Giles si svegliò di soprassalto.
Non capiva cosa avesse causato il suo risveglio, ma si sentiva vulnerabile. Aveva la sensazione che ci fosse qualcuno, lì con lui.
Rimase immobile, cercando inconsciamente di trattenere persino il respiro. Una specie di ritorno momentaneo all’infanzia, quando era certo che strane creature strisciassero nel buio della sua camera, e si tirava le coperte sulla testa per tenerle lontane. Solo che, questa volta, non si nascose sotto le coperte e i mostri della notte potevano essere più che reali.
Si sforzò di rilassarsi. Forse si era svegliato solo a causa di un sogno. A quel punto, sentì il suono, una specie di fruscio prolungato.
Annaspò nel buio, sorpreso e spaventato.
In realtà non era così buio.
Era immerso in una nebbia, non nell’oscurità completa.
Cercò a tentoni gli occhiali e, quando li infilò, si rese conto che dalla porta proveniva un vago chiarore.
Aveva spento tutte le luci prima di andare a dormire, di questo era sicuro. Controllare luci e gas era un’abitudine che faceva parte di lui e se c’era una cosa di cui non dubitava, era la sua meticolosità.
Quindi, se vedeva una luce, significava che qualcuno aveva acceso una luce. Non era stato solo un incubo non ricordato, il suo. C’era qualcosa, in casa sua. Qualcosa di materiale.
Questo era facile da affrontare. Prese la balestra appoggiata al tavolino e uscì dalla camera. Arrivato alla sommità della scala, poté guardare giù.
La luce accesa al piano inferiore era solo la piccola lampada sul tavolo della sala. L’illuminazione era scarsa, ma era sufficiente a riconoscere l’intruso.
Buffy.
Era seduta a gambe incrociate sul tavolo del soggiorno, con il volto chino e i capelli flosci che le ricadevano sul volto.
Stava giocherellando con quello che pareva uno straccio nero.
Giles scese le scale, incollerito.
Buffy voltò la testa nella sua direzione. Intanto, strappò un brandello dalla cosa che aveva in mano e lo gettò via.
Solo in quel momento Giles si accorse che c’erano brandelli di quella roba sparpagliati un po’ da tutte le parti.
Ecco cosa aveva prodotto il suono sentito prima. Era stata lei che faceva a pezzi quella cosa.
La rabbia che aveva provato nel vedere la ragazza scomparve.
Con cautela, perché non capiva di cosa si trattava, prese e subito lasciò uno di quei frammenti. Era pelle, morbida come quella di un capo d’abbigliamento.
Perché Buffy era entrata in casa sua, di notte?
Era forse una stupida forma di ripicca nei suoi confronti?
Fece qualche passo verso la ragazza e fu colpito dalla zaffata di un odore penetrante e fin troppo familiare.
Subito scordò la spiegazione che voleva esigere.
Accese la luce principale e lei sussultò e chiuse gli occhi per un attimo, abbagliata.
Indossava abiti neri, e tra quelli, la poca luce e la lontananza, Giles non aveva potuto accorgersi delle sue condizioni, ma, adesso, vedeva bene.
Buffy aveva petto e braccia ricoperti di sangue. E le mani… Anche quelle erano imbrattate di sangue semicoagulato.
Era nero quasi quanto gli abiti, con solo una sfumatura rosso violaceo dove era meno addensato, ma l’odore non lasciava nessun dubbio.
“Sei ferita?” chiese allarmato.
No. Troppo scuro per essere sangue umano. Ma doveva sentirselo dire.
Buffy si guardò perplessa.
“No… neanche un graffio…”
“E quel sangue?”
“Non è mio.” disse lei. Intanto, strappò un’altra striscia di pelle dalla cosa che teneva in mano.
Era una giacca. I resti di una giacca di pelle.
Strappava una giacca di pelle con le mani, apparentemente senza il minimo sforzo.
“Buffy, che cosa hai fatto?”
“Spero… qualcosa che serva.”
Giles non riusciva a smettere di fissarle le mani, dove il sangue si era rappreso in grumi ai bordi e sotto le unghie.
Lei sembrava non farci caso. Continuava solo a giocare con i resti della giacca.
Avrebbe dovuto tirarla su ed esigere una spiegazione sul perché era qui, in casa sua, senza permesso. Sarebbe stata quella la reazione più ovvia.
Ma ora era davvero spaventato, molto più spaventato di quanto lo era stato prima, quando non sapeva chi fosse entrato in casa sua.
“Servire a cosa?”
Buffy lo guardò stolidamente, aggrottando la fronte, come se non capisse bene il motivo della domanda, poi indicò con un gesto della testa la balestra carica che lui teneva ancora in mano.
A disagio, Giles la disarmò e la posò a terra, quindi si avvicinò ancora a lei e fu investito in pieno dalla puzza nauseante di sangue.
(Fai schifo, Buffy)
Ma non poteva dirglielo. Aveva l’impressione che in quel momento gli avrebbe riservato lo stesso trattamento di quel pezzo di pelle.
Però lei ora lo fissava
Stava respirando a brevi ansiti rapidi e affannosi.
Sembrava stare male. Giles allungò una mano per toccarle la fronte, ma si fermò prima di farlo.
Temeva che in quel momento non sarebbe stata una cosa prudente, toccarla. Non sapeva neanche se avrebbe avuto lo stomaco di fare una cosa simile. Gli veniva da vomitare solo a guardarla. Toccarla… no, quello era impossibile.
“Buffy, che cosa hai fatto?”
“Spero di avere risolto il problema di tutti questi attacchi.” mormorò lei in tono paziente.
Persino i capelli erano sporchi. Le punte si erano arricciate e irrigidite per il sangue secco.
Ma anche le dita di Giles erano macchiate. Il pezzo di pelle che aveva toccato… era stato quello.
“Hai preso Spike?”
Buffy scosse la testa.
“Ho ucciso Drusilla.”
Per un attimo, Giles provò una vera e propria repulsione per la ragazza.
Eppure, non era la prima volta che faceva cose simili. Ogni tanto Buffy si accaniva senza necessità sulle sue vittime.
Inizialmente, aveva cercato di modificare questi suoi eccessi, ma si era accorto che accadeva solo quando era troppo nervosa, e, se glielo impediva, lei finiva per compensare con scatti d’ira rabbiosa diretti verso chiunque le stesse intorno, quindi aveva preferito lasciare perdere.
Probabilmente questa volta non era stata diversa dalle altre. Buffy era incollerita a causa degli eventi dei giorni scorsi e, probabilmente, ancora sofferente, e si era sfogata con la caccia.
“Sarai stanca…” le disse, cercando di mantenere un tono rilassato.
Lei lo fissava con quegli occhi troppo lucidi e fissi, con un’espressione che Giles non le aveva mai visto e che non riusciva assolutamente a decifrare. Avrebbe potuto essere sul punto di attaccarlo o di svenire. Lui non lo sapeva proprio.
Dopo qualche istante, la ragazza annuì svogliatamente.
“Si… certo. Adesso vado a casa.”
“No… E’ pericoloso avventurarsi per le strade in quello stato.”
Buffy sorrise.
“Non credo che i vampiri mi attaccheranno. Questa notte hanno altro a cui pensare.”
Giles si sentì a disagio, a quelle parole, ma non chiese nulla. Avrebbe dovuto chiedere. Era suo compito chiedere e sapere
“Ci sono le altre cose.” disse invece “Resti qui!”
Quello sembrò scuotere Buffy dalla sua apatia, o qualsiasi strano stato d’animo in cui si trovava, anche se per un solo istante.
Era la prima volta che le dava un ordine così diretto. Non ‘dovresti’ o ‘sarebbe meglio’. Un imperativo.
“Ho un camera per gli ospiti. Hai bisogno di fare un bagno. Io intanto ti preparo il letto.”
Lei annuì di nuovo, e scese dal tavolo, lasciando giù la giacca di pelle.
“Si… Si, hai ragione.”
Giles non guardava realmente il volto della donna. Non poteva vedere le pupille contratte all’inverosimile, nonostante l’illuminazione ridotta.
Buffy lo seguì docilmente al piano superiore e lasciò che le mettesse in mano degli asciugamani puliti e alcuni degli abiti che lei, così come gli altri ragazzi, teneva in casa sua come ricambio d’emergenza.
L’Osservatore aspettò che la ragazza si chiudesse nel bagno, quindi discese nuovamente in sala.
Spostò con un piede la giacca di pelle lacerata e rabbrividì.
Come un gatto che portava le prede al padrone.
Si sentì sollevato al pensare che, fortunatamente, i vampiri morti si incenerivano.
Andò a prendere un sacco dell’immondizia e gettò via tutti i pezzi di pelle, prima di tornare nella stanza degli ospiti per cercare di renderla agibile.
Era solo una cameretta dall’arredamento rimediato. Un letto che altro non era se non una rete con un materasso e qualche mobile, resti di arredamenti precedenti. E un po’ di polvere.
D’altra parte, lui non aveva l’abitudine di ospitare gente in casa sua.
L’uomo aveva preparato il letto, quando si voltò e la vide sulla porta. Non sapeva da quanto era lì.
Aveva addosso gli abiti di scorta e, per la prima volta dopo anni, Giles si permise di guardarla con attenzione. Guardare lei, non la Cacciatrice.
Buffy non era cambiata molto.
A diciannove anni, era cresciuta solo di qualche centimetro da quando l’aveva vista la prima volta. Non era in grado di quantificare con esattezza la sua taglia, ma dubitava che superasse il metro e sessanta.
Il corpo aveva perso quasi completamente la morbidezza dell’infanzia. Era magra e muscolosa come una ginnasta, il seno piatto, le natiche appena accennate, ma, come molta gente bassa, aveva arti non molto allungati che la facevano sembrare più robusta di quanto non fosse in realtà. La pelle olivastra sembrava perennemente abbronzata, e quello era un tratto comune a gran parte delle potenziali Cacciatrici che aveva incontrato, anche se lei non si esponeva mai al Sole e certe volte sembrava provare fastidio anche a uscire durante il giorno. Occhi dalle palpebre un po’ pesanti, un po’ piegati all’ingiù. E un volto bambinesco che riusciva a diventare sinistro, proprio come quello di una bambina capace di strappare le ali agli insetti.
Obiettivamente, non era bella. Graziosa. Certo non brutta.
In quel momento, gli sembrava di trovarsi di fronte uno scorpione.
Buffy sembrò percepire la sua repulsione. Fece uno strano movimento con la testa, come per ascoltare meglio un suono che aveva appena percepito e che aveva attratto la sua attenzione.
“C’è qualcosa che non va?”
Qualcosa non andava?
No. Certo che no. Andava tutto bene.
A parte essere entrata di soppiatto in casa sua, in piena notte.
A parte essere qui venuta coperta di sangue come qualche assurda abominazione da film splatter.
A parte sembrare a pieno titolo una degli abitanti, i veri abitanti, di Sunnydale.
“No… niente.”
Buffy non disse nulla. Rimase solo sulla soglia della porta, a guardarlo fissamente.
Giles trovò insopportabile quel silenzio. Anche più della surreale conversazione di prima.
Conversazione… Uno scambio di monosillabi, più che altro. Ma, onestamente, non sapeva che dire.
“Sono solo stanco.” mormorò “Prima mi hai svegliato. Tutto qui. Io non sono giovane come te.”
“Perché fa così?”
“Io non sto facendo niente.”
Buffy non lo stava ascoltando e lui stesso si rendeva conto che le sue erano parole insensate. Poteva dire quello che voleva. Buffy si sarebbe accorta del suo stato d’animo. Lui non riusciva a definirlo, ma lei sembrava capirlo benissimo.
Giles si tolse gli occhiali e strinse lievemente fra pollice e indice la radice del naso, quella sella ossea che recava ormai indelebile il segno delle lenti.
“E’ meglio se non diciamo agli altri quello che hai fatto.”
“Perché?
“Loro non capirebbero.”
Buffy sorrise appena.
“Oh, Cordelia capirebbe benissimo.” Buffy scrollò le spalle, imitando un gesto che Cordelia faceva spesso “Se una cosa funziona, per lei va bene. Xander non ci penserebbe neppure. Non gli importerebbe niente di capire. Vorrebbe solo essere stato presente.”
“E Willow?”
Buffy sgranò lievemente gli occhi.
“Willow capirebbe?” le chiese di nuovo.
La ragazza sembrò quasi ritrarsi in sé stessa.
“Ho fatto quello che voleva.”
Lei si era messa in difesa. Stava cercando di giustificarsi. Ora se ne rendeva conto
“Buffy… Io non lo so cosa hai fatto.”
La Cacciatrice lo guardò con un freddo sguardo indagatore.
“Non mi ha chiesto niente.”
“Ora è tardi.”
Decisamente troppo tardi.
Ma lasciarla uscire in quelle condizioni era davvero troppo pericoloso e accompagnarla a casa voleva dire affrontare Joyce…
“Uccidere Drusilla è stato per Spike, poi ne ho lasciato uno per gli altri. Il sangue era suo. Non l’ho ucciso, gli ho cavato gli occhi. Da quello non possono riprendersi. Quando i suoi familiari lo troveranno, dovranno ucciderlo con le loro mani, perché la sola alternativa che hanno è lasciarlo vivere come un invalido e questo non lo faranno mai.”
Sembrava fissarlo negli occhi, ma non era così. Gli occhi erano solo il punto dove il suo sguardo si focalizzava, ma lei era concentrata su qualcosa al di là degli occhi.
Ora non c’erano più tracce di sangue su di lei, eppure continuava a sentirle addosso quello strano odore. Immaginazione, senz’altro. Non poteva sentire l’odore di qualcosa che non c’era più. Lui era solo umano.
“Tu capisci?” chiese la giovane.
“Si… Io ti capisco. Ma non lo diciamo agli altri…”
Buffy lo stava baciando, prima ancora che si accorgesse che si era mossa. E lui ricambiava.
Lei gli aveva passato una mano dietro la nuca per abbassargli la testa perché fosse alla sua altezza, e lo teneva fermo con una forza che gli avrebbe impedito qualsiasi movimento, se anche si fosse opposto. Ma non si stava opponendo affatto.
Era stato preso di sorpresa e, forse, c’era stato il tempo per qualche confuso e caotico pensiero, ma persino per uno come lui non era facile mettersi a riflettere, con la ragazza che gli si sfregava addosso e la sua lingua in bocca.
C’era un sapore strano dove il labbro era ferito. Insistette a tormentare quel punto e lei sussultò, tirandosi lievemente indietro. Subito Giles la strinse per impedirle di allontanarsi, nella risposta riflessa a quello che aveva interpretato come un tentativo di sfuggirgli.
Già il suo corpo esisteva in un momento successivo al presente, e aveva acquisito una volontà autonoma, ben superiore a quella che di, solito, governava la sua vita.
* * *
Giles aveva voluto spegnere tutte le luci.
Buffy si chiese se l’uomo lo avesse fatto perché effettivamente preferiva il buio, per non vedere, o per non farsi vedere.
Se era quest’ultima l’ipotesi giusta, aveva sbagliato sistema.
Lei aveva un’ottima visione notturna. Non paragonabile a quella di vampiri, felini o rapaci notturni, ma molto buona. In effetti, le condizioni di luce in cui si trovava più a suo agio erano quelle del crepuscolo. Ora, le luci provenienti dai segnali di stand-by della tv e del videoregistratore (e chissà da quando Giles aveva scoperto l’esistenza dei videoregistratori), e il riflesso dei lampioni che filtrava attraverso le tende dall’esterno, le fornivano una quantità di luce più che sufficiente.
Quasi come se fosse giorno, ma più confortevole.
Giles non dormiva. Non si muoveva, ma era sveglio. Il ritmo respiratorio non era di chi dormiva.
Una novità. I suoi compagni di letto, almeno quelli umani, si addormentavano sempre.
Nemmeno lei si era addormentata, ma questo era normale. Non era più riuscita a addormentarsi accanto a nessuno, dopo Angel.
Appoggiò una mano al torace dell’uomo. Lui ancora non si mosse, ma il cuore accelerò un poco.
Era strano, il corpo nudo di Giles. Diverso da tutti quelli che aveva visto e toccato. Era diversa la grana della pelle ed era come se tra essa e i muscoli mancasse qualcosa, uno strato di sostegno, che forse si era prosciugato con gli anni. E i muscoli mancavano di densità.
I suoi amanti erano sempre stati giovani o, comunque, con corpi di inalterabile giovinezza. In realtà, non aveva mai toccato in modo prolungato un uomo, un umano, che non fosse giovane. Mai una sola volta. I suoi genitori, sì, ma, per qualche inesplicabile ragione, loro non sembrava invecchiare e la loro carne era consistente quasi quanto quella di un giovane. Qualche volta aveva avuto altri contatti, ma troppo brevi e in situazioni tali da non lasciarle alcun ricordo.
Che strano. Conosceva la sensazione che dava l’epidermide di innumerevoli esseri diversi. Pelle coperta di piume, pelo, scaglie, squame, di strati cornei, corteccia. La pelle serica e fredda dei vampiri e quella ruvida e grinzosa di una quantità di demoni. Pelle asciutta o stillante umore. Pelle soda o flaccida o vischiosa…
Eppure, di tutte, la più aliena era la pelle dei suoi stessi simili.
E la sua.
Calda e scura e lievemente umida come quella umana, ma morbida e compatta e inumanamente liscia, tesa su carne solida, con mani incongruentemente privi di callosità. Come la ‘loro’.
Era stata stupida a venire qui. Avrebbe dovuto tacere tutta la faccenda, far finta di nulla.
Adesso doveva trovare una spiegazione credibile per quello che aveva fatto. Per come e dove lo aveva fatto.
Non voleva dire che conosceva l’abitazione di Angel, ma non era pensabile che Giles non indagasse sull’accaduto.
Lui non aveva chiesto nulla, non con l’insistenza e la meticolosità delle altre volte. Anzi, sembrava non volere neppure ascoltare quel poco che gli aveva detto.
Aveva paura.
Aveva paura… di quello che aveva fatto? Di quello che poteva fare?
Aveva paura di lei?
Era una cosa nuova, quella. Importante. La paura era sempre importante.
Nella casa, di fronte al vampiro ferito, aveva esitato, finché la paura di lui non l’aveva fatta agire.
Possibile che agisse automaticamente in risposta a un impulso così elementare? Quello era preoccupante, perché significava che la paura di chi le stava di fronte la controllava.
Una specie di imperativo mentale. Attacca chi ha paura.
Aveva attaccato anche Giles. In modo diverso, ma era stato un attacco.
L’Osservatore aveva paura di lei, della sua stessa presenza. Allora, non aveva visto nulla di meglio per nutrire quella paura che imporgli la sua presenza nel modo più prepotente.
Non era stato difficile. Giles era attratto da lei.
Un Osservatore attratto da una Cacciatrice, qualcuno (qualcosa?) verso cui serbare sempre il più rigoroso controllo.
Ma Giles non aveva idea di cosa fosse il controllo. Quello che lui considerava controllo si era dissolto in un istante, per una cosa simile, poi.
Non era controllo, il suo. In quel momento lo aveva capito. Era ancora paura. Paura di agire.
Se avesse avuto controllo, non avrebbe ceduto.
Se non avesse avuto paura, non avrebbe avuto bisogno di un controllo che non possedeva.
Non solo Giles non sapeva tutto. Non era neanche inattaccabile.
Lei forse perdeva il controllo quando percepiva la paura nel nemico (Giles, un nemico?) ma lui aveva semplicemente perso sé stesso.
Ma era lei che doveva avere paura di Giles. L’inverso non era previsto.
Prima o poi, anche l’Osservatore se ne sarebbe reso conto. La paura aveva cambiato il loro equilibrio, ma la paura sarebbe passata e lui avrebbe fatto domande, domande a cui non voleva rispondere.
Non avrebbe detto che aveva fatto irruzione nel palazzo. Giles e gli altri non sapevano dove si trovava e non lo avrebbero saputo. Non da lei. Mai.
Giles aveva saputo della vecchia fabbrica e, nonostante ciò, non aveva fatto nulla, ma il pericolo era troppo grande. Inutile rischiare.
Il palazzo e i suoi abitanti appartenevano a lei. Nessuno altro poteva toccarli.
Nemmeno si rese conto che, seppur per un attimo, aveva pensato che avrebbe ucciso chiunque si fosse azzardato a farlo.
Si alzò dal letto.
L’uomo sussultò quando lei si mosse, ma non fece altro. Buffy lo ignorò, sicura che non l’avrebbe fermata né seguita, e scese nel soggiorno.
Il divano era abbastanza grande per lei. Ci si raggomitolò e chiuse gli occhi, rilassandosi di sollievo. Per una volta, aveva realmente sonno.
In quello Giles aveva avuto ragione, anche se per poco non gli aveva riso in faccia, nel sentirlo.
Stanca…
Aveva fatto a pezzi qualcuno, alla lettera, e tutto quello che sapeva suggerirle lui era di farsi una bella dormita. E magari anche una buona colazione.
Chissà perché la finestra che dava all’esterno era sbarrata. Come se Drusilla fosse stata prigioniera.
Forse era davvero così. Forse la donna aveva fatto qualcosa per cui era stata imprigionata e condannata a lasciata a morire di fame. Era uno scheletro.
Però la porta d’ingresso era aperta, i due non l’avevano sfondata per entrare. E, francamente, non riusciva a immaginarsi Angel o Spike fare una cosa del genere proprio a Drusilla.
Malata…
La vampira le era sembrata malata.
Che era debole, lo aveva saputo, ma non si era mai soffermata a pensarci. In fin dei conti, Drusilla era debole anche quando era arrivata a Sunnydale.
Ma, ora, la cosa la disturbarla. Non aveva smesso di tormentarla dal momento in cui l’aveva vista.
C’era qualcosa di… scorretto, in questo.
Appena prima di addormentarsi, per un istante, ebbe in mente l’immagine di una snella e pallida mano maschile, una ferita che avrebbe dovuto essere insignificante, ma che non si rimarginava.
Però il ricordo si era presentato nel momento stesso in cui lei stava per cadere nel sonno. Il momento più sbagliato, perché fu subito perso nei recessi del sonnolenza, prima di essere realmente considerato.
Ignorata, l’immagine tornò a riposare negli abissi nella sua mente, dove rimase dormiente, in paziente attesa di essere ridestata e riconosciuta per i suoi impliciti.
Quando, alla fine, questo accadde, erano passati anni e il ricordo era diventato solo un’ulteriore prova di fatti ormai scontati.
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