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XIII

September 26 2006 at 9:01 PM
  (Login solichan)
Avvoltoi


Response to Alpha

 


Non sapeva quanto tempo fosse passato da quando si era trovato qui.
Il concetto di tempo era andato in frantumi insieme al resto della sua sanità mentale.

Stava finalmente per giungere al mare dopo il lungo viaggio attraverso i canali, e pregustava i giorni in cui avrebbe navigato liberamente, senza più necessità di approdare, traendo nutrimento dalle distese di alghe. Aveva anticipato le mattine, quando la superficie delle acque era coperta dalla nebbia bianca e calda, e ammirare il sole che appariva da quello strato lanuginoso.
Mancava poco. Doveva solo superare ancora una piccola isola coperta dai canneti.
Invece di passare subito oltre, era approdato su quell’isola, niente più che un frammento fra i canali, perché voleva vedere l’oceano dalla terra per l’ultima volta.
Il chiaro cielo notturno era una composizione di stelle e nebulose.
Si era incamminato, sapendo che, appena attraversato il canneto, il mare gli si sarebbe spalancato davanti.
Ed era stato così.
Ma la luce era cambiata, il mare che aveva visto non era una liscia superficie specchiante e la spiaggia dove era sceso era una distesa di nude pietre e sabbia.
Le stelle e le nebulose che illuminavano la notte erano state spazzate via. Ora il cielo sopra di lui era un vuoto privo di luci.
Quando si era girato per tornare sui suoi passi, si era reso conto che la strada si era chiusa e lui era perso.
Adesso dietro di lui si innalzavano le pendici rocciose di colline che non dovevano esistere.

Non capiva cosa era successo e non capiva dove si trovava.
La mancanza di un qualunque indizio di variazione, di una qualsiasi sensazione di transizione, non aveva fatto altro che rendere l’intera esperienza più spaventosa e confusa.
Per un tempo indefinito aveva vagato su quella terra incognita, sempre più terrorizzato, mentre il cielo diventava man mano più luminoso, senza allontanarsi realmente, perché non faceva altro che girare in quel piccolo spazio che aveva già percorso, fino a che non aveva trovato una spaccature fra le rocce alla base della collina e vi si era rifugiato.

Solo di una cosa era sicuro. Questo era un altro luogo. Un luogo che era distorta parodia del suo.

C'era il mare. Ma il mare aveva i colori e la mobilità del delirio. Le onde si frangevano in esplosioni di acqua, invece che ondeggiare in un moto lento e costante. La viscosità del liquido di cui era fatto quel mare era troppo bassa.

C'erano giorno e notte, ma il cielo del giorno era un distesa abbacinante e il sole una rabbiosa fornace emanante radiazioni velenose, invece di una stella rosata schermata dalla nebbia.
La notte era oscurità ottenebrante, spezzata solo dal biancore di una luna gigantesca, non una penombra illuminata dalla luce delle nebulose.
Il vento soffiava in raffiche sferzanti, invece che essere una dolce brezza costante.
E tutto era fragore.

Un altro luogo.
Un altro mondo. Un altro universo.
Un paradosso.

Non aveva la minima concezioni di altri universi, altre realtà, altri mondi. Per quello che lo riguardava, il suo era il solo universo.
Così doveva essere.
Così non era.
L’evidenza era che questo era un altro universo e l’esistenza di altri universi era impossibile.

Allora, incapace di accettare il paradosso, la sua mente si era ripiegata e richiusa in sé stessa e aveva smesso di pensare.

Era rimasto a lungo nascosto fra le rocce, inebetito e perversamente affascinato dal mutare del paesaggio nell’alternarsi troppo veloce del giorno e della notte e dal frangersi delle onde, fino a quando le necessità fisiologiche non scossero quel poco che restava della sua volontà cosciente e non lo costrinsero a muoversi.
A restare qui sarebbe morto. Si sarebbe pietrificato nell’osservare il mare, o si sarebbe perso nella follia e gettato fra le onde (e quel mare era troppo, troppo liquido per sostenerlo).
Faticosamente, si era trascinato lontano da quel mare che lo seduceva.
Riusciva persino a ragionare, con lucidità.
Bastava solo limitarsi alle azioni concrete. Camminare, cercare un punto elevato di osservazione, definire le caratteristiche dell’area.
Bastava ignorare tutto il resto. Bastava negare l’evidenza.

Aveva camminato nella notte, abbandonando la linea della costa. Aveva risalito la collina fra le cui pendici era rimasto nascosto per trovare un punto di osservazione elevato, finché la vegetazione erbosa, confortante nella sua somiglianza a quella che conosceva, non aveva lasciato il posto a orrori contorti e spinosi, e poi mostri altissimi, in gruppi fitti come le canne degli acquitrini. Non sarebbe mai riuscito ad attraversare quella massa colonnare e neppure voleva provarci.
Però al di sotto c’era la valle, e c’erano luci, una galassia legata alla terra, come nel cielo di casa sua.
Aveva cominciato a discendere la cima.

* * * * * * *


Il caldo non passava. Se possibile, ogni giorno era più rovente di quello precedente.
Con il passare del tempo, Buffy trovava questo clima sempre più fastidioso.

Willow se ne stava seduta in silenzio, fissandola.
Non aveva ancora quasi parlato, dopo che era stata proprio lei a chiederle di raggiungerla.
Inizialmente, Buffy aveva pensato che fosse solo per avere un po’ di compagnia. Adesso però cominciava a credere che la ragione di quest’incontro era dovuto a qualcosa di diverso che il desiderio di passare un pomeriggio insieme a un’amica.

Scostò una tenda. Al di fuori il cielo era abbacinante. Neppure azzurro. Solo bianco.
Uscì un istante sul balcone e venne investita da una massa di calore soffocante che pareva esercitare un proprio peso e una propria pressione sulla sua pelle.
Sulla strada, l’aria tremolava e l’asfalto rifletteva un’illusoria superficie d’acqua.
Rientrò subito nell’ambiente climatizzato della stanza.

“E’ un periodo tranquillo, questo.” disse Willow.
Buffy sospirò, continuando a guardare l’esterno.
“Già. Il numero di morti e dispersi è calato di parecchio.”
“Non me lo aspettavo proprio.”

Buffy si irrigidì.
Finalmente la questione usciva allo scoperto.
Se lo aspettava da giorni, dal momento in cui aveva parlato non solo a Giles, ma anche agli altri del gruppo. D’altra parte, non aveva modo di nascondere la faccenda a lungo. I ragazzi la seguivano spesso, avrebbero visto il suo cambio di comportamento, e allora tutto sarebbe stato molto più difficile. Meglio parlarne spontaneamente.
Almeno sarebbe stato solo informarli di una sua decisione. Non giustificarsi.

“Se stai cercando di dirmi che non dovevo accettare il ricatto di Angel, dimmelo in faccia senza fare allusioni o girarci intorno.”

Willow dilatò gli occhi e si ritrasse un po’.

“Buffy, voglio solo dire che si sono verificati pochi attacchi. Non alludo a niente.”

Buffy lasciò ricadere la tenda e si avvicinò di qualche passo alla sua amica, osservandola oziosamente.
La ragazza fingeva. Il suo voler apparire indifesa e intimorita era deliberato.
Chissà cosa avrebbe fatto Willow se le avesse rivelato quello che lei cominciava a credere su sé stessa. Che la paura, la vera paura, rappresentava uno stimolo irresistibile all’attacco.
Chissà se anche allora avrebbe voluto apparire spaventata.
Chissà se allora non si sarebbe spaventata sul serio, chiudendo il cerchio. E chissà, a quel punto, cosa avrebbe fatto lei.

“Scusami. E’ che Giles mi sta facendo diventare matta.”
“Non puoi biasimarlo.”

E perché no? Chissà per quale strano motivo tutti pensavano che lei non potesse biasimare Giles.
Se c’era qualcuno che poteva biasimare Giles, era proprio Buffy.
Ma era inutile discutere. Le sembrava in qualche modo offensivo dover discutere per far comprendere una cosa simile, così evidente.

Ma Willow, evidentemente, dovette capire quello a cui stava pensando.

“Si preoccupa per te.” mormorò la ragazza umana, stringendosi le mani.
“Si preoccupa per la mia condizione, non per me. Si preoccupa che non sia più abbastanza utile.”
“No, senti, questo proprio non è vero. Non è solo di quello. Ti rendi conto che se Giles si preoccupasse solo…”
“Hai ragione.” esclamò Buffy, interrompendola “Non solo di quello. Sarebbe meglio se si preoccupasse solo di quello. Sarebbe più onesto.”

Willow non replicò, a disagio.

“Quello che fate, tu ed Angel, non è giusto.” disse invece.
Buffy si lasciò cadere di schiena sul letto, allargando le braccia in modo melodrammatico.
“Questo è il ritornello cantato da Xander. Ora cominci anche tu?”
“Non voglio dire che è sbagliato in quel senso. E' sbagliato perché è pericoloso.”
“Sei convinta anche tu che un giorno o l'altro mi attaccherà?”
“E chi lo sa quello che pensa? Ma no, non è neanche questo. E’ che ti fidi di lui e stai perdendo al capacità di valutare quello che è.”
“Guarda che io non mi fido per niente di lui. Io non mi fido di nessuno.”
“Questo è qualcosa che ti piacerebbe credere.”
“Questo è come stanno le cose.” replicò seccamente Buffy.
“Di me non ti fidi?”

Buffy si sollevò sostenendosi su un gomito e fissò l’altra ragazza.

“Willow...”
“Non ti fidi di me?” chiese Willow “Se ti fidi di me, puoi fidarti di altri.”
“Ma non puoi paragonarti a lui. Con te è diverso.”
“Perché?”
“Perché sei tu! Willow, mi sembri pazza a fare questi ragionamenti.”
“Non è diverso per niente. Buffy, tu... tu hai la tendenza a dare la tua completa fiducia alla gente che ami. E' così, non dire di no. Ma questo non vuol dire che tu abbia ragione. Non vuol dire che coloro che ami faranno quello per cui tu dai loro fiducia. Tu ti fidi di Angel. Hai ucciso Drusilla e ti sei fidata che lui non ti avrebbe fatto del male per questo.”
“Questa non è fiducia. E' che so che razza di bastardo a sangue freddo sia. Ero certa che non avrebbe messo in pericolo la sua preziosa esistenza per un'inezia come il fatto che ho ammazzato sua figlia.”
“E' una forma di fiducia anche questa. Ti fidi del fatto che agirà in un certo modo, ti fidi della tua capacità di capirlo...”
“Va bene. Vedi che allora torniamo al discorso di prima? Tu credi che prima o poi mi attaccherà, tradendo la mia… fiducia nei suoi riguardi.”
“No. Io ho paura che potresti... potresti proiettare la fiducia che hai per lui ad altri vampiri.”
“Non dire sciocchezze.”
“E perché?”
Buffy rise seccamente.
“Ma ti pare possibile che io vada a fidarmi di un vampiro? Non lo farei mai.”
“Lo hai già fatto.”
“No!”
“Sì, invece. Angel è un vampiro. Lo è sempre stato e tu ti sei fidata di lui.”
“Non lo sapevo!”
“Ah, e come mai non lo sapevi?”

Buffy non rispose.
In realtà, non avrebbe saputo che rispondere. Se lo era chiesto anche lei, tante volte, ma non sapeva perché non era riuscita a capire la natura di Angel.
L'anima, aveva pensato all’inizio. L'anima lo rendeva simile a un umano.
Però, dal momento che lui si era rivelato, aveva cominciato a percepirlo come vampiro. Anche se aveva ancora l'anima. E una volta che l'aveva persa, la sua percezione di lui non si era intensificata o alterata in alcun modo. Era rimasta la stessa.

Perché non aveva riconosciuto Angel come vampiro?
Eppure gli era stata talmente vicina. Lo aveva persino toccato
L’anima non nascondeva temperatura corporea, colore della pelle, occhi, frequenza cardiaca e respiratoria, né qualsiasi altra differenza fisica, e i vampiri ‘erano’ diversi dagli esseri umani. Fisicamente diversi. Molto più di quanto non credessero Giles, Willow e gli altri.
Lei allora era giovane. Non si accorgeva di questi particolari. Doveva averli sempre percepiti, ma non si rendeva conto di percepirli. Per lei, semplicemente, chi aveva davanti era ‘sbagliato’.
Solo da poco aveva cominciato a riconoscere coscientemente quali erano le diversità che rilevava, o forse aveva solo cominciato a volere farci caso.
Aveva anche cominciato a pensare che, forse, erano molto più diversi di quello che persino lei sapeva.
Ma allora Angel si era comportato come un essere umano e lei aveva preso per scontato che fosse umano, perché non era possibile che un vampiro si comportasse come un uomo, le avevano detto che non era possibile, non fino a quel punto, e, anche se forse i suoi sensi avevano urlato, lei non li aveva ascoltati o non aveva creduto loro.

“E' successo una volta. Potrebbe succedere ancora.” continuò Willow “Potresti incontrare un altro di loro che credi diverso e non vederlo come nemico.”
“Le probabilità che un altro vampiro si trovi nelle condizioni di Angel sono parecchio scarse. E io non avrò mai più sedici anni.”
“Pensa a questo, allora. E' pericoloso anche per lui.”
“Questo sono io che lo decido, non ti pare?”
“Per quello che riguarda te, forse. Però tu non sei tutti coloro che potrebbero o vorrebbero fargli del male.”
“Ma sono probabilmente la peggiore. Avanti, dimmi come potrebbe essere un pericolo per lui il fatto di avere intorno una Cacciatrice che non cerca di ucciderlo appena lo vede.”
“Potrebbe dargli un’eccessiva sicurezza, cosa di cui Angel non ha proprio bisogno. Viene da te, ti si avvicina nonostante quello che sei, certo che non gli farai nulla, che lui sarà sempre in grado di manipolarti a piacere… Non ti piace il termine fiducia. Chiamala confidenza, se preferisci. O imprudenza, ma il significato non cambia. Sta di fatto che entrambi avete rapporti con qualcuno verso cui invece dovreste nutrire solo paura e diffidenza. Voi due state perdendo la giusta prospettiva delle cose. Se un giorno tu dovessi fidarti di altri vampiri, o lui trovare degli esseri umani come noi e non essere prudente a sufficienza, potrebbe essere la vostra fine. Io non posso parlare a Angel, ma tu sì. E io posso parlare a te. Dovete smetterla. Dovete staccarvi l’una dall’altro. La vostra situazione è assurda.”
“Ti preoccupi per Angel?”
“Mi preoccupo per te. Buffy, quando si tratta di Angel, tu non ti comporti razionalmente. Ho visto come eri ridotta quanto ti ha lasciata. Non voglio neppure pensare a come reagiresti se venisse ucciso. Non voglio che tu ti ritrovi a combattere in stato confusionale. Se questo vuol dire preoccuparsi per lui, mi va bene. E comunque, che tu ci creda o no, non lo odio abbastanza da volerlo morto.”

Buffy si riabbandonò sul letto, le braccia aperte, i pugni stretti e gli occhi sbarrati e opachi fissi al soffitto.

“Pare che da un po’ di tempo a questa parte tutti quanti si preoccupino per me, si preoccupino di non mettermi in pericolo. Pare anche che tutti quanti siano certi di sapere cosa devo fare e cosa non devo fare, e questo nonostante nessuno sia come me. Dimmi una cosa, Willow. Mi hai mai vista una volta pretendere di sapere cosa va bene per voi? Come voi dovreste comportarvi?”
“No. Ma, come hai fatto notare, nessuno è come te e nessuno rischia la vita quanto te.”
“E finora me la sono cavata piuttosto bene, nonostante tutto. Persino nonostante i consigli non richiesti.”
“Buffy…”
“Quello che stai dicendo è privo di senso.” continuò Buffy, ignorandola “Io non mi fiderò mai di un nemico. Ci siamo rivolti la parola l’altra notte dopo mesi e non è stato un incontro amichevole, te lo assicuro. Non è nemmeno stato un incontro. Ci siamo scontrati. Non ha importanza che siamo tornati a casa tutti interi. Non ha importanza quanto possiamo cercare di sopravvivere con meno danni reciproci possibili. Tra me e Angel le cose sono andate così, mi piaccia o no. Okay, è la realtà. Mi ci sono rassegnata da un pezzo, credimi.”

Willow sospirò.

“Sei nemica di Angel? E lui è nemico tuo? Non lo so. Non ho idea di cosa siete l'uno per l'altra. Non mi sembrate nemici, ma cosa so io non ha importanza. La cosa peggiore è che non credo lo sappiate neppure voi.”

* * * * * * *


Bizzarre e incredibili formazioni di pietra sorgevano nella valle, formazioni di linee e angoli perfettamente retti e superfici levigate, alcune separate da vasti spazi, altre addossate l’una all’altra, oppure talmente vicine da lasciare solo stretti corridoi fra esse.
Non aveva mai visto strutture di forma simile, tanto regolari, e non riuscì a pensare che forse erano di origine artificiale, così come anche le strutture che emettevano luce, disseminate un po’ dovunque. Le novità di questo luogo scivolavano sulla sua coscienza senza fare presa, senza suscitare più paura o qualsiasi altra emozione che non fosse una passiva meraviglia.

Fino a quando qualcosa non aveva fatto breccia nella sua mente, penetrando il guscio stuporoso in cui si era ritratto.

Qualcosa si stava movendo nella sua direzione. Due cose.
Due creature.

Aveva visto altri esseri, nel tempo che era stato qui. Piccole creature che strisciavano per terra o che volavano, sostenuti da un numero variabile di arti. Nessuno di essi lo aveva avvicinato.
Ma questi si erano diretti verso di lui senza esitazione, emettendo una moltitudine di suoni articolati e modulati.
Orride creature bipedi che si muovevano con repulsivi movimenti a scatti su arti articolati. Esseri simili ai suoi simili quanto questo mare era simile al suo mare, tanto più spaventosi perché riconoscibili. Se fossero stati del tutto diversi, non sarebbero stati tanto mostruosi, così come non erano stati orribili i piccoli esseri striscianti e volanti che aveva già incontrato.

Si era ritratto, indietreggiando sino a trovarsi nell’angolo fra due delle strutture regolari, terrorizzato dall’idea che gli venissero vicini, facendo di tutto per mostrare la sua paura, ma le due creature continuarono a camminare.

Non poteva immaginare che il suo colore scuro si confondeva con il buio e che le due creature, prive di una buona visione notturna, non lo avevano visto.
Non aveva esperienza di esseri che non fossero in grado di percepire in qualsiasi situazione del proprio ambiente. Lui non conosceva una simile oscurità, però, se questo era il loro mondo, dovevano essere adattati alle sue condizioni, qualunque esse fossero.
Emise un suono di avvertimento per avvertire di non avvicinarlo, prima di essere costretto ad attaccare.
Fu come se non avesse fatto nulla.
Non poteva sapere che il suono emesso era a una frequenza troppo bassa per essere percepita dalle due creature.

Poi accadde quello che temeva. La sua sfera di territorio personale venne invasa.

In quel momento, una delle due creature lanciò un grido spaventoso che infranse definitivamente le barriere con cui si era protetto.
Per la prima volta da quando era qui, qualcosa che riconosceva. Nel suo mondo, molte creature usavano il suono per attaccare.
Si ritrasse, ferito e sofferente, ma le pareti della struttura dietro di lui lo bloccarono, impedendogli la fuga.
Il rumore era insopportabile.
Si strinse ancora più in sé stesso, nel futile tentativo di isolarsi dal frastuono.
Incurante del suo dolore, l’alieno continuò a stridere.

Istantaneamente, si attivò un modello difensivo in risposta alla mutate condizioni esterne. La sagoma che lo aveva aggredito con quel suono spaventoso venne classificata come 'attaccante' e, subito dopo, si formò un'associazione fra la 'cosa', l’evento e il comportamento opportuno da adottare.
Il suo cervello funzionava tramite comportamenti stereotipati di tale complessità e che coprivano un tale numero di condizioni da renderlo, per quanto paradossalmente, adattabile.

Afferrò il mostro. Le creste tattili aderirono facilmente e gli uncini retrattili penetrarono nel tegumento inaspettatamente privo di consistenza. Lo scosse, sperando di farlo tacere, invece la creatura intensificò la frequenza di quei suoni laceranti, ora imitato anche dall’altro.
Non ce la faceva davvero più a sopportare.
Inchiodò la cosa a terra, poi con le fauci gli afferrò uno degli arti scheletrici e lo tirò.
Ci fu una spruzzata quasi esplosiva di liquido scuro (sangue?) e l'arto si staccò dal torso con un suono strano, portando via parte dell’epidermide dell'essere. La cosa rimase a terra immobile, smembrata e finalmente ridotta al silenzio.

L’altro continuò ad urlare, emettendo suoni persino più acuti di quelli del suo compagno, fino a quando anch’esso non fu fatto a pezzi.

Aveva ucciso il primo alieno per paura e impulso. Non si era neppure reso conto di quello che stava facendo.
C’erano creature che sopravvivevano allo smembramento. Altre troppo forti per essere ferite. Lui non conosceva questo particolare essere e non sapeva quale risultato avrebbe ottenuto con le sue azioni.
Ma quando il secondo lo aveva attaccato, lo schema comportamentale innescato era stato rafforzato, e lui aveva saputo bene come agire.

Ora, la catatonia in cui era stato immerso negli ultimi giorni era stata spazzata via, ma lo schema appreso aveva mantenuto la sua integrità.
Quelle bestie lo avevano aggredito.
Erano pericolose.
Era necessario ucciderle. Tutte le bestie di questo mondo.


 
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