In volo sull’Atlantico. Venerdì 28.
Buffy non ricordava.
Appoggiò la nuca contro il poggiatesta del sedie e sprofondò un po’ di più nello schienale. Chiuse gli occhi e rimase a pensare per lunghi minuti.
Non ricordava come fosse salita su quell’aereo, non ricordava la fila all’imbarco, né quella al check-in, non aveva neppure la più pallida idea di come fosse arrivata all’aeroporto. Degli ultimi giorni non aveva ricordi, assolutamente nessuno.
Non sapeva neppure che giorno fosse oggi, in realtà.
Si passò la mano sugli occhi. Era stanca, molto stanca, ma non fisicamente, almeno non solo.
Era una stanchezza, una spossatezza interiore.
Come se avesse perso qualcosa di importante.
Anche se al momento non ricordava cosa.
Era come se si fosse appena svegliata da un sonno troppo profondo e senza sogni, di quelli che uno ha durante una malattia, quando ti svegli senza capire dove sei o cosa sia successo, completamente spaesato. La sensazione era proprio quella.
Buffy dubitava di aver mangiato recentemente, il suo stomaco era decisamente vuoto e dava la sensazione di esserlo da parecchio tempo. Quanto… quanto, dovevano essere passati giorni, due, forse tre.
Le tornarono in mente vaghi ricordi di lei piegata sul pavimento del bagno, “che fosse la mia camera d’albergo?”, vomitando convulsamente per poi rimanere lì immobile, sdraiata sulle piastrelle fredde e lucide, le mani contratte da spasmi.
Poi un altro flash di lei seduta sul letto a fissare la parete di una stanza per quello che poteva essere stato un minuto od ore. “Giorni forse?” Il riecheggiare lontano, irrilevante, del trillo del telefono, a lungo, insistente, fastidioso senza un motivo per esserlo.
La sua prima memoria chiara era quella della tazza di caffé che teneva stretta nelle mani.
Come se si fosse risvegliata in quel momento. Buffy l’aveva osservata con curiosità per qualche secondo, chiedendosi perché fosse lì, e da quanto. L’aveva bevuta, giusto perché non sapeva cosa altro farne. Aveva avuto la sensazione di non voler ricordare quanto era accaduto, che fosse meglio così.
Così si era concentrata sul presente, cercando di focalizzare dove si trovasse. La cabina di un aereo. Quello non era stato difficile da capire. Aveva chiesto al vicino dove si trovassero, accorgendosi con sorpresa di quanto roca fosse la sua voce.
“Troppo uso o troppo poco?”.
L’uomo le aveva risposto che erano sull’Atlantico a due ore da New York, poi era tornato a leggere il giornale.
Sembrava che stesse tornando a casa.
“Casa? Io non ho più una casa”.
Strano pensiero che si era affacciato improvviso. Quasi alieno.
Si sarebbe dovuta chiedere perché, ma si sentiva stanca e svuotata. Non voleva saperlo. “Probabilmente non sarà neppure importante….” Il suo cervello ragionava come se immerso nella melassa. Erano pensieri oziosi, irrilevanti, quasi inconsci. Seguiva tutto con distaccata serenità.
“Ormai non ha più importanza. Seguirò la corrente, mi porterà da qualche parte”.
Non le importava. Non più. Sarebbe sbarcata a Sunnydale, tornata nella sua stanza del campus ed aspettato il seguente evento. Senza preoccupazioni.
Nessuna preoccupazione.
Sorrise, ora non aveva più preoccupazioni.
Cornovaglia, Inghilterra. Concilio degli Osservatori. Venerdì 28.
Marlin superò la soglia del Concilio con il solito passo deciso, vestita impeccabilmente e con la solita valigetta porta documenti. Si girò verso il posto di guardia, dove erano stazionati ventiquattro ore su ventiquattro due operativi, alla scopo di sorvegliare l’ingresso principale. Nessuno di loro fu stupito dal suo arrivo all’improbabile orario, quando ormai la maggior parte degli Osservatori era appena andata a casa per il week-end o stava per farlo. Magdalene era nota a tutti per i suoi orari estremamente flessibili e le sue lunghe giornate di lavoro.
Si diceva in giro che lavorasse più a lungo dei nuovi associati degli studi legali di New York. Per lei una settimana lavorativa di settanta ora era la norma più che l’eccezione.
Invece di salutarli con un cenno del capo, od un gesto della mano, come al solito, Marlin alzò la pistola automatica che teneva al fianco e li freddò con due colpi precisi alla testa. Le ore passate al poligono di tiro ogni settimana, per allenarsi e distendersi dallo stress accumulato, avevano dato i lori frutti più di una volta.
-Libero.
Disse al microfono.
Alla sua comunicazione, un gruppo di commando vestiti di nero, armati di uzi compatte e protetti da giubbotti antiproiettile, la circondò, comparendo dal nulla o quasi.
Marlin scambiò un cenno di intesa con il comandante dell’unità, che fece segno ai suoi uomini di distribuirsi nei punti di accesso della sala, deserta come previsto.
Come era normale per le otto del venerdì sera.
Magdalene osservò con soddisfazione la professionalità e la rapidità che i mercenari mostrarono. Ingaggiarli le era costato molto, una cifra con veramente moli zeri, ma erano tra i migliori nel loro campo, e per un’azione simile Marlin non aveva voluto badare a spese.
Non accadeva tutti i giorni di assaltare ed occupare la sede centrale del Concilio degli Osservatori.
“Un’occasione speciale.”
Pensò con sarcasmo.
Per Quentin lo era sicuramente. Non smetteva di sorridere da quando aveva stretto il loro accordo.
“Sorridere per quanto ne è capace, la maggior parte della gente la definirebbe una smorfia di dolore, od un rictus più che un sorriso.”
C’erano volute ore di contrattazione, decine di compromessi per formulare una linea di azione che li soddisfacesse entrambi. Avevano scoperto con piacere, di essere ben assortiti per organizzare una cosa simile. Travers poteva contare su buona parte degli operativi oltre che sui suoi contatti, mentre Magdalene aveva il denaro necessario a finanziare l’impresa oltre ad alcune, fondamentali perché strategiche, amicizie, che sarebbero state necessarie dopo.
Il denaro era stato indispensabile per assoldare efficienti squadre di mercenari e lo sarebbe stato per convincere gli osservatori indecisi a schierarsi dalla loro parte una volta acquisito il potere de facto sul Concilio.
Senza bisogno di altri ordini da parte del loro comandante, due commando si piazzarono davanti agli ascensori. Quattro si divisero il compito di sorvegliare i corridoi che si aprivano sulla destra, altrettanti si disposero sulla sinistra.
Qualche secondo e furono raggiunti da un’altra gruppo, seguito da Travers.
L’unico a non avere una pistola in mano. Non che Marlin dubitasse che l’altro ne avesse una o che indossasse anche lui un giubbotto antiproiettile, semplicemente l’aveva lasciata nella fondina. Del resto Quentin preferiva ordinare o causare una morte, non gli era mai piaciuto uccidere di propria mano.
Anche se la cosa non gli creava il minimo problema, come aveva detto lui stesso a Magdalene anni prima, quando si era reso conto che lei avrebbe veramente reclamato la sua vendetta.
Era stata una minaccia, e aveva voluto essere una rivelazione scioccante.
Marlin lo aveva fissato per un istante negli occhi e gli aveva detto che era stata sicura che lui fosse capace di cose simile il giorno stesso in cui aveva dichiarato inabile la sua cacciatrice, Lene. Dopo, sorridendo, lo aveva informato che neanche lei aveva il minimo problema ad uccidere a sangue freddo.
Le era quasi venuto da ridere, e non sarebbe stata una risata divertita, ricordando che era stata lei stessa ad uccidere Lene, con un colpo di pistola alla nuca.
Il suo primo omicidio a sangue freddo.
Dirgli quanto era successo veramente in Norvegia venti anni prima, non le aveva neanche sfiorato la mente.
Marlin non aveva mai confessato un crimine commesso. E non avrebbe iniziato soltanto per avere l’ultima parola in un inutile scambio di battute, per mostrare che anche lei aveva il fegato di macellare delle persone. Era un gioco pericoloso oltre ad essere stupido.
Del resto, allora come oggi, era convinta che essere sottovalutata da un avversario fosse quanto di meglio potesse capitare in uno scontro.
Magdalene accantonò la linea di pensiero per girarsi ed incrociare lo sguardo di Travers.
Si scambiarono un cenno del capo prima di avvicinarsi per fare il punto della situazione.
A Marlin era capitato il compito di accompagnare la prima squadra all’interno dell’edificio, e di liberarsi delle guardie in prima persona, mentre Quentin rimaneva dietro, con la seconda, al sicuro all’interno del perimetro che già controllavano assieme ad una squadra di mercenari per assicurarsi l’effettiva fedeltà degli operati che erano passati dalla loro parte.
La cosa non aveva disturbato particolarmente Magdalene nonostante le fosse capitata la parte più pericolosa.
Era stata la scelta più logica.
L’improvvisa comparsa di Travers avrebbe potuto destare sospetti nelle guardie. La sua no. E del resto le persone con cui stava lavorando le aveva scelte ed assoldate lei stessa. Le erano fedeli.
“Almeno fino al termine del contratto.”
Di comune accordo, per formare i due gruppi che avrebbero dovuto concretamente irrompere all’interno del Concilio, Marlin e Travers avevano deciso di utilizzare i mercenari assoldati, piuttosto che gli operativi delle squadre fedeli ad uno di loro due. Ordinargli di uccidere quelli che erano stati loro colleghi, a volte anche per anni, se non amici, era sembrato ad entrambi un rischio inutile.
Facendo qualche pressione, usando i loro contatti e riscuotendo alcuni favori, le quattro squadre loro fedeli erano state opportunamente assegnate tra quelle in servizio quest’oggi.
Così, un’unità fidata di Quentin aveva preso la sala controllo. Le altre tre stavano al momento sorvegliando il perimetro esterno per evitare sia irruzioni che fughe.
La rimanente, di quelle assegnate all’esterno per il pattugliamento notturno non avrebbe più potuto creare problemi. Era stata eliminata in fretta e con efficacia dai mercenari assoldati da Travers.
-Un buon lavoro.
Commentò Travers, notando le due guardie. Una di loro era riversa sul bancone che aveva di fronte, in una posa drammatica, quasi ad effetto,con un braccio sotto il torace ed il secondo allungato verso terra. La seconda non aveva neanche fatto in tempo ad alzarsi dalla sedia.
Marlin ignorò il commento e si limitò a ricordare la loro prossima mossa.
-Dobbiamo eliminare ancora le altre squadre rimanenti.
Quelle che non erano di turno quella notte ma che comunque si trovavano nella sede. Era insieme una benedizione ed una maledizione il fatto che la maggior parte delle squadre fosse presente. Da una parte le squadre loro fedeli erano tutte lì, dall’altra il numero di operativi capaci di reagire ad un tale assalto era alto, tanto che un minimo errore sarebbe potuto essere fatale alla forza attaccante.
-D’accordo. Manderò i miei mercenari.
Propose Travers.
-Non basteranno se qualcosa va storto. –Gli fece notare Marlin. Quelli che dovevano affrontare erano soldati esperti, che, anche se presi di sorpresa, al minimo errore avrebbero opposto una strenue resistenza agli invasori. –Prendi anche i miei e fagli presidiare le uscite degli alloggiamenti. Saranno pronti in caso ti servissero dei rinforzi.
-Va bene, Magdalene.
Travers fece cenno ai mercenari di seguirlo verso gli alloggi degli operativi. Qualche secondo e il gruppo di persone scomparve silenziosamente in uno dei corridoi.
Rimasta sola, Marlin pensò a quanto dovevano fare una volta acquisito il controllo del concilio. Lì sarebbe cominciato il vero lavoro. In realtà più che lavoro saprebbe stato meglio dire miracolo. Perché dove la loro pianificazione della arte puramente logistica e militare di questa azione era stata a dir poco perfetta, quella politica era molto, molto, lontana dall’esserlo.
“Diavolo, dire che la nostra motivazione per questa invasione è una buffonata è un blando eufemismo.”
Erano lì per appellarsi ad un cavillo scritto più di cinquecento anni fa.
Qualcosa di piuttosto nebuloso, e soggetto a miriadi di possibili interpretazioni, a riguardo del ruolo che i Supervisori di Zona poteva assumere come sostituti dirigenti.
“Probabilmente avremmo più fortuna e credibilità nel sostenere che il documento con cui Miller ha nominato Delegato Speciale per l’Oceania Delmundo non è valido a causa di una firma mal posta.”
L’unica vera forza dietro le loro affermazioni erano due gruppi di mercenari e quattro squadre di operativi. Lo sapevano loro, e lo avrebbero saputo tutti gli altri.
Non era una situazione ideale.
Affatto.
Una volta acquisito il controllo del Concilio, avrebbero dovuto cercare Custode degli Archivi o meglio ancora Sommo Sapiente e depositare tale denuncia. Effettivamente destituendo immediatamente Miller per illecito.
In caso fosse stata accettata.
Eventualità assicurata grazie al piccolo particolare costituito dal fatto che avevano di fatto occupato militarmente l’intero concilio. Non c’era molto che gli altri osservatori non avrebbero concesso a Marlin e Travers in una situazione tale.
Quello che avevano fatto era ne più ne meno di un colpo di stato.
“Od almeno stiamo tentando di farlo.”
Erano pericolosamente vicini allo scatenare una guerra civile totale nel Concilio, quanto meno una faida. Se fosse accaduto si sarebbe veramente scatenato il caos. Le varie fazioni si sarebbero alleate con una parte o con l’altra, formando degli schieramenti più o meno stabili. Altri mercenari sarebbero stati assoldati e gli operativi superstiti sarebbero stati rintracciati e “arruolati” da una delle due parti. Gli osservatori comuni, sia Giovani che Anziani, avrebbero cominciato a morire, uccisi sia per terrorizzare la parte avversa che per indebolirla, mentre i capo fazione sarebbero stati troppo protetti per essere colpiti ed in caso prontamente sostituiti da altre persone avide di potere.
E alla fine di questo massacro interno, vecchi nemici ed avvoltoi si sarebbero avvicinati alla carcassa di quello che era stato il Concilio degli Osservatori, ormai incapace di difendersi, ed avrebbero provveduto a spolparlo.
Al meglio da una situazione simile sarebbe uscito un Concilio fortemente ridimensionato, al peggio non ne sarebbe più esistito alcuno.
Questa faida non sarebbe convenuta a nessuno, ma ugualmente nessuno avrebbe rinunciato sorridendo alla propria posizione ed al proprio potere. Di certo non era né negli interessi né nei piani di Marlin e Travers. Loro volevano solo cambiare i capofila, non dare vita ad una guerra.
Per questo la parte più importante di questa azione si sarebbe svolta dopo l’azione.
“Come capita spesso…”
Avrebbero dovuto far attenzione ed evitare che le cose degenerassero.
Sarebbe bastato poco a scatenare una guerra. Ma con un po’ di fortuna la transizione sarebbe andata a buon fine e soltanto poche teste sarebbero rotolate. Marlin era moderatamente fiduciosa della possibilità di ricomprare il favore o la neutralità degli altri, con denaro, incarichi o favori.
Un movimento improvviso, appena all’estremità del suo campo visivo, attirò l’attenzione di Marlin sottraendola ai suoi pensieri.
La donna si voltò.
Ora, di fronte a lei, all’estremità del corridoio che conduceva in biblioteca si trovava Elinore Maranda, un’Osservatrice Anziana, strenua sostenitrice di Miller. Una cinquantenne Conservatrice fanatica, con un incarico noioso senza alcuno sbocco di carriera e senza la minima possibilità di diventare dirigente.
E l’occasione della sua vita davanti a sé.
Il problema era che si trovava lì con una pistola in mano, Magdalene nella sua linea di tiro ed un sorriso sul volto e Marlin non aveva abbastanza tempo per alzare al sua pistola prima che l’altra sparasse almeno uno o due colpi.
Se avesse deciso di sparare alla testa, Magdalene non avrebbe avuto scampo.
-Sei stata destituita. –Il sorriso le si allargò. –Giusto qualche ora fa. –Ci tenne ad informarla Elinore. –Il che significa che non sei più ospite gradita qui. Che non sei più nessuno. E che ho il diritto di ucciderti… e di certo non sei qui per raccogliere la tua roba, non con quella pistola…
Era stato sempre uno dei grandi difetti di Maranda il volersi sentire parlare, il dire troppo. Amava il suono della sua voce. Di certo la cosa non l’aveva resa popolare con Marlin. Primo perché non sopportava le persone prolisse e logorroiche, poi perché trovava la sua voce particolarmente sgradevole, simile com’era ad un gracchiare sgraziato.
Improvvisamente la donna cadde in ginocchio.
Si portò le mani al petto, lasciando cadere la propria arma mentre Marlin, cogliendo l’occasione, alzava la sua, sparandole una volta alla fronte, proprio tra gli occhi.
Maranda morì sul pavimento di marmo senza un lamento.
Dalla semioscurità del corridoio da cui era venuta Elinore apparve una seconda ombra, anch’essa armata di pistola.
Che così tanti osservatori girassero armati era il segno di quanto deteriorata fosse la situazione.
“La cosa può avere i suoi vantaggi.” Rifletté Marlin.“Nei periodi di crisi può essere sentita la necessità di una guida forte.”
Avrebbe dedicato più tempo a seguire quella linea di pensiero, per ora Magdalene si concentrò a tenere sottotiro l’ultima arrivata. Per quanto avesse sparato Maranda, in effetti salvandole la vita, la cosa non la faceva automaticamente sua amica.
Poteva aver eliminato Elinore tanto per interesse personale, quanto per aiutarla o per avere il piacere di far fuori in prima persona la famosa Marlin.
La riconobbe un istante dopo, non appena il suo volto uscì dalla penombra del corridoi per essere illuminato pienamente dalle luci della sala.
Joandra Degenhart.
La donna si limitò ad annuire una volta nella sua direzione mentre rimetteva la sua Smith & Wesson nella fondina che portava dietro la schiena.
Marlin la fissò, per un istante, senza dire nulla.
Annuì anche lei, una sola volta.
Il fantasma di un sorriso apparve sulle labbra di Joandra, poi la donna si girò e se ne andò, senza dire una parola, lasciando Marlin sola.
“Il suo sorriso non è cambiato.”
Pensò Magdalene, riponendo la propria pistola ed avviandosi verso l’ufficio di Miller, senza degnare di un altro sguardo il cadavere che giaceva scompostamente sul pavimento di marmo.
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