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February 26 2006 at 9:39 PM
  (Login solichan)
Avvoltoi


Response to Alpha

 


Talvolta Buffy diventava frenetica, in ogni senso.
In quei momenti, era come se vivesse a velocità accelerata. Sembrava che la cosa non le piacesse per niente e che volesse farla scontare a chiunque le capitava intorno. Si agitava, parlava a raffica, non era d’accordo in niente e con nessuno, come se usasse il disaccordo per creare e alimentare una situazione di conflitto dove si trovava a suo agio.
Giles aveva imparato bene quali erano i sintomi premonitori di questi momenti.

La notte precedente, in piena notte, Buffy lo aveva chiamato dicendo che era all’ospedale dove aveva accompagnato un bambino, che lei stava bene, era stanca, tornava a casa e si sarebbero visti il giorno dopo.
Nel pomeriggio.
Tardi.
E aveva riattaccato.

Quando era così, Giles aveva capito che avere un aiuto per gestirla poteva rendergli la vita molto più facile.
Per questo aveva chiesto a Willow di essere presente, questa sera, e aveva pregato che Xander non si facesse vedere. Gestire Buffy nervosa era difficile, avere a che fare contemporaneamente anche con il ragazzo sarebbe stato impossibile.
Ma Willow aveva sempre avuto un effetto calmante, su di lei. Anche nei momenti peggiori, la presenza di Willow assorbiva il malumore e la rabbia che parevano un tratto connaturato di Buffy. La Cacciatrice cercava sempre di mostrarsi al meglio, solo nel suo aspetto più civile e ‘normale’, davanti alla sua amica.

Eppure, questa volta Giles aveva commesso un errore. Arrivata a casa sua, Buffy non era nervosa. Appariva, invece, insicura e remissiva. E, man mano che raccontava quello che era accaduto la notte precedente, il suo smarrimento si trasformava in una specie di rassegnata depressione.

Questo Giles riusciva a comprenderlo. Angel l’aveva ricattata, costringendola a lasciare andare un nemico. Per lei doveva essere intollerabile.
Buffy aveva un solo modo per affrontare un avversario. Lo combatteva fisicamente. Lo distruggeva. Questa volta aveva dovuto trattarci, ed era una situazione nuova e inaspettata.
In realtà, lei non era mai scesa a patti con Angel. Semplicemente, aveva deciso di non affrontarlo. Non seriamente, almeno.

“Mi chiedo perché lo ha fatto. Non si è mai preoccupato della sorte dei suoi. Probabilmente voleva solo mettere te in difficoltà.” disse, alla fine, l’Osservatore.
“Non è vero.” intervenne Willow.

Fino a quel momento, non aveva fiatato. Si era limitata ad ascoltare attenta tutto ciò che Buffy aveva da dire.

“Che cosa?”
“Non è vero che non si è mai preoccupato. Anzi, credo che la loro sorte sia una delle sue maggiori preoccupazione. Se vivono, se muoiono, quelli che gli conviene far vivere e morire… Forse Angel non lo fa spesso di persona, ma i vampiri cercano i loro compagni che spariscono.”

A un tratto, Giles ebbe tutto chiaro.
La cosa che non riusciva a focalizzare. Quella sensazione di fastidio che avvertiva ormai da tempo, in occasioni diverse ma sempre più frequenti. La sensazione di una qualche strana coincidenza. Di troppo coincidenze.

“E se li trovano, che fanno?”
“Se li trovano, li soccorrono.”
“Vuoi dire che hanno una specie di… solidarietà di gruppo?”
“Ma certo. Per quale motivo credi che vivano insieme?”

Buffy…
Buffy stava ascoltando e non era sorpresa. Non era interessata.
Ma certo. Non si era sorpresi da quello che già si sapeva.

Giles aveva voglio di sedersi. E di bere. E di prendere le due ragazze a schiaffi.
Non necessariamente in quest’ordine.
Perché Willow aveva bisogno di ripetute verifiche prima di affermare che una cosa ‘era’, e allora questo significava che dovevano averli osservati. A lungo. Senza interferire.
E perché Willow gli aveva offerto la soluzione, ma era a Buffy che si applicava, soprattutto a lei.

Ecco come aveva scoperto la casa della vampira che l’aveva ferita, dei due demoni che avevano ucciso insieme…

Le implicazioni erano sconvolgenti.
Da Willow poteva anche aspettarselo.
Lei era di indole piuttosto gentile. Probabilmente non se la sentiva di attaccare dei nemici feriti, o quelli che cercavano di soccorrerli.
Ma Buffy era un’altra faccenda. Nel suo caso non poteva trattarsi di pietà.

Non voleva fare capire quanto fosse frastornato, e furioso per non essersene reso conto, nonostante la soluzione non gli fosse mai stata nascosta.

Buffy se ne sarebbe accorta. Lei si accorgeva sempre dello stato d’animo di chi la circondava.
Ma la Cacciatrice, accasciata sul divano, nemmeno li stava ascoltando.

“Tu credi che questo posto sia caotico?” gli chiese Willow.
“Questo posto è la Bocca dell’Inferno. Il regno del caos.”

Willow lo fissava con una strana espressione. Incuriosita e un po’ divertita.

“C’è una specie di… ordine, qui. Non lo vedi?”
“No. Io no.”
“C’è. L’attività delle creature che ci vivono segue degli schemi. Non è ordine, questo?”
“Vuoi dire che c’è un senso in tutto ciò?”
“No, non un senso. Solo un ordine. Non c’è bisogno di senso per questo.”
“Cosa intendi?”

La ragazza fece un irritante sorriso di derisione. Un istante soltanto, ma Giles era sicuro di non sbagliare. Willow rideva di lui.

“All’inizio, anch’io credevo che tutto quello che capitava fosse casuale.” rispose la ragazza “Non cercavo di trovare niente. Poi mi sono accorta di certe… ripetizioni. Certe correlazioni. Alcuni tipi di demoni compaiono con frequenza ciclica. I nuovi vampiri risorgono soprattutto alla fine dell’estate e all’inizio dell’autunno e durante i mesi più caldi sono poco attivi. Questi sono schemi d’ordine, quindi deve esserci una causa.”
“Potrebbero essere solo coincidenze.”
“Sì, è vero. Non abbiamo poi una casistica così vasta da essere significativa. Però è una coincidenza ben strana che, venendo trasformati in quella stagione, i nuovi vampiri si ritrovano ad avere il maggior numero possibile di ore di buio a disposizione proprio nel primo periodo della loro vita, quando sono più inesperti e vulnerabili.”
“Cioè, tu credi che essi facciano queste valutazioni? Che ci sia una scelta consapevole dietro al loro comportamento?”
“Non so se ne sono consapevoli. Non è necessario. Anche molti dei nostri comportamenti hanno una base istintiva di cui non abbiamo consapevolezza. Però credo che ci sia un motivo. Non sono un guazzabuglio di individui tenuti insieme solo dalla violenza immotivata o da un rigido sistema di caste immutabili. Hanno comportamenti sociali determinati, elementi di coesione. E di alcuni si capisce subito la coerenza. Ad esempio, sembra che fra loro non ci siano differenze di ruolo fra i sessi come succede fra noi. Lo abbiamo sempre saputo, ma tu hai mai pensato quanto sia logico? Maschi e femmine hanno la stessa forza, le stesse capacità e nessuna differenza biologica. Non avrebbe senso se ci fossero disparità.”
“Questa ti sembra una cosa importante?”
“Importantissima. Vuol dire che il loro modo di comportarsi è riconducibile a presupposti naturali. Che non è casuale. E non è limitato come credi tu. Sono diversi l’uno dall’altro.”
“Lo so anch’io. Se non fossero diversi, non avremmo tanti problemi con quelli come Angel e Spike.”
“Tu sai quello che ti dicono i tuoi libri, e non dicono altro se non che quello appartiene a un certo clan o a una certa setta e che quindi è più o meno pericoloso di quell’altro, come se appartenere a una categoria definisse interamente quello che sono. Io intendo che sono diversi di carattere, di personalità. Anche molto diversi. E la loro personalità non è separata a compartimenti stagni da quella umana. Guarda Angel. Puoi pensare che ci sia uno stacco netto fra quello che era e quello che è adesso. Invece, sostanzialmente, è rimasto lo stesso.”
“Willow, è l’esatto opposto. Ora è un sadico…”
“Lo è sempre stato. Notiamo la differenza solo perché ora se la prende anche con gli umani, ma non fa nulla di diverso da quando massacrava in nostro favore. In certe cose i tuoi libri sbagliano. Non ci sono diversi tipi di vampiri… classi demoniache, se preferisci. Le differenze sono quelle che puoi ritrovare in un gruppo di umani. Alcuni sono aggressivi, altri tranquilli. Ci sono quelli molto intelligenti e quelli molto stupidi. Oppure quelli intelligenti in certe cose e stupidi in altre. Tutto dipende da come è l’individuo, come fra noi, ma non c’entra con la discendenza. Naturalmente, i discendenti di individui forti hanno maggior possibilità di sopravvivere, ma questo solo perché la loro famiglia gli può offrire una protezione più efficiente, però questo non garantisce che siano superiori agli altri, in nessun senso. Abbiamo visto vagabondi senza nessun blasone tanto intelligenti e capaci da avere il rispetto di tutti gli altri. E poi non è affatto vero che il rango è dovuto all’età o alla forza o all’aggressività. In realtà, non sono neppure sicura che abbiano davvero una gerarchia e se c’è, non riesco a capirla. Non è come quella che esiste fra i lupi o gli esseri umani. Voglio dire, questo è superiore a quello che è superiore a quell’altro. La tradizione dice che sono gerarchici, ma non credo sia vero. Credo sia solo l’interpretazione data da esseri umani, perché gli esseri umani invece sono gerarchici, lo sono molto, e non possono fare a meno di giudicare tutti secondo il loro metro.”
“Angel è il discendente del Maestro.”
“Vero. Però, se questo bastasse, non si darebbe tanto da fare per controllare il suo gruppo. Voi stessi mi avete detto che ha avuto problemi, quest’estate. D’altra parte, non è molto vecchio, non è un guerriero particolarmente capace ed è poco aggressivo.”
“Anche i sovrani umani, persino nelle società più rigide, dove erano ritenuti di ascendenza divina, sono talvolta stati spodestati nelle insurrezioni.”
“Esatto. Tra gli umani.”

La voce di Willow era priva di qualsiasi esitazione. Aveva la tendenza a balbettare e confondersi, quando parlava alla gente, eccetto che in una circostanza. Una circostanza come questa.

“E allora, se non è la sua ascendenza e non è la sua forza, perché gli altri non lo uccidono?”
“Tu potresti prendere un fucile, uscire di casa e ammazzare tutti quelli che ti stanno antipatici. Lo fai?”
“No, ma io…”
“No, e non lo fai perché prima o poi ti fermerebbero e probabilmente ti farebbero del male. Ora, puoi dire che è coscienza, ma in realtà ti comporti secondo schemi di convenienza. Noi abbiamo regole che ci impongono un determinato comportamento e che ci condizionano a seguirlo fin dall’infanzia. Tu, quando decidi di non uccidere tutti quelli che ti stanno antipatici, valuti, consciamente o meno, le conseguenze e se ne vale la pena. Per loro deve essere lo stesso. Te l’ho detto. Non pensano solo a scannarsi l’uno con l’altro.”
“Sappiamo che sono molto violenti, fra loro.”
“Come nel caso delle leggi che ci impediscono di uccidere chi ci sta antipatico, è sempre un atto di costrizione che regola il comportamento. Qualsiasi costrizione è violenza. E, comunque, sono sicuramente violenti per il nostro modo di considerare le cose, ma non è detto che lo siano per loro. Prendi il rapporto che hanno con i loro discendenti. E’ normale che un sire si comporti brutalmente con la propria progenie, obbligandola a obbedirgli con la forza, ma sta di fatto che bisogna vedere se essi la considerano violenza. Anche perché quale altro sistema avrebbero per farsi obbedire? Sappiamo che un vampiro ha una soglia di resistenza al dolore altissima, che è difficilissimo procurargli veri danni fisici, che guarisce a velocità estrema e che è spaventosamente testardo… In fin dei conti, nemmeno noi consideriamo uno scapaccione dato a un bambino come vera violenza, ma pensa se un’azione simile fosse giudicata dal punto di vista di una farfalla. Ci giudicherebbe dei bruti. Ma quello che conta è se il nostro sistema di vita va bene a noi, non ad altri.”
“Ed è lo stesso per i vampiri?”
“Sì. Noi possiamo considerarli come vogliamo, ma sta di fatto che, sul loro modo di comportarsi, la sola opinione che conta è la loro. E la cosiddetta violenza è a favore dei giovani, non dei loro creatori. Per essi sarebbe molto più facile lasciare che i loro figli se la cavassero da soli, ma i giovani non hanno cervello. Ne sopravvivrebbero ben pochi se i loro familiari non fossero attenti.”
“A Angel non è importato neppure che Buffy abbia ucciso Drusilla.”
“Magari la considerava persa in ogni caso. Magari, dopo un certo numero di anni, termina il senso di responsabilità del sire. O forse Angel è un padre snaturato… Non lo so. Non lo conosco abbastanza.”

Giles sospirò. Doveva ribattere a Willow, in qualche modo.

“Eppure, tutto quello che mi hai detto adesso contraddice la tua affermazione precedente, secondo cui esistono schemi nel comportamento degli esseri di Sunnydale. Quello che tu mi hai descritto è una situazione caotica e imprevedibile. Invece, è proprio il sistema che io riconosco che determina degli schemi.”
“Schemi innaturali. Schemi troppo inflessibili e semplici per essere reali. Proprio per questo sono convinta che siano immaginari. Se fossero meno rigidi, potrei crederci. Ma così no.”
“Da quello che dici, sembra un branco di animali.”
“Questa sarebbe solo una conferma, visto che gli animali seguono una funzionalità estrema nel loro comportamento. Non ho la pretesa di capire come funzioni, però, evidentemente, funziona. In realtà, hanno un sacco di caratteristiche che gli esseri umani ammirano… finché non sono altri a possederle. Hai presente i lupi e le tigri? Sono coraggiosi, tenaci, intelligenti. Sono esattamente quello che noi vorremmo essere e non siamo sempre. Così, diciamo che il loro coraggio è ferocia, che la tenacia è ostinazione, che l’intelligenza è astuzia diabolica.”
“Ma non per te.”
“Devono sopravvivere e lo fanno con i mezzi che hanno.”
“Non parlo di lupi e tigri.”
“E’ la stessa cosa.”

(Ti stai innamorando di loro…)

Non era certo una sorpresa. Anzi, a pensarci bene era strano che non fosse capitato prima. Era intrinseco nell’indole di Willow.
Lei aveva sempre avuto un debole per Angel. Non si era interessata a lui quando lo credeva solo uno strano ragazzo attratto da Buffy, ma il suo atteggiamento era immediatamente cambiato non appena aveva saputo cosa fosse.
Senza esitazione, si era schierata con Angel. Non con Buffy, che aveva avuto dubbi e paure e incertezze (che era stata debole e vulnerabile e disarmata, per un breve tempo…), ma con lui.
Willow non aveva trovato la loro relazione assurda e innaturale, e non aveva mai avuto paura di Angel. Ne era stata logicamente spaventata, quando l’aveva minacciata direttamente, ma era una paura concreta. La paura che avrebbe provato per chiunque con la possibilità e la volontà di farle del male, non l’orrore per un essere aberrante.
Non aveva cominciato a odiarlo neppure dopo che lui aveva ucciso Jenny, ed era stata la prima a volere tentare di salvarlo. Nulla di quello che aveva tentato aveva funzionato, ma lei non aveva smesso di provare.
Per Buffy, diceva. Per Buffy e per tutti loro.
Eppure, Giles non poteva evitare di pensare che il vero motivo fosse un altro, qualunque cosa potesse dire o pensare Willow.
Willow non era attratta da Angel come individuo, di questo Giles era sicuro. Era affascinata da quello che era.

Oltre un certo limite, studiare senza influire su ciò che si studiava era impossibile. Impossibile quanto studiare senza essere influenzati da quello che si studiava e Willow… non riconosceva limiti. Per lei, probabilmente, le cose si dividevano solo fra ‘sconosciute quindi bisognose di studio’ e ‘già capite’.
Ne aveva incontrate, di persone simili.
Persone che discutevano dell’etica di estinguere organismi patogeni, come virus e batteri.
Persone che salvaguardavano vita e libertà di creature letali, belve, rettili velenosi, squali, indifferenti a quello che avrebbero potuto fare.
Persone che finivano per adottare le cose che avevano imparato a conoscere o per farsi adottare da esse. Che attraversavano il confine.

E Buffy continuava a non fare caso a loro, isolata com’era nel suo personale mondo di avvilimento.

“Buffy, hai agito nel solo modo in cui mi sarei aspettato da te e hai salvato quel bambino. Non hai ragione di essere così demoralizzata.” mormorò Giles.
La giovane si scosse e si sfregò stancamente una tempia.
“Ci ho messo un sacco di tempo per decidere,”
“Questo è comprensibile.”
“Tu lo capisci?”
“Lasciare vivere un vampiro… è sempre una decisione da valutare con attenzione. Quello che hai lasciato andare ucciderà altra gente, forse in gran numero. E’ naturale che tu abbia avuto dei dubbi.”

Buffy si voltò verso Willow, come in cerca di un sostegno, ma la ragazza sedeva rigidamente, a occhi spalancati.

“Sarebbe stato giusto lasciare che lo uccidesse?”
“Sarebbe stato… giustificabile. Probabilmente, da un punto di vista strettamente utilitaristico, sarebbe stata la cosa più conveniente. D’altra parte, è naturale non agire sempre secondo ragione, ma secondo emotività. Fa parte della natura umana. Buffy, non puoi pretendere che le cose siano sempre in bianco o nero. Alcune volte è facile sapere qual è la cosa giusta da fare. In altre occasioni… in un caso come questo… i vantaggi di quello che puoi ottenere a lungo termine non sono così chiari e non hanno la valenza emotiva di quello che ottieni nell’immediato.”

Buffy scosse la testa e si strinse nelle spalle.

* * * * * * *


La casa di Giles era fresca, ma fuori l’aria era soffocante, calda e umida.
Sembrava di essere immersi in uno sciroppo riscaldato. La pelle si copriva subito di sudore che non evaporava nell’aria satura di umidità.

Nemmeno la notte aveva portato un po’ di frescura. Anzi, si placavano anche quelle poche brezze provenienti dal mare, sostituite da un’immobilità dell’aria o da deboli venti caldi e polverosi provenienti dall’interno, che portavano solo altro caldo e il tanfo delle pozze di bitume.
Una tempo buono solo per le cicale. Dovevano essercene a centinaia, e il loro gracidare metallico era un frastuono assordante.

Buffy aveva sempre amato l’estate, eppure quest’anno si sentiva insofferente. Non vedeva l’ora che arrivasse l’autunno.

(Ancora troppo presto)

Almeno per un altro mese doveva rassegnarsi a queste temperature, sempre se era fortunata.

“Vorrei che si mettesse a piovere.”
“Buffy, questa primavera ha piovuto tantissimo.”
“Sì, ma fa caldo. In questo posto fa sempre troppo caldo.”

A parte lei e Willow, non c’era nessuno per la strada.
Non che riuscisse a vedere a grande distanza. Anche la sua vista aveva limiti. Soprattutto in condizioni simili.
La strada era una lunga alternanza di luci e buio, da una parte e dall’altra. Una linea retta, segnata dai lampioni, una panchina sotto ogni lampione. Buio, luce, buio, luce. E nugoli di moscerini e zanzare e falene a volteggiare intorno alle lampade.
Era disturbante. La differenza fra zone illuminate e buie era troppo netta, le luci dei lampioni troppo forti e concentrate. Non riusciva a adattare la vista in tempo utile, mentre passava da una condizione all’altra.
I suoni erano altrettanto sgradevoli.
Il rumore dei passi di Willow rimbombava e il frinire delle cicale le faceva quasi venire il mal di testa.

Buffy si sedette su una delle panchine. Quasi non si accorse che Willow le si sedette accanto.

“Hai mai visto la neve, Willow?”
“Dal vero? No.”
“Io una volta, da piccola. Ero andata in montagna con i miei genitori. E’ stata la sola volta che l’ho vista.”
“Tu sai pattinare. Pensavo…”
“Ho imparato sulle piste artificiali, in città. Io parlo di neve e ghiaccio veri. La neve è bellissima, e rende tutto silenzioso. Sembra assorbire i rumori.”
“Buffy, non stai bene?” la voce della ragazza umana era preoccupata.
“Sì… No. Non tanto, a dire la verità.”

Non aveva avuto il coraggio di dire tutto a Giles. Mancava ancora la cosa fondamentale.
Forse, se Willow non fosse stata presente, ci sarebbe riuscita. Ma non così. Sapeva bene cosa sarebbe successo e non voleva che Willow assistesse.

Cominciò a tormentare l’orlo della maglietta.

“Mi dispiace, Willow. Avevo tanta voglia di rivederti, e poi, da quando sei tornata, non ho avuto il coraggio di parlare.”

Willow era stata via a lungo, abbastanza da avere evitato tutti gli eventi verificatisi in quella primavera infernale. Poi era tornata e Buffy l’aveva evitata. Non che si fosse rifiutata di incontrarla, quello no, ma evitava di parlare d’altro che di futilità.

“Di cosa?”
“Ti assicuro che gli argomenti non sarebbero mancati.”
“Lo so.”

Willow sapeva tutto, naturalmente. Almeno, sapeva quello che le era stato raccontato.
Alla fine, avevano fatto come voluto da Giles. Si erano limitati a dire ai ragazzi che Buffy aveva attaccato i capi del gruppo e li aveva uccisi. Fine della storia.
Era la verità, in fin dei conti. Era abbastanza verità da essere credibile.

Un movimento.
Qualcosa strisciava lungo il bordo della strada. Un topo, in apparenza. Anche se i topi non avevano occhi peduncolati come quelli delle chiocciole.
Senza perderlo di vista, Buffy raccolse un sasso.
Willow alzò una mano. Non la toccò, ma con quel gesto riuscì ad attirare la sua attenzione.
La Cacciatrice la guardò.
Willow scosse la testa. Ora aveva un’espressione quasi allarmata.

Giles diceva che non avrebbe capito… Si sbagliava. Willow avrebbe capito e, proprio per quello, avrebbe cercato ogni modo per biasimarsi proprio.

Buffy scagliò la pietra. Un tiro svogliato, senza intenzione di colpire. Il sasso cadde con un tonfo e la cosa-topo fuggì spaventata nel buio oltre il cerchio di luce del lampione.

“Ti dirò, è stato bello viaggiare, ma avevo voglia di tornarmene a Sunnydale.” mormorò Willow.
“Come potevi avere voglia di tornare qui…”

Lei avrebbe fatto di tutto per andarsene, ma Willow non aveva mai conosciuto una vita diversa. Forse era per quello.

Sotto le luci artificiali, i capelli rossi della ragazza diventavano di uno sgradevole color fango e, sul viso, le efelidi sembravano macchie grigiastre, effetto di una qualche bizzarra malattia.
Aveva la tentazione di toccarla, ma aveva paura di scoprire che anche la sua carne era molle e flaccida come quella di Giles. Come quella di un morto una volta trascorsa la rigidità cadaverica.

“Giles dice di capire, ma non ha capito niente, Willow. Crede che mi preoccupavo per le vittime potenziali di quel vampiro… Io non ho neppure pensato a una cosa simile. La sola cosa a cui pensavo era che non volevo lasciarlo andare. Non perché avrebbe ucciso qualcuno, domani o dopo… ma perché apparteneva a me. Ho pensato che… avevo fatto una gran fatica per catturarlo e, proprio quando stavo finalmente per ucciderlo, dovevo rinunciare… Valeva la pena di lasciar uccidere quel ragazzino, purché non mi venisse sottratta la mia preda.”
“Alla fine però…”
“No! Non ho deciso in quel senso. E’ che… a un certo punto, ho pensato che se io uccidevo il vampiro, ed Angel il bambino, sarebbe stata la cosa migliore… No, non è vero neppure questo. In realtà, ho pensato che la cosa migliore sarebbe stata che Angel si fosse portato via quel bambino senza farsi vedere da me. Ero furiosa, ma la solo rabbia che provavo nei suoi riguardi era perché non lo aveva fatto. Eppure sarebbe stata la cosa giusta per tutti e due, perché immagino che lui doveva stare altrettanto male a lasciare la sua preda, e così non riuscivo più a distinguere me da lui. Solo che lui si era fatto vedere, senza che nessuno lo obbligasse, senza essere forzato a farlo. Era disposto a rinunciare per salvare il suo uomo, mentre io non me la sentivo di fare lo stesso. Mi ha dato fastidio accorgermi che era in grado di fare qualcosa… che io invece non riuscivo a fare. Willow, non è stato altro che… competitività.”

Willow era perplessa.
La spiegazione non aveva senso. Solo che lei non riusciva a trovare le parole giuste per spiegare il senso di rabbia, impotenza, ingiustizia che aveva provato. La rabbia che aveva sentito per il ragazzo, responsabile di essere stato l’arma di ricatto. Il disgusto verso sé stessa per quello che aveva sentito, e il disgusto più profondo per avere ceduto.
Willow non poteva capire.

“Buffy, mi dispiace…”
La Cacciatrice si sedette di nuovo. Prese la mano della ragazza e rabbrividì nel toccare di quella carne e quelle ossa così cedevoli.
“Non è mica colpa tua.”

Anzi, Willow era una delle poche cose che per lei non erano cambiate. Il suo faro di navigazione. Anche se non capiva, almeno non pretendeva di essere la sola ad avere la risposta giusta.

“Che cosa sono, Willow?”
“La Cacciatrice.”
Buffy sorrise.
“E che vuol dire?”
“Buffy…”
“Tu non te lo sei mai chiesto? Sì, vero? Devi essertelo chiesto per forza.”

Willow annuì quasi impercettibilmente.
Certo che se lo era chiesto. Non sarebbe stata Willow, altrimenti.

“Secondo te, io salvo o uccido?” chiese ancora Buffy.

Willow sospirò e chinò il capo

“Per ottenere una cosa, devi fare l’altra.”
“Non è quello che intendo. Qual è la mia priorità? Uccido per salvare oppure, incidentalmente, salvo vite umane solo come conseguenza al fatto che uccido?”
“Non…”
“Perché vedi, fino a ora le due cose corrispondevano. Però la fortuna è finita, e ho dovuto scegliere quale delle due cose ha priorità. E, ti dirò, non so se rifarei sempre la stessa scelta.”
“No, Buffy, tu non…”
Buffy si rialzò, incollerita.
“Risparmiati le frasi consolatorie. Quelle vanno bene per Giles. Io so quello che sento.”

La ragazza non cercò neppure di ribattere e lei non sapeva che altro dire. Dopo qualche minuto di deliberato silenzio fra loro, Buffy ne ebbe abbastanza.
Non aveva senso restarsene qui, assordate dal gracchiare delle cicale e divorate vive dalle zanzare.

“Avanti, Willow. Ti accompagno a casa, poi vado anch’io a dormire. Stasera sono stanca.”

C’era sempre quell’altra cosa a cui pensare. Quella che non aveva avuto il coraggio di riferire a Giles. Quella che doveva valutare bene, e capire come trattare, perché era certa, certissima, di quale sarebbe stata la reazione dell’Osservatore.
Certo, c’erano gli altri demoni, molti dei quali decisamente più pericolosi e voraci dei vampiri, ma per un Osservatore essi rappresentavano un bersaglio secondario, quasi accidentale. I veri nemici, quelli su cui concentrarsi, erano solo i vampiri.
Come faceva a dirgli che, d’ora in poi, finché Angel era vivo, lei aveva finito di dare loro caccia?
Per Giles la soluzione sarebbe stata persino fin troppo ovvia.


 
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