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VIII

February 14 2006 at 10:49 PM
  (Login Silea)


Response to L'ultimo giorno. Parte Prima: Sangue

 






Inghilterra, Manchester. Giovedì 20.







Era un piccolo quartiere residenziale ben tenuto, appena decentrato, costruito da non più di una ventina di anni. Non particolarmente lussuoso, anche se le villette a schiera erano abbastanza grandi da testimoniare il benessere delle famiglie che ci abitavano.
Così la sua famiglia, almeno il ramo materno, era benestante.
La cosa le fece piacere, sollevandola in qualche modo.
Buffy si era fatta lasciare dal taxi un paio di isolati prima, decisa a fare a piedi l’ultimo tratto di strada. Per schiarirsi le idee, si era detta. Era stata una passeggiata piacevole, l’aria fresca ma non fredda, il sole coperto da qualche nuvola sparsa.
“E’ una giornata incantevole.”
Una parte del cervello della bionda aveva registrato questa notizia in un piccolo cantuccio, relegandola tra le cose non importanti. Nello stato in cui era ora Buffy faticava molto ad accorgersi di quanto le stava attorno se non della distanza che la separava dalla sua meta. Tutto il resto non era altro che un contorno sfocato. Intellettualmente sapeva che se non fosse stato per il motivo per cui era qui si sarebbe goduta quella passeggiata molto di più, ma praticamente della cosa non le importava assolutamente nulla.
A mano a mano che si avvicinava all’indirizzo che l’agenzia investigativa le aveva dato, i suoi pensieri caotici improvvisamente rallentarono, come trovando finalmente pace, per la prima volta da quando aveva avuto tra le mani i risultati delle ricerche. Di sicuro l’idea della passeggiata aveva funzionato.
“Dio, le ho fin troppo chiare le idee”.
Era arrivata davanti al numero civico 23, lei cercava il 30. Rallentò il passo, cominciando a guardare con più attenzione le case dall’altra parte della strada, fino a trovare quella che le interessava.
Davanti era parcheggiata una berlina nera, un B.M.W. vecchio di qualche anno, le finestre coperte da tendine bianche, il giardino ben tenuto con alcune aiuole piene di fiori. Dovevano essere in casa. Aveva aspettato apposto quasi l’ora di cena per venire, per essere certa di trovarli.
Buffy raggiunse la casa e si fermò incerta se attraversare o meno la strada. Una macchina la superò lenta, svoltando a destra all’incrocio successivo. Sembrava un buon posto per crescere. Poco rumore, traffico limitato, una zona sicura. Alcuni ragazzini stavano giocando a pallone assieme, in un cortile diverse case più avanti. La gente camminava pigramente lungo i marciapiedi, ovviamente passeggiando, senza dover necessariamente arrivare da nessuna parte.
Un posto idilliaco.
In tasca Buffy si stava tormentando le mani con le unghie, le tremavano leggermente. Non riusciva a fermarle.
Fece un respiro profondo per calmarsi e ripensò alla conversazione che aveva avuto il giorno prima con Willow.
Ma durante la notte, mentre si girava insonne nel proprio letto, la cacciatrice non aveva potuto fare a meno di notare una certa mancanza di sostegno da parte di Willow, non che non l’avesse confortata, ma era sembrata piuttosto distaccata e sbrigativa prima della partenza. Il che non aveva fatto che aumentare i dubbi nati prima. Buffy aveva cercato di ignorare la cosa, ripetendosi che non era altro che paranoia dovuta all’insicurezza che provava in quel periodo. Che ci potevano essere migliaia di ragioni per la azioni di Willow, sempre supposto che fossero vere. Ed oltre a dubitare di quell’amicizia, Buffy cominciava ad avere dubbi sul continuare o meno quella ricerca.
Così, a metà della notte aveva rinunciato a dormire ed aveva chiamato Sunnydale.
“In fondo una famiglia l’ho già.” Aveva detto all’amica durante la telefonata. “E noi ci saremo sempre.” Aveva risposto immediatamente Willow. In quel momento la cacciatrice si era sentita veramente meschina all’aver dubitato dell’amicizia della ragazza.
Aveva fatto bene a telefonare, sentire l’amica l’aveva tranquillizzata non poco e quando finalmente aveva rimesso a posto la cornetta, Buffy si era sentita meglio, più sicura di voler andare avanti con la sua ricerca.
Ricacciò gli ultimi dubbi indietro e guardò la casa di fronte a sé con più attenzione. Cercando di notare i particolari che la caratterizzavano. I vasi appesi ai balconi del secondo piano ad esempio, le tendine colorate di quella che doveva essere la cucina, in contrasto con quelle crema del salone, l’abbaino della soffitta socchiuso.
Non sembrava muoversi niente, non sentiva nessuno rumore provenire dall’interno.
Si passò le mani tremanti fra i capelli, cercando di aggiustarli meglio, poi risistemò anche i vestiti, un abbigliamento quasi elegante, pantaloni da pomeriggio, camicetta e un cardigan. Ci aveva messo due ore per scegliere cosa mettersi. Lo stomaco le dava strane sensazioni, neanche fosse sulle montagne russe, deglutì nervosamente. Doveva decidersi, era troppo tempo che stava ferma lì, se fosse rimasta ancora avrebbe attirato la curiosità della gente.
Dieci metri. Doveva fare soltanto dieci metri. La porta marrone con la maniglia in ottone laccato era direttamente davanti a lei.
Poi si girò e tornò da dove era venuta. Prima aveva superato una fermata dell’autobus, lo ricordava, altrimenti avrebbe chiamato un taxi.
“E’ un errore, è tutto un stupido errore. Io non c’entro niente qui.”






Cornovaglia, Inghilterra. Concilio degli osservatori, giovedì 20.






Bussarono alla porta, tre colpi leggeri ma decisi. Faith squadrò l’ingresso indecisa sul da farsi. Aveva sentito i passi, che aveva riconosciuto come maschili, avvicinarsi lungo il corridoio ed aveva sperato che proseguissero oltre, senza fermarsi.
Ovviamente non era successo.
E qualcosa le diceva che non ne sarebbe venuto nulla di buono.
“Perfetto, semplicemente perfetto.”
Dopo le cinque ore di riunione plenaria Faith era decisamente stanca oltre che essere veramente di malumore. Troppo parlare e poco agire, minacce velate e giochi d’attesa per i suoi gusti. Aveva fatto la sua parte, il killer duro ed efficiente ma anche capace di pensare, e l’aveva interpretata decisamente bene, del resto capire quei discorsi non le era mai stato difficile, semplicemente le risultava mortalmente noioso giusto noioso.
“E scommetto che molti di quelli lì dentro non arrivano ad afferrare neanche la metà di quanto è successo tra Marlin e Miller.”
Quindi il pensiero di ignorare l’uomo dall’altra parte della porta la tentava molto.
Bussarono di nuovo. Faith si mise a sedere sul letto, decidendo di rinunciare al suo tentativo di sonnecchiare per qualche altro minuto.
-Avanti.
Non aveva voglia di chiedere chi fosse.
Entrò un ragazzo sulla trentina, capelli biondi ed una faccia lentigginosa slavata, del tutto privo di espressione.
“Perfetto mi ci mancava proprio una chiacchierata con l’automa senza cervello”.
Pensò sarcastica già rimpiangendo la decisione di farlo entrare.
“Del resto tutti noi commettiamo imperdonabili errori nella nostra vita, a cui non possiamo rimediare…”
L’uomo si fermò sulla soglia senza muoversi, una mano sulla maniglia della porta, l’altra che si muoveva nervosamente, senza fermarsi un attimo, passando dalla tasca dei pantaloni di velluto a coste ai capelli. La cacciatrice avrebbe detto che stava tremando leggermente.
Faith avrebbe potuto metterlo a suo agio, offrirgli qualcosa, oppure alzarsi ad accoglierlo.
Rimase seduta sul letto, squadrandolo, misurandolo, facendo passare lunghi secondi prima di ringhiargli contro la successiva domanda.
-Cosa vuoi?
Faith non ne era sicura, ma il tipo doveva essere uno degli osservatori giovani, o come cavolo li chiamavano. Le sembrava di averlo visto alla riunione, prima, sulle gradinate di fronte a sé, tra le prime fila. Lui alzò lo sguardo dal pavimento, che aveva improvvisamente attratto il suo interesse non appena gli occhi di Faith avevano sfiorato i suoi, incrociando solo per un attimo quello della cacciatrice prima di vagare per la stanza. La cacciatrice notò che gli occhi del ragazzo erano piccoli, troppo per quel viso. Di certo non contribuivano a dare una buona prima impressione dell’osservatore.
Mentre il suo sguardo girovagava per la stanza, l’uomo si ritrovò a pensare che l’alloggio non somigliava per niente a come se lo era immaginato.
Di certo non lo aveva supposto così spoglio. Si era aspettato qualcosa di lussuosamente arredato, a testimonianza della posizione che Faith aveva raggiunto, e pieno di armi, magari antiche, per via del ruolo della ragazza.
Ma soprattutto lo aveva immaginato più grande. In fondo Faith era, come il vice capo degli operativi, una delle persone più influenti del concilio. Se non un intero appartamento l’osservatore si era aspettato almeno una suite, con un paio di camere. Non una stanza.
E di sicuro non una stanza simile. Doveva essere uno di quegli alloggi temporanei assegnati agli osservatori di passaggio per qualche giorno, e da quello che vedeva probabilmente l’intero arredamento era quello standard fornito dal concilio.
Persino lui nella propria stanza aveva appeso stampe alle pareti, aggiunto mobili, liberandosi appena possibile dell’orrida scrivania che vi aveva trovato. Insomma, per quanto possibile, l’aveva resa accogliente.
Questo posto invece era freddo.
Non più anonimo nella sua ordinaria uguaglianza a tutti gli altri alloggi temporanei, ma ostile.
-Piuttosto spartano come alloggio.
Lo disse mentre faceva un insicuro passo avanti, per aprire il discorso, spezzare un po’ della tensione che sentiva nell’aria. Quella stanza lo metteva a disagio. Quella ragazza lo metteva a disagio. “Santo cielo, ed ancora non ha detto una sola parola…” Sinceramente avrebbe voluto essere in un qualsiasi altro posto piuttosto che in questo alloggio.
La cacciatrice non rispose, limitandosi a fissarlo.
-Non che sia brutto, per carità, molto… spartano ecco.
Faith continuò a rimanere in silenzio. Non era qui per fare la baby-sitter di uno che a trent’anni non sapeva neanche cominciare un discorso. Soprattutto non quando era di cattivo umore. Ed al momento era di pessimo umore.
“Tanto peggio per lui se ha un pessimo tempismo…”
-Se hai qualcosa da dirmi, dilla, altrimenti usa quella dannata porta per sparire di qui.
La frase sembrò toglierlo d’impaccio, almeno un po’. Gli occhi tornarono sul volto di Faith, senza guardarla direttamente, mentre muoveva qualche altro passo in avanti. Non era sicuro di sé, assolutamente no, ma almeno non era più completamente paralizzato.
-Posso sedermi?
Indicò la sedia della scrivania.
Faith fu tentata di dire di no, molto tentata. Ma voleva anche liberarsi dell’idiota in un tempo decente, quindi annuì.
“Magari me ne riuscirò anche a liberare in tempo per potermi riposare un po’…”
-Io sono… un rappresentante… diciamo… potrebbe esserci un gruppo di individui, che in caso di un vuoto di… come dire… potere… potrebbero… in linea del tutto teorica… arrivare ad essere… il nuovo consiglio degli osservatori…
-Cosa volete da me?
Lo interruppe. Le ci mancava solo qualcuno che le proponesse un bell’omicidio su commissione quest’oggi. Non che fosse contraria all’idea di principio, e sul resto si poteva discutere. Era il tipo che parlava che non le piaceva.
-Ecco… noi… insomma… non crediamo che il primo osservatore… sia esattamente… il migliore che si sia mai avuto…
“Come diplomatico avrebbe potuto anche fare carriera, tremolio nella voce a parte.”
Rifletté la cacciatrice.
Era spaventato per bene, le mani ancora gli tremavano leggermente, anche se le teneva incrociate, i gomiti poggiati sulle gambe. Probabilmente si aspettava che lei gli saltasse addosso e lo sgozzasse per il puro piacere di sporcarsi le mani di sangue.
Faith gli sorrise cattiva.
Solo per vedere la reazione che ci sarebbe stata.
“Mi diverto con poco di questi tempi…”
Pensò fra sé sarcastica.
Di fronte a quel sorriso, il ragazzo smise di parlare e deglutì visibilmente, allargandosi nervosamente il colletto della camicia, prima di proseguire.
“E’ quasi divertente vederlo tremare di terrore…”
-….ecco… in cambio del posto… per me… e … per altre persone… come dirigenti… noi… ti sosterremmo come capo del Concilio.
“ok, questo è sorprendente.”
Faith scoppiò a ridere in maniera incontrollabile. Il ragazzone se ne risentì, ed il suo volto si piegò in una smorfia ma senza riuscire a decidersi se offendersi, oppure rilassarsi di fronte alla reazione della bruna. In fondo se rideva era improbabile che lo ammazzasse.
-E chi sareste?
Chiese la bruna un paio di secondi dopo, ripresasi dalla risata, ma con ancora un mezzo sorriso sulle labbra.
-Siamo quaranta osservatori, tre anziani, più un dirigente. Non posso fare i nomi.
Faith inarcò un sopracciglio alle parole.
“La cosa è più seria del previsto.”
Sempre che fosse vero.
La bruna si passò distrattamente una mano sul collo, massaggiandoselo appena. Se mandavano gente così a contattare il capo della supposta fazione, non doveva esserci niente di sicuro, e se c’era qualcosa di sicuro, con questo genere di organizzazione alle spalle, sarebbe stato molto meglio non averlo.
-La risposta è no. Non farò parte della vostra piccola cospirazione.
Replicò semplicemente.
-Perché mai?
L’osservatore sembrava offeso dal semplice e immediato rifiuto.
Faith si asciugò le lacrime che le erano uscite dagli occhi a causa delle risate, e rispose, completamente seria ora. L’unica cosa buona della faccenda era che, nel giro di due giorni, la storia del golpe le aveva procurato grandiose risate.
-Perché io non vado in giro a guidare concili. Non mi interessa comandare qualche centinaia di ricercatori ed un pugno di mercenari. Io bado ai miei interessi e non ho alcuna intenzione di cacciarmi in un vespaio simile.
La sua espressione ora ricordava quella di un cuccioletto smarrito. Faith sospirò mentalmente prima di risistemarsi i capelli con una mano.
-Ora ragazzo, vedi la porta? Usala.
Non gentile, per nulla cordiale, dal tono decisamente definitivo e quasi minaccioso. Ma una frase perfetta per liberarsi del ragazzo che scattò in piedi dalla sedia e si precipitò fuori dalla stanza senza neanche chiudere la porta dietro di sé.
Faith si alzò, indolente, raggiungendo l’ingresso e chiudendolo a chiave. La serratura l’aveva montata lei stessa tempo prima, uno dei pochi cambiamenti che aveva apportato alla stanza. Non era certo a prova di scasso, ma almeno obbligava chi volesse entrare a forzarla. Serviva giusto per affermare la sua proprietà di quel luogo. Quanto al caso in cui fosse stata presente al momento del tentativo di effrazione, il rumore dei movimenti dei supposti intrusi l’avrebbero svegliata di gran lunga prima che chiunque riuscisse ad entrare nella stanza.
Se ne tornò a letto, decisa a dormire.
Le cose non andavano affatto bene. Si era formata un’altra fazione. Ma non era questo a preoccuparla davvero. Era la facilità e la chiarezza con cui l’avevano contattata. Se la gente andava in giro a progettare tradimenti con i primi venuti, di cui non conosceva niente, e lo faceva senza alcun timore, non era affatto buon segno.
Doveva trovare un modo per andarsene da lì.





New York. U.S.A. Venerdì 21.





Angel era seduto dietro la scrivania dello studio, immerso in lugubri pensieri.
Era uno di quei momenti in cui tutti i fatti negativi della tua vita ti si ripresentano alla mente e ti fanno chiedere se era valsa veramente la pena di soffrire così tanto per poter vivere. Angel sapeva che la risposta era si, aveva detto si anche quando era stato all’inferno, ma qualche volta diventava malinconico, e si sentiva oppresso dalla cappa dei ricordi.
Perché, nonostante quello che dicevano gli altri di lui, della sua tendenza la masochismo, del suo essere sempre depresso, spesso Angel era solo riflessivo. Pensava a quello che era avvenuto decine di volte, quello si, ma non erano sempre pensieri tristi o pieni di rimpianto. Spesso era soltanto la sua assenza di vocalizzazione che lo rendeva così malinconico agli occhi degli altri.
Sarebbe passato. Lo sapeva. Ma al momento faceva veramente male. Lui non trovava spesso amici, e perderli aveva sempre significato molto per lui. Anche prima di essere maledetto, perché di certo gli zingari non gli avevano restituito l’anima per fargli una cortesia, ma per farlo soffrire e rovinargli la vita, erano stati pochi e rari gli esseri che aveva mai definito come amici.
Doyle, lui era stato il suo unico vero amico in quasi un secolo.
“Tre, se considero il ‘soggiorno’ all’inferno…”
Angel sprofondò un po’ di più nella poltrona, rilassandosi completamente. Si abbondò al filo dei ricordi, passò in rassegna i suoi migliori e ne scelse uno, semplice, per nulla complesso senza forti e contrastanti emozioni collegate, per tirarsi fuori da quella specie di depressione in cui era caduto.
Ricordò un dialogo avuto con una ragazzina qualche dopo l’inizio del ventesimo secolo.
Non ricordava esattamente neanche in che anno era successo, né il luogo, ma gli piaceva richiamare alla mente gli occhi di lei, nocciola chiaro, appena sfumati nei contorni, la sua risata, ne aveva sentite poche di così belle. In effetti, per quanto assurdo lo avrebbero creduto gli osservatori, Angel aveva sempre amato le risate.
Quella sera loro due non avevano parlato di nulla di profondo, trascendentale, avevano osservato il gattino della ragazza fare acrobazie e poi si erano messi a discutere sui felini in genere. Era intelligente quella ragazzina, fin troppo per l’epoca in cui era vissuta. Avevano passato una serata splendida accanto al fuoco, raccontandosi storie. Dopo tanti anni di vita e massacri, Angel era rimasto affascinato dalla giovinezza della ragazza, dalla sua curiosità. Le persone curiose avevano sempre avuto la sua innata simpatia.
Era stato un incontro inaspettato ma decisamente piacevole. Angel ricordava che non era stata una cosa programmata, più una serie di circostanze a portarli a dividere quella serata, prima di tutto in quel periodo era lui stesso ad evitare per quanto possibile il contatto con gli umani.
Quella serata era stata un’eccezione in tante cose.
Sentì un leggero bussare alla porta.
-Prego.
Liz entrò nello studio, vestita elegantemente, con i capelli acconciati.
-Hai superato la fase “oddio, sono terribilmente depresso e addolorato, la vita non ha più senso, c’è troppo dolore in essa” ?
-Si, ma da poco. Ero in pieno “rivanghiamo memorie di gioventù e speranze di vita” .
Eliza sorrise sollevata, se scherzava Angel doveva stare meglio.
-Perfetto, quindi possiamo procedere ad una serata di divertimenti, giusto?
Angel sorrise un po’ di sbieco.
-Non sono sicuro di essere ancora pronto all’idea.
-Lo sai? Sei uno che pensa troppo anche per chi ha l’eternità davanti.
Non che lei avesse torto. Non gli avrebbe fatto male almeno informarsi educatamente.
-E dove dovremmo andare?
Angel era sospettoso, non la conosceva abbastanza da sapere cosa intendesse lei per divertimento.
-Proporrei una discoteca metallara, piena di gente con piercing, tatuaggi e coltelli. Poi non so, qualche locale illegale di lotta….hum… ora che ci penso non mi sembri il tipo.
Il sopracciglio alzato sul volto del vampiro era molto eloquente.
-L’idea era una cena in un piccolo ristorante qui vicino, dove preparano zuppe fantastiche, poi una serata ad un concerto.
-Che musica?
Chiese il vampiro senza sbilanciarsi.
-Classica.
Ora era davvero interessato. Era da parecchi anni che non ascoltava musica classica dal vivo. Il vampiro sorrise, era quasi convinto.
-Accetto con piacere. Ma ti dovrai accontentare di un accompagnatore piuttosto miserabile. -Indicò i suoi abiti informali. –Non so se vorrai rovinarti la reputazione con un derelitto simile al tuo braccio. –Aggiunse con un sorriso.
Angel non ricordava quanto fosse passato dall’ultima volta che aveva scherzato a quel modo con una donna.
-La scusa non regge. In camera tua si trovano uno smoking ed un abito scuro. Scegli quello che preferisci, ti aspetto in salone.







All’uscita dalla sala concerti stavano ridendo allegramente braccio sotto braccio. Angel aveva scoperto di avere molte cose in comune con Liz, senso dell’humor compreso. Era tanto che non rideva così. Dall’ultima volta che lo aveva fatto con Doyle.
-Non male come concerto, ma una volta avevano tutto un altro fascino.
Liz scrollò le spalle.
-Cosa vuoi farci, l’epoca moderna è quella che è. Molto meglio di sicuro della musica del quattrocento.
Un brivido corse lungo la spina dorsale di Angel. Aveva assistito ad un concerto di quel genere di musica. Era stata Darla ad insistere, gli aveva elencato una serie di motivi allora validi, tra l’altro quella sera all’esibizione avrebbe assistito il fior fiore della società e la vampira aveva bisogno di fare la conoscenza di alcuni dei presenti. Alla fine lui aveva ceduto.
Lo avrebbe rimpianto
Per l’eternità.
Era stata davvero una delle esperienze peggiori della sua vita. Dopo la prima ora avrebbe sbattuto la testa contro un muro, ce ne fosse stato uno disponibile. Invece aveva stretto i denti e sopportato tutto il concerto.
Fare una scenata in quel posto sarebbe stata una pessima idea. Lui e Darla stavano lavorando ad un progetto da mesi, facendosi passare per umani, un gesto simile in un posto pubblico era l’unica cosa che non potevano davvero permettersi.
Giunse anche la fine del concerto, quando Angel era quasi disperato. Si era alzato ed aveva lasciato la sala in fretta fermandosi solo all’ingresso per parlare con altri spettatori. Alcuni erano stati entusiasti.
Poi, quella notte stessa, aveva ucciso direttore ed orchestra. Dolorosamente.
Non si pentiva di averlo fatto neanche oggi. Assolutamente.
I due camminarono per un po’ in silenzio. Stavano bene.
Angel era diventato da tempo un cultore dei silenzi. Adorava semplicemente passare tempo con i suoi amici, senza niente da dire, senza niente da fare.
I silenzi erano anche l’unica cosa in grado di farlo parlare.
-Sai, la sua amicizia mi manca.
Liz annuì. Naturalmente era capitato anche a lei di perdere qualcuno. E già altre volte a lui. Ma Angel semplicemente ne voleva parlare. Ne aveva bisogno. Liz non gli avrebbe negato un po’ di attenzione ed un minimo di supporto.
-Per noi non è mai facile trovare un amico. Con il tempo la nostra personalità diventa più complessa, e non tutti sono in grado di capire o perlomeno accettare tutto le sfaccettature che abbiamo…e nell’amicizia la comprensione è essenziale. E quindi significano sempre molto per noi.
Il vampiro annuì.
-Mi sento solo ora che non c’è più. Non immaginavo…
“Chissà cosa non immaginavo, io che penso sempre a tutto.”
-Non immaginavi… ma lo sapevi, lo hai sempre saputo. –Replicò Liz. –Nella nostra vita gli umani vanno e vengono, anche quelli che vorremmo restassero.
“Soprattutto loro”. Quanti ne aveva visti morire. I primi anni, le prime volte che qualcuno di loro non c’era stato più, era stato un vero inferno per Eliza. In quei tempi trovare un vero amico, per lei, una donna in un universo maschile, era stato praticamente impossibile.
-Speravo in più tempo.
La voce di Angel si era fatta triste.
-Uno, dieci o cento anni sarebbero sempre troppo pochi. Non cambierebbe nulla, lo sai. Per noi, loro stanno sempre per morire.
Angel la fissò ma Liz guardava per terra, assorta nei suoi pensieri. Sembrava anche lei preda dei ricordi. Il vampiro decise di non disturbarla, aspettando qualche secondo prima di parlare nuovamente.
-Questo non ti ferma dall’avere amici mortali, come Faith…
-Faith è brava con le sfaccettature… -Disse Liz con un mezzo sorriso ed una scrollata di spalle. –Ed io so in ogni momento che un giorno lei e gli altri non ci saranno più.
Non le piaceva parlarne. Era ancora un inferno ogni volta che perdeva qualcuno. Solo sapeva che poi il dolore sarebbe diminuito.
Ed era la verità, inutile sprecare tempo ed energia a negarla.
-E allora perché continui a fare una cosa simile?
Non era curiosità, lui conosceva gia la risposta, ma la voleva sentire detta da qualcun altro. Voleva essere rassicurato che stava soffrendo per un motivo valido.
“Un comportamento molto umano per essere un vampiro…o perlomeno un comportamento che gli umani si arrogano con diritto esclusivo…”
Pensò fra sé Liz.
-Si chiama vivere Angel, e la morte ne fa parte. E’ un gioco crudele a volte. Lo sai bene quanto me. –Liz lo fissò negli occhi per un attimo prima di proseguire. –Anche se in questo momento vorresti ignorarlo, e semplicemente urlare fino a che finisca la tua voce… e scendere fino all’inferno per far tornare il tuo amico.
Continuarono a camminare in silenzio.








 
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