era andato.
-Faith.
-Chi? Faith? Lei? Quella boriosa insolente?
Angel non sapeva se apprezzava di essere paragonato alla cacciatrice, una scalmanata che al massimo poteva somigliare a Spike, se proprio si voleva cercare una somiglianza. Dopo la loro ultima conversazione aveva guadagnato in considerazione dal suo punto di vista, ma di certo non le stava simpatica.
-Non immagini quante vite abbia vissuto.
La risposta era stata data con un tono piano, appena triste. Finirono di bere e posarono le tazze sul davanzale. Passò qualche minuto, Angel continuò a guardare dalla finestra, riflettendo. Esistevano problemi di cui potevi parlare solo con alcune persone, sebbene l’immenso amore e volontà di comprensione che animavano altre. Lo aveva imparato.
-Mi sono sembrati altri due secoli in quell’inferno. Ho avuto paura. Il dolore, l’angoscia, sono durati così a lungo. Abbastanza da perdermi.
Liz non lo guardò, rispettando il suo bisogno di non essere visto in un momento di debolezza.
-Poi ti sei ritrovato Angel. E smarrirsi per due secoli non è poi cosi grave per chi ha davanti l’eternità. –la risposta lo fece sentire sollevato, era difficile per lui parlare di qualcosa che l’avesse così spaventato. E rischiare di impazzire od essere impazzito, non aveva mai saputo con certezza se era successo o meno, lo aveva terrorizzato. –Conosco persone che si sono smarrite da cinquecento anni. E non si sono ancora ritrovate.
Ed era chiaro che si riferiva a qualcuno di molto importante per lei ed era altrettanto chiaro che non voleva parlarne. Angel rispettò il suo silenzio.
Rimasero a guardare fuori dalla finestra fino all’alba, immobili.
In un cimitero di Sunnydale. Venerdì 14, notte.
Lo scontro era uno contro uno, entrambi armati di coltello. Non durò molto. Forse venti secondi. Che bastarono ad una Faith di pessimo umore per parare il primo affondo del vampiro, ferirlo al petto, disarmarlo al secondo, torcergli il braccio dietro la schiena fino a slogarlo e poi impalettarlo con il proprio pugnale mentre gli urlava contro.
-Muori bastardo!
Faith frugò nella cenere rimasta con la punta degli anfibi per vedere se era rimasto qualcosa di utile intatto, amuleti, armi. Chi vinceva aveva diritto alle spoglie. Una buona regola che seguiva da tanto tempo.
-Incredibile, con qualcosa come sedici cimiteri in una sola cittadina immagineresti che gli incontri casuali in posti del genere fossero praticamente impossibili. Eppure continuiamo ad incontrarci. Il mondo sta diventando molto piccolo non trovi, B?
-Passavo di qua, tanto valeva fare un giro.
La bionda lo disse con una scrollata di spalle, già stizzita. Faith le rispose con sarcasmo, non aveva dimenticato le parole dell’ultima volta.
-Giusto, la grande cacciatrice non sprecherebbe mai le sue serate nel cimitero più piccolo della degradata periferia.
Faith l’aveva scelto proprio per questo. Buffy lasciò cadere il commento.
-Tu invece che stavi facendo qui, la ronda?
-No, non la ronda, ma potresti dire che ero a caccia.
Buffy indicò con la testa il suolo, aveva notato che Faith aveva finito di setacciare la cenere prima di voltarsi.
-Trovato qualcosa di interessante?
-Qualche vampiro. Questo era il migliore della serata.
Lo disse scrollando le spalle senza dargli importanza. La conversazione era tornata a toni quasi civili. Stupefacente.
-Perché lo fai Faith? Per te non significa niente.
Era un’accusa. Buffy l’aveva fatta suonare come tale.
-Perché caccio vampiri? La domanda del secolo B. Perché mi fa sentire viva. Perché so che ogni volta che entro in uno di loro nidi io sarò la sola ad uscire oppure non uscirò più. Ed ogni volta che rimango l’unica ad essere in piedi per un istante, per un solo istante, sono onnipotente.
Gli occhi di Buffy si accesero di rabbia a quelle parole.
-Sei soltanto un’insensibile bastarda.
Le ringhiò contro la bionda.
-Non un mio problema, credi pure a quello che vuoi.
Faith si voltò e cominciò ad allontanarsi, per lei quella discussione era chiusa. Voleva andarsene prima che la serata da cattiva si trasformasse in pessima.
-Fermati Faith.
Un altro ordine.
-Cosa vuoi, B? Per essere una che mi odia, cerchi con inquietante frequenza la mia compagnia.
-Fottiti Faith.
La mora sorrise senza replicare.
-Mi fai schifo. Non sei altro che un killer a sangue freddo, una che ama ammazzare gli altri, ecco perché odi tanto l’idea che il tuo destino sia combattere per il bene.
Le urlò contro Buffy, la voce appena più stridula di prima.
-…E morire. Combattere per il Bene e morire in un vicolo buio od in una fogna. Non te ne dimenticare. Quella parte la tralasci sempre. Dannazione B, io ho voglia di vivere! E’ così difficile da capire?
-Voglia di vivere? Tu hai soltanto voglia di sangue Faith. Niente di più. Vuoi uccidere.
La mora ridacchiò prima di replicare.
-Uccidere. Oh B, fingiamo di essere innocenti? O ci credi per davvero? Anche tu hai ucciso. Magari non esseri umani, ma hai ucciso. Esseri viventi. E non mi raccontare la solita storiella che loro sono demoni e vanno uccisi. Perché io ho conosciuto uomini che meritavano di morire molto più di tanti demoni. –Con una mossa stizzita si portò una mano alla cintura. –Cosa credi che si provi nel premere un grilletto? Eh B? Cosa? Devi soltanto piegare un dito.
Faith estrasse la Glock che portava.
-Ecco una pistola. Lucente metallo… così mortale… vero? E tutto quello che devi fare per terminare una vita è premere il grilletto. Una piccola levetta. –la bruna mise l’indice in posizione di tiro ed allineò la pistola contro Buffy. –Un proiettile può uccidere anche te sai? E non credere di essere troppo veloce perché io ti possa colpire.
Si era accesa una luce strana negli occhi di Faith, fuoco vivo, un misto di emozioni tumultuose. La stessa che aveva quando combatteva. Rimasero un attimo così a fissarsi.
Poi Faith tirò il grilletto e Buffy chiuse gli occhi.
La pistola scattò a vuoto. Il caricatore non era inserito.
-Non ci sarebbe voluto niente vero? –Lo disse con voce calma e tranquilla, come se stesse discutendo del tempo. –Non è premere un grilletto che ti cambia. E’quello che provi nel farlo. Quello che provi a distanza di mesi o anni.
La fronte di Buffy era imperlata di sudore.
-Sei pazza.
Bisbigliò appena.
-Oh, ma non lo avevi già capito psicologa? Tutti i segni erano lì: instabile, incurante delle conseguenze, senso di onnipotenza, autodistruttiva… posso continuare.
Faith stava ridendo ora.
-Tu sei completamente pazza.
Buffy lo disse mentre camminava all’indietro, allontanandosi lentamente. Faith la fissava con un lampo omicida, qualcosa che l’altra non le aveva mai visto nello sguardo.
-Sono pericolosa B, io sono solo pericolosa.
La bionda scuoteva la testa, alternando il terrore alla rabbia.
-Sei solo un cane idrofobo che andrebbe abbattuto. Ecco cosa sei.
Faith sogghignò alla descrizione.
-Si, sono aggressiva. Sono un predatore. –Fece un passo verso Buffy, che rimase ferma ma lo fece sussultando. -Che poi tu voglia giocare ad avere una vita normale, a fingerti una tranquilla studentessa sono soltanto affari tuoi. Sei tanto brava a mostrarti innocua, del tutto innocente. Dannazione, prendi in giro così i tuoi amici da anni. La santa e buonissima Buffy. Ottima recita. Complimenti. –Faith la applaudì un paio di volte, prima di continuare. –Io non sono così. Sono una cacciatrice. E posso essere dura e letale. Non mi vergogno di ammetterlo, ed ho smesso di nasconderlo da tanto tempo.
Cornovaglia, Inghilterra. Concilio degli osservatori. Venerdì 14.
L’intercom sulla scrivania emise un discreto bip. Senza prestarvi particolare attenzione Miller accettò la chiamata, mentre continuava a leggere.
-Si?
Firmò il foglio che aveva davanti e ne prese un altro dalla piccola pila alla sua sinistra.
-Signore, il capo degli operativi chiede di parlarle.
-Fallo passare. –“Era ora che mi sapesse dire qualcosa di più sull’omicidio dell’operativo”. Pensò Miller mentre girava di nuovo pagina, scorrendo velocemente i rapporti finanziari della chiusura trimestrale. A volte più che di dirigere un’organizzazione come quella del Concilio gli sembrava di essere il presidente di una multinazionale a forza di leggere bilanci e resoconti della produttività del personale. Oh, la loro non era mai stata una fondazione benefica senza scopi di lucro, quello era vero. Nella storia molti degli osservatori si erano arricchiti in un modo o nell’altro e con loro tutto il Concilio. Guerre, merci rare, pregiati manufatti, informazioni. Tante cosa. Ma da quando aveva nominato, anni prima, Marlin come dirigente delle finanze la cosa era diventata, come dire, più “professionale”. Mise un’altra firma in fondo alla pagina sulla riga tratteggiata. Sorrise alla cifra finale. Era stato un ottimo trimestre, con un attivo quasi record.
Un attimo dopo si sentì un educato bussare alla porta.
-Avanti.
Jason entrò e si diresse verso la scrivania del primo osservatore rimanendo in piedi ad una rispetta distanza, aspettando che Miller gli rivolgesse la parola per primo come da protocollo.
Il primo osservatore quasi sogghignò alla dimostrazione di quanto gli anni passati fra i militari fossero fissati nella mente del capo degli operativi. Era stato un ottimo elemento nell’esercito, ricompensato varie volte con medaglie al valore, come del resto lo era stata una buona parte degli altri operativi. Ma, al contrario di molti altri operativi, finiti al Concilio degli osservatori per coincidenza, Jason aveva saputo dal giorno del suo arruolamento che quello non sarebbe stato che l’addestramento necessario per entrare negli osservatori.
Da tempo la sua famiglia forniva militari al braccio armato Concilio, arrivando spesso a comandarlo. Come lui.
-Ci sono progressi nell’indagine?
L’uomo scosse la testa.
-No signore, sono qui per un altro motivo. –Jason era perfettamente consapevole del suo atteggiamento prettamente marziale di fronte al Primo Osservatore. Era voluto, accentuato. Miller aveva prestato servizio e da qualche parte nella sua mente continuava a nutrire un innato rispetto per chiunque si comportasse da militare. –Le devo comunicare la conferma della morte del dirigente Gillison.
Miller lo fissò, evidentemente stupito dalla notizia. “Dougan non deve averlo informato sul rapporto arrivato ieri, sul fatto che una delle nostre auto era rimastra coinvolta in un incidente.” Jason notò con piacere che il primo osservatore non aveva il perfetto controllo delle espressioni facciali che aveva Marlin. “Non vorrei mai giocare a poker contro di lei.”, era stata una decisione che aveva preso subito dopo il loro incontro. Quella donna lo innervosiva. Era ovvio che la sua faccia non era altro che una maschera, era troppo perfetta per non esserlo, ma nonostante questo Jason non riusciva a capire cosa nascondesse.
In questo somigliava a Faith.
-Cosa è successo?
Miller stava nervosamente piegando e poi risistemando l’angolo del foglio che aveva tra le mani. Il capo degli operativi lo notò e registrò l’irrequieta azione in un angolo della sua mente.
-Un incidente stradale mercoledì notte a Londra, signore. –Miller fece per interrompere ma Jason proseguì, intuendo la domanda successiva. –Lo abbiamo saputo così tardi perché aveva con sé documenti di identificazione falsi, signore.
-Si sa qualcosa della dinamica dell’incidente?
“Quante sono le possibilità che un dirigente del Concilio muoia in un incidente stradale in un momento convulso come questo?” si chiese Miller “E proprio uno dei sostenitori di Marlin, in contemporanea con la continuata assenza di Travers?”.
-Un pirata della strada ha speronato l’auto del signor Gillison, lasciandolo agonizzante sulla scena, signore. Anche il pirata è morto nello scontro.
-E’ stato archiviato come incidente?
Jason sapeva che la vera domanda era piuttosto “Ci sono le prove che lo hanno ucciso o no?”.
-Si signore. La dinamica complessiva corrisponde con quella di un normale incidente stradale, signore.
Miller annuì. Se era stato un omicidio era stato un lavoro ben fatto.
-Puoi andare Jason. Fammi sapere al più presto se ci sono novità sulla morte dell’operativo.
-Si signore.
Il capo degli operativi si girò ed uscì dall’ufficio. Miller era convinto che Jason fosse stato and un passo dal salutarlo militarmente prima di voltarsi.
Scosse la testa e dimenticò in fretta il capo degli operativi. Cosa significava la morte di Gillison? Rifletté per quasi un’ora, soppesando tutte le possibilità, completamente dimentico dei documenti che stava esaminando prima della notizia.
Essenzialmente tre cose.
Rimanevano solo sei dei dieci dirigenti ordinari, di cui uno assente ed un altro sotto inchiesta.
Non potevano più porre il veto alle sue decisioni. Per farlo servivano sette voti contrari. Ed ora era matematicamente impossibile che li avessero.
Marlin non aveva più la metà dei voti presenti.
Miller sorrise e si andò a versare un bicchiere di bourbon per festeggiare, sedendosi nella poltrona più comoda che avesse, la bottiglia poggiata sul tavolino vicino. “Sembra che finalmente la fortuna stia girando”. Scolò di un fiato il liquore e se ne versò un’altro.
“Sono solo in sei.”
Sorrise ancora di più all’idea che aveva appena avuto.
Marlin si lasciò ricadere contro la poltrona, inquieta, riflettendo sull’ultima idea proposta dall’uomo stravaccato scompostamente sul divano del suo ufficio. Magdalene era sicura che avrebbe poggiato i piedi sul tavolino, se solo ce ne fosse stato uno. Di certo lo aveva fatto spesso e volentieri durante gli anni in cui lei era stata direttrice degli analisti e lui uno degli uomini forti dell’est Europa.
Quel vecchio ufficio d’angolo Marlin lo aveva ereditato, già sontuosamente arredato con tanto di tavolino in cristallo, dall’uomo a cui aveva facilmente fatto le scarpe per ottenere quel posto. “Lucas non è stato un granché come avversario. Mente brillante ma di sicuro non troppo sveglio con la gente. Farlo cacciare per incompetenza è stato praticamente un gioco.”
-No, non ci siamo Aleksander.
Disse ad alta voce tornando al presente.
Meno di due ore fa, il vice capo delle comunicazioni, subito dopo aver inoltrato il messaggio della morte di Gillison a Jason, l’aveva illecitamente avvertita di quanto era successo, annullando il vantaggio che Miller poteva avere nel ricevere per primo la notizia.“Non c’è dubbio”, aveva riflettuto Magdalene una volta chiusa la comunicazione con il tecnico, “decidere di far nominare uno dei miei uomini in quella posizione è stata una scelta azzeccata anche se mi è costata parecchio. E non risolve minimamente il problema che ho ora”.
Non molto divertente da ammettere ma era la verità.
Appena finita la telefonata Marlin si era subito attivata per cercare di rintracciare Kroskj, l’elusivo dirigente dalla battuta sempre pronta ed il sorriso inciso perennemente sulla labbra che lo rendeva simpatico a tutti, chiedendogli di raggiungerla in ufficio al più presto.
Il russo aveva compreso subito l’importanza del problema dal tono di voce della donna, e per una volta invece di presentarsi con il suo ritardo cronico, e del tutto studiato, di mezz’ora, si era presentato immediatamente. Conosceva da troppo tempo Magdalene per ignorare un suo “si tratta di una cosa urgente”.
Di fronte alla situazione sia Marlin che lui avevano tutti i motivi per essere preoccupati. Erano stati messi improvvisamente in minoranza nel consiglio dei dirigenti. Sembrava che tutte le loro scommesse gli si stessero rivoltando contro.
La cosa peggiore era che stavano discutendo di come uscire dalla situazione da più di mezz’ora ed ancora non erano riusciti a trovare un modo per risolvere la faccenda. Nessun problema che avesse una qualsiasi soluzione praticabile era mai riuscito a tenerli in stallo per così tanto tempo ed oramai entrambi disperavano che esistesse una qualche via di uscita che li vedesse vincitori. O perlomeno non perdenti.
Era stato tutto inutile.
Per quanto entrambi si fossero sforzati di trovare un cavillo od un appiglio per riportare il conteggio dei voti in parità non erano riusciti a trovare nulla. Erano arrivati a richiamarsi alle norme di emergenza emanate durante la peste nera che aveva quasi dimezzato la popolazione europea. E lo avevano fatto inutilmente.
Kroskj si passò una mano fra i capelli biondi, riuscendo a scompigliare ancora di più i ciuffi ribelli, non potendo fare a meno di analizzare nuovamente i fatti, trovando la cosa largamente deprimente: Miller poteva contare sul voto di Dougan e Duville, tre in totale, contro solo Kroskj e lei. Gli altri non contavano: Brightman era sotto inchiesta e Travers uccel di bosco da mesi.
Tre contro due.
E per quanto cercassero non riuscivano a trovare un modo per cambiare la cosa.
Tre a due.
“Fottuta jella”. Aleksander non accettava di perdere così. -E se cercassimo l’appoggio di Brightman? -Suggerì il russo ancora seduto sul divano in pelle, le gambe accavallate e la giacca posata di fianco, se ne liberava appena poteva.
-Miller lo farà giudicare colpevole alla prima riunione di gabinetto e noi non abbiamo più i voti necessari per farlo assolvere. Anche se ne bastano la metà ora non ci arriviamo più.
Dannazione se non era frustante. Marlin aveva voglia di strangolare qualcuno, giusto per non sentirsi così impotente. Era stata ad un passo dal poter ottenere quattro voti in un gabinetto di sette, ed ora ne aveva solo due su sei.
-Secondo te è stato Miller a farlo ammazzare? –Kroskj non si faceva illusioni sul fatto che quello non fosse stato un incidente. Doveva ammettere che però l’idea lo disturbava.
Non l’omicidio in sé. Lui stesso aveva ammazzato la sua parte di persone durante gli anni, personalmente e a sangue freddo se necessario. Anche se nessuno, a parte Marlin, lo credeva capace di una cosa simile con la faccia d’angelo che aveva e i modi di una ragazzino. A dire la verità Kroskj non ricordava più neanche con precisione quanti fossero quelli che aveva ucciso. Molti. Sicuramente molti. Ad alcune di quelle esecuzioni aveva partecipato anche Marlin. Erano diventati “amici” così.
Piuttosto a disturbare Aleksander era il fatto che la lotta per il potere fosse arrivata a quel punto a causa della mossa di un avversario e non di una sua e che lo avesse fatto in così poco tempo. Era raro che un dirigente fosse assassinato. Nel corso dell’ultimo secolo probabilmente erano stati assassinati, senza che la cosa fosse mai provata, solo tre dirigenti, due dei quali in questo decennio. Dio solo sapeva quanti Osservatori erano stati uccisi per ordine del Concilio o da altri colleghi per un motivo o per un altro nello stesso lasso di tempo. A fare una stima prudente più di cinquanta.
-Non lo so. –Rispose Marlin guardando l’uomo di fronte a sé. Era facile dire dalla luce negli occhi verdi che era preoccupato, e lei condivideva le preoccupazioni di quello che era la cosa più vicina che avesse ad un amico. Erano alleati da anni e la loro sopravvivenza in questo momento era intrecciata indissolubilmente. E si trovavano in bilico. La cosa non piaceva neanche a lei. Neanche un po’. –E non importa. O Travers o Miller non fa differenza ormai.
Sentirono bussare alla porta.
-Avanti.
Era l’assistente personale di Marlin. Una donna sulla cinquantina con l’aria di una perfetta dama di compagnia e gli occhi gelidi della governate inflessibile. Non molti avevano il coraggio di affrontarla anche se era solo una pallida ombra della persona dirigente per cui lavorava.
-Signora Marlin, signor Kroskj –Lui la salutò con un cenno del capo ed un sorriso radioso, mentre come sempre Magdalene si limitò a fissarla aspettando che parlasse. –Il primo osservatore ha appena indetto un Assemblea Plenaria del Concilio degli Osservatori, in data giovedì 20.
Sulla faccia di Kroskj si vedeva la chiara sorpresa alla notizia, non si aspettava una mossa del genere da parte di Miller. Aleksander lanciò uno sguardo a Marlin per giudicare la sua reazione, trovando esattamente quello che si aspettava, niente. Senza scomporsi minimamente di fronte alla novità Magdalene annuì una volta alla sua segretari e lasciò tornare ai suoi compiti.
-Grazie Helen, puoi andare.
La donna salutò con perfetta cortesia ancora una volta i due dirigenti prima di chiudere la porta dietro di sé, lasciandoli entrambi pensierosi.
-Cosa vuol fare? Per liberarsi di Brightman gli sarebbe bastato convocare un gabinetto.
Chiese Kroskj qualche secondo dopo. Non capiva la mossa di Miller.
-Non vorrà fermarsi a questo. –Marlin stava pensando furiosamente. Brightman, che altro poteva ottenere con una riunione plenaria? Forse la testa di Travers… e poi? Possibile che volesse procedere alla nomina di altri dirigenti? Se era così aveva appena commesso un errore. Magdalene sorrise. –Ho trovato il modo di annullare o quasi la differenza voti.
Il russo scosse la testa, per nulla convinto dalle sue parole.
-Anche contando sull’appoggio di Giles durante le votazioni per i candidati al posto di dirigente... –Kroskj aveva seguito il suo stesso ragionamento. Era privilegio dell’osservatore della cacciatrice poter votare durante l’assemblea plenaria, almeno per quanto riguardava la sostituzione degli altri dirigenti. –…non arriveremmo alla maggioranza, lo sai vero?
-Si, -Rispose senza scomporsi troppo Magdalene, sorridendo appena. Un mezzo sorriso sincero che era spesso tutto quello che si concedeva. –Ma ora le cacciatrici sono due.
Kroskj scoppiò a ridere. Era semplicemente assurdo, impensabile, contro ogni tradizione eppure all’interno di ogni regola. Esattamente come Marlin stessa.
“Sarà divertente vedere la faccia di Miller, di fronte a questo.”
Aleksander adorava Magdalene proprio per quello.
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