Raccolgo il gentile invito di Solitaire, postando qui una storia scritta col preciso scopo di riunire in sè tutti i peggiori stereotipi del fantasy. Col risultato (è questa la cosa terribile) di aver creato una storia assolutamente coerente e sensata!
Non ci sono più le mezze stagioni, ecco.
***
Prologo
C'era una volta, in un paese lontano lontano, un reame felice.
I reami confinanti erano a loro volta felici, anche se in un'epoca come quella della nostra storia, ovvero un medioevo feudale dove tutti si vestono con sontuosi abiti ottocenteschi, non c'era acqua corrente, non c'era riscaldamento se non quello a legna accumulato in settimane di dura raccolta sulle montagne, non c'erano dentisti e il cibo aveva la sgradevole tendenza a fuggire starnazzando per l'aia: bisognava essere veloci a centrarlo con un sasso o un coltello da cucina, per non essere costretti a punire i figli di qualche colpa immaginaria, mandandoli a letto senza cena. Comunque, erano tutti felici. I campi ondeggiavano pigramente al vento, verdi e rigogliosi, il sole splendeva alto mentre, per le strade, la gente si salutava e conversava amabilmente, lieta della felicità del reame. Da qualche parte sullo sfondo si levava il gemito languido di un violoncello, ma forse era soltanto la brezza tra i rami del bosco.
Questo reame era più felice degli altri perché era governato da un re molto buono. Non che fosse particolarmente altruista, o generoso, o valoroso, semplicemente era ormai così vecchio e incitrullito che l'ultimo ictus gli aveva sfigurato la faccia in un tic perenne: gli tirava continuamente su e giù la parte inferiore del viso, insieme a tutto il resto del cranio, in un dondolamento pensoso e solenne. Di conseguenza tutti dicevano che era molto buono, perché durante le udienze non faceva che consentire alle richieste del suo popolo. D'altra parte, nessuno dei ministri si azzardava a far notare che forse il re non intendeva esattamente dimezzare le tasse o fare l'ennesima donazione al Fondo Cavalieri Senza Paura, in quanto il postulante interessato, se interrotto, passava immediatamente a vendicarsi.
"Maestà, ci servono diecimila scudi per costruire una locanda dove i Cavalieri Senza Paura possano bagnarsi la gola tra un salvataggio e l'altro…"
Dondolamento della testa, con la corona che cadeva continuamente sugli occhi (c'era un paggio che aveva l'esclusivo compito di tirarla indietro sulla testa del re ogni volta).
"Allora, passo dal ciambellano per ritirare il denaro?"
Dondolamento della testa e sollevamento della corona. A quel punto, le prime volte in cui ciò si verificava, un ministro si sentiva in dovere di intervenire.
"Maestà, forse non è il caso di stanziare tutto quel denaro per una locanda privata: con tutte quelle che ci sono nel regno penso che i Cavalieri Senza Paura possano tranquillamente bere anche altrove…"
La testa dondolava di nuovo, ma, mentre il paggio ritirava su la corona, il postulante, irritato, ribatteva: "Maestà, quell'uomo secondo voi è un traditore e merita di venire decapitato?"
Insomma, era un re che nessuno avrebbe mai voluto che morisse.
Invece morì.
Era vecchio, dopotutto.
Fu un brutto colpo per tutti, tranne che per i ministri, i quali, per ragioni tutt'ora non completamente chiare, sfilarono per le strade muovendo su e giù la testa come se fossero stati colpiti da un ictus, con una pinta di birra per mano, oppure una pinta di birra e un cosciotto arrosto, mentre contemporaneamente cantavano a squarciagola canzoni non attinenti alla sciagura che aveva appena colpito il reame (e nemmeno attinenti con qualunque cosa si potesse dire minimamente decente). Ma, in fondo, fu un grave lutto per tutti.
Il re aveva una figlia. La sua unica figlia, in quanto i re generano sempre un solo figlio, tranne quando generano due discendenti maggiori stupidi e uno minore molto intelligente e incompreso, che dovrà lottare per farsi strada e che alla fine erediterà tutto in barba alle leggi della primogenitura. Questo re, ad ogni modo, aveva una sola figlia. Una principessa bellissima e gentile, cosa considerata normale perché in tutti i castelli conosciuti c'era almeno una principessa bellissima e gentile, salvo quando era bruttissima e cattivissima e cercava di diventare regina con l'inganno. Il motivo per cui una principessa reale intrigasse per ottenere con l'inganno qualcosa che sarebbe comunque diventato suo era motivo di discussione nei più esclusivi salotti intellettuali. Le vie di mezzo non esistono, con le principesse.
Questa però era davvero bellissima, e perfino i più cinici detrattori della bellezza di sangue blu dovevano riconoscere che la loro principessa era una perla, uno splendore, qualcosa che costringeva a ripetute docce gelate tutti gli esponenti di sesso maschile che si trovassero a meno di venti metri dalla sua persona. Lei, dal canto suo, non faceva proprio niente per evitare attacchi di polmonite ai suoi sudditi, perché si avvicinava, parlava, rideva, arrivava perfino a prendere le mani a tremebondi individui i cui ormoni facevano a gomitate per riuscire a respirare in un organismo sovraffollato di testosterone impazzito. La principessa, naturalmente, non aveva la minima idea del perché tutti, alla sua presenza, diventassero nervosi, taciturni e scontrosi, e si rattristava molto pensando di essere poco gradita al suo popolo. Così si sforzava di essere più gentile e carina, chiudendo il circolo e rendendo, di fatto, impossibile una sua integrazione tra le persone comuni.
Comunque, erano tutti felici.
La principessa Perla, come veniva chiamata da così tanto tempo che il suo vero nome era ormai bello che dimenticato, aveva naturalmente molti spasimanti (o meglio, ne aveva moltissimi, come si addiceva a una principessa, ma non tutti possedevano la saldezza di nervi necessaria ad iscriversi nell'Elenco dei Pretendenti, visto che questo significava essere ammessi alla sfolgorante presenza della principessa). E, altrettanto naturalmente, colui che fosse riuscito a conquistarla e sposarla avrebbe ottenuto la corona. Comprensiva di paggio che la tirava su quando cadeva in avanti.
Per risolvere la questione e trovare un nuovo sovrano, prima che i più valorosi paladini del regno stramazzassero al suolo fulminati da embolia inguinale, venne indetto un torneo, uno di quegli spettacoli dove tutti indossano armature sfarzose, montano su nobili destrieri e si buttano l'uno contro l'altro scagliandosi addosso armi e insulti più o meno convenzionali.
"Siamo sicuri che colui che vincerà il torneo sarà il migliore tra gli eroi e diventerà un buon re?" chiese dubbioso uno scudiero a un altro, una volta che due contendenti, dopo essersi disarcionati a vicenda, si erano avventati l'uno sull'altro cercando reciprocamente di svitarsi la testa dal collo (facilitati dalle ottime giunture dell'elmo, che fornivano l'illusione di riuscire nell'intento).
L'altro scudiero non potè far altro che stringersi nelle spalle. La cultura della campagna elettorale era ancora un po' di là da venire, e comunque ben pochi tra quei paladini avrebbero saputo formulare un discorso di propaganda coerente, perciò, in fin dei conti, c'era stata poca scelta.
Il torneo andava avanti giorno per giorno, e giorno per giorno la principessa Perla assisteva incoraggiando graziosamente i suoi pretendenti, e al tempo stesso chiedendosi se fosse una brutta idea far scegliere a lei chi più le piacesse. Ma, si diceva, lei era una principessa e le principesse sposavano sempre e solo l'eroe più valoroso di tutti, non si scappava. Giorno per giorno, quindi, i pretendenti continuavano a cercare legalmente di sopprimersi a vicenda, e giorno per giorno nuovi avversari si aggiungevano all'Elenco dei Pretendenti, che ormai doveva essere portato a braccia da due servitori robusti, al seguito dell'austero scrivano reale. La cosa si prospettava piuttosto lunga. Comunque, erano tutti felici.
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