La lancetta del grande orologio appeso al muro di fronte alla scrivania scivolò in giù di un altro segmento e Lance represse un sospiro. Ore tredici e quattordici minuti: la segretaria se n’era andata a pranzo un quarto d’ora prima e da allora lui era attaccato al telefono con quel piccolo stronzo di un burocrate aspettando che si decidesse a venire al dunque. Per carattere e per severa autodisciplina personale non era sua abitudine picchiettare nervosamente sulla scrivania con le dita o con una penna, e non poteva mettersi a sbuffare nella cornetta per non dare l’impressione di essere impaziente, quindi la pressione interna gli stava salendo a livelli pericolosamente vicini alla linea rossa, e non andava bene. Non doveva guastare i rapporti con il piccolo stronzo. A volte si era dimostrato utile, e in quella circostanza particolare poteva essere addirittura vitale.
Si appoggiò all’indietro sulla sedia e mise i piedi sul piano lucido della scrivania, gesto di inaudita maleducazione che non commetteva mai, ma sentiva il bisogno di rilassarsi, per amore o per forza. Scostò col tacco le buste che non voleva rischiare di sciupare e continuò ad ascoltare le chiacchiere inutili dall’altra parte della linea telefonica.
“Vede, signor Knight, la mia posizione è assai difficile – stava dicendo il piccolo stronzo in tono untuoso – capisco che i suoi clienti aspettino impazienti, ma anche lei deve capire che l’ingresso di armi potenzialmente pericolose come queste è una cosa che necessita di tempo, di accertamenti… si metta nei miei panni.” Nei tuoi panni? Piccolotti e sgualciti? “Capisco benissimo, signor Pinzetti, e anzi la ringrazio per tutto il tempo che mi sta dedicando. Come avrà certamente letto sulla ricevuta, l’oggetto è classificato come pezzo da collezione, non come arma. In effetti, stento a immaginare un killer della mafia che si serve di un oggetto d’antiquariato per assassinare qualcuno…”
“Certo, certo, ma nulla toglie che un serio collezionista di armi antiche possa dare fuori di matto e infilzare la moglie con una spada d’epoca, non trova?”
“Dovrebbe essere matto sul serio, considerato il valore dell’oggetto in questione e considerato che certamente in casa ha dei coltelli da cucina per levare di mezzo la consorte, nel caso.” Osservò Lance, con un tono volutamente leggero, che non lasciasse minimamente intuire il fastidio che provava.
“Certo, certo, ma la mia posizione è molto difficile… lei capisce, non posso rischiare di perdere il posto, ho una famiglia da mantenere… un figlio all’università e una moglie che non penso di accoltellare, anche se a volte la tentazione…” Una risatina, come di cocci di vetro sulla lavagna. Lance chiuse gli occhi. Stava per arrivare la bordata, dopo tutti quegli inutili convenevoli, così rimise i piedi per terra e si appoggiò al piano della scrivania, preparandosi.
“Lei capisce, se io faccio passare quest’ arma… questo oggetto da collezione, se preferisce, devo essere sicuro di non rischiare il posto, o almeno di contare su qualcosa che mi permetta di tirare avanti… ho una famiglia…”
Lance riaprì gli occhi. D’improvviso ebbe il terrore che quel piccolo stronzo, quell’omuncolo viscido come un pesce appena pescato, potesse andare avanti così ancora per altri venti minuti, e sentì di non poterlo più sopportare. “Le bastano diecimila?” tagliò corto.
“Prego?”
“Dollari, non euro. Se mi porta la cassa stasera qui in ufficio posso arrivare a quindicimila, non un soldo di più. Prendere o lasciare.” Cercò di arginare il danno contando sul fatto che il piccolo burocrate non si sarebbe reso conto che, col cambio in dollari, avrebbe incassato di meno. Lance aveva notato da tempo che, per una certa categoria di italiani, un dollaro contava più di un euro, anche se quest’ultimo era maggiormente quotato in borsa, ed era pronto a scommettere di avere a che fare con un individuo di quel genere. Quando (e se) avesse deciso di fare i conti, si sarebbe accorto di averci rimesso, e per Lance era già una soddisfazione.
Non si sbagliava. L’omuncolo all’altro capo della cornetta dovette capire che era arrivato il momento di parlare chiaro. “Mi risulta che quest’arma… questo pezzo da collezione, diciamo… valga ben più di qualche migliaio di dollari…”
A quel punto Lance era talmente disgustato da tutta la faccenda che voleva solo concluderla il prima possibile. “Vale una cifra che lei non vedrebbe nemmeno lavorando dodici ore al giorno per tutta la vita, ma il punto non è questo. Il punto è che sono disposto a pagare per avere la mia merce, evitando tutti i fastidi doganali del caso, e la cifra cui sono disposto ad arrivare è di quindicimila dollari, in contanti. Soldi puliti e sull’unghia, li potrà versare tranquillamente sul suo conto senza il minimo problema. Se rifiuta, ci metterò più tempo ad avere la merce, ma ci riuscirò comunque, visto che commerciare in oggetti d’antiquariato non è ancora considerato illegale. La differenza è che lei non percepirà un soldo e che io e lei in futuro non faremo più affari: dovrò sempre andare per vie ufficiali, una cosa lenta per me e poco conveniente per lei. Capisce bene il concetto così come gliel’ho spiegato? Sa, anche se vivo in Italia da anni a volte ho difficoltà ad esprimermi, specialmente coi verbi: il congiuntivo è una perla che in Inghilterra non abbiamo.”
Silenzio. Lance aspettò. Si sentirono dei rumori, come se l’omuncolo si stesse passando la cornetta da una parte all’altra. Poi un frusciare di fogli. Infine l’omuncolo parlò di nuovo.
“Ho qui davanti le ricevute e il visto. Posso convalidare tutto e portarle la cassa insieme a una guardia giurata per legalizzare la cosa.”
“È fidata? La guardia, intendo.”
“Al cento per cento. Ma dovrà essere… gratificata, per quello che farà.” Non molli nemmeno un centesimo dei tuoi quindicimila, eh, mostriciattolo? “Mille dollari basteranno.” Disse. Non era una domanda.
“Andranno benissimo. Le vanno bene le sei e mezza?”
“L’aspetto nel mio ufficio. L’indirizzo è sulle ricevute. Sia puntuale, la prego: potrei sempre cambiare idea, e decidere di aspettare settembre, quando tutti gli impiegati che dovranno convalidare l’ingresso della mia merce saranno tornati dalle ferie.”
“Sarò puntuale. Tenga pronti i soldi.” Tenga pronti i soldi, Gesù. Sembra un gangster in un filmetto di quarta categoria. Probabilmente ha aspettato tutta la vita per dire una frase simile. “Allora l’aspetto.” Disse, e riagganciò senza salutare.
Il pomeriggio trascorse frenetico come al solito. Fortunatamente il mercato delle antichità, soprattutto ai livelli che trattava lui, non risentiva del periodo di stanchezza estiva, e questa era una delle due ragioni per cui Lance non andava in ferie da almeno sei anni, se si escludevano i giorni che prendeva talvolta per andare a trovare i genitori, nel Sussex. L’altra ragione era che nella sua vita non c’era nessuno per cui valesse la pena sospendere per due settimane un lavoro più che prestigioso e più che remunerativo, e non era il tipo che amava andare a cercare avventure in luoghi sconosciuti.
Fu un pomeriggio come tutti gli altri, e nelle brevi pause tra un affare e l’altro si ritrovò a pensare che il mondo era proprio strano, a non fermarsi per l’attesa trepidante di quel che doveva accadere. Il lavoro proseguiva. Lesse le perizie di un quadro e di due libri del Seicento, contattò i clienti e prese gli accordi necessari alla transazione; valutò se valeva la pena disturbarsi per una collezione di ceramiche che sospettava fabbricate a Taiwan non più tardi di due mesi prima e decise di no; scese nel magazzino tentando per l’ennesima volta di spiegare agli addetti che la parola ALTO significava che la corrispondente superficie andava tenuta verso l’alto; fu chiamato da un cliente giapponese che moriva dalla voglia di dilapidare una cifra favolosa per tre arazzi italiani del Quattrocento (i giapponesi erano tra i suoi migliori clienti: amavano l’arte italiana come gli europei non avevano e non avrebbero mai fatto, dando a Lance, oltre al guadagno, anche la soddisfazione di sapere che le opere vendute sarebbero state trattate come reliquie); esaminò le fotografie di alcune monete veneziane dell’epoca delle Repubbliche Marinare che gli parevano un buon investimento, e infine si affacciò alla porta per dire alla segretaria che poteva andarsene alle quattro anziché alle sei. Non per bontà d’animo, visto che l’indomani la segretaria partiva per le ferie: nel caso il piccolo stronzo arrivasse in anticipo.
La segretaria lo ringraziò profusamente e alle quattro precise Lance rimase da solo, situazione che gli apparve subito tutt’altro che positiva, perché da quel momento fino alle sei e mezza non fece altro che perdere tempo rimestando scartoffie, senza concludere niente, impaziente come un ragazzino. O almeno, immaginava che i ragazzini fossero impazienti: lui neppure da bambino si era mai comportato in quel modo, causando non poca perplessità in genitori e maestri, i quali non si spiegavano come mai quel bel bambino biondo fosse sempre così tranquillo e misurato, perfino la vigilia di Natale. “Non sei impaziente di vedere i regali?” gli aveva chiesto la madre una volta, e Lance l’aveva guardata, sinceramente perplesso. “Arriveranno quando dormo, perciò stare sveglio sarebbe inutile, no? Li vedrò domani.”
Crescendo, la sua attitudine alla tranquilla razionalità si era affinata grazie allo studio prima, e al lavoro poi, rendendolo sempre pacatamente padrone della situazione, perché laddove gli altri si sentivano sudare i palmi al pensiero di sostenere esami difficili o maneggiare oggetti fragilissimi del valore di molti zeri, Lance si limitava a fare quel che andava fatto, senza mai pensare al peggio. Era un modo di fare innato, una caratteristica che lo aveva avvantaggiato e reso vincente, ma che adesso era completamente sommersa da un mare di ansie irrazionali e stupide: e se il piccolo stronzo era in realtà una guardia di Finanza? E se l’avevano scoperto a cercare di far uscire in maniera irregolare un oggetto che doveva rimanere in giacienza almeno fino a settembre? Se la guardia giurata non era così fidata come aveva detto? Se fosse stato un falso?
Se lui, Lance Knight, per la prima volta nella sua carriera di antiquario e mercante d’arte, si fosse clamorosamente sbagliato? No, non mi sono sbagliato, pensò mentre l’orologio muoveva le lancette, a un ritmo intollerabilmente lento, verso le sei e trenta. So di non essermi sbagliato, so che questa era la pista giusta e che ho trovato quel che cercavo, finalmente. Non sarei arrivato a corrompere un piccolo burocrate untuoso, se non avessi avuto l’assoluta certezza di averlo trovato. Il Decano ha avuto fiducia in me fin dall’inizio, e anch’io sono sempre stato il primo a credere di essere capace di portare a termine questo compito, perché farsi prendere dall’ansia proprio adesso? Per quei sedicimila dollari?
No, naturalmente. Lance non era il tipo d’uomo che amava buttare i soldi dalla finestra, cosa che sarebbe comunque avvenuta se fosse risultato che aveva commesso un errore, ma sedicimila dollari erano il suo guadagno di quella settimana, al netto delle tasse, e aveva amici che perdevano cifre tre volte superiori in una sola notte al casinò, senza sprecare niente più che qualche imprecazione. Il denaro non era un problema.
L’orologio che non si decideva a segnare le sei e trenta, quello era un problema.
Il Decano si era mostrato contento, ma comprensibilmente cauto quando Lance gli aveva comunicato che c’erano buone possibilità che riuscisse nell’impresa. “Sarebbe magnifico – erano state le sue testuali parole – ma non dovrai prendertela troppo se fallirai, Lance. Tanti hanno tentato prima di te, e il solo fatto che noi siamo ancora qui, che esistiamo tuttora, testimonia che non ci sono riusciti. Fa’ del tuo meglio, ma non rischiare inutilmente.”
Lance aveva fatto del suo meglio, come il Decano gli aveva raccomandato, ma aveva anche rischiato, sebbene non ritenesse di averlo fatto inutilmente. I rischi legali non lo preoccupavano, anche se un’eventuale incriminazione per contrabbando avrebbe dato parecchio da lavorare al suo avvocato. No, quello che il Decano gli aveva raccomandato (e che Lance, entro certi limiti, aveva cercato di osservare) era di non rischiare di essere scoperto dagli altri.
Perché in quel caso un grossa multa, un processo, o anche il carcere, gli sarebbero sembrati sgradevoli quanto una settimana bianca sulle Dolomiti.
Spinto dalla direzione presa dai suoi pensieri, Lance fece il giro della scrivania, si sedette e aprì l’ultimo cassetto, l’unico chiuso da una serratura, quello che conteneva documenti, denaro contante e altri effetti che non voleva rendere noti ai più. Frugò brevemente, quindi estrasse un raccoglitore ad anelli, non uno di quelli rigidi e formali che usava per le foto d’archivio e scartoffie varie (il mondo dell’antiquariato opponeva una fiera resistenza all’informatizzazione, cosa che Lance deprecava profondamente), ma un oggetto colorato, dai colori chiassosi, che aveva comprato in una cartoleria un giorno, seguendo un impulso del momento. All’interno non c’erano pagine a righe o a quadretti, ma ritagli di giornali intercalati da pagine fotocopiate di libri. Non molte. Non c’era un granchè, sull’argomento, almeno niente di serio. Stupidaggini se ne scrivevano tante, ma trovare una parola che corrispondesse in maniera accettabile alla realtà era difficile quanto rimettere assieme l’Uovo rotto.
Se le pagine dei libri erano poche, quelle di giornale erano un’enormità, tante che il raccoglitore quasi esplodeva, con tutto che aveva cominciato a tenere quella sorta di piccolo archivio da poco più di sei mesi. Dopo un po’ che si scorrevano quei ritagli, i grandi titoli maiuscoli cominciavano a suonare tutti sinistramente simili.
AGGRESSIONE SPIETATA DI PITBULL, GRAVISSIMO EXTRACOMUNITARIO CLANDESTINO. Morto il giorno dopo.
SCOMPARSA MENTRE RINCASAVA, GLI INQUIRENTI NON ESCLUDONO L’IPOTESI DEL MANIACO.
NEONATO TROVATO MORTO IN CULLA, ZONA LAURENTINO. TERZO IN UN MESE.
RITROVATA GRAZIELLA, LA RAGAZZA SCOMPARSA DUE GIORNI FA: E’ IN STATO CONFUSIONALE E PRESENTA ESCORIAZIONI CHE LASCIANO SUPPORE VIOLENZA SESSUALE. Morta senza tornare in sé.
AUTO FINISCE FUORI STRADA: CONDUCENTE TROVATO MASSACRATO DAI CANI RANDAGI POCHE DECINE DI METRI PIU’ IN LA’. Stando alle testimonianze, aveva preso con sé un autostoppista, del quale non si aveva più traccia.
MORTO IN METROPOLITANA, CAUSE IGNOTE.
MORTA IN SEGUITO AD AGGRESSIONE DI ANIMALE SCONOSCIUTO, NON SI ESCLUDE UN ESOTICO FUGGITO DALLA GABBIA DI QUALCHE PRIVATO.
UCCISO DA IGNOTI.
VIOLENTATA E DISSANGUATA.
SCOMPARSO MISTERIOSAMENTE.
UCCISO.
MORTO.
SBRANATO.
AGGREDITO DA IGNOTI.
Chiunque avesse trovato quell’album avrebbe pensato che Lance era affetto da un interesse ossessivo per la cronava nera, ma anche da un esame superficiale si poteva notare una precisa selezione nel materiale raccolto: niente rapine, niente furti finiti in tragedia, niente atti di vandalismo, nessuna morte per incidenti domestici o stradali. Soprattutto, nell’album di Lance non c’era un solo caso risolto. Nessuno di quegli assassini o aggressori era mai stato preso, nè sarebbe lo mai stato, di questo Lance era certissimo. Le pagine dei libri che era riuscito ad estrapolare, in mezzo al marasma di scempiaggini scritte sull’argomento, lasciavano pochi dubbi al riguardo, e forse era meglio così.
Dopotutto, un coniglio che si infila nella tana del lupo non ha molte possibilità di intimorire il predatore, solo perché ha scoperto dove vive. Se solo smettessimo di essere conigli, pensò Lance continuando a sfogliare lentamente le pagine. Se riuscissimo a diventare forti quanto loro, potremmo entrare nella tana del lupo, e avere speranze di uscirne con indosso una bella pelliccia nuova. La metafora gli piacque, e la segnò su una delle pagine fotocopiate, tratta da Il ramo d’oro. Non parlava esplicitamente di prede e predatori, ma il mito del re del bosco, che restava tale finchè non giungeva un nuovo re a scalzarlo dal suo ruolo (e, vale la pena di aggiungere, dalla sua stessa pelle), si avvicinava moltissimo a quella che Lance riteneva essere una buona linea d’attacco. Il re del bosco è al sicuro nella foresta sacra, perché finchè non esce da essa gode dell’impunità, quale che fosse il crimine commesso prima di entrarci… ma, per mantenere il predominio, deve uccidere tutti i concorrenti che lo vengono a sfidare. Se vogliamo rimanere al nostro posto nel bosco, dobbiamo uccidere il nemico, con qualunque arma possibile.
La differenza, riconobbe di malavoglia, era che loro non erano affatto al sicuro nel bosco sacro, e che il nemico non era particolarmente interessato a scalzare nessuno dal suo ruolo: si contentava di un tributo, tutto qua.
Dal loro punto di vista, era sicuramente una cosa ragionevole.
Solo che:
Nel 1999 due bambini erano spariti senza lasciare traccia durante una scampagnata, e mai più ritrovati, se non si vogliono tenere in considerazione alcuni trascurabili brandelli che resero necessaria la cremazione delle salme.
Nell’inverno dello stesso anno, fu arrestato un pregiudicato, con l’accusa di essere lui l’assassino dei barboni che imperversava tra Tuscolana e Laurentino, ma venne rilasciato pochi giorni dopo perché presentava degli alibi inattaccabili. I barboni continuarono ad essere uccisi, finchè le morti non cessarono d’improvviso.
Nel 2003 i rom presero d’assalto il commissariato, sostenendo che qualcuno si accaniva su di loro, e che non potevano più uscire a mendicare perché non era affatto certo che sarebbero tornati. Dopo qualche mese di scandali e arresti, le morti cessarono nuovamente, di colpo.
Nel 2005 cominciarono a sparire immigrati clandestini. Nessuno se ne accorgeva, finchè qualche cadavere non veniva ritrovato. Quelli dei clandestini era una riserva decisamente appetibile e relativamente sicura.
Era molto ragionevole, certo.
Lance trasalì allo squillo del citofono, e vide con stupore che erano le sei e venticinque. Come vola il tempo, sul viale delle rimembranze, pensò con amaro cinismo, e ripose l’album nel cassetto. Accese il video accanto alla porta e gli apparve, sgranato e lievemente tremolante (faceva aggiustare quel maledetto citofono in media ogni tre mesi, senza il minimo risultato), il faccione flaccido e familiare di Gabriele, il portiere dello stabile. “Un certo signor Pinzetti chiede di lei, signor Knight – gli comunicò – e ha portato una cassa. Cosa devo fare?”
“Fallo salire, ha un appuntamento. A proposito, Gabriele – aggiunse in fretta – se non segnerai questa visita sul registro degli ospiti te ne sarò molto grato. E’ un affare riservato.”
Quel genere di cortesie erano abbastanza comuni nei lussuosi complessi di uffici dove si svolgevano gli affari di Lance, e non venivano dimenticate, specialmente a Natale, così l’usciere mise via il registro.
Lance aspettò davanti all’ascensore, impaziente, ma dissimulò bene il suo stato d’animo davanti all’ometto e alla guardia giurata, la versione miniaturizzata e depilata di King Kong. Quest’ultimo spingeva un carrello che conteneva una cassa, non stretta, ma talmente lunga da apparirlo. Per poco Lance non si sfregò le mani, ma riuscì a conservare un’espressione di cordiale impenetrabilità mentre faceva salire il burocrate e la guardia nello spazioso ufficio all’ultimo piano, con la vetrata alle spalle della scrivania che dava sul traffico pittoresco di via Nazionale, molto ridotto a causa della pausa estiva, e rimpiazzato da frotte di turisti che sciamavano ovunque. Il burocrate socchiuse gli occhi ai raggi del sole e il suo accompagnatore osservò con apprezzamento la visuale che si poteva godere da lassù. Apprezzano il sole, bene. Non che ritenesse quei due anche solo minimamente pericolosi, però non si poteva mai dire. Era contento che fosse giorno, che fosse estate e che la visita, insieme ai volti dei suoi ospiti, fosse rimasta impressa nella mente di Gabriele, per via di quella richiesta di segretezza. La cautela non era mai troppa.
“E’ puntuale, mi fa piacere. E’ tutto a posto?” chiese, e l’omuncolo tirò fuori una cartella, che gli porse, ma che ritirò quando Lance fece per prenderla.
“Mi mostri i soldi, prima.” Gesù, ma crede veramente di essere in un film, questo qui? Aprì nuovamente l’ultimo cassetto della scrivania (la prima regola, quando si maneggiavano certe somme di denaro, era di non tirarle mai fuori dalla cassaforte davanti ad estranei) e prese una busta marrone, che sbattè in mano all’omuncolo. Aveva richiesto alla banca trentamila dollari in contanti già la settimana prima, prevedendo l’esborso. Se l’omuncolo avesse saputo quanto Lance sarebbe stato disposto a pagare, probabilmente gli sarebbe venuto un colpo. Aprì la busta e si fece scivolare sul palmo alcune banconote.
“Potete contarli, se volete.”
“No, no, ci mancherebbe. Abbiamo la massima fiducia in lei, vero Giuseppe?” La guardia annuì, senza staccare gli occhi dalla busta. Probabilmente immaginava già la faccia della moglie quando avrebbe tirato fuori i soldi dicendole che quell’anno le ferie le avrebbero passate in Riviera. L’omuncolo si fece avanti e prese la busta, decidendosi finalmente a mollare la cartella, che Lance si affrettò ad aprire e controllare, mentre i due compari si spartivano il denaro. Tutto era in regola, i timbri giusti, le firme giuste. Ogni cosa pareva essere filata liscia.
“Sta bene – Lance richiuse la cartella e fece un gesto verso la porta – credo che sappiate qual è l’uscita. Arrivederci, signori.”
“Spero che faremo altri affari, in futuro.” Commentò l’omuncolo mentre usciva. Lance lo avrebbe volentieri ucciso seduta stante. Invece gli spedì un sorriso indistinto che cancellò non appena fu fuori dalla sua vista.
Rimasto solo, si diede subito da fare col piede di porco, interrompendosi soltanto per ravviarsi i capelli che gli ricadevano continuamente in avanti. Erano di un biondo scuro, con ciocche quasi castane, in tutto e per tutto identici a quelli di sua madre; quando faceva caldo aveva l’abitudine di legarli in una coda dietro la nuca, ma lì dentro l’aria condizionata manteneva la temperatura a un piacevole frescolino, così Lance li aveva lasciati liberi di sfiorargli le spalle, perché aveva l’abitudine di passarci una mano in mezzo quando era pensieroso.
Ficcò il piede di porco nella fessura tra cassa e coperchio, accingendosi a dare un deciso colpo, quando ebbe l’impressione che l’aria attorno a lui tremasse, deformando lievemente le sue percezioni. Si fermò e rimase a osservare il fenomeno, finchè questo non si cristallizzò in un punto preciso davanti a lui, assumendo contorni ben definiti e amalgamando le tinte, come se le traesse dall’ambiente retrostante, che la progressiva materializzazione andava a coprire. In breve fu visibile la figura di un uomo anziano, con indosso una tunica bianca. Lance chinò la testa a mò di saluto.
“Decano – disse – non mi lasciate neppure il tempo di fare una telefonata per comunicarvi di persona la lieta novella…” Ci sei dunque riuscito, Lance? In ciò che tanti, per secoli prima di te, avevano fallito, pagandone un prezzo di sangue?
Lance si sforzò di non assumere un’aria eccessivamente trionfante. “Così sembra, Decano. Posso procedere ed aprire?”
La figura, perfettamente visibile ma eterea e impalpabile come un miraggio, venne avanti e si chinò sulla cassa. Niente più di un vecchio, e neanche molto vecchio: l’età precisa del Decano non la conosceva nessuno, ma si collocava in qualche punto tra i cinquantacinque e i sessantacinque anni, con continue oscillazioni, perché il Decano era una di quelle persone che avevano un’età diversa a seconda dello stato d’animo del momento. Adesso sembra aver appena raggiunto i quaranta, pensò Lance, ficcando il piede di porco nella cassa e aprendola con un movimento deciso. Rimosse con attenzione il polistirolo, ruppe l’involucro di plastica rigida che proteggeva l’oggetto e finalmente la vide. Tacque, sopraffatto. Ce l’ho fatta, pensò. Finalmente l’ho trovata.
Ben fatto, figliolo, proprio ben fatto. Il gingillo di Dracula è finalmente nelle nostre mani.
Lance non udì neppure quella voce, un sussurro così lieve che era come un pensiero nel suo cervello, e con un certo sforzo sollevò l’arma, il cui scintillio rifletteva il sole abbacinante di luglio. La teneva per la parte centrale, perchè non esisteva un’elsa, un’estremità. A prima vista poteva sembrare una spada d’argento, ma solo se la si guardava per un unico lato. C’erano due lame, lunghe ciascuna quasi un metro, saldate tra loro per l’impugnatura, che diventava quindi il centro dell’arma. Le lame erano piuttosto sottili, almeno per la loro lunghezza, ma ciò nonostante l’arma pesava talmente che si stentava a tenerla, essendo interamente d’argento: una spada dalla doppia lama, inclassificabile dal punto di vista stilistico e storicamente inesistente in ogni civiltà di cui si avesse notizia. Le sole decorazioni che si potessero notare erano una sorta di scritta, in caratteri cuneiformi, che correva lungo le lame per tutta la loro lunghezza, e una gemma lattiginosa, grande come una palla da golf, rotonda, incastonata al centro dell’impugnatura. I riflessi erano madreperlacei, ma quando Lance la toccò si rese conto che non era madreperla: somigliava a cristallo, o a pietra dura, e quando voltò l’arma vide che le gemme erano due, simmetricamente disposte. Gli Occhi vedranno la luce se si bagneranno nel sangue di Abele. Gli Occhi serviranno le tenebre se berranno il sangue di Caino. E’ questo il significato delle parole incise sulle due lame.
La figura del Decano alzò una mano quasi a sfiorare la doppia spada, ma le dita attraversarono il metallo come fosse fatto d’aria. Spero di poterla toccare davvero, quanto prima.
“Provvederò a portarvela il più presto possibile – sussurrò Lance, senza riuscire a distoglierne lo sguardo – del resto, io non possiedo una cassaforte personale tanto grande da contenerla, e non mi fido ad affidarla a nessuno che non sia della Congrega.” Non è sorprendente, che un oggetto con tanta storia alle spalle sia così sconosciuto alle cronache?
Lance annuì. Sapeva cosa intendeva dire il Decano, perché erano anni che seguiva ogni possibile pista che lo conducesse a quell’arma: gli Occhi di Azmodar, come veniva definito in taluni documenti, o Occhi di Abele, come era chiamato in talaltri. E stranamente, nonostante sulla sua scrivania si trovasse un oggetto la cui notizia più antica era datata settemila anni addietro, Lance non aveva mai trovato alcunchè nelle documentazioni ufficiali di luoghi dove pure aveva avuto un ruolo di rilevanza, fosse soltanto per la sua stranezza. Era, di fatto, un’arma rituale, e per il suo uso peculiare aveva incontrato i favori di Vlad Tepes, meglio conosciuto come Dracula, principe di Valacchia, nota in epoca moderna come Romania. La sua lunghezza era tale da impalare senza difficoltà un uomo (la pena preferita da Vlad Dracula), ma non era stata costruita per questo: serviva per i sacrifici, in un’epoca molto più remota di quella dell’uomo che avrebbe dato vita all’opera di Bram Stoker sui vampiri. Richiedeva la morte di due uomini contemporaneamente, di cui uno era il sacerdote che officiava il rito: si piantava nello stomaco una delle due lame per poi trafiggere la vittima propriamente detta con l’altra lama. Era ammesso anche l’inverso, l’omicidio prima del suicidio, secondo Lance indubbiamente più pratico.
“Se sono riuscito è solo grazie al lavoro di coloro che mi hanno preceduto.” Disse sinceramente, perché non sarebbe mai arrivato a concludere nulla, dovendosi basare solo su fonti ufficiali. Sapeva però di essere stato anche molto abile. E fortunato. Per pura coincidenza era venuto a sapere di quel collezionista del Winsconsin, un arricchito che comprava oggetti d’antiquariato senza conoscerne minimamente il significato, e che aveva subodorato un ottimo affare quando dall’Italia Lance gli aveva offerto di acquistare quella strana cosa che teneva appesa sopra il camino. Come fosse riuscito a spuntare un prezzo ragionevole, Lance non sapeva ancora spiegarselo, visto che sarebbe stato disposto a ipotecare anche la casa, pur di averla, e gli pareva stranissimo che il suo antagonista nella trattativa non avesse captato un simile stato d’animo.
Sospettava però che non avrebbe ottenuto niente, se gli Occhi non avessero voluto che così fosse. Adesso potrai dedicarti anche ad altro, all’infuori della missione che ti sei così duramente imposto. Sei ancora giovane, e hai ottenuto più di tanti in tutta la loro vita.
“Non è tempo di riposare, Decano – rispose Lance – il lavoro difficile arriva adesso. Dobbiamo preparare tutto senza che loro sappiano, e quando cominceremo ad agire sarà impossibile mantenere il segreto…” Non preoccuparti di questo. Roma è una grande città, e il ricordo degli antichi rituali è ormai troppo affievolito perché persino i preti di Cristo se ne ricordino. Siamo rimasti solo noi, a tenerne viva la memoria. Loro non si accorgeranno di nulla, finchè non sarà troppo tardi.
Lance se lo augurava, ma sapeva che sarebbe stata dura, da lì in avanti, anche se non sarebbe passato molto tempo prima che tutto finisse… in un modo o nell’altro.
Ma a questo era meglio non pensare. Arrivati a quel punto, fermarsi a pensare equivaleva a desiderare di fuggire.
“Per Lughnasadh sarà tutto pronto. Il primo giorno di raccolto ci vedrà mietere un bel campo, Decano.” Lughnasadh cadeva tradizionalmente il primo di Agosto. Abbiamo quasi un mese di tempo per prepararci. Cerca di non correre rischi inutili, figliolo.
“Non lo farò, ma dovremo trovare una…” prese a dire Lance, ma la figura del Decano iniziò a sbiadire, a disfarsi, e in breve fu di nuovo solo, nell’ufficio grande quanto una sala. Non era facile mantenere la concentrazione tanto a lungo, e il Decano era l’unico, tra le persone di sua conoscenza, che riuscisse a conversare in tutta tranquillità pur essendo presente solo sul piano spirituale. Chiaramente, aveva dovuto far ritorno nel proprio corpo: era meglio che gli telefonasse, per definire i dettagli in maniera convenzionale.
Abbassò gli occhi sulla doppia spada, in preda a sentimenti contrastanti, vedendosi riflesso in una delle lame: un giovane di poco più di trent’anni, con occhi grigi che, specialmente in giornate di sole come quella, viravano su un azzurro metallico, i lineamenti composti, regolari, la barba perfettamente rasata e un’espressione perennemente attenta a tutto ciò che lo circondava, un’espressione che dava sempre ai suoi interlocutori la sensazione che fosse interessato a loro come a nessun altro in precedenza. Il che, specialmente con le donne, rappresentava un bel vantaggio. Cosa aveva detto il Decano? Adesso potrai dedicarti anche ad altro, all’infuori della missione che ti sei così duramente imposto. Sei ancora giovane… Curioso, perché in quel momento si sentiva più vecchio della Pangea. Era una sensazione che provava spesso, e forse era quello il motivo per cui era riuscito ad affermarsi in un mondo, quello degli antiquari di lusso, nel quale solitamente i giovani non avevano accesso, come se un oggetto antico potesse essere valutato adeguatamente soltanto da un essere umano quasi altrettanto datato. O forse viaggiava troppo con la fantasia e poteva attribuire la sua rimarchevole autorità nel campo unicamente alla propria abilità, insieme al fatto di essere partito comunque avvantaggiato: le sue carte erano sempre state buone, dato che proveniva da una famiglia inglese di quelle più snob, antica, benestante e con innumerevoli contatti nelle gallerie d’arte di tutto il mondo. Era stato facile iniziare da lì e costruire. Dev’essere insito nella natura umana, pensò con amara ironia, quando una persona nasce privilegiata, senza un solo problema al mondo, deve andarli a cercare, crearseli, farli propri… e sperare di non venirne sopraffatto.
Si accorse che continuava a fissare la propria immagine riflessa, troncata all’altezza del collo dal filo della lama, e distolse in fretta lo sguardo. Adesso che c’era riuscito, che l’aveva fatto e che il momento di euforia era passato, si sentiva soverchiare al pensiero di quel che ancora l’aspettava.
La morte era soltanto una delle possibilità, e nemmeno la peggiore. Ma era più che sufficiente a spaventarlo. Chissà perché, poi… non ho mai visto nessun film dove qualcuno, infilandosi di sua iniziativa in una situazione più che rischiosa, se la facesse sotto per tutto il tempo. I registi dovrebbero starci più attenti, rischiano di far venire un complesso d’inferiorità ai poveracci che devono rischiare la pelle, per non parlare di tutto il resto, pensò con più di una punta d’isterico umorismo. Loro non sarebbero certo rimasti a guardare, qualunque rassicurazione in proposito potesse cercare di dargli il Decano. Si volse a guardare fuori dalla vetrata e si domandò che genere di vita potessero condurre, in quella stessa città, mescolati alle loro prede che li sfioravano, li toccavano, li vedevano, senza mai riconoscerli… finchè non era troppo tardi.
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