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XII

June 5 2006 at 11:02 PM
  (Login solichan)
Avvoltoi


Response to Alpha

 


Willow se ne stava in silenzio, seduta al tavolo della cucina, sorseggiando quell’abominevole intruglio che gli americani consideravano caffè.
Teneva la tazza con due mani e, in quel modo, finiva per nascondere quasi del tutto il volto. Ma gli occhi erano visibili al di sopra dell’orlo della tazza, ed erano in continuo movimento.

Non era nervosa quando Giles l’aveva chiamata chiedendole di raggiungerlo. E non lo era quando era arrivata a casa di lui. Non era strano che la chiamasse, neppure a ore ben più avanzate. Quando aveva bisogno di aiuto, oppure quando Xander e Buffy si trovavano insieme.

Poi l’Osservatore aveva chiarito subito.
Buffy non c’era e non avrebbe dovuto essere informata della conversazione.
Questo a Willow non piaceva. Non le piaceva tacere e nascondere.
Il silenzio che era seguito non aveva fatto altro che far aumentare il disagio della ragazza.

Inutile aspettare ancora.

“Willow...”
Lei abbassò subito la tazza.
“Dimmi?”
“Perché avete cominciato a seguire i vampiri senza fermarli?”

A giudicare dall’espressione, solo in quel momento Willow si rese conto che quello che lei e Buffy gli avevano detto nei giorni scorsi, avrebbe rivelato qualcosa sulle loro attività.

Giles doveva ammetterlo, lui non aveva mai dato prova di abilità deduttiva e probabilmente le ragazze si erano abituate a considerarlo un soggetto che assimilava le nozioni passivamente. In effetti, si era stupito lui stesso di avere capito una cosa simile.

Willow era intelligente, ma, quando cominciava a parlare, era interessata solo spiegare i fatti. Se aveva taciuto qualcosa, doveva averlo fatto solo perché Buffy le aveva detto di farlo o, semplicemente, perché non era ancora capitato di parlare di quel particolare argomento. Non concepiva la necessità di tacere informazioni e, con ogni probabilità, mentire l’azione più difficile che potesse compiere.
Per questo era tanto nervosa all’idea di nascondere il loro incontro a Buffy.

“Non è che... che io abbia mai cercato davvero di fermarli. Voglio dire, ne ho ucciso qualcuno se c'erano altri con me ad aiutarmi, ma non ho mai provato a mettermi da sola contro uno di loro.”
“Certo, fai bene. Però quello che mi hai detto sul loro conto non può essere qualcosa che hai osservato casualmente. Puoi averlo appreso solo seguendoli per parecchio tempo, studiandoli attentamente, e non solo mentre li stavate combattendo.”

La ragazza stringeva le mani intorno alla tazza e non lo guardava.
Intrappolata fra due diverse menzogne, si dibatteva in preda alla più totale confusione.
Alla fine, fece quello che Giles sapeva avrebbe fatto.
Sembrò persino sollevata di poter parlare.

“E' che quello che facevo mi sembrava una cosa così irrilevante... Persino Cordelia è più attiva di me. Però, se avessi capito qualcosa sul loro conto, qualcosa di utile... Allora ho cominciato a studiarli per vedere se riuscivo a capire i loro punti deboli. In questo modo sarai stata d'aiuto, anche senza essere in grado di ucciderli personalmente.”

Sì, un buon motivo.
No, Giles non credeva a questa versione. Willow continuava a tenere gli occhi bassi, come se si vergognasse e, se fosse stata la verità, non ci sarebbe stato nulla di cui vergognarsi.
Comunque, non gli aveva risposto.
Poi c'era quella relazione al plurale che lo disturbava. Quel ‘avete’ riferito a Buffy che Willow non aveva negato.

“Ti rendi conto di quanto sia pericoloso?”

Lei si strinse nelle spalle.

Non se ne rendeva conto, oppure se ne rendeva conto e pensava che ne valesse la pena, ma, probabilmente, non ci aveva neanche pensato.
Era qualcosa che poteva fare e lo faceva.

“Non quanto credi. Per la maggior parte del tempo, non badano agli umani. Gli interessiamo come fonte di cibo, o come possibile pericolo, ma se non sono a caccia o non sono minacciati, non vivono certo in funzione nostra. Poi hanno un po' paura di noi. Intendo di quelli del nostro gruppo. Quando possono, non ci si avvicinano mai. Sai, credo che il fatto di essere amici di Buffy li spaventi. Mi hanno vista spesso che li studiavo, ma non li ho mai minacciati e non mi sono mai nascosta quindi... mi tollerano.”
“Sanno di te?”
Lei annuì.
“E’ difficile osservarli senza che se ne accorgano. Non si interessano degli umani, ma questo non vuol dire che non stiano attenti a quello che fanno gli umani. Tanto, quando non vogliono essere osservati, ti spariscono sotto gli occhi. Comunque, guarda che non faccio niente di speciale. Non li seguo da sola in un vicolo buio quando sono a caccia. Mi limito solo a stare attenta a quello che fanno.”

(E c’è Buffy con te, non è vero, Willow?)

Buffy, che doveva avere cominciato ad accompagnare la sua amica per proteggerla. Che, veniva sempre più condizionata dal modo di fare e pensare di Willow.
Perché, come tutte le Cacciatrici, assimilava la prospettiva di coloro a cui si sentiva legata e, di tutti loro, Giles se ne rendeva conto a malincuore, Buffy era legata solo a Willow.

“Quanti anni hai, Willow?”
“Diciotto. Lo sa, no? Quasi diciannove. A settembre.”
“Sei vecchia…”

La ragazza si accigliò, risentita, ma chiaramente sollevata dal cambio improvviso di argomento.

“Vecchia?”
“Hai mai pensato di fare parte, un giorno, del Consiglio?”
“Per la verità, a questo punto pensavo che la cosa…”
“Che sarebbe stato automatico?”
“Qualcosa del genere.”
“E per quale motivo?”
“Vi aiuto da anni. Spesso sono io a trovare la soluzione. Senza di me, forse sareste già morti tutti.”

Suo malgrado, Giles sorrise.

“Nella storia, molti ci hanno aiutato e ci siamo serviti di molta gente. Non tutti loro sono diventati parte di noi. Molto pochi, anzi.”

Willow lo fissava con lo sguardo di un assetato messo di fronte all'acqua sottrattagli all’ultimo secondo.

“No, Willow. Non è automatico.”
“E tu, invece… volevi farmi entrare fra gli Osservatori?”
“Ogni tanto ci penso. Tu sei molto intelligente. Ci saresti di aiuto.”
“Però?”
“Sei troppo vecchia. Alla tua età, non credo che accetteranno.”
“Non sono vecchia.”
“La maggior parte degli Osservatori nasce tale. Lo è perché i suoi genitori, o uno di essi, di solito la madre, appartiene al Consiglio. La maggior parte… ma non tutti. Non è cosa comune, ma non è neppure un evento talmente raro da rappresentare una singolarità, qualche volta individui provenienti dall’esterno vengono inseriti tra le nostre file. Sono ragazzi molto giovani, e i motivi possono essere svariati.”
“Giovani quanto?”
“Dieci, quindici anni.”
“Nessun ventenne?”
“Pochi.”
“Però qualcuno sì?”
“Qualcuno sì.”
“Allora io non sarei un’eccezione.”
“Questo ti sembra importante?”
“Credo che sia importante per voi. Credo che voialtri non amiate troppo fare cose che, in qualche modo, non sono mai state fatte.”
“Sì, hai ragione. Willow, il Consiglio ha... i suoi difetti. Sono i miei stessi difetti, solo che loro non hanno mai imparato a venire a patti con essi. Sono... tradizionalisti, al punto da essere irragionevoli. Forse accetterebbero una come te, anche se non ne sono sicuro. Ma tu accetteresti di lavorare secondo i loro principi?”
“Io non sono un'estranea. So cosa vuol dire.”
“No, non lo sai. Essere un Osservatore non è solo aiutarci. Anzi, per una come te quello è davvero il meno. Dovresti cambiare tutto il tuo modo di vivere e di pensare. Dovresti cambiarlo in modo radicale.”
“Fammi un esempio.”
“Dovresti allontanarti dei tuoi amici. Smettere di seguirli nelle cacce, smettere di uscire di ronda.”
“Tanto, per quello che faccio…”
“Dovresti accettare l'ingerenza del Consiglio in ogni aspetto della tua vita, anche quelli... quelli più privati.”

Willow aggrottò la fronte, sconcertata, quando capì il significato delle sue parole. Ma durò solo pochi istanti e, inaspettatamente, sorrise.

“Non mi vorrai dire che il Consiglio si preoccuperebbe dei miei affari sentimentali?”
“Non dico che sarebbe così per forza. Però è possibile che accada. Noi cresciamo abituati a questa idea, ma tu...”
“Conosci i miei genitori? Sono fissati. Mio padre è un ortodosso. Si arrabbia anche se festeggio il Natale. Avevo messo in preventivo l'interferenza nel caso di Oz. Non sarà poi tanto diverso.”
“Sarebbe molto diverso. Con tuo padre puoi litigare, ma non sei obbligata a seguire quello che lui decide per te. Con il Consiglio non è così. Soprattutto nel caso delle donne, e per una buona ragione.”
“E se non lo faccio?”
“Questo già è un argomento contro di te.”

Non gli credeva. O meglio, credeva che lui fosse convinto di quello che aveva detto, ma era una cosa talmente avulsa dal suo modo di pensare da farle supporre che simili provvedimenti non venissero mai applicati.
Ma d’altra parte, Giles dubitava che la cosa l’avrebbe fermata. Dubitava che una cosa simile rivestiva una vera importanza, agli occhi di una come Willow.

“Willlow, un’altra cosa. Dovresti separarti dalla tua famiglia e trovarti una casa da sola.”
“Cosa?!”

Stavolta la ragazza aveva quasi urlato.
Incredibile.
Avrebbe accettato l’idea di obbedire a estranei su quello che riguardava la sua vita, e invece era sconvolta da quella cosa che, secondo la cultura americana, sarebbe stata la più giusta e normale. Andarsene da casa appena raggiunta l'età giusta e finito il liceo.
Ma a Sunnydale i giovani restavano con i genitori e nessuno viveva solo, se appena poteva evitarlo. Avevano anche la tendenza a muoversi in gruppo molto più di quanto non facessero altrove. Gli abitanti di Sunnydale erano forse i più gregari di tutta la razza umana. Paradossalmente, questo ne faceva facili prede, perché quando capitava loro di trovarsi soli, accettavano immancabilmente la compagnia, anche quella di uno sconosciuto. L’importante era che fosse umano, o che lo sembrasse, e i vampiri approfittavano spietatamente del loro aspetto. Oppure attaccavano quelli che si muovevano in gruppo che, una volta separati, cadevano in preda al panico e non sapevano più come comportarsi.
Tutti loro vivevano ancora con le famiglie. Eppure non erano più bambini. Ma restare soli... a Sunnydale in genere ci si allontanava dalla famiglia solo quando si formava la propria.
Non da soli.
Mai da soli.

Sunnydale avrebbe fatto la felicità di un antropologo.
Un'isola culturale, qualcosa che aveva evoluto o stava evolvendo una società propria, diversa dal mare in cui era immersa.

Ancora una volta, Willow si riprese.

“Stai cercando di convincermi a non pensarci più?”
“No. Voglio solo cercare di farti capire. Ma, d'altra parte, è solo una conversazione, visto che non è assolutamente certo che verrai accettata.”
La ragazza si sporse verso di lui.
“Glielo hai già chiesto?”
“No.”
“E non... non vuoi provare?”
“Volevo prima parlartene. La maggior parte di noi non ha la possibilità di scegliere cosa diventare. Non voglio che sia così anche per te.”

La giovane sospirò. Riuscì quasi a dare l’impressione di avere dei dubbi.

“E c’è Buffy.” continuò Giles “Per te è un’amica, e così come sei va bene che sia solo un’amica. Come Osservatore, dovresti cominciare a considerarla, soprattutto, una Cacciatrice.”
“E’ per questo che non vuoi che Buffy lo sappia?”
“Se verrai accettata, Buffy sarà una delle prima a venirne informata. Se non lo sarai, potrai dirle quello che preferisci. Ma adesso devi decidere da sola. Nessuno deve influenzarti. Non lei. Cercherebbe di farti cambiare idea.”

Willow tornò a fissare il fondo della propria tazza. La stringeva così forte che le dita le si erano sbiancate.

“Buffy teme il Consiglio.” mormorò “Ha ragione. Quello che le hanno fatto è orribile. Il modo con cui credono di disporre della sua esistenza è orribile.”
“Facciamo quello che è necessario.”
“No, non è vero. Non è necessario fare così.”

Giles non replicò.
Era arrogante, Willow. A modo suo, non nel modo di Xander, o di Buffy. Ma non meno di loro. Credeva che la sua intelligenza le dava sempre le risposte giuste. E aveva l’intransigenza dei giovani.

“Non è necessario che gli Osservatori le trattino così.” continuò la ragazza “Tu sei nel Consiglio, eppure sei suo amico.”

Amico… Non si era mai considerato un ‘amico’ per Buffy e meno che mai adesso.
Evidentemente, Willow non era al corrente degli sviluppi dei loro rapporti e dei loro attriti.
Per un po’ aveva temuto che Buffy le raccontasse della loro relazione. Aveva paura della reazione della ragazza, che non aveva idea di quale poteva essere. Ma Willow non aveva mai dato segno di sapere niente. Perlomeno il suo comportamento verso di lui non era cambiato.
Però, se era pensabile che Buffy non le aveva detto niente di quel fatto, era molto più difficile credere che non le avesse parlato dei contrasti che avevano avuto su come gestire la sua vita come Cacciatrice.

“Giles…”
“Dimmi.”
“Io non potrei mai fare del male a Buffy.”
“Lo so.”
“Credi che Buffy potrebbe mai avere paura di me?”
“Non ne ho idea.”

La ragazza drizzò la schiena.

“Non potrebbe mai avere paura di me.”

Stava cercava di convincersi. Non di quello che voleva. Quello lo sapeva già e lo sapeva bene.
Lei voleva soddisfare la sua curiosità.
Quello che stava facendo ora era cercare il modo per convincersi che era anche qualcosa che poteva considerare giusto. O, almeno, qualcosa che poteva non considerare sbagliato.

“Willow, sei sicura? Sei davvero sicura che è quello che vuoi? Dimmi di no, e non te lo chiederò mai più.”

* * * * * * *


Angel si chino sul corpo straziato.
La donna aliena, che eretta era stata anche più alta di lui, ora, raggomitolata in un groviglio scomposto, appariva penosamente piccola.

L’aveva vista molte volte, ma solo ora poteva osservare bene quella che era la sua caratteristica più evidente.

Le scapole si prolungavano in due strutture lunghe circa mezzo metro, con una specie di snodo fibroso dove si collegavano al corpo. Al di sotto, un'altra struttura, una serie di coste rigide che sostenevano la membrana dell'ala vera e propria.
Prese uno degli arti, sollevandolo di qualche centimetro. La membrana translucida e variopinta si spiegò con un fruscio, liberata dall'elitra vestigiale.

Le coste delle ali erano spezzate, le membrane lacerate, e i vasi che le percorrevano stillavano ancora il liquido quasi incolore che le era servito da sangue, che solo ossidandosi a contatto dell'aria assumeva una pallida sfumatura bluastra.
Il resto del corpo era in condizioni simili. Una massa di fratture, carne maciullata e fluidi organici. Alcune ossa spezzate fuoriuscivano con le loro punte acuminate dalla pelle. Il torace era completamente sfondato, con le costole sbriciolate.
Solo il volto, bizzarramente umanoide al di sopra della bocca, era intatto.

Nessun battito di mani avrebbe rimediato a questo.

L’odore dell’uccisore era chiaro, anche se mischiato ai disorientanti odori alieni che permeavano la carne stessa della donna. Solo il suo odore, e nessuno di quello dei suoi compagni.

Che cosa anomala, che l’avesse attaccata.

Questa creatura era del tutto inoffensiva, per chiunque e per qualunque cosa. Eppure l'aveva uccisa, infierendo su di lei come talvolta aveva fatto con i vampiri e con le creature più forti, senza alcun bisogno. Probabilmente, lei non aveva neanche fatto il tentativo di difendersi. Per quanto ne sapeva, non aveva nemmeno il concetto di difesa e, in ogni caso, non era proprio strutturata per combattere.
Uno scheletro formato da una sostanza più simile alla chitina che all'osso, e per di più cavo. Ali ingombranti e inutili. Muscoli leggeri e spugnosi. Niente denti, unghie, pungiglioni, veleni. Nessuna arma di offesa e neppure di difesa. Probabilmente a casa sua le ali erano funzionali. Sulla Terra, non erano altro che un pesante fardello che le impedivano persino di fuggire. Se attaccata, non faceva altro che rannicchiarsi di fronte al pericolo come un coniglio abbagliato dei fari.
Che razza di mondo doveva essere quello che aveva dato vita a una creatura così inerme, non riusciva neppure a immaginarlo.
Magari in quel mondo era considerata un essere micidiale, ma qui la sua struttura fragilissima non avrebbe potuto resistere all'assalto di un bambino umano. Sotto i colpi di un adulto, era stata annichilita.

Non aveva neppure idea di come fosse sopravissuta fin’ora.

I vampiri, lui compreso, non le badavano. Il suo sangue conteneva emocianina e di quello non si nutrivano. Qualche volta aveva visto i più giovani stuzzicarla, cercando di spingerla fuggire o a reagire, ma poi, immancabilmente, la lasciavano in pace quando si rendevano conto che non avrebbero ottenuto niente.
Forse era così anche per altri, o era sopravvissuta per caso.
In ogni modo, nessuno le aveva mai fatto del male, almeno fino a poche ore prima.

Questo riportava all’aggressore.

Non aveva mai fatto una cosa simile. Talvolta aveva ucciso esseri del tutto sconosciuti senza sapere se essi fossero o meno un pericolo, però costei non era sconosciuta. Viveva a Sunnydale da parecchio, e non si nascondeva. Con quell’aspetto, non sarebbe neppure stato facile nascondersi.
Bastava avere una conoscenza appena superficiale della fauna aliena e senziente della valle per sapere di lei e delle sue abitudini.

C’era un’altra cosa insolita. Questa era una zona dove l’uccisore non si era quasi mai avventurato. Dove nessuno di loro si avventurava quasi mai.
Non c’era nulla a interessargli, qui, e non era nemmeno una via di passaggio per i luoghi che frequentava.
E invece questa volta era venuto qui, da solo.

Lasciò andare l'ala membranosa.

Non l’aveva trovata. L’aveva cercata. Lei o qualcuno come lei.
Era stato un assassinio programmato, questo.

Sarebbe stato interessante sapere se era un caso isolato oppure solo un inizio.


 
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