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VIII

January 7 2006 at 7:11 PM
  (Login solichan)
Avvoltoi


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La donna si fermò ansimando.
Era quasi arrivata sulla cima della collina, ma gli ultimi metri erano sempre i più difficili. Non aveva più fiato e le dolevano tutti i muscoli.
Cercò di equilibrarsi al meglio e di non scivolare sulle pietre taglienti, e rimase immobile, sforzandosi di non respirare troppo affannosamente l’aria gelida e sottile.
Le ci volle quasi mezz’ora per riprendersi a sufficienza da arrivare alla vetta. Poi bastò un breve cammino su un terreno quasi pianeggiante e finalmente raggiunse la parete dell’altura che cadeva a picco sul mare.
Si sedette sul bordo dello strapiombo, rimirando l’oceano sotto di lei, e distese le ali membranose.

Ogni volta che veniva qui provava il desiderio di lasciarsi cadere dal precipizio.
Lanciarsi in quel vuoto, spiegare le ali e scoprire se erano di nuovo qualcosa di più di un pesante fardello. Se le correnti ascensionali le avrebbero fornito una spinta verticale sufficiente, se la portanza l’avrebbe sostenuta.
Ma l’atmosfera era troppo rarefatta e la gravità troppo elevata per permetterle il volo.
Quindi veniva qui, nonostante la fatica che comportava muoversi in quest’aria così povera d’ossigeno e con questo peso schiacciante, si affacciava sul crinale e desiderava lanciarsi e volare ancora, fosse anche solo per quel breve volo che la separava dal mare.
Probabilmente, una notte o l’altra lo avrebbe fatto.
Di sicuro a casa non sarebbe mai tornata e non poteva andare da nessun altra parte.

Questo punto era il confine. Le sarebbe bastato scendere il versante opposto a quello da cui era arrivata e avrebbe abbandonato la valle, entrando nel mondo esterno.
Ma pensare di andarsene era solo una fantasia. Al di fuori, sarebbe morta al primo incontro con uno degli abitanti del pianeta.

Però continuava a venire qui, sul confine dell’abisso. Il confine di due diversi abissi, a nessuno dei quali poteva sopravvivere.
Fletté lievemente le ali e quel semplice movimento esaurì le sue forze.

Non aveva mai provato prima l’impulso di farsi del male.
Non aveva mai neppure concepito la possibilità di compiere un’azione che procurasse dolore, o danno, neppure nel modo più lieve.

Questo mondo la infettava con la sua ferocia.
Questo mondo era una trappola mortale. Una trappola che non smetteva mai di fare vittime.
Anche ora, da qui, sentiva la trappola serrare i suoi denti per stritolare un nuovo malcapitato.

Lei era già nell’abisso e la sola cosa a cui riusciva a pensare era volare di nuovo

* * * * * * *



Buffy fissò distrattamente la serie di daghe e coltelli esposti sul tavolo davanti a lei. Giles sembrava tenere a quelle cose almeno quanto teneva ai suoi libri, ma al fine pratico erano tutte inutilizzabili. Mal bilanciate, a filo ottuso, di metallo troppo tenero… qualcuno persino ossidata, nonostante le cure.
Quanto a lei, li aveva presi senza una vera ragione e, adesso, non sapeva bene cosa farne.

All’Osservatore non erano servite spiegazioni complicate. Ne era stato compiaciuto. Rassicurato, anzi. Era la conferma alle sue teorie.
Lui stesso aveva formulato la spiegazione che cercava. La sola che avrebbe accettato.
Lei aveva ucciso Drusilla e inferto così un colpo mortale a Spike. Costui era scomparso a sua volta e senza Spike e Drusilla il gruppo si era disgregato.

Sebbene Giles si rifiutasse di riconoscere ai vampiri una complessità emotiva e di relazione paragonabili a quelle umane, non aveva difficoltà a credere Spike sconvolto per la fine della compagna.
Non era necessario fargli notare che, se lui avesse avuto davvero ragione, Spike se ne sarebbe infischiato della morte di Drusilla e non sarebbe cambiato nulla.

Non era neppure necessario fargli notare che se la stragrande maggioranza dei vampiri fossero stati realmente solo macchine inconsapevoli agli ordini dei pochi individui capaci di pensiero, il gruppo nel suo insieme non sarebbe stato colpito dalla mancanza di Spike e Drusilla, visto che Angel era ricomparso subito dopo l’irruzione, senza neppure lasciar passare qualche giorno.
A pensarci bene, anche questo ragionamento era paradossalmente minato alla base, visto che Giles dava una connotazione morale a quello che i vampiri facevano. Ma come incolpare qualcosa privo di volontà? Non avrebbe avuto più senso che incolpare una forbice di tagliare se le lame venivano chiuse.

Qualche volta, Giles era davvero un tipo strano.

Era sempre stato capace di vedere le cose solo dal suo punto di vista. Nulla di strano in questo. In fondo lo facevano tutti. Ma l’Osservatore sembrava del tutto incapace persino di considerare la possibilità di altri punti di vista.

(Ottuso?)

Non le piaceva quel pensiero, perché voleva bene a Giles ed era sicura che fosse sinceramente ricambiata. Ma era lei, l’ottusa, se pensava che l’affetto personale avesse qualcosa a che fare con un tratto caratteriale. Era peggio che ottusa, se si rifiutava di considerare qualcosa solo per affetto personale.
Doveva valutare la possibilità che l’uomo fosse realmente e seriamente limitato.
In realtà, non aveva motivo di credere altrimenti. Giles non aveva mai dato prova di particolari capacità intellettive, eccetto una sorta di memoria eidetica selettiva e frammentata, e questo non aveva nulla a che fare con l’intelligenza.

Lui si era convinto che il suo mondo fosse fatto in un certo modo e non aveva importanza quante dimostrazioni aveva a provare il contrario. Non avrebbe cambiato idea. Probabilmente non ne era in grado.
Se questo valeva per una cosa, poteva valere per tutto. Poteva essere solo l’espressione di un problema (Ottusità?!) fondamentale di Giles.
L’incapacità di seguire coerentemente le conseguenze delle sue stesse idee.

Ma erano particolari che non avevano bisogno di essere messi sotto gli occhi dell’Osservatore. In fin dei conti, avrebbe potuto benissimo pensarci da solo.
Poi, stasera aveva altro da fare con lui.

* * *


Da diversi minuti, Giles osservava attentamente Buffy.

La ragazza stava studiando alcune delle armi che lui aveva in casa, una serie di lame di media lunghezza. Sembrava del tutto concentrata in quello che faceva, mentre osservava le armi, le soppesava, le posava di nuovo sul tavolo.
Le aveva prese senza chiedere alcun permesso.
Da un po’, Buffy si comportava come se la casa di Giles e tutto quello che conteneva appartenesse a lei.
Se n’era accorto solo con la sua ultima azione, quando era entrata in casa in piena notte, ma, a ben pensarci, era un comportamento iniziato molto tempo prima.

L’uomo sospirò.
Una settimana. Era passata una settimana. Anzi, otto giorni esatti questa sera. E lui non aveva avuto ancora il coraggio di parlare. Chiarire che quello era stato un evento eccezionale. Qualcosa che non si sarebbe mai ripetuto.

Aveva vagamente sperato che per lei significasse qualcosa di importante. Aveva sperato che formasse un legame più solido di quello che avesse avuto finora, ma sembrava che per Buffy la cosa avesse avuto un’importanza molto relativa. Tanto relativa che non ne aveva neppure accennato. Trattandosi di Buffy, non poteva essere a causa di paura o imbarazzo.
Nel suo caso, invece…
Assurdo che si sentisse intimorito di fronte a una ragazza con quarant’anni di meno.
Non era un ragazzino inesperto. Poteva anche recitare la parte del timido bibliotecario, così come Buffy poteva recitare la parte della biondina svampita. Identità fasulle entrambe. Comode e fasulle.
Però non aveva il coraggio.
Cominciava a dubitare che lo avrebbe mai trovato, il coraggio.

E, in fondo, Buffy non aveva cercato di sedurlo e non aveva giocato. Aveva solo risposto a qualcosa che ci si aspettava da lei, come sempre.
Era sua, quindi, la colpa.

Buffy sembrò finalmente scuotersi e cominciò a rimettere a posto tutte le armi tirate fuori.

Giles cominciava ad anelare al momento in cui la scuola sarebbe stata riaperta e loro avrebbero potuto ricominciare a incontrarsi in biblioteca.
Perlomeno non doveva preoccuparsi particolarmente di attirare l’attenzione dei vicini e della comunità. La sola cosa buona del vivere a Sunnydale. In qualsiasi altro luogo al mondo, probabilmente l’avere in casa ragazzi così giovani di sera o a notte fonda gli avrebbe causato problemi.

Buffy finì di rimettere a posto le armi, quindi si appoggiò alla scrivania, di fronte a lui.

“Vuoi uscire con me, stanotte?” gli chiese.

Questo lo stupì.
Non gli aveva mai chiesto di accompagnarla nella caccia.
Talvolta lui lo faceva di sua volontà, e in quei casi Buffy non aveva mai fatto nulla per fermarlo, ma neppure gli aveva mai chiesto di andare.

“Come mai questa richiesta?”
Lei gli sorrise.
“Ho una meta precisa.”
“Cioè?”
“Due demoni.”
“Individui problematici?”
“Naturalmente sì. Attaccano esseri umani.”
“Quando è successo?”
“Io li ho scoperti qualche settimana prima di essere ferita.”

Giles rimase inebetito.

“Sai tutta la gente che viene ricoverata per aggressioni da parte di animali o di sconosciuti?” continuò allegramente Buffy “Ecco, questi due sono responsabili di qualcuna di queste aggressioni. Magari va avanti da parecchio, ma non credo. Non li avevo mai visti prima.”

La notizia arrivava inaspettata.
Non si illudeva che riuscissero sempre a trovare ed eliminare il responsabile di ogni attacco e ferimento e uccisione fatta a danno della popolazione. Della maggior parte di esse, il colpevole restava sconosciuto.
Quel che era strano era che Buffy avesse risolto uno dei tanti ‘casi’ e che non si fosse premurata di avvertirlo.

“Non me lo hai detto…”
“Me ne sono dimenticata. Tanto non ho avuto il tempo di occuparmene con tutto il casino, con tutto il casino che c’è stato. Poi sono anche stata ferita e tu stesso mi avevi detto di riposare. Adesso mi sento in forza e i vampiri si sono dati una calmata, quindi ho tempo di occuparmi anche di questi. Ora, vuoi venire con me?”

Logico. Molto logico e ragionevole. Bisognava dare la giusta priorità ai casi.
Ma in questi otto giorni l’attività dei vampiri era diminuita drasticamente, ben al di sotto dei livelli di guardia, e lei poteva dedicarsi anche di quello che aveva dovuto trascurare.

“Che cosa sono?”
“Non lo so. Non ho idea di come si chiamino. Ho dato un’occhiata ai tuoi libri, ma non li ho trovati. Forse non sono niente di tanto importante da meritare un’annotazione.”

Questa era un’altra cosa strana. Che lei non gli avesse chiesto di consultare i suoi libri (Suoi! Non di Buffy, per quanto una volta adulta non le avesse mai impedito di accedervi).

“E allora come mai vai così diretta?”
“Non essere compresi nell’elenco degli Osservatori non significa che non siano pericolosi. Ci sono cose che gli Osservatori non hanno mai visto, quindi non possono averle documentate. Questi due non hanno ancora ucciso nessuno, a quanto ne so, però hanno ferito diverse persone e credo proprio sia solo questione di tempo.”
“Vuoi scontrarti con qualcosa di cui non sai nulla?”
“Non ho detto che non so nulla di loro. Non vado alla cieca, Rupert. Vogliamo passare qualche notte e approfondire la ricerca? Tanto anche sapere il loro nome non cambierà niente, tu non sai mai dove si trova quello che serve e comunque tutto si riduce sempre a un sistema. Io e una mazza ferrata.”

Lui stava diventando inutile, privo di scopo.
L’Osservatore doveva guidare la Cacciatrice… però Buffy era molto più efficiente quando lavorava da sola, più capace strategicamente.
Lui stava perdendo la sua funzione.
Peggio. Stava cominciando a capire che la sua presenza costituiva un ostacolo a Buffy. Se solo lo avesse capito lei…

La ragazza prese un elastico che teneva intorno a un polso e si legò i capelli, sbuffando innervosita quando non riuscì a fermare alcune ciocche.

“Mi hai detto di dirti quello che faccio. Okay, te l’ho detto. Vuoi venire con me per accertarti che non mi faccia male?”
“Se vuoi…” mormorò Giles, perplesso. Buffy stava insistendo troppo.
“Sì, voglio. Non te lo avrei detto, altrimenti.”
“Sai dove trovarli?”
“Sì. Altrimenti non sarei così diretta, non ti pare? Sono diurni e a quest’ora dovrebbero essere a casa.”

* * *


Non l’avrebbe più accompagnata.

Aveva visto in che stato era ridotta quando, solo poche notti prima, era arrivata a casa sua. Aveva sentito quello che lei gli aveva detto e non aveva chiesto particolari. Per una volta, chiedere particolari e rapporti non gli sembrava doveroso. Gli sembrava morboso.

Ma niente poteva prepararlo alla vista di una ragazza diciannovenne, quella stessa ragazza diciannovenne che appena prima di uscire si era attardata perché non riusciva a legarsi i capelli con un elastico, che immobilizzava quello che sembrava un suo coetaneo e con tutta calma lo decapitava di fronte alla madre con la schiena spezzata, impotente.

Questi due demoni non erano vampiri, ma condividevano con essi una caratteristica. Appartenevano di una specie fin troppo umanoide.
Avevano strani occhi, con pupille che tagliavano orizzontalmente iridi di un azzurro chiaro e luminoso come quello dei cani da slitta, e le proporzioni fisiche non erano esattamente umane.
Ma Giles non vedeva i loro occhi e le loro proporzioni.
Se almeno Buffy avesse scelto qualcosa di forma e aspetto meno umano, non sarebbe stato così brutto. Qualcosa con scaglie e corna.
Qualcosa dal sangue meno rosso, qualcosa di muto.

Alla fine aveva ucciso lui la donna, prima che potesse vedere la fine del ragazzo.
Si era vergognato della debolezza mostrata di fronte a Buffy, ma lei non sembrava averci fatto caso. Non lo aveva fermato, non lo aveva neppure guardato.

Buffy non era sadica. Quello che faceva aveva una ben precisa ragione. Una volta ottenuto il suo scopo, non si interessava d’altro.
Ridotti i vampiri a più miti consigli, ora stava lasciando avvertimenti per il resto della comunità demoniaca. Anche questo era logico.
Ma lui non l’avrebbe più accompagnata. Di questo era sicuro.


* * * * * * *


Il continente era coperto da un intricato dedalo di corsi d’acqua.
Poco per volta, i canali si allargavano, i lembi di terra fra l’uno e l’altro diventavano isole e il continente si sgranava in un arcipelago in un caldo, basso mare grigio, dalle acque come specchi che riflettevano il cielo di madreperla.

Un’imbarcazione dal fondo piatto discendeva uno dei fiumi. Colui che la governava aveva iniziato il viaggio molto tempo prima, e su quei fiumi aveva visto alternarsi tutte le stagioni.

Era un viaggio che prima o poi quasi tutti compivano nella loro vita e anelava dal desiderio di raggiungere la meta. E diventava sempre più complicato perché, avvicinandosi al mare, si moltiplicavano i punti di contatto fra i canali, i fiumi diventavano solo maglie di una fitta rete. Occorreva studiare con attenzione la rotta, attento a non imboccare un canale sbagliato, uno che, forse, avrebbe potuto portarlo in uno stagno cieco. O allungargli il viaggio. O, peggio di tutto, portarlo a contatto con altra gente.

Mise la prora al vento e lascò le vele composite, lasciandole sventagliare. Non appena la barca fu ferma, gettò l’ormeggio e disarmò. Saltò nell’acqua bassa e camminò sino alla riva del canale, ricoperta da lunghe erbe.
Qui si sarebbe riposato e sfamato e avrebbe studiato la prossima tappa del viaggio.
Il mare era ancora lontano. Lontanissimo.



* * * * * * * * * * * * * * *



P.S. L’idea che Giles non sappia mai con precisione dove si trova la notizia che gli serve è di Silea. Per essere esatti la faccenda era ‘lui sa sempre che c'è scritto qualcosa in proposito, ma non ricorda mai cosa né dove.’ D
Silea, scusa per la citazione, ma è troppo bella e vera per non usarla.


 
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